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mercoledì 7 ottobre 2015

#RITAGLI / Dondoli di maiale e bufale di Salvini (Francesco Zaffarano)

Se in questi giorni avete visto dei militanti della Lega Nord esporre un’effigie di Peppa Pig non avete avuto un’allucinazione. È tutto dovuto a una polemica rilanciata, tra gli altri, da Matteo Salvini: il motivo del contendere sarebbe un dondolo per bambini a forma di maiale prima transennato e poi rimosso da una scuola dell’infanzia di Rovereto perché offenderebbe i musulmani. 

Il punto è che la giostra in questione non è mai stata rimossa dal giardino della scuola: come era già successo in estate con la storia della tassa sui condizionatori (rilanciata sempre da Salvini) e sul caso del cibo gettato in strada dai migranti (quella volta a indignarsi era Giorgia Meloni) le maestre, preoccupate per l’altezza del dondolo, si erano limitate a transennare il gioco in attesa di sapere se questo fosse a norma. La versione delle maestre è stata resa nota dal comune di Rovereto con un comunicato che spiega che la richiesta delle maestre risale al 2 ottobre e ha trovato risposta (positiva: il dondolo è a norma) il 5 ottobre. Tutto ben prima che Salvini urlasse allo scandalo ingiustificatamente. (...)

*** Francesco ZAFFARANO, giornalista, La bufala di Salvini sul dondolo a forma di maiale rimosso da un asilo perché offende l’Islam, 'lastampa.it', 7 ottobre 2015


giovedì 30 luglio 2015

#RITAGLI / Jobs Act, una bufala neoliberista (Luciano Gallino)

[Il Jobs Act] è una riforma sbagliata perché lega l'occupazione alle decontribuzioni per le aziende. Ma intanto riduce le tutele sociali. Si assume per licenziare più facilmente. Si assume a condizione di poter fare dell'assunto ciò che si vuole, come mandarlo a lavorare a 500 chilometri di distanza. Si assume su un vincolo che dura tre anni, quello delle decontribuzioni, e che è destinato ad esaurirsi. Tutto cambia per lasciare tutto com'è o, addirittura, per peggiorare la situazione. E questo sistema, seppur dovesse creare qualche beneficio, è destinato ad esaurirsi per le sue stesse debolezze. N è si può pensare che siano solo le aziende a creare occupazione.

[D: A chi tocca?]
Credo che, in questi casi, ci sia bisogno di una ricetta robustamente keynesiana: quando ci sono squilibri sul mercato del lavoro e disoccupazione, bisogna agire sulla a domanda aggregata: lo Stato deve intervenire e fare in modo che aumentino i livelli di produzione e quindi anche di occupazione. Proprio come è accaduto nel 1933.

[D: Che è successo quell'anno?]
Il presidente americano Roosvelt, padre del New Deal, sapeva che lo Stato non dovrebbe occuparsi di economia ma fece ciò che l'economia privata, da sola, non riusciva a fare. Diede lavoro agli americani impiegandoli in lavori pubblici come antidoto alla crisi: sono stati realizzati chilometri e chilometri di strade, ferrovie, case. Infrastrutture che hanno contribuito allo sviluppo del paese e hanno generato posti di lavoro, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Che a loro volta hanno generato stipendi, incrementato i consumi e la produzione. È così che si fa ripartire un'economia. Non come oggi. 

[D: Cioè?]
Con metodi neoliberisti di governi che amano giocare con numeri, decimali e calcolatrice. Non è così che si misurano il lavoro, la crescita e lo sviluppo di un Paese. Quella è propaganda, che di sicuro non costruisce il futuro. Dal 1994, riforma dopo riforma, non è cambiato nulla: Treu, Berlusconi, Sacconi. Veri massacri per arrivare al prodotto di oggi: la disoccupazione media al 13%, quella giovanile oltre il 40. Tra vent'anni il prodotto delle riforme di oggi sarà la previsione del Fmi.

[D: Come siamo arrivati a questo punto?] 
Si sono susseguiti governi di dilettanti, incapaci di organizzare politiche del lavoro efficienti. Sarebbe bastato circondarsi di ministri e tecnici competenti. Ma, l'Italia ha soprattutto un altro problema.

[D: Quale?]
Il debito pubblico. Come si può pensare che uno stato sia in grado di riformarsi in modo strutturale se il suo debito pubblico aumenta a ritmo di 100 miliardi l'anno? Se deve pagare gli interessi, come può investire sul lavoro? Allora fa scelte inverse. Taglia 10 miliardi sulla sanità, taglia la ricerca, taglia sulla formazione. Si inventa che ci sono troppi assunti nella pubblica amministrazione. Le dirò: in Francia i dipendenti pubblici sono molti di più di quelli italiani.

*** Luciano GALLINO, sociologo e saggista, professore emerito dell'università di Torino, intervistato da Virginia Della Sala, "Il Jobs Act è una bufala neoliberista. Lo Stato assuma come Roosvelt", 'Il Fatto Quotidiano', 28 luglio 2015

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Luciano Gallino qui



martedì 30 giugno 2015

#RITAGLI #LINK / Contro gli imbecilli e le bufale del web (Umberto Eco)

Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.
La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.
Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.
È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. (...)

Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.
Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno. (...)

*** Umberto ECO, 1932, semiologo, filosofo, saggista, scrittore, Un appello alla stampa responsabile, 'L'Espresso', 26 giugno 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 17 giugno 2015

#SPOT #SPILLI / L'ennesima bufala, su Putin


L'ennesima 'bufala' della rete

Ieri, tanto per cambiare, l'ennesima bufala via linkedin. 
Stavolta su Putin.
E decine di consensi entusiasticamente penosi.
Ho segnalato che si trattava di un falso (vedi http://bit.ly/1FksFkf), tra l'altro risalente al 5 dicembre 2013.
Nulla da fare.
Chi aveva l'orgasmo per la frase era troppo preso dall'orgasmo e ha continuato imperterrito a godersi la sua xenofobia: inneggiando al 'piccolo grande uomo' (con uomo scritto a tutte maiuscole), naturalmente con le 'palle'.
Perché le palle c'entrano sempre. Anche quando non c'entrano. 
Oppure, come in questo caso, c'entrano, ma non sono quelle (sessiste) che piacciono tanto. 
Sono le altre. 
Che però forse piacciono di più. (mf)

martedì 16 giugno 2015

#SPILLI / Per non divulgare bufale dalla rete (M. Ferrario)

Stesso network. E, in pochi mesi, un secondo episodio. (*)
Può capitare.
I dati che girano in rete sono tali e tanti che è facile accada.

Eppure.

Un po' di senso 'acuito' (participio passato del verbo acuire) o di senso acuto (aggettivo che forse può rimandare al 'sesto sesto' e certo ha qualcosa in comune anche con il 'senso critico') potrebbe aiutare.
A cogliere l'inverosimiglianza.
O l'eccesso. 
O la genericità.
O la 'stramberia'.
O la scarsa autorevolezza della fonte: cioè del sito, o dell'autore.
In fondo, sempre in rete, la possibilità esiste. Cliccando, si trova quello che si cerca. E si ha conferma. 
Che si tratta di una bufala.
E si evita di sponsorizzarla.

Certo, dopo aver annusato odor di bufala, sempre che si abbia un minimo di naso, occorre digitare qualcosa che abbia a che fare con la (potenziale) bufala e poi scorrere con gli occhi i dati che ci vengono restituiti, in qualche decimo di secondo, dall'algoritmo di google. 
Però, spesso (e lo dico per esperienza), il dato che cerchiamo è abbastanza in alto nella pagina che ci viene ritornata: non c'è bisogno di scorrere a lungo. E la bufala si svela con facilità, oltre che con immediatezza. O quanto meno si scopre che il fatto venduto per vero è a forte probabilità non vero. E anche il verosimile passato per vero è una bufala, ovviamente.

Peraltro, lo so, è una faticaccia: costringere il dito a digitare la parolina di ricerca. E poi leggere ciò che abbiamo trovato. Entrare nei siti, magari tradurre. 
Tuttavia, sono convinto che sia sempre meglio che scendere in miniera. 
Io, per non vendere bufale, metto subito le mani avanti e confesso che in miniera non ci sono mai stato. Però, a quel che raccontavano i disgraziati di un tempo che c'erano stati, o quelli che, in qualche parte del mondo, ancora ci stanno, mi sa che la miniera è proprio un lavoraccio. Un po' più duro che digitare su google. E anche noi, che qualcuno pensa siamo tutti ormai immersi nel magnificato post-industriale, allegramente diventati 'consulentini' e 'managerini' più o meno rampanti, possiamo capirlo senza difficoltà, se usiamo qualche neurone e un grammo di banale capacità di immedesimazione.

Ma torno al tema.
Io non voglio rendere il discorso, né moraleggiante, né più grande di quanto è. Con tutti i problemi che esistono sul pianeta, non sarà sicuramente una bufala, aggiunta alle migliaia che continuano a circolare, che manda all'aria il mondo.
Verissimo.
E tuttavia.
Ci riempiamo la bocca ad ogni pie' sospinto di professionalità. E di qualità: dei prodotti e dei servizi che acquistiamo. Forse potremmo prendere in considerazione, oltre che quella degli 'altri', anche la qualità di quanto 'noi' facciamo. E il controllo di quanto 'noi' diciamo. O scriviamo.
Il 'ben-fatto' è un valore che ogni tanto, con retorica, mettiamo in campo. Facciamo bene: anche se, per me (e stavolta senza retorica) il ben-fatto corrisponde al fatto. Perché un lavoro fatto non bene, francamente non mi pare fatto per nulla. 
Però non mi oppongo al prefisso 'ben': usiamo pure pleonasmi e ridondanze se questo serve a farci prestare maggiore attenzione. 
E dunque viva il ben-fatto. 
Nei ...fatti, però. Non solo in teoria. O nelle convention. O negli articoli. O nei blabla: che spesso sono la stessa cosa di convention e articoli.

Certo, siamo umani e quindi sbagliamo. Tutti: nessuno escluso.
Quindi, domani, pure io che dico quello che sto dicendo e faccio il 'criticone-che-rompe', lo ammetto: nella mia compulsione da lettore onnivoro, unita a quella di scribacchino, che mi porta a incrociare quasi giornalmente blog e social, potrei prendere una bufala e rivenderla a chi mi legge (per colpa, naturalmente: perché se si trattasse di dolo, l'argomento non rientrerebbe nel tema di questo 'pezzo').

Ecco, se mai mi dovesse accadere qualcosa di simile, nonostante l'impegno che mai dismetterò nel mantenere 'olfatto acuto' e 'pensiero critico' (le due condizioni essenziali per minimizzare il rischio di finire abbindolati, quando non di abbindolare pure gli altri), fatemi scrivere qui sin d'ora, pubblicamente, le due sole speranze cui non voglio rinunciare.
La prima è che chi mi legge, magari annusando qualcosa di poco convincente, non si beva la bufala che gli ho rifilato: faccia appello per conto suo al sesto (e pure al settimo) senso, verifichi e, se mai, dopo, me lo comunichi, prendendomi sanamente in castagna. 
E la seconda (più importante: perché solo con la prima darei l'impressione, troppo comoda, di scaricare ogni responsabilità sul lettore) è che, quando fosse accertato che la mia era una bufala che ho contribuito a far girare, io sappia scusarmi e dire che ho sbagliato. Non che faccia finta di nulla o me ne dimentichi. O, peggio (è capitato), 'proietti' sul lettore la colpa: di non aver capito che era una bufala e di essersela bevuta. Nella migliore tradizione italica: per cui il cretino è sempre l'altro, mai noi.
---
(*) - Il primo episodio l'ho raccontato, sempre su Mixtura, qui

*** Massimo Ferrario, per Mixtura



giovedì 12 marzo 2015

#SPILLI / La bufala della 'crisi' come 'opportunità' (M. Ferrario)

Si ripete da sempre (e in particolare lo ripete chi si occupa di formazione, motivazione, sviluppo delle persone) che in cinese l'ideogramma 'Wēijī' significa 'crisi' ma anche 'opportunità'.

Bene, è una bufala.

Il carattere 'crisi' in cinese non include alcun carattere di 'opportunità' e la parola 'crisi', anche in cinese, ha quindi un significato negativo esattamente come in italiano, inglese, spagnolo, tedesco e probabilmente in ogni altra lingua.

Pare che il primo uso distorto di questo binomio 'crisi-opportunità' risalga a un editoriale anonimo in un giornale per missionari in Cina (1938).

Ma la divulgazione fantasiosa ha cominciato ad essere 'virale' con John Fitzgerald Kennedy, che in un discorso a Indianapolis del 1953 afferma testualmente: «Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri.Uno rappresenta il pericolo e l'altro rappresenta l'opportunità». 
Kennedy ha usato regolarmente questo tropo, seguito da Richard M. Nixon, Condoleeza Rice (durante le trattative per il Medio Oriente), Al Gore (durante la sua testimonianza alla Commissione Usa per l'Energia e il Commercio e nel discorso di ringraziamento per il premio Nobel per la pace). 
Poi sono arrivati i consulenti e gli 'esperti' di motivazione del personale. 
E oggi questa falsa etimologia è divulgata giornalmente dai sostenitori del 'pensiero positivo': usata come farmaco ottimistico per cambiare la realtà con un colpo di wishful thinking.

Potete raccogliere argomenti circostanziati e storici su wikipedia

Inoltre, un articolo di ulteriore conferma di Alessandra Vita, interprete di inglese, tedesco e spagnolo segnala un saggio di Victor H. Mair, Professor of Chinese Language and Literature, Department of East Asian Languages and Civilizations, University of Pennsylvania, Philadelphia, PA 19104-6305, USA: in questo scritto, in inglese, è descritto come è nato il fraintendimento.

Ecco i due link:
° Alessandra Vita, In cinese, “crisi= pericolo+opportunità”? NON è vero!, 'alessandravita.com', 9 febbraio 2014, qui
° Victor H. Mair, Danger + Opportunity ≠ Crisis, 'pinyin.info', settembre 2009, qui

*** Massimo Ferrario, La bufala della 'crisi' come 'opportunità', per Mixtura