sabato 31 gennaio 2015

#VIDEO #SOCIETA' / Monica Guerritore, il talento in noi



Monica GUERRITORE, 1958, attrice
Onora il tuo talento, 4 novembre 2011, TedxFirenze
video, 20min05


Splendida riflessione di Monica Guerritore
Il titolo centra il tema del talento. Ma c'è molto di più.
A partire dal ricordo di un'esperienza teatrale con Giorgio Strehler, durante le prove del Giardino dei ciliegi, Monica Guerritore sviluppa considerazioni ampie, provocatorie e intelligenti sul mondo che stiamo abitando e su come prevalentemente lo viviamo. O, più spesso, non lo viviamo.
Pensieri 'colti': nel senso ovviamente di coltivati, non di 'eruditi'. 
Positivamente 'divaganti'.
Da gustare. (mf)

° ° °

«'Vedere'. Vedere. Questo è il talento che ho onorato e difeso con tutte le mie forze. Vedere la forza e la grandezza nascosta in ogni uomo e donna quando ascolta la propria vocazione. Vedere la paura che è in ognuno di noi, e la vittoria sulla paura... (...)

C'è un grande dono nella vita che non è solo felicità. E' 'intenerire e 'intenerirsi'... Rendere e rendersi teneri ai colpi subiti e riconoscere negli altri la stessa tenerezza.  Questo è un imperativo per dirsi esseri umani.» (Monica Guerritore, dal video)

Per un approfondimento sulla biografia di Monica Guerritore, si veda:

#VIDEO #TEOLOGIA / Un teologo scomodo


Giovanni FRANZONI, 1928
già abate dell'Abbazia San Paolo fuori le Mura, Roma
teologo, saggista
Colloquio con Concita De Gregorio, 'Pane quotidiano', RaiTre, 15 gennaio 2015
video, 24min29


Di lui Pier Paolo Pasolini scrisse: «Non c'è sua predica che non arrivi implicitamente ad attaccare il potere». 
Tutta la vita di Giovanni Franzoni, ordinato sacerdote nel 1955 e costretto ad abbandonare il clero nel '76 per aver dichiarato il proprio appoggio al PCI, è una lunga ricerca della verità, al di fuori da ogni gerarchia. Dall'opposizione al concordato alla solidarietà con le lotte operaie, Franzoni testimonia la possibilità di un cristanesimo radicato nella società e sempre dalla parte dei più deboli. (da RaiTv)

L'occasione per questo colloquio è la recente pubblicazione dell'ultimo libro di Giovanni Franzoni: Autobiografia di un cattolico marginale, Rubbettino, 2014, 
Alcuni temi toccati nel video: solidarietà e fratellanza, le religioni e il falso scontro di fedi diverse, il cardinale cattolico Oscar Romero (1914-1980), Paolo VI, il Concilio Vaticano II, papa Francesco.
Di sé Franzoni dice: «Non sono nato marginale, sono nato allineato critico». 
Poi, evidentemente, l'allineamento non è stato considerato sufficiente dalla gerarchia ecclesiastica. 
E, se la sua figura non è diventata marginale (la comunità di base da lui fondata continua ad avere un seguito largo e affezionato di credenti e i suoi scritti, per quanto in passato censurati, continuano a essere punto di riferimento teologico-culturale per tanti cattolici), certo è diventata scomoda.
Non è il primo caso. (mf)

° ° °

Una citazione di Franzoni sul caso di Eluana Englaro:
«Se Eluana non percepisce nulla non si capisce in cosa consista questo suo vivere, se invece dovesse talvolta percepire la propria situazione, si tratterebbe di una orrenda tortura. Nella primitiva storia del cristianesimo il morire era una cosa naturale e un avvicinarsi alla vita eterna. C'è una notevole preoccupazione dei vertici vaticani nei confronti della modernità. La Chiesa ormai, non potendo più contare su una maggioranza reale, punta sulla 'maggioranza morale': cioè pretende di pesare di più in base a una presunta superiorità dei propri principi morali. E questo è antidemocratico.» (da Eluana, Giovanni Franzoni: «Non più vita ma tortura», micromega, 4 febbraio 2009)

#VIDEO #CINEMA / La fabbrica dei 'Tempi moderni' (Charlie Chaplin, 1936)



da Tempi Moderni, 1936
film interpretato, diretto e prodotto da Charlie CHAPLIN (1889-1977)
video, 4min58


Purtroppo non è stato solo cinema.
E i 'tempi moderni' non sono finiti.
Semplicemente, si sono trasformati.
Anche per questo, conservare 'pensiero critico' farebbe bene. (mf)

Una utile scheda dedicata al film è in wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Tempi_moderni

#SPILLI #IMPRESA / Il peggior consulente (M. Ferrario)

Qualche tempo fa, chiacchierando tra colleghi consulenti e amici che lavorano in azienda, si è discusso di chi sia il 'peggior consulente' che possiamo incontrare.

Mi sono ricordato di un vecchio dialogo che scrissi quasi trent'anni fa. E che ripropongo oggi.

La crisi economica, e la conseguente disperata caccia alla commessa, unita a una certa postura psicologica da sempre diffusa nella nostra cultura (italiana: e non solo di impresa o consulenziale), producono spesso il ‘peggior consulente’

Basta guardarsi in giro. E avere il coraggio di vedere. 
Facendosi un po’ di autocritica. Per chi vi appartiene, se non a livello individuale, almeno di ceto professionale. Senza chiudersi corporativamente in una permalosità irritata e ‘reattiva’: come sempre avviene tra le corporazioni.

Potremmo scoprire che, in fondo, quanto scrivevo nell'altro secolo vale pure per questo secolo. 
E che non c'è nulla di inventato. Anzi.
Purtroppo.

° ° ° 

«Vede dottore, adesso ci siamo. Ormai siamo maturi. Non è più come un anno fa, ricorda?»
«Perfettamente.» 
«Oggi possiamo tentare. Anzi, dobbiamo. Perché esistono le condizioni.»
«Certo.» 
«Però vorrei una cosa dura. Intensa. Che lasci il segno. Lei mi capisce, vero?»
«Sicuro.» 
«Una vera e propria full immersion. Da giovedì a domenica. Serate comprese. Potrebbe essere una soluzione, le pare?»
«Infatti.»
Anche se, a ben pensarci, come prima iniziativa, non vorrei che poi… Forse andrebbe meglio una cosa più diluita.» 
«Be’, in effetti…» 
«Sempre residenziale, ma a moduli. Impegnativa ugualmente, ma meno di impatto. E più compatibile con le esigenze operative.»
«Condivido.» 
«A meno che non decidiamo di partire dall’organizzazione.» 
«Anche.» 
«Facendo chiarezza. Pulendo finalmente le responsabilità. Definendo esattamente le deleghe.»
«Sarebbe determinante.»
«Perché vede, il nostro problema sono gli obiettivi. Non li abbiamo, non li sappiamo gestire. Testa bassa sull’oggi e via andare. Che ne direbbe di un bel sistema di MBO?»
«Fondamentale.» 
«Purché poi non ci si dimentichi dei Quadri. E dei Professional. Lei lo sa, costituiscono una risorsa essenziale. E noi non li conosciamo abbastanza. Prestazioni, potenziale: sono strumenti ancora ignorati qui dentro. Sarebbe ora di introdurli.» 
«Direi proprio.»
«Soprattutto il potenziale. Anche per pianificare un po’ meglio il futuro. Però non il solito assessment: troppo psicologico, drammatico, impegnativo. Una cosa più soft. Tranquilla. Che faccia poco clamore.» 
«Intuisco.»
«Le persone non devono sapere nulla. Un piccolo corso di formazione: che, così, tra un insegnamento e l’altro, surrettiziamente…» 
«Chiarissimo.» 
«Allora mi fa avere una proposta scritta?» 
«Senz’altro.» 
«Perfetto. La ringrazio. Mi piacciono persone come lei: pragmatiche, competenti, flessibili. Che sanno ascoltare il cliente. Consulenti con cui ci si intende subito.» 

*** Massimo Ferrario, per 'Mixtura' - Testo parzialmente rivisto nella forma, ripreso da M. Ferrario, ‘Consulente? Dipende’, “Impresa e Società”, n. 4, luglio-agosto 1988.
Anche in 'altrisguardi', 172, 7 maggio 2014

fonte anonima, dal web

#ILLUSIONI OTTICHE / Una spirale che non è una spirale


Una spirale che non è una spirale
(ark mf)

Provare a seguire col dito uno dei cerchi...

venerdì 30 gennaio 2015

#SGUARDI POIETICI / Rispettala (M. Ferrario)

A chi
ancora
nonostante tutto 
vuole provare a viaggiare 
«in direzione ostinata e contraria»


Conservala preziosamente,
non dissiparla,
dalle un contenitore.

Non nasconderla.

Soltanto, 
tienila riparata:
che non degradi.

Se la saprai spurgare,
distillerai forza energia vita
e slegherai eros,
che avvince e trasforma.

Rispettala.

Per governarla,
basterà tu le dia un senso, una direzione, una ragione.

Se l’amerai,
se non avrai paura di maneggiarla
e saprai indirizzarla
e non ti farai cambiare da lei,
anche con lei cambierai,
un po’,
il mondo.

Se la cercherai alleata,
ti resterà alleata.
E’ un carburante potente,
la rabbia.

*** Massimo Ferrario, Rispettala, settembre 2014. 
Anche in 'losguardopoIetico', 480, 26 ottobre 2014, http://twl.sh/1uY3eAt

#BRICIOLE / Ma collaboratori?

Un giorno, forse
Subordinato. Inferiore. Sottoposto.
Subalterno. Dipendente. Riporto.
Risorsa umana.
Un giorno forse sarà essere umano.
Anche collaboratore.
Perfino.

Capo
Capo. Rimanda al latino ‘capere’, contenere.
Evoca un contenitore. Il vaso che contiene il cervello.
Andrebbe ricordato.
Dov’è.
Il cervello.

Collega
Persona che ‘è stata scelta’ (nominata) insieme a me.
Dovrebbe evocare un’alleanza comune.
Dovuta a un 'legato': un incarico assegnato.
Dovrebbe.

Obbedienza
Il subordinato mette l'obbedienza al primo posto
Il collaboratore all'ultimo.

Manager
Il vero manager in gamba è quello in cervello.
Eppure, troppo body building, pochissimo brain building.

*** Massimo Ferrario, rielaborazione per 'Mixtura' di Bruscolini, 8, 'Rivista di Direzione del Personale', 2012

#VIDEO #PSY #SOCIETA' / Erich Fromm, il coraggio di essere (intervista storica, 1980)



Erich FROMM, 1900-1980, psicoanalista e sociologo tedesco
Il coraggio di essere, intervista del 18 marzo 1980 
Può un'intera società può essere malata?, di Guido Ferrari, 
Televisione Svizzera Italiana
video, 66min27

L'intervista è 'storica' perché realizzata 10 giorni prima della morte di Erich Fromm: che è stato uno dei più grandi psicoanalisti e sociologi del 900.
E' anche stata raccolta, a cura della Televisione della Svizzera Italiana, in volume (Erich FrommIl coraggio di essere, edizioni Casagrande, Bellinzona, 1980). 
Un commento interessante a questa intervista è rintracciabile qui:

Un video quanto mai coinvolgente, che espone con chiarezza, pacatezza ed equilibrio le linee fondamentali del pensiero di Fromm: cenni sulla sua educazione, le sue scelte, la sua visione del mondo, il suo approccio psico-sociale alla realtà e agli uomini, la sua lettura della realtà politica, il suo rapporto con la religione.
E poi, brevi ma suggestive considerazioni sui suoi libri più noti, come Fuga dalla libertà e Avere o essere?
Interessante l'elogio dell'antropologo svizzero Johann Jakob Bachofen (1815-1887), pressocché sconosciuto non solo nella cultura italiana, e la critica al femminismo per non aver compreso il valore della sua scoperta del 'femminile'. 
E interessante la valutazione, assai positiva anche in contrapposizione a molti suoi colleghi, dello psicoanalista Georg Groddeck (1866-1934)
Un'intervista da godere, e da meditare, tutta.
Per gli stimoli intellettuali che lancia e il messaggio di profonda pensosità che trasmette sul destino dell'uomo. (mf)

° ° °
«La mattina per me è sacra: riservata al pensiero e non al guadagno. Nessuna attività lucrativa. (...)

Con le sole parole non è mai guarito nessuno. (...)

La maggior parte di quelli che sono diventati analisti è perché aveva problemi personali. Anch'io. (...)

Il mio vero mondo è precapitalistico. Mi sento straniero in un mondo il cui scopo è quello di guadagnare il più possibile. Per me questo è piuttosto una perversione. (...)

In molti punti la visione messianica dei Profeti è quasi identica alla visone di Marx della società socialista, in cui la realizzazione dell'uomo è il vero scopo. (...)

Marx per me non 'è stato'. Marx 'è e resta' una delle fonti più importanti del mio pensiero e della mia ispirazione. Oggi è molto difficile parlare di Marx perché pochi pensatori sono stati così manipolati, soprattutto da coloro che si definiscono marxisti. Dunque, soprattutto dai comunisti. In Russia non si conosce quasi Marx. (...) Del resto non può essere diversamente: perché in un sistema come quello russo, Marx deve essere ucciso per poter vivere.

Sono un socialista democratico. Ma questo concetto è talmente impreciso che non è sufficiente per definire una posizione politica. Sono per un 'umanesimo socialista', cioè per una società il cui scopo più alto è lo sviluppo ottimale dell'uomo e della sua libertà.

Penso politicamente: dico ciò che penso. E perciò non sono molto adatto alla politica.

Nell'uomo di Freud, credo si possa dire che l'uomo è senza amore. Nell'uomo di Freud l'amore non ha importanza, ma è sostituito dalla sessualità. Soltanto alla fine della sua vita, quando Freud parlò di istinto di morte e di vita, l'amore appare come una forza biologica e assume un ruolo nuovo e dà all'opera di Freud una nuova svolta e, direi, una nuova speranza. (...)

Considero Freud un genio. Perché con la scoperta dell'inconscio ha indicato allo spirito umano per molti secoli una nuova via: e cioè che quello che noi sappiamo non è necessariamente tutto ciò che già sappiamo. (...)

L'ideale di Marcuse era che l'uomo ridiventasse bambino. L'ideale per me è che l'uomo si sviluppi sino alla sua completezza, alla sua maturità più alta. (...)

L'uomo crede di volere la libertà. In realtà ne ha una grande paura. Perché la libertà lo obbliga a prendere decisioni. E le decisioni comportano rischi. E poi quali sono i criteri su cui può basare le sue decisioni? L'uomo è abituato a che gli si dica cosa deve pensare, anche se gli si dice che deve essere veramente convinto di ciò che pensa. Lui sa che è un trucco. (...) L'uomo sa che deve pensare ciò che è più utile al funzionamento della società esistente. (...) Certo può fare un po' di critica. Ma ciò deve essere limitato, perché non sia 'sabbia negli ingranaggi'. (...)

Scopo della società di oggi non è di realizzare l'uomo. Scopo della società è il profitto del capitale investito e, se si vuole aggiungere, anche il raggiungimento di condizioni più favorevoli all'uomo, o, se mai, meno sfavorevoli. Scopo della società contemporanea non è l'uomo. Ma il profitto: non inteso come avidità, ma inteso come massima economicità del sistema. Il profitto non è soprattutto espressione di uomini avidi. La cosa più importante è che il profitto costituisce il metro del comportamento razionale e giusto.  (...)

Diventare più umani o produrre di più? (...)

L'avere è il lavoro accumulato. L'essere è l'attività umana. Certo, non un'attività semplicemente tale: come portare delle pietre da un posto all'altro. Questa non è l'attività umana. (...)

La religione è nulla. Vivere religiosamente è tutto.» (...)

Se dovessi scommettere, non scommetterei nemmeno 5 marchi sul fatto che l'umanità possa sopravvivere. Per fortuna non si tratta di una scommessa: si tratta invece di credere e di sperare. Finché c'è vita credo e spero che le potenzialità presenti nell'uomo si manifesteranno. Ma ciò dipende soprattutto dal credere. da quanto ognuno sente in sé questa speranza. Da come la vive. Da come la condivide con gli altri. (...)

Credo che la cosa più importante sia il coraggio di essere se stessi. » (Erich Fromm, dal video)

http://it.wikipedia.org/wiki/Herbert_Marcuse


In Mixtura altri contributi di Erich Fromm qui

#MUSICHE & TESTI / Addio Lugano bella



Giorgio GABER (1939-2003), Enzo JANNACCI (1935-2013), 
Lino TOFFOLO (1934), Otello PROFAZIO (1935), Silverio PISU (1937-2004)
Addio Lugano bella, 1894, una storica interpretazione del 1964
testo di Pietro GORI (1865-1911)
anarchico, giornalista, avvocato, poeta, scrittore e compositore italiano


Addio Lugano bella 
o dolce terra pia
scacciati senza colpa 
gli anarchici van via
e partono cantando 
con la speranza in cor.
E partono cantando 
con la speranza in cor.

Ed è per voi sfruttati 
per voi lavoratori
che siamo ammanettati 
al par dei malfattori
eppur la nostra idea 
è solo idea d'amor.
Eppur la nostra idea 
è solo idea d'amor.

Anonimi compagni
amici che restate
le verità sociali 
da forti propagate
è questa la vendetta 
che noi vi domandiam.
E questa la vendetta 
che noi vi domandiam.

Ma tu che ci discacci 
con una vil menzogna
repubblica borghese 
un dì ne avrai vergogna
noi oggi t'accusiamo 
in faccia all'avvenir.
Noi oggi t'accusiamo 
in faccia all'avvenir.

Banditi senza tregua 
andrem di terra in terra
a predicar la pace 
ed a bandir la guerra
la pace per gli oppressi 
la guerra agli oppressor.
La pace per gli oppressi 
la guerra agli oppressor.

Elvezia il tuo governo 
schiavo d'altrui si rende
d'un popolo gagliardo 
le tradizioni offende
e insulta la leggenda 
del tuo Guglielmo Tell.
E insulta la leggenda 
del tuo Guglielmo Tell.

Addio cari compagni 
amici luganesi
addio bianche di neve 
montagne ticinesi
i cavalieri erranti 
son trascinati al nord.
E partono cantando 
con la speranza in cor.

giovedì 29 gennaio 2015

#VIGNETTE / Fricca, Natangelo, Altan, Ebert, Magnasciutti, Biani

Filippo FRICCA
blog 'rododentro', 23mag14

° ° °


NATANGELO
blog 'natangelo', 26gen15

° ° °


ALTAN
'L'espresso', 25dic14

° ° °

EBERT
blog ebert, 28gen15

° ° °


Fabio MAGNASCIUTTI
blog magnasciutti, 24gen15

° ° °


MauroBIANI
Giornata della Memoria, 'il manifesto', 28gen15

#CASI FORMATIVI #IMPRESA / La relazione Capo-Collaboratore (Taschini-Iovine)

Alberto Taschini, ingegnere, 55 anni, è responsabile della Direzione Organizzazione della Eurometal, un grande gruppo metallurgico italiano presente in più paesi europei.
Ha iniziato la sua carriera in linea, entrando in Eurometal come giovane laureato. Negli anni, dopo aver coperto varie posizioni tecniche, ha assunto ruoli gestionali crescenti, prima come capo di gruppi di operai, poi di professional e alla fine come responsabile di una unità produttiva di media importanza. Otto anni fa, in occasione di una vasta ristrutturazione seguìta a un’acquisizione di una azienda francese, tecnologicamente molto avanzata, è stato chiamato in staff al centro, prima come responsabile del servizio procedure e quindi come direttore dell’intera funzione Organizzazione.
Alberto Taschini ha una reputazione molto buona. E’ dotato di una intelligenza che sa analizzare in profondità e fare sintesi concettuali raffinate; ama pianificare le attività e controllare con pignoleria lo stato di avanzamento dei lavori, specie per quanto riguarda i suoi compiti individuali. Sul piano gestionale, qualche volta incontra problemi nelle relazioni interpersonali: è infatti giudicato un po’ troppo freddo e distante e tutti i collaboratori, tranne Roberto Vecchini con cui esiste un affiatamento di almeno una quindicina d’anni, temono il suo carattere, a tratti burbero e scontroso. In genere, comunque, gli vengono riconosciute capacità di impe-gnarsi per l’azienda e conoscenza dettagliata dei processi operativi.

Roberto Vecchini è alle soglie della pensione. Tra i due c’è un feeling sottile ma intenso, dovuto oltre che agli anni di lunga consuetudine, alla matrice culturale e professionale comune: Vecchini infatti non è ingegnere, ma il suo diploma di perito meccanico, unito alla sua notevole capacità autodidatta e alla sua spiccata propensione per i problemi tecnici e organizzativi, lo rendono la persona con la quale Taschini sente maggior affiatamento. E del resto, Taschini non dimentica che finora, quando ha dovuto affidarsi a qualcuno per affrontare problemi complessi, ha avuto successo anche grazie al suo prezioso contributo.

Il rammarico di Alberto Taschini è uno solo: di non essere riuscito a ottenere il passaggio a dirigente di Vecchini. Ormai la sua andata in pensione incombe, e questo traguardo non raggiunto - Taschini ne è consapevole -, costituisce per Vecchini una ferita aperta e bruciante.

Fra gli altri collaboratori di Alberto Taschini, tre hanno prestazioni adeguate ma non eccezionali, mentre due sembrano promettere bene.

Carlo Iovine è uno dei due potenziali: è entrato in azienda 5 anni fa come laureato in economia e ha avuto uno sviluppo professionale accelerato proprio in virtù delle sue qualità. Da 1 anno collabora con Alberto Taschini. E’ uno che impara in fretta e ha voglia di far carriera. Alberto Taschini condivide la valutazione positiva dei capi precedenti e del direttore del personale, Marco Ometti, anche se è meno entusiasta di loro: secondo lui, infatti, Carlo Iovine è un po’ troppo ambizioso e impaziente, e manca di metodo nell’affrontare i problemi. Comunque, è d’accordo sul fatto che bisogna ‘seguirlo’ e offrirgli opportunità di sviluppo.

Per questo, quando Gianni Fondini, il Direttore Tecnico, coinvolge la Direzione Organizzazione nel compito di normalizzare la tematica della Manutenzione, Alberto Taschini pensa subito a Carlo Iovine. 
Anche se non si nasconde qualche perplessità. «Sì», pensa, «per Iovine può essere un’occasione per misurarsi su un lavoro delicato, che richiede analisi fine e un approccio politico intelligente, ma Vecchini, proprio per questo, sarebbe la persona più indicata: assolverebbe l’incarico senza difficoltà e la certezza di un risultato ben fatto sarebbe assicurata». 
Poi, però, si ricorda di quanto la direzione generale, peraltro molto influenzata da Marco Ometti, il direttore delle risorse umane, sta proclamando da un po’ di tempo: «Ricordiamoci che bisogna svecchiare, fare largo ai giovani, far crescere le persone, abbassare l’età media aziendale…»

Alberto Taschini incontra Carlo Iovine in ufficio.

Gli parla a lungo, illustrandogli il compito richiesto dalla Direzione Tecnica. Sottolinea più volte che si tratta di un progetto molto delicato, che va affrontato con precisione assoluta. Gli descrive il processo della manutenzione, i rapporti interfunzionali e con le aziende esterne. E’ molto pignolo, e sommerge il collaboratore di dettagli, entrando nei particolari più minuti. 
Carlo Iovine è un po’ disorientato, e anche infastidito dalla mole di informazioni che gli vengono versate addosso: annuisce più volte, non vedendo l’ora che il fiume di parole del capo finisca. 
Si lasciano con l’accordo che Carlo Iovine sottoporrà ad Alberto Taschini una bozza della procedura due giorni prima della consegna definitiva al Direttore Tecnico.

Carlo Iovine lascia trascorrere il tempo. E’ preso da un’infinità di lavori, uno più urgente dell’altro. Fa le ore piccole da settimane e pensa che prima o poi dovrà parlare con il suo capo perché così non può andare avanti. Anche se immagina la risposta: «Lei deve imparare a fissare le priorità, deve pianificare gli impegni, distinguere tra l’urgenza e l’importanza…».

Tre giorni prima della riunione programmata con Alberto Taschini per la consegna della bozza di procedura, Carlo Iovine si rende conto che non può rimandare oltre. E si mette a lavorare sul progetto Manutenzione.
Subito scopre che la cosa non è così semplice come poteva apparire: ci sono complicazioni impreviste. Alcuni suggerimenti di Alberto Taschini, trasmessigli durante quell’incontro interminabile di assegnazione dell’incarico, non sono applicabili. E poi, la questione non è puramente procedural-organizzativa, ma politica: bisogna muoversi sul filo di un rasoio, perché in ballo c’è tutto un gioco di equilibri fra Esercizio e Manutenzione. 

Alla fine, Carlo Iovine si accorge che su alcune cose non ha ricevuto direttive e su altre manca di informazioni più strategiche. 

Si sente disorientato e ha un momento di crisi: al punto che pensa di rivolgersi a Vecchini. 
«Certamente lui, con la sua esperienza, potrebbe darmi una mano». Poi scaccia l’idea: non vuole fare la figura di chi deve chiedere aiuto. Per giunta, a Vecchini: col quale non ha mai legato moltissimo. Se mai potrebbe sentire Alberto Taschini. Che però, proprio in quei giorni, è via per una riunione total immersion con il vertice aziendale. Ha provato a cercarlo più volte sul telefonino, ma poi ha desistito: sempre staccato. Del resto, ha pensato, «avrà senz’altro visto le mie chiamate e se non si fa vivo significa che non ha tempo. O che non vuole essere disturbato da me…».

Carlo Iovine, quindi, decide di andare avanti da solo. Cerca di utilizzare al massimo tutte le indicazioni ricevute e per quelle mancanti si assume la responsabilità di fare scelte sue: sapendo che talune soluzioni organizzative avrebbero avuto impatto politico nei rapporti interfunzionali tra la Manutenzione e le sue interfacce.

Il lavoro viene terminato sul filo di lana. 
Alberto Taschini, al rientro dalla lunga riunione con il top management, trova sulla scrivania la bozza della procedura elaborata. E subito, dopo aver fatto un cenno telefonico al Direttore Tecnico per informarlo del lavoro compiuto da Iovine, si immerge nella lettura.
Gianni Fondini raggiunge Alberto Taschini nel suo ufficio mentre ancora sta leggendo il documento. E la lettura, a questo punto, prosegue a due.
Al termine, Gianni Fondini è irritato. 
Nonostante l’amicizia che lega i due, non fa mistero del suo profondo disaccordo. «Questo tuo Iovine, caro Alberto, non ha capito proprio niente. Sarà anche una promessa, come dicono alcuni, ma qui ha fatto flop. Pesantemente. Dico io: ma come si fa a elaborare una procedura come questa? Vuol dire non capire nulla di organizzazione. Tutto il potere resta in mano all’Esercizio… E la Manutenzione? Voglio proprio vedere, in base a questa procedura, come fa la Manutenzione a programmare le fermate…».
Alberto Taschini tenta di ribattere, anche se è evidente che non è convinto della difesa  che sta cercando di opporre. «Be’, almeno dal punto di vista economico, però…». 
Il collega non lo lascia terminare. 
«Dal punto di vista economico, dici? Senti, Alberto, non dirmi che puoi davvero essere d’accordo con la linea espressa in questa procedura… Lo sai benissimo: quando si tratta di valutare l’impatto economico sul costo del prodotto non dobbiamo limitarci a risparmiare due euro sui contratti con le ditte esterne o con il materiale di consumo. Dobbiamo vedere le cose nel tempo, in funzione del mantenimento degli impianti…».

Gianni Fondini si alza e va verso la porta. 
«Guarda, Alberto, è inutile girarci attorno. Questa procedura è indifendibile. E lo sai benissimo. Va solo buttata. E bisogna riprendere tutto daccapo. Allora, fai un po’ tu. O ti metti tu a riscriverla, oppure la dai in mano a Vecchini. Almeno, prima che se ne vada in pensione, può lasciarci con un altro dei suoi lavori ben fatti. Tieni solo presente che c’è anche una certa urgenza. A maggior ragione a questo punto, dopo che abbiamo perso un mese con il lavoro inutile del tuo amico Iovine…».

Ad Alberto Taschini non resta che chiamare Vecchini e affidargli il lavoro.

A mensa, Carlo Iovine incrocia il suo capo. Ha la faccia scura, quasi non lo saluta. Teme di aver capito che qualcosa non funziona. Ripensa alla bozza di procedura che gli ha lasciato sulla scrivania stamattina. Si fa coraggio e domanda: «Ci sono problemi, ingegnere?».

Alberto Taschini risponde seccato: «Ne parliamo dopo. La aspetto da me alle 14.00».

Il colloquio è molto duro.

Taschini:
Abbiamo fatto una bella figuraccia con il Direttore Tecnico. Ho letto la sua procedura insieme con lui. Non funziona. Non funziona proprio. Pensavo di potermi fidare di lei, credevo che lei fosse in grado di calarsi nello spirito delle mie direttive. Avevo fatto tutto il possibile perché questo avvenisse. Mi pareva di averle passato in-formazioni chiare ed esaurienti. Le avevo illustrato tutto quello che doveva sapere per fare un buon lavoro. D’accordo, non ha quindici anni di esperienza, ma ormai i problemi di una fonderia dovrebbe averli imparati…
Iovine:
Mi scusi, io veramente quella procedura la consideravo ancora una bozza… Pensavo che se la guardasse lei per conto suo e che poi, insieme, la potessimo commentare. Anche per farci degli aggiustamenti… Mi sta dicendo invece che l’ingegner Fondini l’ha già letta…?
Taschini:
Questo non c’entra nulla, Iovine. Lasci stare chi l’ha letta. Se l’ho letta da solo o con altri. Il fatto è che quel lavoro è da buttare. Adesso Vecchini dovrà ricominciare tutto da capo…
Iovine:
Ma io non ho fatto altro che applicare quanto lei mi aveva indicato…
Taschini:
Non mi pare. E comunque evidentemente non c’è riuscito. Mi sembra evidente che non ha compreso le finalità di questa procedura. Se le mancavano delle informazioni, doveva andare a cercarsele. Ci sono, basta saperle trovare: chiedere, guardare, ascoltare. Qui in azienda continuiamo a ripetere che lei è una persona con potenzialità. Avere potenzialità vuol dire avere iniziativa, essere autonomi…
Iovine:
Certo. Ma vuol dire anche poter essere messi in grado di operare.
Taschini:
Durante il nostro incontro in cui le ho assegnato il progetto, le ho il-lustrato il processo in lungo e in largo... L’ho riempita di informazioni… Gli strumenti per agire in autonomia li aveva tutti.
Iovine:
Già, forse le informazioni erano troppe. Le confesso che dopo un po’ non capivo più nulla…
Taschini:
Poteva dirmelo. Invece continuava ad annuire. Bastava che lei mi chiedesse e io le avrei risolto ogni dubbio… Io ho terminato la riunione con la convinzione che lei non avesse problemi. Comunque, troppo comodo, adesso, accampare scuse…
Iovine:
Mi sono reso conto dopo, quando mi sono messo a lavorare, che non avevo tutti i dati che mi servivano. Lei mi ha chiesto di razionalizzare tutta una serie di operazioni che io non padroneggio. Senz’altro lei conosce questa azienda e i suoi processi a occhi chiusi, ma non tutti sono come lei. A me mancano certe conoscenze e non so valutare tutte le implicazioni gestionali. Avrei dovuto chiedere, lei dice. Sì, avrei potuto coinvolgere Vecchini. Però è anche vero che non è facile chiedere a uno che ti tratta come uno studentello in stage…
Taschini:
Senta Iovine, adesso non mi dica che la colpa è di Vecchini. E poi in azienda le informazioni che le servivano le poteva cercare anche altrove. Per esempio, bastava che lei coinvolgesse il direttore tecnico, i responsabili delle unità produttive, le funzioni interessate… E poi, perché non mi ha detto che aveva dei problemi?
Iovine:
L’ho cercata sul telefonino. Ma era via per la riunione di vertice. E con lei alla riunione c’era pure l’ingegner Fondini.
Taschini:
Ma questo è successo negli ultimi due giorni. Non mi dirà che da quando ci siamo visti per definire il progetto, lei si è messo a lavorare sulla procedura solo in quest’ultima settimana. E proprio quando io e Fondini non c’eravamo…
Iovine:
Forse lei non se n’è accorto, ingegnere, ma io da almeno tre mesi lavoro dalle otto di mattina alle otto di sera, tutti i giorni della settimana. E ogni tanto, faccio un salto in ufficio anche il sabato mattina. Non ce la faccio più a continuare così. E poi, mi scusi se glielo dico con franchezza: ma mi sembra che qui valga la solita massima: quando le cose vanno bene, tutto normale. Appena qualcosa non va, subito si viene condannati. E non ci si sforza di capire la causa delle cose che non vanno…

° ° °

Spunti per la riflessione
(1) - Come valutare il comportamento del Capo (Alberto Taschini)?
(2) - Come valutare il comportamento del Collaboratore (Carlo Iovine)?
(3) - Cosa potrebbero fare Capo e Collaboratore per migliorare la qualità della loro relazione?
(4) - Analogie/differenze con la specifica realtà di lavoro di chi legge?

***  Massimo Ferrario, Dia-Logos, 2010 - Rielaborazione di un documento di autore anonimo. Materiale usato per discutere temi di comportamento organizzativo in corsi di formazione per manager e professional. - Riproduzione consentita citando autore e fonte.

#MUSICHE & TESTI / Eppure il vento soffia ancora



Pierangelo BERTOLI, 1942-2002, cantautore
Eppure il vento soffia ancora, 1975
live, video, 2min47


E l'acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi 
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi 
uccelli che volano a stento malati di morte 
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte 

un'isola intera ha trovato nel mare una tomba 
il falso progresso ha voluto provare una bomba 
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita 
invece le porta la morte perché è radioattiva 

Eppure il vento soffia ancora 
spruzza l'acqua alle navi sulla prora 
e sussurra canzoni tra le foglie 
bacia i fiori li bacia e non li coglie 

Un giorno il denaro ha scoperto la guerra mondiale 
ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale 
ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario 
e tutta la terra si è avvolta di un nero sudario 

e presto la chiave nascosta di nuovi segreti 
così copriranno di fango persino i pianeti 
vorranno inquinare le stelle la guerra tra i soli 
i crimini contro la vita li chiamano errori 

Eppure il vento soffia ancora 
spruzza l'acqua alle navi sulla prora 
e sussurra canzoni tra le foglie 
bacia i fiori li bacia e non li coglie 

eppure sfiora le campagne 
accarezza sui fianchi le montagne 
e scompiglia le donne fra i capelli 
corre a gara in volo con gli uccelli 

Eppure il vento soffia ancora!!!

#POETI RECITATI / Jorge Luis Borges, Elogio dell'ombra (lettura di L. M. Corsanico)



Jorge Luis BORGES, 1899-1986
scrittore, poeta, saggista, traduttore argentino
Elogio dell'ombra, da Jorge Luis Borges, Elogio dell'ombra, 1969,
Einaudi, 1971-2007
lettura e video di Luigi Maria Corsanico, cileno
video, 4min17


La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno)
può essere il tempo della nostra felicità.
L'animale è morto o è quasi morto.
Rimangono l'uomo e la sua anima.
Vivo tra forme luminose e vaghe
che non sono ancora le tenebre.
Buenos Aires,
che prima si lacerava in suburbi
verso la pianura incessante,
è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro,
le sfocate case dell'Once
e le precarie e vecchie case
che chiamiamo ancora il Sur.
Nella mia vita sono sempre state troppe le cose;
Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare;
il tempo è stato il mio Democrito.
Questa penombra è lenta e non fa male;
scorre per un mite pendio
e assomiglia all'eternità.
I miei amici non hanno volto,
le donne sono quel che erano molti anni fa,
gli incroci delle strade potrebbero essere altri,
non ci sono lettere sulle pagine dei libri.
Tutto questo dovrebbe intimorirmi,
ma è una dolcezza, un ritomo.
Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra
ne avrò letti solo alcuni,
quelli che continuo a leggere nella memoria,
a leggere e a trasformare.
Dal Sud, dall'Est, dall'Ovest, dal Nord,
convergono i cammini che mi hanno portato
nel mio segreto centro.
Quei cammini furono echi e passi,
donne, uomini, agonie, resurrezioni,
giorni e notti,
dormiveglia e sogni,
ogni infimo istante dello ieri
e di tutti gli ieri del mondo,
la ferma spada del danese e la luna del persiano,
gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole,
Emerson e la neve e tante cose.
Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro,
alla mia algebra, alla mia chiave,
al mio specchio.
Presto saprò chi sono.

#VIDEO / I segreti della mente (Vittorino Andreoli)


Vittorino ANDREOLI, 1940
medico psichiatra, saggista, scrittore
http://it.wikipedia.org/wiki/Vittorino_Andreoli
I segreti della mente
Torino, 6 febbraio 2014
da 'Giovedì Scienza', 28^ edizione, coordinamento di Piero Bianucci
video, 1h38min54


L'introduzione è un accenno alla storia degli ultimi 50 anni di studi sul cervello. 
Dall'immagine del cervello come 'cristallo' immodificabile all'immagine della sua 'plasticità': dalla idea che i 'matti' possono solo essere 'custoditi' e non curati, perché la malattia del cervello è incurabile, all'idea che si possa intervenire sul cervello per modificare, e quindi 'curare'. 
Un intervento di alta divulgazione scientifica, ma proposto in modo semplice, colloquiale, invitante: appassionato e ricco di esemplificazioni. 
Una 'lezione' fondamentale, che prende spunto dal 'cervello' per far riflettere sul mondo: su come viviamo e come potremmo vivere meglio.
Su cos'è normalità e cosa è follia.
Su come possiamo prevenire i 'sintomi' se sappiamo osservare con intelligenza i 'segni' di chi ci  sta accanto.
Sulla 'qualità' della società che abbiamo costruito.
Sui valori e i disvalori che la caratterizzano.
Sul nostro rapporto con i figli e i giovani in generale.
Un video da non perdere. 
Anche nella sua mezz'ora finale: di dibattito con il pubblico.
Per acquisire nuove utili conoscenze. O per riconfermarne altre. (mf)

«Come fa un disonesto a educare un figlio all'onestà»? (Vittorino Andreoli, dal video)


In Mixtura altri contributi di Vittorino Andreoli qui

mercoledì 28 gennaio 2015

#ILLUSIONI OTTICHE / Teschio o ragazza allo specchio?


Teschio o ragazza allo specchio?
(da ark mf)

#SGUARDI POIETICI / Una preghiera

Rifiutati di cadere.
Se non puoi rifiutarti di cadere,
rifiutati di restare a terra. 
Se non puoi rifiutarti di restare a terra,
leva il tuo cuore verso il cielo,
e come un accattone affamato, 
chiedi che venga riempito, 
e sarà riempito. 
Puoi essere spinto giù.
Ti può essere impedito di risollevarti.
Ma nessuno può impedirti 
di levare il tuo cuore 
verso il cielo –
soltanto tu. 
E’ nel pieno della sofferenza
che tanto si fa chiaro.
Colui che dice che nulla di buono 
da ciò venne, 
ancora non ascolta.

*** Clarissa Pinkola ESTÉS, 1945, scrittrice, poetessa e psicoanalista statunitense di matrice junghiana, autrice di Donne che corrono coi lupi, 1992, Frassinelli, 1993, Una preghiera, traduzione di Maura Pizzorno, da Il giardiniere dell’anima, 1995, Frassinelli, Milano, 1996.

#FAVOLE & RACCONTI / La paura di Piccolo Uomo

Il sole se n’era andato di colpo, il vento aveva raccolto in un attimo sulla montagna nuvole nere gonfie di pioggia, e subito aveva cominciato a tuonare e lampeggiare. Poi, si era scatenato l’iradiddio. La luce livida delle saette squarciava il cielo in un susseguirsi di guizzi che sembravano non avere fine. 
Piccolo Uomo, raggomitolato vicino alla parete della capanna, si teneva le orecchie tappate, la faccia e gli occhi nascosti nelle ginocchia: non ricordava di avere mai avuto tanta paura.
Grande Vecchio, abbandonato sulla poltrona, fumava la pipa e lo osservava con un sorriso di tenerezza.
Poi, come d’incanto, i lampi e i tuoni cessarono e si sentì solo la pioggia battente, violenta come fosse grandine, che si rovesciava sulle piante e sul tetto della capanna, con il vento che sibilava spazzando il pianoro e infilandosi nei viottoli dei boschi.
La luce della candela tremolava, a riprova dei numerosi spifferi che circondavano le due finestre della stanza. Finché una folata di vento fece piombare la camera al buio. A Piccolo Uomo scappò un gridolino: Grande Vecchio si alzò, riaccese con calma la candela e mentre riprendeva il suo posto fece cenno a Piccolo Uomo, se lo desiderava, di avvicinarsi. Lui evidentemente non aspettava altro: gattonando, si rannicchiò accanto alla poltrona e gli abbracciò le gambe, immobilizzandosi.
Rimasero ambedue così, senza parlare, per un quarto d’ora. Poi, il frastuono della pioggia e il sibilo del vento cedettero e all’interno della stanza fu silenzio. Piccolo Uomo, lentamente, si staccò dalla poltrona di Grande Vecchio, togliendogli le braccia attorno alle gambe: aveva gli occhi bassi mentre si rialzava e cercava l’angolo opposto della stanza. Grande Vecchio se ne accorse, ma non fece domande, aspettando che fosse lui a parlare.
Infatti Piccolo Uomo si decise. E si confidò.
«Ti ammiro, Grande Vecchio. Un giorno sarò mai come te?».
«Come vorresti essere, Piccolo Uomo?».
«Non dirmi che non hai visto, Grande Vecchio.».
«Hai avuto paura. E’ questo che vuoi dire?».
Piccolo Uomo lasciò passare qualche secondo prima di sospirare.
«Sì.».
«Anch’io, Piccolo Uomo.».
«Tu hai avuto paura, Grande Vecchio?» 
«Certo. Sembrava un inferno. La natura è vita, ma anche morte; bellezza, ma anche tragedia. E l’uomo è piccola cosa di fronte a essa, specie quando si scatena con tutte le sue forze.».
«Io però non mi sono accorto della tua paura.».
«Forse, a un certo punto, se n’era andata via.».
«L’hai scacciata: anch’io avrei voluto, ma non ci sono riuscito. Continuavo a dirmi che non dovevo aver paura, che era sciocco averla, e invece…». 
«Capita a molti, Piccolo Uomo. E soprattutto agli adulti, contrariamente a ciò che pensano i bambini.».
Piccolo Uomo rimase zitto, rimuginando fra sé. Grande Vecchio immaginava che sarebbe arrivata la domanda.
«Ma tu, Grande Vecchio, come hai fatto a farla andar via, la tua paura?».
«Una volta non riuscivo, poi ho imparato.».
«E’ difficile?».
«Ora meno. Forse potrà cominciare ad accadere anche a te, la prossima volta».
«Basterà che dica alla mia paura di andarsene?».
«No, questo non basterà. Anzi».
«E allora cosa dovrò fare?».
«Accettarla: se non la rifiuterai, sarà più facile che lei stessa ti lasci».

*** © Massimo Ferrario, 2001 - Anche in 'Mixtura 2002', a cura di M. Ferrario, Dia-Logos, Milano, dicembre 2001. 
Anche in 'tiraccontounafiaba.it', 22 gennaio 2015, http://bit.ly/1zZGXr4 



#LIBRI PIACIUTI / La tentazione di essere felici

Lorenzo MARONE, La tentazione di essere felici, Longanesi, 2015
pagg. 268, € 14,00, ebook € 9,90

Un vecchio solo, vedovo da anni. Ruvido, burbero, egoista. Ma sicuramente meno burbero, ruvido e egoista di quanto lui stesso voglia (far) credere.

Attorno, alcuni condomini, impagabili nelle loro caratterizzazioni. Una anziana gattara, con l'appartamento sempre più invaso da gatti sottratti alla strada; l'amico di una vita, più che ottantenne, che si è rinchiuso in casa lasciandosi pigramente sopravvivere; una giovane donna, che si scopre essere malmenata dal marito e con la quale il vecchio si lascia trascinare in una dolce e timida relazione paterna nel tentativo di prestarle un aiuto che lei rifiuta. 

Poi, i figli del protagonista: lui gay e lei in crisi matrimoniale. Un po' distanti e scontrosi, ma ambedue, a modo loro, legati al padre da un rapporto intenso, assai più profondo di quanto sembri a loro due e al padre stesso.

E infine, un legame che cresce sempre più tenero e complice con una attempata prostituta, conosciuta dal vecchio in passato quando lei l'ha accudito come infermiera.

Una storia scritta in modo mirabile. Con partecipazione e affetto. E, qua è là, con pennellate di poesia, che si alternano a riflessioni generali sulla vita, mai noiose e pesanti, talvolta ironiche e leggere, e spesso risonanti nell'esperienza di chi legge.

Una vicenda coinvolgente, seguita passo passo con uno sguardo psicologico accurato, acuto, caldo. Senza mai cadute retoriche, ma a tratti capace di commuovere.

Accade che a un certo punto ti immagini anche tu condomino. E ti verrebbe voglia di farti invitare a casa del vecchio. Solleticato dalla sua 'burberità'. E in fondo conquistato dalla sua simpatia. Dal suo carattere problematico e contorto. Ma nella sostanza meno intricato e comunque certo più umano di quanto appaia. (mf)


#VIDEO #PSY / La solitudine dell'anima


Eugenio BORGNA, 1930, psichiatra di matrice fenomenologica
Corrado AUGIAS, 1935, giornalista, saggista, scrittore
La solitudine dell'anima, conversazione con C. Augias
RaiTre, "Le storie. Diario italiano", 7 aprile 2011
video, 24min14

Una conversazione 'intensa' sul tema della solitudine.
Profondo, come sempre, Eugenio Borgna, ben coordinato e stimolato da Corrado Augias.
La conferma che la televisione può essere non solo futilità o, peggio, 'spazzatura'. (mf) 

Libro di riferimento:
* Eugenio Borgna, La solitudine dell'anima, Feltrinelli, 2011

La solitudine è una condizione ineliminabile dalla vita: e in essa si riflettono desideri di riflessione e di contemplazione, di tristezza e di angoscia, di silenzio e di preghiera, di attesa e di speranza." La solitudine interiore, la solitudine creatrice, e la solitudine dolorosa, la solitudine-isolamento, sono i due aspetti tematici con cui si manifesta nella nostra vita l'esperienza radicale della solitudine. Questo libro si confronta con i modi con cui l'una e l'altra forma di solitudine si intrecciano, e si separano, nella vita di ogni giorno, nelle esperienze del dolore e della paura, della felicità perduta e della vita mistica; ma anche nelle aree delle esperienze poetiche, della sofferenza psichica, della malattia e del mistero del vivere, e del morire. (dalla presentazione del libro) 

° ° °
Tutti i libri del professor Eugenio Borgna, psichiatra di fama internazionale, hanno indagato il mistero della sofferenza umana, nei vari aspetti della malattia psichica:dalla schizofrenia all'ansia, dalla malinconia alla depressione; ma sempre con cuore attento ad ogni vibrazione dell'anima e della mente umana: quindi anche alle emozioni, alle attese, alle speranze che nutrono il vivere quotidiano delle persone, sane o malate che siano.
In quest'ultima opera,è l'universo sconfinato delle varie solitudini che viene affrontato, anche con l'ausilio di apporti culturali diversi, che sconfinano nella filosofia, nella religione, nel cinema e nella musica, nella letteratura, citando nomi eccelsi di intellettuali che hanno esplorato più le intermittenze del cuore che le diverse forme della razionalità.
La solitudine è cosa ben diversa dall'isolamento, che Eugenio Borgna definisce "come solitudine negativa, in cui si è chiusi in se stessi, perduti al mondo e alla trascendenza nel mondo".
Mentre la solitudine arricchente, come il silenzio,"è esperienza interiore che ci aiuta a vivere meglio la nostra vita di ogni giorno..in essa avvertiamo l'importanza della riflessione e della meditazione,della sensibilità e della carità, delle attese e della speranza, della contemplazione e della preghiera.
"Quali sono invece le cause che inducono a isolarsi, a chiudersi in "una prigione senza porte"?
Borgna ne elenca molte: "la malattia depressiva, la mancanza o la perdita di persone amate, la dissolvenza di ruoli sociali significativi... ma anche la nostra indifferenza e la nostra noncuranza, la nostra desertificazione emozionale, il nostro rifiuto dell'amore. E ancora il dolore fisico, le crisi di fede, la timidezza, i sensi di colpa,  l'acutizzarsi di conflitti sociali, l'angoscia".
Nell'esplorare i più diversi percorsi umani, dalla mistica alla ricerca della felicità perduta, dall'immaginazione poetica al baratro della malattia e della morte, Borgna arriva infine a dare della solitudine una visione positiva e salvifica. (Alida Airaghi, poetessa, recensione al libro, Ibs, http://bit.ly/1C5mzIx)

martedì 27 gennaio 2015

#VIDEO #POLITICA # RITAGLI / Antonio Gramsci: "Odio gli indifferenti"




Diego FUSARO, 1983, filosofo e saggista 
ricercatore al'università San Raffaele Vita-Salute
Intervento su: Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti, 
Ritratti d'autore, Misano Adriatico, 7 marzo 2014
video, 1h44min23

In apertura (per una decina di minuti), viene presentato il progetto di Ritratti d'autore di cui questo intervento è il primo della serie.
E l'ultima mezz'ora del video registra un breve scambio con il pubblico.
L'intervento di Diego Fusaro è dunque di un'ora scarsa.

Per chi voglia ricordare, o conoscere, almeno in parte il cuore centrale del pensiero di Antonio Gramsci (1891-1937, politico, filosofo, comunista, incarcerato dal fascismo e morto in seguito alla prigionia), la relazione di Diego Fusaro è quanto mai stimolante.
Il testo da cui prende avvio il giovane filosofo, sempre dissonante rispetto al coro del pensiero dominante, è tratto da 'La città futura', dell'11 febbraio 1917, intitolato Odio gli indifferenti (l'ho riportato qui sotto). 
Si tratta di un discorso lungo, ma chiaro, appassionato, facilmente seguibile, ben argomentato.
Che viene riferito costantemente all'oggi e all'accettazione supina e fatalistica con cui il presente, e i valori oggi prevalenti incarnati nel modello liberal-capitalista, si pone addirittura come stato ovvio: naturale e oggettivo.
Il linguaggio è ricco e suggestivo. 
Unico limite, a mio avviso, in alcuni momenti una certa ridondanza: che se precisa meglio concetti, valori e critiche scolpendo talune convinzioni 'forti' sia di Gramsci che del relatore, talvolta pare eccedere. Credo che un maggior 'controllo' nello sviluppo, comunque affascinante, dei contenuti esposti, avrebbe giovato.

Segnalo il momento del dibattito finale. Perché Diego Fusaro, sganciandosi dal commento a Gramsci, ha modo di affermare la sua personale visione politico-filosofica, anche in contrasto con i pensatori più noti e accreditati del 900 (ad esempio, Popper, Hannah Arendt, Bobbio...). In particolare, in risposta a una domanda, interessante la precisazione della sua 'collocazione' politica: al di fuori dalla coppia antifascismo-anticomunismo. Una polarità, lui dice, 'comoda' e strumentalmente alimentata dal potere dominante proprio per far dimenticare il vero nemico di oggi: che è il capitalismo (mf)

° ° °
«Laddove domina l'indifferenza la storia cessa di essere tale e diventa 'natura'. L'indifferenza è un grande motore della storia. Perché lascia che le cose restino come sono. »(Diego Fusaro, dal video)

Libro di riferimento (in uscita):
* Diego Fusaro, Antonio Gramsci, Feltrinelli, 2015

° ° °

« Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione [...] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini » (Antonio Gramsci, lettera alla madre, 10 maggio 1928)

° ° ° 
Riporto qui sotto il testo di Antonio Gramsci commentato da Diego Fusaro:

« Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani» (*). Non possono esistere i solamente ‘uomini’, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. 
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica. 
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun con-trollo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. 
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti. » 

*** Antonio GRAMSCI, 1891-1937, filosofo e leader politico, Indifferenti, ‘La Città Futura’, numero unico, 11 febbraio 1917, riprodotto da http://www.antoniogramsci.com.
(*) Cfr. Friedrich Hebbel, Diario, Carabba, Lanciano 1912 (‘Cultura dell’anima’), p. 82: «Vivere significa esser partigiani», riflessione n. 2127). 

#SGUARDI POIETICI / Colloquio con un sopravvissuto

Che cosa hai fatto allora che non 
avresti dovuto fare?
«Nulla»

Che cosa non hai fatto che avresti 
dovuto fare? «Questo e quello questo e 
quell’altro:
Qualcosa»

Perché non l’hai fatto? «Perché avevo 
paura» Perché avevi paura? «Perché non 
volevo morire»

Qualcun altro è morto perché tu non 
volevi morire? «Credo di si»

Hai ancora qualcosa da dire
su quel che non hai fatto?
«Si: Chiederti
che cosa avresti fatto tu al mio posto »

Non lo so
e non posso giudicarti
So soltanto una cosa:
Domani nessuno di noi 
vivrà
se anche oggi
non faremo nulla

*** Erich FRIED, 1921-1988, poeta austriaco, Colloquio con un sopravvissuto, da Erich Fried, E’ quel che è, traduzione di Andrea Casalegno, 1983, Einaudi, Torino, 1988.
Anche in 'losguardopoIetico', 80, 5mag13, http://twl.sh/128pdrt

#LIBRI PIACIUTI / La verità e altre bugie

Sacha ARANGO, La verità  altre bugie, pagine 248, Marsilio, 2015, € 17.00, ebook € 9,99

Francamente, 'capolavoro', come certa critica pare l'abbia definito, mi sembra eccessivo.
Io mi limito a considerarlo un romanzo che ti cattura per la 'tonalità criminale' che lo percorre e per la qualità di una storia ben costruita e raccontata con tensione continua.

La trama vede al centro una figura cupa: che sa mescolare, con maestria e freddezza, verità e bugie, in un gioco sottile e cinico che non ha remore.
Il passato del protagonista si intuisce misterioso e il presente, svelato nelle prime pagine, è uno spiacevole triangolo amoroso, che gli sta regalando un figlio, inatteso, dall'amante.
Lui commette un errore irreparabile ed è da qui che parte tutta la vicenda: abilmente condotta sul filo del nascondimento della verità e della elaborazione di menzogne.

Scrittura agile, scorrevole, precisa. Che rivela intelligenza nell'intrecciare i fatti e nel solleticare il lettore. Che si fa solleticare: ricavandone un piacevole svago.
Niente di più. E niente di meno. (mf)


#VIDEO #POLITICA / Dio e Democrazia



Paolo FLORES D'ARCAIS, 1944, filosofo, saggista, direttore di 'MicroMega'
Dio e Democrazia, intervento a 'L'Europa dopo l'Europa', 6-9 giugno 2013
video, 5min14

«Dio è compatibile con la democrazia?
Questa è la questione fondamentale. Che si ha pudore a porre. E invece io credo vada posta. La risposta non può essere un semplice sì. Perché molto spesso Dio è incompatibile con la democrazia.» (Paolo Flores d'Atcais, dal video)

Paolo Flores d'Arcais è filosofo sicuramente fuori dal coro. 
Con lui si può essere più o meno d'accordo, ma non c'è dubbio che il suo pensiero sia acuto, preciso, stimolante, non facilmente 'scantonabile'.
Anche le sue posizioni politiche, dure e intransigenti, da anni argomentate sulla rivista che dirige ('MicroMega'), possono infastidire, ma sono, a mio avviso, aria pura nel contesto mefitico in cui siamo immersi.
C'è bisogno di pensieri che pensino. E ci facciano pensare.
I pensieri che confermano le nostre convinzioni sono rassicuranti. Ma non ci fanno pensare. Spesso neppure sono pensieri. 
E forse proprio per questo ci piacciono. 
E forse proprio per questo Paolo Flores d'Arcais è inviso alla maggioranza di 'intellettuali' e politologi. (mf)

Libro di riferimento:
* Paolo Flores d'Arcais, «La democrazia ha bisogno di Dio» (Falso!), Laterza 2013 

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A chi appartiene la tua vita? A Dio, risponderà qualcuno, ma è una risposta che non può avere forza di legge: può governare le scelte del credente, non del cittadino scettico e dell'ateo. E a quale Dio, del resto? Il Dio cristiano dei valdesi, in determinate circostanze, ammette l'eutanasia. A parlare in nome di un Dio è sempre un uomo, infatti. Dunque, la tua vita appartiene a te, oppure a un altro uomo. Ma in questo caso sarebbe schiavitù. Poiché la tua vita appartiene a te, solo a te spetta decidere quando e come porvi fine. È un diritto personale inalienabile, che fonda ogni altro diritto e senza il quale ogni altro diritto può essere revocato in dubbio. (Paolo Flores d'Arcais, citato in Quel peccato è un nostro diritto, a cura di Nicola Nosengo, Cinzia Sciuto, Tiziana Moriconi e Roberta Pizzolante, L'espresso, n. 39, anno LII, 5 ottobre 2006)

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Se la filosofia è, in obbedienza alla sua etimologia, amore per la sapienza, passione per il sapere accertabile, dunque critica di ogni superstizione, di ogni pensiero magico, di ogni 'religio' semplicemente tramandata, insomma attività di dis-incantamento, allora l'ateismo dovrebbe essere, già da molto tempo, l'orizzonte "normale" e addirittura ovvio della filosofia. (Paolo Flores d'Arcais, da Atei o credenti?, con Michel Onfray e Gianni Vattimo, Fazi Editore, Roma, 2007, p. 3)

#EXLIBRIS / Birkenau, «io sono l'ultimo» (Primo Levi)

Oggi, 27 gennaio 2015, è la Giornata della Memoria. 
Forse, più che nuove parole celebrative, è importante ricordare parole già dette. 
E se sono dette da un grande testimone-scrittore come Primo Levi, possono bastare.
Importante è leggerle. 
E rileggerle. 
Possibilmente non solo nella Giornata della Memoria. (mf)


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Il mese scorso, uno dei crematori di Birkenau è stato fatto saltare. Nessuno di noi sa (e forse nessuno saprà mai) come esattamente l’impresa sia stata compiuta: si parla del Sonderkommando, del Kommando Speciale addetto alle camere a gas e ai forni, che viene esso stesso periodicamente sterminato, e che viene tenuto scrupolosamente segregato dal resto del campo. Resta il fatto che a Birkenau qualche centinaio di uomini, di schiavi inermi e spossati come noi, hanno trovato in se stessi la forza di agire, di maturare i frutti del loro odio.

L’uomo che morrà oggi davanti a noi ha preso parte in qualche modo alla rivolta. Si dice che avesse relazioni cogli insorti di Birkenau, che abbia portato armi nel nostro campo, che stesse tramando un ammutinamento simultaneo anche tra noi. Morrà oggi sotto i nostri occhi: e forse i tedeschi non comprenderanno che la morte solitaria, la morte di uomo che gli è stata riservata, gli frutterà gloria e non infamia. 

Quando finì il discorso del tedesco, che nessuno poté intendere, di nuovo si levò la prima voce rauca: – Habt ihr verstanden? – (Avete capito?). 

Chi rispose «Jawohl»? Tutti e nessuno: fu come se la nostra maledetta rassegnazione prendesse corpo di per sé, si facesse voce collettivamente al di sopra dei nostri capi. Ma tutti udirono il grido del morente, esso penetrò le grosse antiche barriere di inerzia e di remissione, percosse il centro vivo dell’uomo in ciascuno di noi: – Kameraden, ich bin der Letzte! – (Compagni, io sono l’ultimo!). 

Vorrei poter raccontare che di fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato. La botola si è aperta, il corpo ha guizzato atroce; la banda ha ripreso a suonare, e noi, nuovamente ordinati in colonna, abbiamo sfilato davanti agli ultimi fremiti del morente. 

Ai piedi della forca, le ss ci guardano passare con occhi indifferenti: la loro opera è compiuta, e ben compiuta. I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l’ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati. Possono venire i russi: non troveranno che noi domati, noi spenti, degni ormai della morte inerme che ci attende. 

Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice. 

Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso. Quell’uomo doveva essere duro, doveva essere di un altro metallo del nostro, se questa condizione, da cui noi siamo stati rotti, non ha potuto piegarlo.

*** Primo LEVI, 1919-1967, scrittore, poeta, partigiano, La tregua, 1963.

Su Primo Levi, si veda wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Levi