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lunedì 9 novembre 2015

#MOSQUITO / Neoliberalismo, una pandemia totalitaria pericolosa (Luciano Gallino)

Se si guarda alla sua irresistibile ascesa come ideologia dominante dell'ultimo terzo del Novecento e del primo decennio Duemila, bisogna partire dalla constatazione che il neoliberalismo è una dottrina totalitaria che si applica alla società intera e non ammette critiche. In forza del suo dominio tale dottrina ha profondamente corrotto la vita sociale, il tessuto delle relazioni tra le persone, su cui le società si reggono; con i suoi errori ha condotto l'economia occidentale ad una delle peggiori recessioni della storia; ha straordinariamente favorito la crescita delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza di potere (...) 

È la più grande forma di pandemia del XXI secolo. È anche un grande pericolo per la democrazia. Per cui sarebbe necessario combatterla ogni giorno mediante rinnovate dosi di pensiero critico in ogni singolo luogo in cui si riproduce: nella scuola, negli atenei, nei manuali, nei quotidiani, in tv. Allo sguardo del pensiero critico, il neo liberalismo è nudo. L'ermellino che vanta è in realtà un panno di poco prezzo. 
Bisogna puntare a moltiplicare il numero di persone che così lo vedono. E, perché no, dare retta a Keynes, là dove dice (alla fine della Teoria generale) che prima o poi sono le idee, più ancora che gli interessi costituiti, a essere davvero pericolose, per il meglio e per il peggio. Che è uno dei pensieri utilizzati con maggior destrezza dal neoliberalismo, insieme con il concetto di egemonia, al fine di costruire un mondo dove il peggio tocca solo ai deboli, e il meglio ai più forti. Bisognerebbe tentare di rovesciare tale principio, allo scopo di costruire qualcosa di meglio a favore dei più deboli 

*** Luciano GALLINO, 1927-2015, sociologo e saggista, docente emerito dell'università di Torino, Il colpo di Stato di banche e governi. L'attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2013, pp. 251, 268, citato da Tomaso Montanari, Senza Luciano Gallino, blog 'articolo 9', 9 novembre 2015, qui


In Mixtura, altri 4 contributi di Luciano Gallino qui

mercoledì 21 ottobre 2015

#LIBRI PREZIOSI / Il denaro, il debito e la doppia crisi, di Luciano Gallino (recensione di M. Ferrario)

Luciano GALLINO, "Il denaro, il debito e la doppia crisi. 
Spiegati ai nostri nipoti" 
pagine 200, € 18,99, formato ebook € 9,99, Einaudi, 2014

Un'analisi dura, incalzante, ostinata. Un approccio appassionato e teso, che non fa sconti all'osservazione impietosa della realtà, ma che è supportato ad ogni pagina da numeri e dati che mettono in crisi la lettura consolidata oggi prevalente. Un esempio di alto livello di cosa significhi ancora, se si vuole e si ha la capacità di esercitarlo, il 'pensiero critico'. 

La vulgata della visione dominante, ripetuta a pappagallo dalla maggioranza dei media e promossa quotidianamente dai politici, di destra e sinistra, dagli economisti più affermati, dalla oligarchia economico-finanziaria che decide la politica europea con l'aiuto dei pensatoi neoliberali che fanno tendenza, viene smontata pezzo per pezzo: con statistiche e argomenti logici, conseguenziali, che ribaltano i numeri che siamo abituati a dare per assodati e 'veri'. 

Luciano Gallino ci riprova con questo volume: a mettere in discussione l'ideologia dominante da una posizione di sinistra ancora orgogliosa e testarda, che non ha ceduto alla destra, in ogni sua variante (anche in simil-sinistra) e che crede nella urgenza indifferibile di correggere, subito e pesantemente, il capitalismo, per gli effetti disastrosi da questo prodotti a partire dagli anni 90 del secolo scorso e accentuatisi in modo catastrofico con la scelta dell'austerità: propagandata come risolutiva della crisi e ormai, anche per ammissione di parecchi suoi supporter della prima ora, rivelatasi perdente; e basti guardare allo sfracello sociale creato (disuguaglianza alle stelle, povertà, disoccupazione) e alla incapacità dimostrata di produrre 'ripresa'. 

Non è uno dei tanti volumi che si limitano a puntare il dito accusatore sul presente, quasi godendo di poter dimostrare, mettendo in fila ancor più fatti che pensieri, che 'così non va': qua e là si sente anche una certa 'indignazione sofferta' per la 'doppia crisi' in cui siamo: che viene sezionata, con implacabilità, in ogni suo elemento, come un corpo su un tavolo autoptico. La 'doppia  crisi', appunto: rappresentata dalla sinergia tra un capitalismo sempre più suicida, anche per effetto del trionfo fuori controllo della finanza, e un sistema ecologico ormai quasi giunto alla soglia del punto di rottura. 

Spesso, analisi dure come questa si chiudono con un punto debole a livello di proposta. 
Qui invece al 'che fare' sono dedicate pagine precise e puntuali, che provano a indicare azioni concrete e mirate, aventi il minimo tasso di utopicità. 
Certo, anche se non si sognano rivoluzioni impensabili, ma si illustrano con un livello di dettaglio inusuale riforme 'vere', che possono realmente incidere nella sostanza e avviare un cambio netto di politiche, l'impresa che si immagina appare ciclopica: anche perché si tratta di invertire un processo che richiama un Davide, quanto mai disperso, disorganizzato e sempre più percorso da vissuti di impotenza, contro un Golia, che giganteggia e spadroneggia da anni con il consenso plaudente del 'pensiero unico' sempre più arrembante.

Per questo, comunque, un libro fondamentale: anche chi non condivida la visione del mondo dell'autore, credo non possa che restare ammirato dalla competenza, oltre che dalla passione, profusa per sostenere le sue idee. 
In un tempo in cui acquattamento e indifferenza fanno da miscela per una sopravvivenza 'sociale' rassegnata, che trova tutt'alpiù qualche compenso nell'inseguire egoisticamente piccoli traguardi di successo individualistico, chi sa prendere posizione, con argomenti documentati, merita apprezzamento. Da parte mia, se mi è consentito, anche un grazie per l'apprendimento che mi ha fornito.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Al posto del pensiero critico ci ritroviamo, come si è detto, con l’egemonia dell’ideologia neoliberale, la sua vincitrice. È un’ideologia strettamente connessa all’irresistibile ascesa della stupidità al potere. È l’impalcatura delle teorie e delle azioni che prima hanno quasi portato al tracollo l’economia mondiale, poi hanno imposto alla Ue politiche di austerità devastanti per rimediare a una crisi che aveva tutt’altre cause – cioè la stagnazione inarrestabile dell’economia capitalistica, il tentativo di porvi rimedio mediante un accrescimento patologico della finanza, la volontà di riconquista del potere da parte delle classi dominanti. Oltre alla crisi ecologica, che potrebbe essere giunta a un punto di non ritorno. 
Resta pur vero che senza l’apporto di una dose massiccia di stupidità da parte dei governanti, dei politici, e ahimè di una porzione non piccola di tutti noi, le teorie economiche neoliberali non avrebbero mai potuto affermarsi nella misura sconsiderata che abbiamo sott’occhio. Tali teorie non hanno previsto la crisi del 2008; non hanno avanzato una sola spiegazione decente delle sue cause; i loro modelli sono lontani anni luce dalla realtà dell’economia; hanno fatto passare il principio che anzitutto bisogna salvare le banche senza chiedere loro nulla (quanto ai cittadini, se la sbroglino); soprattutto, hanno avallato l’idea che una crescita senza limiti dell’economia capitalistica sia possibile e desiderabile. Avrebbero dovuto essere sepolte da anni dalle proteste, se non anzi dalle risate; sono diventate invece uno strumento iugulatorio di governo delle nostre vite. 
Ma per tornare alla stupidità: sia chiaro che qui la intendo come un comportamento contingente. È possibile che chi pronuncia o commette, in certe occasioni, affermazioni o atti di palese stupidità manifesti, in altri momenti della vita sociale, una normale intelligenza. La stupidità cui mi riferisco è quella che si incontra ogni giorno in campo politico ed economico. Si vedano le politiche di austerità. Hanno provocato disastri d’ogni genere, nel nostro come in altri paesi. Un numero crescente dei loro stessi sostenitori ammette ormai che sono state un fallimento. Lo ha riconosciuto persino uno dei padri nobili di dette politiche, il Fondo monetario internazionale. Ciò nonostante la maggioranza dei nostri governanti e dei politici che le esprimono insiste nel dire, agendo poi di conseguenza, che esse sono la cura migliore per tornare alla crescita, aumentare l’occupazione, rilanciare la competitività e il Pil. Pensate a quanto è successo nell’autunno 2014. All’epoca i disoccupati sono oltre tre milioni. I giovani senza lavoro sfiorano il 45 per cento. La base produttiva ha perso un quarto del suo potenziale. Il Pil ha perso 10-11 punti rispetto all’ultimo anno prima della crisi. E che fa il governo? Si sbraccia allo scopo di introdurre nella legislazione sul lavoro nuove norme che facilitino il licenziamento, riprendendo idee e rapporti dell’Ocse di almeno vent’anni prima. Come non concludere che siamo dinanzi a casi conclamati di stupidità? (o forse di malafede: discutere di come licenziare con meno intralci legali è anche un modo per non discutere dei problemi di cui sopra. Lascio a voi il giudizio).  (Luciano Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti,  Einaudi, 2015)

Alla fine del primo decennio Duemila, l’impronta ecologica dell’umanità era stimata in 1,5. Ciò significa che la popolazione mondiale consuma le risorse biologiche e le capacità di rigenerazione dei terreni, dei mari, dei boschi alla medesima velocità a cui le riprodurrebbe una Terra una volta e mezza piú grande. Detto altrimenti, ogni anno l’umanità consuma biorisorse e servizi rigenerativi degli ecosistemi una volta e mezza piú rapidamente di quanto le une e gli altri siano in grado di riprodursi. Ma ciò avviene soltanto perché l’80 per cento dei consumi è dovuto al 20 per cento della popolazione mondiale. Se i consumi dei restanti quattro quinti – come essi giustamente desiderano – dovessero approssimarsi a quelli dei paesi piú sviluppati, di Terre ce ne vorrebbero quattro o cinque. (Luciano GallinoIl denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti,  Einaudi, 2015)


Una sola cifra può dare un’idea del volume di titoli che non hanno altra base se non un’ipotesi su un futuro scollegato da qualsiasi attività produttiva: per il 2010 si stimava che il valore nozionale o nominale dei derivati in circolazione ammontasse a 1,2 quadrilioni di dollari. Il Pil mondiale di quell’anno arrivava a malapena a 60 trilioni di dollari. La commercializzazione del futuro come merce corrispondeva quindi a 20 volte l’insieme della ricchezza prodotta dal mondo intero in un anno. È vero che il loro valore di mercato era di molto inferiore, ma si trattava comunque di cifre smisurate. È questa una delle maggiori radici della Grande crisi globale. (Luciano GallinoIl denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti,  Einaudi, 2015)
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* In Mixtura, altri 3 contributi di Luciano Gallino qui 
* Sempre in Mixtura una mia recensione ad un suo precedente libro (Luciano di Gallino, L'impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti, a cura di Paolo Ceri, Einaudi, 2014) qui

giovedì 30 luglio 2015

#RITAGLI / Jobs Act, una bufala neoliberista (Luciano Gallino)

[Il Jobs Act] è una riforma sbagliata perché lega l'occupazione alle decontribuzioni per le aziende. Ma intanto riduce le tutele sociali. Si assume per licenziare più facilmente. Si assume a condizione di poter fare dell'assunto ciò che si vuole, come mandarlo a lavorare a 500 chilometri di distanza. Si assume su un vincolo che dura tre anni, quello delle decontribuzioni, e che è destinato ad esaurirsi. Tutto cambia per lasciare tutto com'è o, addirittura, per peggiorare la situazione. E questo sistema, seppur dovesse creare qualche beneficio, è destinato ad esaurirsi per le sue stesse debolezze. N è si può pensare che siano solo le aziende a creare occupazione.

[D: A chi tocca?]
Credo che, in questi casi, ci sia bisogno di una ricetta robustamente keynesiana: quando ci sono squilibri sul mercato del lavoro e disoccupazione, bisogna agire sulla a domanda aggregata: lo Stato deve intervenire e fare in modo che aumentino i livelli di produzione e quindi anche di occupazione. Proprio come è accaduto nel 1933.

[D: Che è successo quell'anno?]
Il presidente americano Roosvelt, padre del New Deal, sapeva che lo Stato non dovrebbe occuparsi di economia ma fece ciò che l'economia privata, da sola, non riusciva a fare. Diede lavoro agli americani impiegandoli in lavori pubblici come antidoto alla crisi: sono stati realizzati chilometri e chilometri di strade, ferrovie, case. Infrastrutture che hanno contribuito allo sviluppo del paese e hanno generato posti di lavoro, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Che a loro volta hanno generato stipendi, incrementato i consumi e la produzione. È così che si fa ripartire un'economia. Non come oggi. 

[D: Cioè?]
Con metodi neoliberisti di governi che amano giocare con numeri, decimali e calcolatrice. Non è così che si misurano il lavoro, la crescita e lo sviluppo di un Paese. Quella è propaganda, che di sicuro non costruisce il futuro. Dal 1994, riforma dopo riforma, non è cambiato nulla: Treu, Berlusconi, Sacconi. Veri massacri per arrivare al prodotto di oggi: la disoccupazione media al 13%, quella giovanile oltre il 40. Tra vent'anni il prodotto delle riforme di oggi sarà la previsione del Fmi.

[D: Come siamo arrivati a questo punto?] 
Si sono susseguiti governi di dilettanti, incapaci di organizzare politiche del lavoro efficienti. Sarebbe bastato circondarsi di ministri e tecnici competenti. Ma, l'Italia ha soprattutto un altro problema.

[D: Quale?]
Il debito pubblico. Come si può pensare che uno stato sia in grado di riformarsi in modo strutturale se il suo debito pubblico aumenta a ritmo di 100 miliardi l'anno? Se deve pagare gli interessi, come può investire sul lavoro? Allora fa scelte inverse. Taglia 10 miliardi sulla sanità, taglia la ricerca, taglia sulla formazione. Si inventa che ci sono troppi assunti nella pubblica amministrazione. Le dirò: in Francia i dipendenti pubblici sono molti di più di quelli italiani.

*** Luciano GALLINO, sociologo e saggista, professore emerito dell'università di Torino, intervistato da Virginia Della Sala, "Il Jobs Act è una bufala neoliberista. Lo Stato assuma come Roosvelt", 'Il Fatto Quotidiano', 28 luglio 2015

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Luciano Gallino qui



venerdì 6 marzo 2015

#RITAGLI / Reddito di cittadinanza: sì ma (L. Gallino)

[D: Cosa pensa dell’idea di un 'reddito di cittadinanza'?]
Il 'reddito di cittadinanza', chiamato anche Basic income o reddito garantito, può essere uno strumento interessante per assicurare reddito a chi non è in grado di lavorare oppure a chi, per condizioni familiari, non ha la possibilità di lavorare. Esistono già molti sostegni al reddito, ma la proposta in discussione sarebbe un modo per raggruppare i vari sostegni distribuiti da Inps e altri istituti.

[D: Lei però ha sempre avuto un’impostazione classicamente keynesiana].
Infatti penso che, in funzione della creazione di posti di lavoro, accanto al reddito ci sia una seconda opzione, la creazione diretta di occupazione, che rappresenta un diritto più soddisfacente che non il diritto a un reddito. Il diritto al lavoro, del resto, è nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo proprio perché non permette solo di sopravvivere. Non avere lavoro significa compromettere i rapporti con la famiglia, con la propria vita, compromettere la propria stessa indipendenza.

[D: Le due opzioni sono contrapposte?]
No, sono compatibili. La possibilità di dare un’occupazione a chi è in grado e vuole lavorare mentre il reddito va dato a chi non è in grado di farlo. Dal punto di vista teorico non sono in contrasto.

[D: E quali differenze nell’impatto sull’economia?]
Avere un lavoro retribuito significa produrre Pil e ricchezza a condizione di avere un salario ragionevole. L’impatto sull’economia in caso di occupazione offerta dallo Stato è superiore. Però c’è una quota di popolazione a cui può essere utile destinare un 'reddito di cittadinanza'.

[D: Le proposte in Parlamento, sia quella del M5S che di Sel, prevedono un reddito in cambio della disponibilità a lavorare]
Devo dire che questa impostazione confligge con il concetto di Basic income che, per essere tale, deve essere senza condizioni. La casistica di eventuali condizioni può essere molto complicata e i parametri potrebbero essere infiniti. Molte proposte si sono incagliate proprio sulle condizioni. (...)

*** Luciano GALLINO, sociologo e saggista, docente emerito all'università di Torino, estratto dall'intervista di s.cann. (Salvatore Cannavò), «Buona idea, ma serve anche il lavoro», 'Il Fatto Quotidiano', 5 marzo 2015.

domenica 11 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA / Adriano Olivetti: un altro capitalismo è possibile?



Luciano GALLINO, 1927,
docente emerito dell'università di Torino, sociologo, saggista
Adriano Olivetti: un altro capitalismo è possibile?
UniversAttac, 17 giugno 2013
video, 47min21

«Davanti alla fabbrica c'era la biblioteca Olivetti, con libri di scienze sociali, di filosofia... Era di 30mila volumi: venivano dall'università di Torino a prendere i libri in prestito perché non si trovavano da nessun'altra parte. E poi, a pianterreno, c'era una biblioteca di narrativa contemporanea in cui chiunque, nellora di pranzo che durava due ore, da mezzogiorno alle due, poteva andare a leggere. (...) Diceva Adriano Olivetti: la fabbrica pretende molto dai lavoratori (tempo, fatica, intelligenza, famiglia): pertanto deve 'restituire'» (Luciano Gallino)

Un'impresa che non abbia come fine supremo il profitto è ancora possibile?
Il profitto è importante: anche come criterio di valutazione della prestazione di impresa.
Ma è uno strumento: se diventa un fine, come oggi è, significa che tutto è possibile. E che non esistono più limiti all'azione.
Significa aver dimenticato che 'l'impresa è per l'uomo' e avere fatto propria la fede, più o meno consapevolmente, che 'l'uomo è per l'impresa'. E che l'Economia è sovrana assoluta.
In questi ultimi anni, poi, come sappiamo, è andata ancora peggio. Perché è cambiato il sovrano. E al suo posto siede ormai una dea alla quale tutti (pare) dobbiamo inchinarci. Si chiama Finanza. Sembra che se la faccia con il dio Denaro. In combutta, naturalmente, con la terza trinità: il Mercato.

Luciano Gallino, tra l'altro uno dei tanti intellettuali di pregio collaboratori storici di Adriano Olivetti, riprende qui il filo della storia di questa grande avventura imprenditoriale, evidenziando prima i successi e, dopo la morte di Adriano, il punto debole fondamentale, che ha spesso caratterizzato (e caratterizza), il management di impresa:  cioè quello di 'battere troppo a lungo il sentiero che aveva portato a grandi risultati'.

La domanda qui posta a Gallino in questo intervento è quanto mai opportuna: un'alternativa è possibile?
Tra i tanti volumi, scritti anche recentemente, da Luciano Gallino, segnalo L'impresa responsabileUn’intervista su Adriano Olivetti, a cura di Paolo Ceri, Einaudi, 2014. Di questo libro ho scritto una mini-recensione su questo blog: http://bit.ly/14iFznX (mf)

«Mi ripetono spesso: 'Caro professore, ma il mondo è cambiato'. Che, se ci pensiamo, è una diagnosi di una finezza straordinaria (...) E' chiaro che è impensabile riprodurre oggi una Olivetti tal quale. (...) Quel che manca oggi è un imprenditore che dica di voler 'restituire' (...) Da Milton Friedman in poi si è affermata una sola teoria: l'unico scopo di un'impresa è l'utile per gli azionisti. In sostanza è una teoria che ha prodotto più danni che vantaggi alle imprese stesse. Ma è una teoria che tuttora domina ed è questo il più grande ostacolo a immaginare un'alternativa» (Luciano Gallino)