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venerdì 5 aprile 2019

#SENZA_TAGLI / Storia, una materia fondamentale (Riccardo Lestini)

Oggi con la mia quinta - che è una splendida quinta - a storia ho fatto il '68. Abbiamo parlato di come e perché la gioventù di tutto il mondo, da San Francisco a Parigi, da Roma a Praga, da Berlino Ovest a Pechino, si fece movimento di contestazione. Delle rivendicazioni, delle piazze, di un mondo che andava per forza cambiato. Abbiamo parlato della California, di Berkley, della Summer Of Love, degli hyppies e del pacifismo, dei diritti civili e del femminismo, di Woodstock e di Jimi Hendrix che all'alba suona "Foxy Lady".
E' stata una lezione bella e importante. Non certo perché l'abbia fatta io, ma perché i ragazzi la volevano, ne avevano bisogno, c'erano dentro. Totalmente. Il loro interesse, le loro domande e pure la loro sublime leggerezza nel commentarla lo confermava ogni attimo.
Così come bella e importante era stata la scorsa settimana, quando abbiamo parlato dell'Italia da ricostruire, di De Gasperi e del centrismo, di Tambroni e del piano Solo, del boom economico e dell'autostrada del sole, di Enrico Mattei e dell'ENI.
E così come spero sarà bella e importante la settimana prossima, quando parleremo di strategia della tensione, di anni di piombo, di Aldo Moro.

Oggi li ho pure interrogati. E mi hanno dimostrato che non solo di questa storia così contemporanea e vicina ne hanno bisogno, ma anche che li appassiona, li stimola, li rende consapevoli e adulti.
Lo ripeto, non perché la insegni io, ma perché fermamente convinto che chi non ha memoria non può avere alcun futuro, ho sempre pensato e sempre pensato che Storia sia materia molto più che fondamentale, chiave e fondamento di una cittadinanza sana e consapevole.
Talmente importante che le ore di Storia, a mio avviso, andrebbero aumentate.
Peccato che il Ministero la pensi in maniera diametralmente opposta. Che invece di aumentare o quanto meno di mantenere lo status quo, pensa bene di DIMINUIRE le ore di storia. Nella migliore delle ipotesi per un puro calcolo economico (costerebbe troppo e non vale la pena investire nell'istruzione), nella peggiore per un calcolo morale (una cittadinanza sana, consapevole e pensate potrebbe essere troppo pericolosa, meglio tenere i nostri ragazzi ignoranti e lamentarsi ogni giorno di come siano privi di valori).
Un vero delitto che con i nuovi quadri orari che il ministero va proponendo e imponendo, lezioni importanti e belle come quella di oggi, non ci saranno mai più.

*** Riccardo LESTINI, insegnante, scrittore, regista, facebook, 4 aprile 2019, qui


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domenica 23 dicembre 2018

#SENZA_TAGLI / Ciao, sono la scuola pubblica (Riccardo Lestini)

Ciao a tutti, 
sono proprio io, la scuola pubblica, il terreno privilegiato di tagli e privazioni, dimenticanze e improvvisazioni. Proprio io, il luogo per eccellenza delle riforme a getto continuo che sanno solo complicarmi e peggiorarmi, rendermi un luogo impossibile e invivibile, buone solo per permettere al governo di turno di piantare la propria bandierina rivendicativa dell'aver fatto “qualcosa”. 
Io, la scuola pubblica, offesa, vilipesa, massacrata, sfottuta, calpestata. 

Eppure, malgrado tutto e miracolosamente, ancora qui, ancora in piedi.
Non so ancora per quanto. Probabilmente per poco, visto che da ogni dove continuano a menare fendenti che mi fanno vacillare sempre più. Visto che gli insegnanti sembrano sempre più incapaci di difendermi, sempre più rassegnati. 

Come posso restare ancora in piedi, come posso essere ancora presa sul serio se non solo mi cambiano (ancora una volta) l'esame di maturità, ma addirittura lo fanno in corso d'opera? Se ancora oggi, fine dicembre, non sappiamo esattamente come si svolgerà l'orale, come si svolgerà la seconda prova e non abbiamo nemmeno un esempio della nuova tipologia B della prima prova? 

Come posso pretendere di essere credibile se mi togliete il tema di storia, se per risparmiare togliete un'ora di storia al biennio dei professionali (tanto, vero, chi se ne frega dei professionali? Meglio che restino ignoranti... ) e poi, nelle tabelle delle competenze da possedere al momento del diploma inserite una lista chilometrica di competenze storiche? 

Come posso non cadere in terra se continuate a organizzare convegni in cui presentate strumenti didattici avveniristici che “supereranno le LIM” quando almeno il 60% delle mie aule manco l'ha mai vista una LIM? 

Come posso non morire se una delle poche cose che mi rendeva superiore alle altre scuole pubbliche (e forse ci rendeva un attimino orgogliosi di essere italiani) era l'attenzione e la centralità delle prove orali, e adesso mi proponete una didattica che va sempre più verso l'uso esclusivo dello scritto (e che scritto!... un gioco infinito al ribasso... ), proprio nel tempo in cui si comunica sempre meno, si parla sempre meno, facendo ginnastica digitale spippolando forsennatamente sugli schermi degli smartphone? 

Come posso non stramazzare se da gennaio pretenderete PIANI DIDATTICI PERSONALIZZATI per tutti gli alunni, uno per uno, nessuno escluso, dimenticando che didattica sul singolo alunno la fa già, da decenni, IL BUONSENSO DEI DOCENTI, quello stesso buonsenso che voi distruggerete con questa folle “didattica ad personam” che, stretta e costretta in tabelline e parametri stringenti (buoni per tubi e rubinetti, non certo per gli esseri umani) finirà per svilire insegnamento e apprendimento, per renderli sterili, aridi e inutli? 

Come posso non vergognarmi di esistere se mi state costringendo al più sfrenato e osceno “progettismo”, a vivacchiare di PON e altre amenità, a essere prigioniera delle logica delle COMPETENZE in nome della distruzione delle CONOSCENZE?
In definitiva: come posso non suicidarmi se mi costringete a essere complice e artefice della costruzione della peggiore società possibile?

*** Riccardo LESTINI, insegnante, scrittore, regista, Ciao, sono la scuola pubblica, facebook, 21 dicembre 2018, qui


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martedì 18 dicembre 2018

#SENZA_TAGLI / Presepi, scuole, arabi, polemiche (Riccardo Lestini)

Poche cose al mondo mi irritano e mi infastidiscono come l'annuale polemica sul presepe nelle scuole. 
E non perché io sia contro il presepe o perché la presenza di un presepe in un luogo pubblico mi indisponga. Al contrario, pur nel mio sostanziale ateismo e nel mio totale laicismo, sono un maniaco dei presepi, sia come spettatore sia come realizzatore (casalingo, ovviamente). 
A irritarmi e a infastidirmi è il fatto che si tratta della polemica più falsa e pretestuosa possibile. 
Ogni anno si vuole a tutti i costi far passare il presepe (e tutte le altre simbologie natalizie, dai canti all'albero) come terreno privilegiato di scontro tra integrazione e separazione, tra contaminazione e difesa della propria identità culturale. 

Prima di tutto resta assai complicato capire come l'abolizione del presepe (o di un canto natalizio come “Tu scendi dalle stelle”) dalle scuole possa seriamente favorire l'integrazione, o pensare, viceversa, che un rito nato dalla celebrazione dell'amore universale possa farsi bandiera di muri e barriere, trincea di difesa della propria cultura. Ma soprattutto, a rendere totalmente paradossale il tutto, è che chi dovrebbe beneficiare dell'assenza del presepe per integrarsi, chi dovrebbe offendersi per la presenza insistita di una simbologia cristiana e chi dovrebbe minacciare l'integrità della nostra cultura, sostanzialmente del presepe, delle canzoni di natale e dell'albero, se ne frega. Se ne frega totalmente. 

Insegno da quattordici anni nella scuola pubblica. Non tantissimi, ma nemmeno pochi. In questo tempo ho insegnato anche in scuole ad alto tasso migratorio, con un'altissima percentuale di studenti arabi e di fede musulmana. Mai, e sottolineo mai, né da loro né dalle loro famiglie, ho mai sentito sollevare una sola obiezione su qualsiasi celebrazione natalizia. E lo stesso è successo quando, ai tempi dell'università, facendo laboratori di teatro nelle scuole materne ed elementari, le recite di natale ero io stesso a organizzarle. 
Se ho visto, sentito e vissuto polemiche in merito, esse non sono mai venute dagli arabi o da qualunque altra comunità non cristiana. Ma si è trattato sempre di uno scontro tra “samurai” italianissimi: da un lato i feroci – e italianissimi – anticristiani, che nella loro smania di sputare veleno sul cristianesimo tirano in ballo, in maniera del tutto fasulla e pretestuosa, gli stranieri, l'accoglienza, la solidarietà, la fratellanza (buffo, no? Sono paladini della solidarietà e della fratellanza al punto che vorrebbero eliminare i cristiani dalle loro vite... ); dall'altro gli altrettanto feroci – e altrettanto italianissimi – cristiani, che nella loro smania di distruggere gli infedeli, in maniera parimenti fasulla e pretestuosa, tirano in ballo le tradizioni, l'identità culturale, il pericolo di invasione (buffo, no? Chi dichiara la fede nel più grande messaggio di amore universale, si riduce al più gretto dei combattimenti). 

A volte mi verrebbe da dire: che noia. 
Poi però ci penso. Ci penso molto bene. E sento tutta la falsità che sta dietro parole che sarebbero sacre e importanti come “integrazione”, “solidarietà”, “cultura”, “identità”. 
E allora, più prosaicamente, mi viene da dire: che schifo.

*** Riccardo LESTINI, insegnante, scrittore, regista, I presepi, le scuole, gli arabi e le polemiche, facebook, 17 dicembre 2018, qui


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martedì 5 dicembre 2017

#SENZA_TAGLI / Fake news, un problema culturale (Riccardo Lestini)

Mettere le fake news tra le emergenze nazionali, è senza dubbio assurdo. Assurdo quasi quanto alcune di quelle fake che si cerca di contrastare. 

Che il loro proliferare sia problematico e preoccupante è indubbio, ma da qui a inserirle tra le priorità dell'agenda politica ce ne corre. 
Prima di tutto perché non è un problema politico o legislativo, ma culturale. Tradotto: non c'è nessun complotto di sistema, nessuna forza oscura che si sta servendo delle fake per destabilizzare e distruggere l'apparato democratico. Che si cerchi in qualche modo di influenzare l'opinione pubblica, con metodi che spaziano dalla slealtà all'inquietante, non è certo una novità. Succede da sempre (e temo sempre succederà) quali che siano i mezzi che il particolare momento storico mette a disposizione. Per di più molte fake non nascono nemmeno con questo intento: alcune sono autentici scherzi confezionati da professionisti della burla al solo scopo di divertirsi. Che poi quasi sempre siano di cattivo gusto, è indubbio. Ma anche il cattivo gusto c'è da sempre. Così come è indubbio che in molti (troppi) casi le fake trascendano nell'infamia, nella calunnia e nella diffamazione. Ma calunnia e diffamazione sono già reati: per punirli basterebbe applicare la legge senza ricorrere a chissà quali misure eccezionali. 

Si può certo reprimere la fake punendo gli autori e i contenitori che le ospitano con sanzioni esemplari, ma il vero problema resta irrisolto. Perché ciò che deve allarmare non è la fake in quanto tale e nemmeno chi la progetta, ma l'estrema facilità con cui viene creduta e data per vera. 
Un problema culturale, si diceva. Ovvero il problema di una società senza più strumenti critici, una società di fatto svuotata della più elementare coscienza individuale, senza più filtri per distinguere tra realtà e finzione. 
Una società che, non credendo più in niente, ha finito per credere a tutto. 
Una emergenza culturale ben più ampia e complessa, di cui il problema delle fake non è che una parte, una conseguenza. 
E non è certo curando gli effetti, anziché le cause, che si debellano le malattie.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, facebook, 29 novembre 2017, qui



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lunedì 30 ottobre 2017

#SENZA_TAGLI / Bambini all'uscita da scuola, lo scaricabarile (Riccardo Lestini)

Sono sconvolto, e non poco, da come la questione sull'accompagnamento dei ragazzi delle medie all'uscita di scuola si sia ingigantita fino a diventare un autentico affare di Stato. 
A turbarmi non è ovviamente il fatto che se ne parli (anzi, che la scuola torni al centro delle discussioni non posso che auspicarlo con tutto me stesso), ma la pochezza e la meschinità del dibattito. 
Perché a rendere così infuocata, sentita e cruciale la faccenda, non è affatto la preoccupazione circa la sicurezza dei nostri ragazzi. Se così fosse si discuterebbe anche (e soprattutto e prima di tutto), con lo stesso piglio e la stessa eco, del numero abnorme di scuole ancora prive delle necessarie misure antisismiche, del numero incalcolabile di scuole ancora non in regola con le più elementari norme di sicurezza. 
Al contrario, a muovere questo dibattito fino a farlo diventare affare istituzionale, altro non è che la logica dello scaricabarile, la necessità e la smania di sgravarsi da qualsiasi responsabilità. La scuola non vuole essere responsabile di ciò che accade un metro fuori dall'edificio scolastico e allora chiama in causa le famiglie, che a loro volta insorgono e portano la questione dal provveditore che la rimpalla al ministro, al governo, alla cassazione. E così via. 
Un circuito kafkiano reso ancora più paradossale dall'oggetto della discussione. Non si sta parlando dei tagli alla scuola pubblica, della mancanza di strutture, della girandola di supplenti, di un'istruzione spesso inadeguata sotto ogni aspetto. Si sta parlando di adolescenti che tornano a casa da soli. O che da soli percorrono i trenta metri che separano il cancello di scuola dallo Scuolabus. Un problema sinceramente minore. Forse inesistente. 
Perché che un ragazzo si faccia male all'uscita da scuola è successo e succederà, quale che sia la normativa in materia (e lasciamo stare le disgrazie, che per fortuna, almeno in questo caso, non rientrano nella casistica e non saranno certo impedite da chissà quale legge restrittiva). 
Soprattutto, per un adolescente, il tornare a casa da solo dovrebbe essere una conquista. In termini di crescita, di indipendenza e, soprattutto, di responsabilità. Quella stessa responsabilità che la scuola, in maniera diversa e complementare rispetto alla famiglia, dovrebbe essere in grado di insegnargli. 
Ma come è possibile insegnare ai nostri ragazzi a essere cittadini responsabili di sé stessi e degli altri se noi adulti non sappiamo fare altro che rifiutare di assumere qualsiasi tipo di responsabilità?

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, 'facebook', 29 ottobre 2017, qui


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venerdì 12 maggio 2017

#SENZA_TAGLI / Roma, camper rom bruciato: "voi che" (Riccardo Lestini)

Voi che davanti alla morte orrenda di due bambine di 4 e 8 anni e di una ragazza di 20, bruciate vive nel rogo di un camper, la prima cosa che sapete dire è “zingari di merda”... 
Voi che commentate sui social questa atroce notizia con frasi del tipo “se vivono in camper e fanno 11 figli se la sono cercata” oppure “3 ladre di meno per strada”... 
Voi che inondate di “mi piace” chi, con tanto di svastica nella foto del profilo, commenta questa tragedia scrivendo “avrebbero fatto 11 figli anche loro, quindi 33 pezzi di merda parassiti in meno”... 
Voi che esultate perché una ragazza e DUE BAMBINE – lo ripeto, una ragazza e DUE BAMBINE – sono state bruciate vive e applaudite chi, sventolando sui social un tricolore, ha scritto in maiuscolo “SIA BENEDETTO IL FUOCO”... 
Voi che fate e dite tutto questo e poi magari vi gonfiate il petto sentendovi dei veri patrioti... 
Voi che fate e dite tutto questo e poi magari vi dichiarate cristiani... e poi magari la domenica andate pure in chiesa... 
Voi che non dite né fate cose così pesanti ma che vi limitate a dire quintali di però... voi che non siete razzisti però... voi che tollerate tutti però... voi che è vero sono morte due bambine però... 
Voi che ogni giorno mi ricordate come e perché siano stati e siano ancora possibili i più orrendi crimini e i più feroci e allucinanti orrori della storia dell'umanità...
Voi che mi fate schifo. Schifo senza altro da aggiungere...

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, inegnante, 'facebook', 11 maggio 2017, qui


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mercoledì 29 marzo 2017

#SENZA_TAGLI / Amici, si affittano a 1000 euro l'uno (Riccardo Lestini)

Prima o poi doveva succedere. E infatti succede. Per ora – ma è bene sottolineare “per ora” almeno una decina di volte – soltanto in Giappone. 

Esiste infatti, nel paese del Sol Levante, un avviato e floridissimo mercato in cui aziende specializzate “vendono”, o per essere più precisi “noleggiano” “amici”, da sfoggiare in particolari eventi (compleanni, san Valentino, inaugurazioni di casa nuova e via dicendo) e con cui farsi foto e video da postare poi sui social. 
Obiettivo: qualora tu avessi pochi amici reali, salvare le apparenze e salvarti da una brutta figura sociale.

Il sistema è semplice e agghiacciante. 
Si contatta l'agenzia, che puntualmente, alla bisogna e per ogni occasione, fornisce “modelli”, ovvero maschi e femmine di bell'aspetto, vestiti che paiono usciti fuori da un catalogo di moda. Il cliente non deve far altro che postare e condividere sui social immagini di sé, attorniato da questi bellissimi figuranti entusiasti che sorridono ammiccanti esibendo coppe di champagne e segni di vittoria. E far così bruciare d'invidia il resto del mondo o far ricredere quelli che non ti invitano mai a feste e aperitivi. Ma non solo: con questo meccanismo, dando un'immagine “vincente” e “cool” di se stessi, qualcuno spera anche di ottenere successi lavorativi, attirare l'attenzione dei dirigenti per una promozione, convincere i direttori del personale per un'assunzione. 
Operazione non proprio economica, visto che ogni intervento di “restauro sociale” costa all'incirca un migliaio di euro. 

Eppure, anche se economicamente non alla portata di tutti, il sistema degli amici a noleggio ha comunque un grandissimo successo popolare. Perché, come sempre accade, non conta che tutti se lo possano permettere, ma che tutti lo desiderino. Dice Yoshi, 23 anni, studente (uno che, per intenderci, non ha soldi da buttare via), intervistato da “il Venerdì”: “chi non ha amici è un perdente. Meglio affittarli, almeno si salva l'apparenza”.
Affinché questo mercato dal Giappone arrivi in tutto il mondo, c'è da scommetterci, è solo questione di tempo. 

L'estremo trionfo dell'apparire sull'essere. L'ennesima rivoluzione, e svalutazione, del concetto di amicizia. Ieri un amico era colui con cui condividere ideali e percorsi di vita. Oggi, con i social, si è passati dalla selezione all'accumulo compulsivo e a condividere selfie, catene e fake news. Domani risorgerà Blockbuster, e non andremo più a sceglierci i film, ma gli amici con cui immortalarci nel prossimo fine settimana.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, Vendo amici a mille euro l'uno, 'facebook', 28 marzo 2017, qui


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giovedì 16 marzo 2017

#SENZA_TAGLI / Politica attuale, "tutto lo squallore è lì" (Riccardo Lestini)

Tutto lo squallore della politica attuale è lì, in quell'aula parlamentare rimasta orrendamente vuota durante la discussione sul Testamento Biologico. 

Ancor più che negli scandali per corruzione, ancor più che nelle ruberie di ogni sorta, è in quell'aula vuota, in quel silenzio agghiacciante che la nostra politica mostra tutto il suo orrore, tutta la sua boriosa, laida e compiaciuta decadenza. 

Sempre pronti – prontissimi – ad accorrere in massa e ad affollare quella stessa aula per esibirsi nei teatrini del nulla, quando si fa a gara a chi alza più la voce, quando si fischia in coro, quando si interrompe e si offende l'avversario, quando si alzano cartelli e striscioni come allo stadio, quando si scommette su chi sarà il primo che verrà fermato dagli uscieri. 

E altrettanto pronti – prontissimi – a disertare il parlamento non appena si parla di qualcosa di reale, di un tema concreto, delicato, che riguarda la dignità degli esseri umani. 

E una politica che se ne frega della dignità degli esseri umani, che politica è? 
E il punto non è se siamo favorevoli o contrari al Testamento Biologico e a tutto ciò che ne consegue. Il punto è una discussione mancata, un dibattito mai avvenuto, un tema mai affrontato, che in democrazia non è mai un buon segno. 

Avremmo avuto bisogno tutti quanti di questa discussione, di ascoltare le opinioni favorevoli e quelle contrarie. Non è accaduto, la politica ha preferito il silenzio. Non il silenzio indignato né quello che dice più di ogni parola, ma il silenzio dell'assenza, il silenzio menefreghista e superficiale. 

E, ovviamente, il silenzio del giorno dopo, quando si pensa sia talmente normale lasciare un'aula vuota, che nessuno pensa di doverci alcuna spiegazione. 
Amen.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, 'facebook', 14 marzo 2017, qui


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mercoledì 15 giugno 2016

SENZA_TAGLI / Non-Voto, al tempo dei ballottaggi (Riccardo Lestini)

A una settimana dai ballottaggi, in televisione vanno in scena i “faccia a faccia” (come non se ne vedevano da tempo) tra i candidati nelle principali città: Fassino contro Appendino, Raggi contro Giachetti, Sala contro Parisi.
Sfide televisive che però, almeno a mio avviso, non hanno detto granché, nonostante l'opportunità di prendervi o meno parte sia stato il tormento di tutti gli staff elettorali. 
Nel tempo del botta e risposta, da entrambe le parti in causa, pochi, pochissimi contenuti e tanta, tantissima tattica. Più che puntare sulle proprie proposte, ogni candidato ha giocato a mettere in luce i punti deboli dell'avversario. 
Un gioco al contrario molto consueto nella politica degli ultimi tempi: non vinco grazie ai miei meriti ma grazie ai tuoi errori.

Non penso quindi che i cosiddetti “indecisi”, da questi confronti televisivi, abbiano potuto trarre indicazioni importanti.
Gli indecisi appunto. Ai ballottaggi, per i contendenti che restano in campo, diventano particolarmente importanti: a quelli che si sono astenuti sin dal primo turno si aggiungono quelli che al primo turno hanno votato forze rimaste fuori dalla corsa finale. 
Il che significa un bacino elettorale potenzialmente immenso, in grado di ribaltare completamente pronostici e percentuali di partenza.

Ma chi è che non vota? E perché non lo fa? Cosa c'è dietro alla sigla “astenuti”?
Pur essendo in tempi di calo vertiginoso di affluenza alle urne un argomento sempre all'ordine del giorno, non è affatto facile rispondere. Il “partito” dell'astensione è assolutamente eterogeneo, trasversale, inclassificabile. 
Il non voto può essere certamente – e sicuramente in moltissimi casi lo è – figlio di disinteresse, superficialità, menefreghismo. 
Ma altrettanto certamente può essere disaffezione e, soprattutto, una scelta meditata, sofferta e ponderata dettata dall'impossibilità di riconoscersi nei partiti e negli schieramenti esistenti. 

E io, benché convinto da sempre dell'importanza dell'esercizio del proprio diritto di voto, credo che, in questi ultimi casi citati, quella del non voto sia ugualmente una scelta, con delle motivazioni serie e fondate. E, come tale, da rispettare.

Eppure, durante questa ultima campagna elettorale, non solo i candidati ma anche i semplici militanti ed elettori, hanno battuto molto sullo “sbaglio” che fanno quelli che si astengono. Uno sbaglio in sé, a prescindere: sempre e comunque meglio – dal loro punto di vista – scegliere qualcuno, sempre meglio, se proprio non ci si riconosce in nessuno, individuare il meno peggio e votarlo.
Se magari però al primo turno, con più forze in campo, fare una scelta anche non troppo convinta può essere cosa relativamente semplice, al ballottaggio, con due soli candidati rimasti in pista, la questione si fa assai più complessa. 

Il dramma (poiché di dramma si tratta) della “non appartenenza”, del non riconoscersi in nessuno, penso diventi ancora più comprensibile. E ancora più da rispettare.
In questo senso mi piacerebbe sapere (lasciando stare gli ovvi riposizionamenti dei partiti) cosa faranno molti militanti e molti elettori che al primo turno hanno votato schieramenti e candidati usciti di scena. 
Ad esempio gli elettori PD a Napoli, quei militanti che sostenevano la sacralità del diritto di voto e la fesseria del non votare, andranno a votare al ballottaggio? E gli elettori di Fratelli d'Italia a Roma, cosa faranno? E gli elettori 5 Stelle a Milano, che forse più di tutti, in ogni comune in cui erano presenti, hanno sostenuto l'importanza di andare alle urne e il delitto dell'astensione, cosa faranno? Voteranno uno tra Sala e Parisi oppure anche loro compiranno il delitto dell'astensione?

Un'ultima domanda. Magari c'è chi vuol fare lo sgambetto al centrodestra e allora va a votare centrosinistra. Poi c'è quello che vuole fare lo sgambetto ai Cinque Stelle e allora va a votare centrodestra. E soprattutto c'è quello che vuole fare lo sgambetto al PD allora vota Cinque Stelle, o chiunque si opponga al PD. 
In questo caso: è giusto parlare di sacralità del diritto di voto e ricordare tutte le persone morte per conquistare questo diritto per spingere la gente alle urne? 
Tradotto: si rispetta più il diritto di voto e il sangue versato per ottenerlo non andando a votare oppure esercitando tale diritto per fare sgambetti e votare senza alcuna convinzione?

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, Il non-voto al tempo dei ballottaggi, 'facebook', 13 giugno 2016, qui


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lunedì 13 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Da Mussolini a Stalin passando per Hitler (Riccardo Lestini)

Esattamente una settimana fa pubblicavo un articolo su una fotografia che stava rimbalzando qua e là sui social e, nella quale, si elencavano una serie di presunte “buone cose” fatte dal regime fascista in oltre vent'anni di governo. Un elenco esagerato, fatto non tanto di vizi ideologici, quanto di veri e propri svarioni storici, errori, falsi, travisamenti.
Ho avuto modo poi di appurare – cosa che mi avete segnalato in diversi – come la foto in questione fosse nata come uno scherzo, una presa in giro: una parodia delle convinzioni dei sostenitori (e dei nostalgici) del fascismo dei giorni nostri.
Ma la sostanza non cambia affatto. Perché, se pur nata come uno scherzo, chi ha iniziato a condividerla l'ha presa seriamente, molto seriamente, finendo per scatenare una pioggia virale di post e commenti inneggianti al fascismo, al ritorno del duce. Inneggianti, e senza intenti scherzosi, a quegli svarioni storici, a quegli errori, a quei falsi e a quei travisamenti di cui sopra. A loro, più che alla foto in sé, si rivolgeva – e si rivolge – il mio articolo.

Detto e chiarito questo, vorrei ricordare come l'intento del mio articolo fosse prima di tutto quello di spostare il dibattito sui fatti – e sulla loro effettiva oggettività storica – piuttosto che sulle ideologie. Per questo ho insistentemente riportato le fonti delle mie affermazioni e, altrettanto insistentemente, ho chiesto a chi volesse smentirmi di portare a sua volta fonti attendibili.
Ma invece delle fonti (che non sono arrivate, da nessuna parte) e del dibattito sui fatti, in molti, moltissimi mi hanno risposto, tanto in pubblico quanto in privato: e Stalin? E il comunismo allora? Quando scrivi dei crimini comunisti?
Verrebbe da dire semplicemente: che cosa c'entra? Cosa c'entra questa logica da tifoserie (se parli male della Lazio sei per forza romanista) in un dibattito storico?
Comunque, nonostante avessi già scritto chiaramente come ritenessi tutte le dittature sbagliate e disumane a prescindere, sono ottuso e insisto. 
E rispondo:
Stalin, per tutti voi che me lo avete chiesto, è a mio avviso (ma non c'è bisogno del mio avviso, ci sono le fonti storiche a dimostrarlo) uno dei più spietati e feroci dittatori del '900.
Responsabile anzitutto di una sistematica epurazione interna al suo stesso partito, una volta assunti pieni poteri nell'allora governo dell'Unione Sovietica, mise in piedi un regime totalitario basato sul culto della personalità e sulla repressione del dissenso. Attraverso un ferreo programma di piani quinquennali trasformò la Russia da paese essenzialmente agricolo nella seconda potenza industriale del mondo. Tutto questo al prezzo della violenza sistematica, dell'eliminazione fisica di qualunque voce di dissenso in ogni campo (politico, scientifico, letterario, militare), della persecuzione di qualsiasi minoranza etnica, dello stakanovismo, della deportazione forzata nei terribili gulag, campi di detenzione dove trovarono la morte un numero incalcolabile di esseri umani. Il particolare andamento della Seconda Guerra Mondiale fece sì che Stalin si ritrovasse non propriamente e tecnicamente alleato, ma in un'azione combinata – e in funzione antitedesca – con gli angloamericani. Questo finì per offuscare e oscurare non tanto le atrocità staliniste in patria, quanto alcune oggettive responsabilità di Stalin nell'inizio della Seconda Guerra Mondiale, in particolar modo lo smembramento e l'annientamento della Polonia che fu deciso a tavolino da un'intesa russo-tedesca (il cosiddetto patto Ribbentrop-Molotov). Il suo ruolo nella guerra, il potersi presentare come liberatore dal nazismo, l'essere il leader della nazione con il maggior numero di vittime e, non da ultimo, la logica della guerra fredda e l'impenetrabilità della cortina di ferro (la maggior parte dei dati reali circa le violenze di Stalin e in generale dei regimi comunisti dell'est è stato possibile conoscerli solo dopo il 1989), fecero il resto: non solo equivocarono, ma portarono la sua figura a essere simbolo e punto riferimento (almeno fino ai primi anni sessanta) per molti comunisti occidentali, tacendo dei crimini di cui sopra o per ingenuità e ignoranza o per calcolo interessato.
Scritta e appurata la natura violenta, disumana e feroce del regime di Stalin e dei regimi comunisti in genere, cosa cambia nel giudizio sul fascismo? L'esistenza dei gulag rende le violenze fasciste qualcosa di positivo? Parlare di Stalin rende forse accettabili le assurde menzogne scritte (e poi sostenute in centinaia di condivisioni entusiaste) in quella famosa foto?
Per me si può parlare quanto volete di Stalin, Mao, la Corea del Nord (che poi tra l'altro se andate a spulciare nei miei archivi ne trovate parecchi, di scritti che affrontano tali questioni), ma sinceramente non credo vi interessi poi tanto. Credo al contrario che l'importante per molti di voi sia denunciare le violenze di queste dittature in maniera astratta per sostenere, viceversa e in maniera altrettanto astratta, le ragioni di altre dittature, in questo caso il fascismo.
Davvero per me si può parlare quanto volete di Stalin, Mao e via dicendo, ma credo vi dobbiate rassegnare al fatto che si parlerà sempre di più del fascismo, e che i discorsi sul fascismo avranno sempre più spazio e importanza. E in questo non c'entrano nulla cifre e statistiche, chi ha ammazzato di più e chi di meno, chi ha fatto più o meno danni.
Il fatto è che, semplicemente, in Italia c'è stato il fascismo e non il comunismo, al governo c'è stato Mussolini e non Stalin. E a occupare l'Italia è stata la Germania nazista di Hitler. Ovvio che, in Italia, nella storia italiana, occupino più spazio e rilevanza le questioni che interessano direttamente la nostra terra. 
Ma questo penso siate in grado di capirlo abbastanza facilmente: non siete voi, voi fascisti e nostalgici del ventennio, a dire, sempre e comunque, che prima vengono l'Italia e gli italiani?
E infine, non da ultimo, torna sempre e comunque la domanda originaria: le fonti?

Chiudo, sempre a proposito di cose sgradevoli, segnalando alcuni messaggi e commenti molto “simpatici” che mi sono arrivati in relazione alla pubblicazione dell'articolo di domenica scorsa. 
Si parte dal soft di chi mi ricorda che anche io, come la foto su cui ho scritto, posso essere sgradevole; si prosegue con alcune richieste, con toni che variano dall'argomentativo alla minaccia vera e propria, di RIMUOVERE IMMEDIATAMENTE foto e articolo; si finisce con insulti veri e propri di vario genere, dal classico “comunista di merda”, al fantasioso “zecca e frocio, fatti inculare a sangue da Travaglio”, fino al capolavoro “sì, vorrei che tornasse il fascismo... soprattutto per massacrare di botte e far smettere di respirare i finocchi come te”.
Li segnalo mica perché mi sento minacciato. Ma giusto così, per ricordare che l'intelligenza sì, quella è minacciata continuamente ed è bene non darla mai per scontata. 
Bene al contrario ricordarne ogni giorno l'importanza. 
E ogni giorno, fare qualcosa per difenderla.
Grazie a tutti.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista insegnante, Da Mussolini a Stalin passando per Hitler, 'facebook', 12 giugno 2016, qui


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martedì 7 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Mussolini, una foto sgradevole (Riccardo Lestini)


Una foto sgradevole.
In questi giorni è diventata virale sui social questa foto. 
Che poi, più che una foto, è una specie di schema riassuntivo, una sorta di mappa concettuale in cui si concentrano le “buone cose”, o meglio le “grandi cose” per cui il fascismo, e Mussolini, andrebbero ricordati, glorificati e, non da ultimo, emulati.
Ora, perché questa foto è sgradevole? 
Non tanto per motivi ideologici, quanto perché pretenderebbe, come lascia intendere dalla didascalia di apertura (“i libri di storia non te lo dicono”), di rivelare delle “verità” nascoste e taciute. 
Mentre, al contrario, contiene una sequela di sonore menzogne, approssimazioni e incompletezze. 
Siccome, da par mio, sono solito approfondire le questioni, vediamole tutte quante, punto per punto.

(1) - Il governo Mussolini ha creato le pensioni 
Falso.
La Previdenza Sociale in Italia nasce nel 1898, in piena età umbertina, con la fondazione della “Cassa Nazionale di previdenza per l'invalidità e la vecchiaia degli operai”. Tuttavia, l'obbligo di iscriversi a tale istituto, arriva solo dopo la prima guerra mondiale, esattamente nel 1919, con la creazione della CNAS (Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali). 
Il Fascismo perciò, non creò le pensioni, ma – nel 1933 – trasformò la CNAS in INFPS (Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale), a sua volta trasformato in INPS nel 1943. 
Quello che fece il Fascismo fu di estendere l'assicurazione obbligatoria anche ai dipendenti privati, visto che sino ad allora era prevista solo per quelli pubblici, creando di fatto l'embrione dell'articolazione dell'attuale sistema pensionistico. 
Una riforma certo importantissima. Ma resta il fatto che la paternità dell'invenzione delle pensioni in Italia, non spetta al Fascismo. 
Inoltre, vorrei chiedere agli autori della foto: in quali libri di storia NON viene riportata questa notizia? In quali libri si tace circa la riforma del sistema pensionistico in epoca fascista? Ho, direttamente in casa mia, qualcosa come ventuno manuali di storia in uso nelle scuole superiori. In TUTTI si dà ampio spazio alla questione. 
Potreste gentilmente citarmi titolo, autore e casa editrice dei libri che la omettono?
Da storico, e da professore di storia, gradirei segnalarli al MIUR.

(2) - Aumento costante del PIL del 9% annuo dal 1922 
Falso. 
I dati ufficiali sulla crescita o decrescita del PIL riportano chiaramente come nei 150 anni di storia dell'Italia, il picco massimo di crescita si ha dal periodo post bellico agli anni '80, arrivando a sfiorare, nel punto più alto, il +5% pro capite. 
La media del ventennio fascista è in realtà assai più bassa, raggiungendo al massimo il +0,96% pro capite, un dato molto, ma molto al di sotto di quanto sbandierato dalla foto. 
Anche in questo caso chiedo: ci sono fonti che io non conosco? Se sì, quali?

(3) - Ha esportato il Made in Italy nel mondo 
Quanto meno, informazione incompleta e fuorviante. 
La politica economica fascista attraversa due fasi assai distinte, se non addirittura contrapposte. 
La prima contraddistingue gli esordi del regime e quasi tutti gli anni '20, quando Mussolini attua una grande riforma fiscale che impresse all'economia italiana uno stampo marcatamente liberista, a favore di agrari e industriali, i quali, vedendo aumentare sensibilmente i propri profitti, videro facilitate le esportazioni dei loro prodotti (in particolare ne beneficiarono i grossi colossi industriali, FIAT, Snia e Montecatini Fertilizzanti in primis). 
Quindi, in effetti, alcuni grandi gruppi industriali a metà degli anni '20 incrementarono sensibilmente l'esportazione all'estero, ma si dimentica che: 1) tale politica fu intrapresa come “saldo”, cioè come ricompensa a quei gruppi industriali che avevano finanziato l'ascesa di Mussolini al potere, e senza i quali la presa di potere sarebbe stata impossibile e impensabile; 2) Mussolini nell'operazione di esportazione e di politica liberista non fece alcuna rivoluzione, ma si limitò a rafforzare i gruppi finanziari che sostenevano ANCHE il potere precedente al fascismo, vale a dire quello liberale; 3) conseguentemente, Mussolini si limitò a conservare lo status quo, potenziandolo ulteriormente, a scapito dei salari degli operai (che dal 1924 subirono drastici tagli e inoltre la giornata lavorativa fu allungata a nove ore. 
Nella seconda fase però, dalla fine degli anni '20 in poi, l'economia fascista cambiò radicalmente volto, passando dal liberismo al protezionismo. Una misura che non solo ridusse, ma andò di fatto ad annullare quasi completamente l'esportazione di made in Italy all'estero per tutto il decennio successivo.
Anche in questo caso: esistono fonti dirette che possono smentire quanto da me affermato?

(4) - 8000 ettari di paludi bonificati
Questo è vero.

(5) - Aumento del tasso di natalità del 74%.
Falso. 
A parte il fatto che il 74% è una cifra abnorme, diciamo pure assurda per qualunque ragionamento dotato di un minimo di buonsenso, i dati ISTAT ci informano come tra il 1921 e il 1939 (gli anni di guerra, per ovvie ragioni, in demografia non si contano), il tasso di natalità sia aumentato del 5%. 
Di nuovo: ci sono fonti che possono smentirlo?

(6) - Criminalità -300%. 
Falso. 
La percentuale non trova in realtà ALCUN RISCONTRO in fonti ufficiali. Almeno non in quelle in mio possesso. 
Qui occorre fare due ordini di ragionamento. 
Punto primo. Ovvio che il concetto di criminalità, diciamo così, “quotidiana”, è molto cambiato dal 1922 a oggi. All'epoca, il maggior problema della “criminalità” era legato alla gestione dell'ordine pubblico: “criminali” erano considerate soprattutto le manifestazioni operaie e socialiste per rivendicare i diritti dei lavoratori e delle classi meno abbienti (che trovarono, nel biennio rosso, il loro culmine). Quindi, gran parte di ciò che il fascismo propagandò come “eliminazione della criminalità”, non fu altro che feroce REPRESSIONE DEL DISSENSO. 
Punto secondo. Se invece parliamo di criminalità organizzata – tradotto: Cosa Nostra – i rapporti tra Fascismo e Mafia furono tutt'altro che limpidi. Generalmente, il fascismo eliminò la criminalità organizzata REINTEGRANDOLA NEI SUOI APPARATI. Per le fonti su quanto appena affermato, rimando a un mio articolo specifico e dettagliato sull'argomento: “A proposito di mafia e fascismo”, pubblicato su questa stessa pagina in settembre.

(7) - Ha portato le università in Italia. 
Falso. 
E, oltre che falso, ridicolo, visto che le Università italiane sono tra le più antiche al mondo: l'Università di Bologna, ad esempio, risale al 1088 (oppure avete fonti che possano smentirlo?), mentre nel 1222 (“appena” settecento anni prima della marcia su Roma), Federico II a Napoli fondò la prima Università pubblica, cui seguì qualche anno dopo l'Università di Padova. 
Semmai, fu il fascismo a portare se stesso nelle università, nel senso che operò un sistematico controllo poliziesco sulla libertà di ricerca accademica, impoverendola enormemente (la prima vera “fuga di cervelli” verso le università straniere, si ha proprio durante il ventennio). 
C'è un libro sull'argomento che riporta oltre 2mila fonti dirette: “Università e accademie sotto il fascismo”, a cura di P.G. Zulino, Olshki.

(8) - Ingresso diretto nel mondo del lavoro a 18 anni. 
Falso e... poco comprensibile. 
Nel senso: che cosa si intende esattamente con questa frase/slogan? Che il fascismo investiva sull'occupazione giovanile? Oppure, più generalmente, che in Italia sotto il fascismo non vi era il problema della disoccupazione? In entrambi i casi, l'affermazione resta comunque falsa e incompleta. 
Primo: nell'Italia rurale, liberale prima e fascista poi, ma anche nell'Italia della prima industrializzazione di massa, fino a più o meno metà degli anni '60, era purtroppo assai consueto iniziare a lavorare anche PRIMA dei 18 anni. Era la prassi dettata da analfabetismo e miseria, non il frutto di un investimento politico. 
Secondo: si veda quanto detto prima a proposito dell'economia. Nella prima fase ci fu un naturale aumento dell'occupazione, mentre successivamente, una serie di concause (crisi del '29, protezionismo, autarchia economica e scelte sbagliate, come la battaglia del grano) portarono a un calo più che drastico dell'occupazione. E la disoccupazione, specie al sud, fu una dolorosa spina nel fianco per il regime durante gran parte degli anni '30.

(9) - Perfetta educazione cattolica 
Anche in questo caso... cosa significa esattamente questa affermazione? Perché una “perfetta” educazione cattolica dovrebbe necessariamente essere un successo politico e un motivo di vanto? 
Dal punto di vista prettamente storico invece, occorre ricordare che l'impronta “cattolica” che Mussolini diede al regime, fu tutt'altro che “spontanea” e “ideologica”. Il fascismo nasce infatti come movimento laico, Mussolini – che era socialista – era leader prettamente materialista, con un nemmeno troppo velato anticlericalismo. La svolta “religiosa” fu dettata da un calcolo puramente di comodo: alla fine degli anni '20, nel momento più critico del regime in quanto a consenso, si rese necessario un alleato di ferro che potesse ricondurre il popolo in seno al fascismo. E l'alleato di ferro fu la chiesa cattolica e i suoi vertici, scelta che portò, nel '29, ai celebri patti lateranensi.

(10)- Italiani popolo con i valori migliori del mondo 
Che i libri di storia non dicano questa cosa è vero, verissimo. Ma perché dovrebbero dirlo? È un'opinione, condivisibile o meno. Ma di certo NON è una verità storica assoluta.

(11) - Ha ridato l'Italia agli italiani e viceversa 
E prima del 1922 di chi era l'Italia? A me risulta che l'Unità d'Italia fosse stata raggiunta quarant'anni prima.

(12) - Democrazia diretta da parte del popolo sovrano 
Falso. Falsissimo. 
Da che mondo è mondo, “democrazia diretta” si ha quando i cittadini, senza la mediazione della rappresentanza parlamentare, esercitano direttamente il potere legislativo, laddove quindi non c'è uno Stato che detiene tale potere legislativo in forma monopolistica. 
A me risulta, nell'ordine: 1) che il fascismo prese il potere non tramite elezione popolare, ma con un atto unilaterale di forza (marcia su Roma); 2) che il fascismo esercitò il potere in maniera molto più che monopolistica, accentrando su di sé tutti i poteri; 3) che non solo non vi fu democrazia diretta, ma non vi fu nemmeno democrazia rappresentativa, visto che il parlamento fu sciolto e tutti i partiti messi fuori legge;4) che il popolo non solo non fu sovrano, ma fu privato di qualunque diritto decisionale, visto che NON CI FURONO PIU' ELEZIONI POLITICHE per oltre vent'anni, e nemmeno ELEZIONI AMMINISTRATIVE (il popolo cioè non ebbe più diritto nemmeno di votare il sindaco del proprio comune, visto che i sindaci furono sostituiti dai podestà, di diretta nomina governativa); 5) che le ultime elezioni libere prima del ventennio del regime si svolsero nel 1924, e quanto deciso dal “popolo sovrano”, il fascismo lo stravolse e lo falsò con brogli e minacce, quegli stessi brogli che portarono all'omicidio dell'onorevole Matteotti; 6) che il plebiscito del 1929 fu strutturato con un sistema che permetteva di controllare il voto dei singoli elettori (venivano consegnate due schede, e l'elettore doveva scartare, davanti agli scrutatori fascisti, l'opzione non selezionata), e di conseguenza fu assai più che una farsa. 
Ci sono fonti storiche che dimostrano il contrario?

(13) - L'Italia diventa la prima potenza economica italiana 
Sicuramente un errore di stampa. Perché è ovvio che la prima potenza economica italiana sia l'Italia, così come la prima potenza economica francese è per forza la Francia. Se poi si intende “prima potenza economica europea” o “mondiale”, va ricordato che è solo con il boom economico – anni '60 – che l'Italia entra tra le prime cinque superpotenze economiche del mondo.

Infine e per concludere: 
quello che i libri di storia fanno, non è nascondere i provvedimenti o le riforme importanti (che ovviamente ci sono stati) messi in atto dal fascismo. Semplicemente evidenziano come il prezzo di tali riforme sia stata la violenza sistematica, lo squadrismo, la tortura, l'eliminazione fisica degli avversari, il consenso ottenuto con il terrore, il silenzio imposto, la negazione dei più elementari diritti di libertà e autodeterminazione e, non da ultimo, la responsabilità diretta in quella tragedia immane che fu la seconda guerra mondiale e che costò oltre cinquanta milioni di morti. 
E prima che qualcuno mi ponga la questione, rispondo in anticipo: la dittatura, qualunque dittatura, è per me un abominio a prescindere. E quanto ho appena detto – fatte le debite distinzioni non ideologiche, ma geografiche, culturali e storiche – lo penso in maniera più o meno identica per lo stalinismo, il nazismo, il franchismo, la ddr, il maoismo e tutti i regimi che hanno nel corso dei decenni insanguinato il mondo.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, Una foto sgradevole, 'facebook', 5 giugno 2016, qui

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giovedì 10 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Un paio di mutandine rosse (banalità di uno stupro) (Riccardo Lestini)

​Il rosso ti piaceva, immagino.
Forse era addirittura il tuo colore preferito, il colore del cuore, del sangue, dei tramonti d'estate, della passione, dell'amore. Il colore che ha la vita quando si accende.
Forse per questo le hai scelte così, quelle mutandine, perché a vent'anni la vita è un motore che non si spegne nemmeno se togli la chiave. Perché a vent'anni la vita è un obbligo, un imperativo.
Magari te le aveva regalate un'amica fidata o un fidanzato particolarmente attento ai tuoi gusti. O magari te le eri comprata da sola, in uno di quei pomeriggi di luce piena in cui ci si sente così leggeri che basta entrare in un negozio e farci il regalo che ci piace per sentirsi parte di tutto il mondo.

Oppure no, niente di tutto questo.
Il rosso ti era completamente indifferente. Amavi altri colori, che so, il viola, il nero, l'azzurro, il bianco. Il verde, forse. Del rosso non te ne fregava proprio un cazzo e quelle mutandine erano finite chissà come nel tuo cassetto, uno stock dozzinale arraffato al mercato una mattina in tutta fretta, un regalo sbagliato, un residuato di qualche altra stagione della vita indossato per la stanchezza di non caricare l'ennesima lavatrice.

In ogni caso a chi sarebbe mai importato? A chi diavolo sarebbe mai importato qualcosa del perché e del percome un paio di stupide mutandine rosse avessero preso domicilio nel tuo armadio, del perché e del percome tu quella sera avessi deciso di mettertele addosso?
Chi l'avrebbe mai detto che un paio di mutandine rosse sarebbero diventate così importanti?

Eppure ti hanno cambiato la vita.
Eppure, che fosse o no il tuo preferito, oggi sai che il rosso non è il colore del cuore, del sangue, dei tramonti d'estate, della passione, dell'amore.
Stupida tu, se mai un giorno l'hai pensato e stupido io, che ancora oggi lo penso e lo scrivo.
Oggi sai che il rosso è il colore del fuoco con cui non si deve mai giocare, dell'inferno, del peccato, delle mestruazioni per cui Maria di Nazareth fu cacciata dal Tempio, dell'impurità, della colpa. Della colpa, soprattutto.

Oggi sai che per quel rosso così identico al peccato sei tu a essere cacciata dal Tempio.
Oggi sai che la tua colpa è tutta lì, in quel rosso funesto con cui hai rivestito la tua intimità.
Oggi sai che è stato quel rosso pregno di desiderio e oscenità ad aver trasformato un gregge di agnelli in un branco di bestie in calore.
Oggi sai che avere una notte di passione con uno sconosciuto significa per forza volerne anche quattro, cinque, sei, tutti insieme, a prescindere dal loro volto e dalla loro voce.
Oggi sai che sei tu ad aver voluto quella violenza, le tue carni aperte e divaricate, il tuoi vestiti strappati, il tuo trucco sfatto sotto la luna di una notte di miseria.
Oggi sai che mettersi la minigonna vuol dire provocare, uscire da sola significa adescare, parlare significa attrarre, scherzare significa eccitare.
Oggi sai che essere una ragazza libera significa essere solo una schifosa puttana, una lurida troia che vuole essere presa, sbattuta, fottuta, scopata, che amare la vita e la libertà e la propria giovinezza e mostrarlo al mondo intero significa volere e meritarsi di essere straziata e violentata.
Oggi sai che quella sera, tu e le tue maledette mutandine rosse, non cercavate altro che uno stupro.
Oggi sai che un maschio non può essere colpevole, che mentre raccoglievi i cocci di te stessa le bestie in calore già cantavano dentro birre ghiacciate la certezza della loro impunità.
Oggi sai che sei colpevole per le tue gambe, i tuoi seni, i tuoi occhi.
Oggi sai che sei colpevole di essere donna.

Vorrei poterti scrivere un giorno una nuova canzone di Marinella, reinventare anche per te una notte da principessa e addolcirti la morte, ché pure se sei ancora viva, lo so, una parte di te oggi ha smesso di respirare.
Perdonami se ne sarò capace soltanto domani o tra un anno, se oggi ho solo rabbia e crudeltà per questo nostro mondo così civile che da quello tanto demonizzato dei talebani differisce soltanto in ipocrisia.

Perdonami, se anche io sono un uomo.

Buonanotte, Marinella.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, Un paio di mutandine rosse (banalità di uno stupro), facebook, 8 marzo 2016, qui (pubblicato per la prima volta il 30/07/15) #storieRiccardoLestini


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venerdì 5 febbraio 2016

#SENZA_TAGLI / Donna, sposati e sii sottomessa (Riccardo Lestini)

Oggi veniamo a sapere, dalle colonne dei principali quotidiani, che palpeggiare sul luogo di lavoro le parti intime di colleghe non consenzienti, non costituisce reato.

A stabilirlo è stata la sentenza del Tribunale di Palermo, che ha assolto il 65enne Domenico Lipari, impiegato all'Agenzia dell'Entrate, denunciato da due colleghe per, appunto, palpeggiamenti e molestie. Assolto non per non aver commesso il fatto (Lipari ha sempre confermato di aver palpeggiato le due donne), ma proprio perché “il fatto non costituisce reato”. Motivazione della sentenza: “il gesto è da ritenersi come inopportuno e immaturo atteggiamento di scherzo”. 
No, non ho fatto alcun errore di battitura, è andata proprio così: il Tribunale ha ritenuto un 65enne “immaturo”.

Contemporaneamente, a Latina, una donna di 42anni è stata denunciata dal marito e rinviata a giudizio per “maltrattamenti in famiglia”. Nello specifico, i maltrattamenti consisterebbero nel fatto che la donna “non effettuava con regolarità le pulizie di casa” e “non preparava la cena al marito”. Il processo, in questo caso, deve ancora iniziare, ma dal rinvio a giudizio veniamo a sapere che una donna può finire in tribunale – e rischiare una condanna da due a sei anni – se non prepara manicaretti al consorte e non gli fa trovare ogni giorno la casa linda e splendente.

Per entrambi i casi, sui social, pioggia di truci commenti di maschi entusiasti. 

Per la storia di Palermo, cito in ordine sparso: “e che vuoi che sia una pacca sul culo”; “poi ste troie vengono a lavorare vestite in un modo che le palpate te le tirano via dalle mani”; “tutta sta storia per una tastata di tette”; “la sentenza è giusta: ste donne hanno rotto il cazzo”. E via dicendo. 
Per quella di Latina, sempre in ordine sparso: “io avrei fatto di peggio, l'avrei ammazzata”; “era ora”; “si merita quindici anni, sta stronza”. Cito anche due commenti di donne: “del resto è venuta meno al suo compito”; “il marito ha soltanto voluto riconoscere un suo diritto sacrosanto”.

Intanto, ci ricorda un bellissimo articolo di Michela Murgia apparso oggi su “Repubblica”, dall'inizio del 2016 contiamo una vittima ogni tre giorni per femminicidio. Tra le tante, la donna morta a Catania strangolata dal marito davanti al figlio di quattro anni, la ragazza ridotta incinta di nove mesi e ridotta in fin di vita dal compagno che le ha dato fuoco, la donna che proprio ieri è stata decapitata dal marito. Su di loro, il silenzio. 
Per non contare le innumerevoli vittime di stupro, sulle quali no, non regna il silenzio. Regna al contrario il dubbio. Il dubbio strisciante, nell'opinione pubblica, che sia colpa loro, delle vittime: troppo discinte, troppo provocanti. Troppo donne.

Nel primo pomeriggio di sabato scorso, al Circo Massimo, durante il Family Day, al momento clou della manifestazione, è salita sul palco la giornalista, scrittrice e blogger Costanza Miriano, autrice del best-seller Sposati e sii sottomessa. Un libro che esorta le donne di tutto il mondo a riprendere il proprio ruolo naturale, che è quello, appunto, di totale sottomissione all'uomo: “Rassegnati, ha ragione lui – scrive l'autrice – obbediscigli, sposalo, fate un figlio, trasferisciti nella sua città, perdonalo, fate un altro figlio”. 
Il libro ha venduto 150mila copie. Vale a dire lo stesso numero di copie che otteniamo sommando cinque (cinque!) recenti pubblicazioni che denunciano la violenza sulle donne, si interrogano sul ruolo delle donne e, soprattutto, denunciano lo strisciante e incredibile maschilismo che ancora permea la nostra società: Ferita a morte di Serena Dandini, l'antologia Questo non è amore edita da Marsilio, Regina Nera di Matteo Strukul, Sebben che siamo donne edita da Derive&Approdi e “Mia per sempre di Cinzia Tani. 

Dal palco del Family Day, la Miriano ha gridato: “Riprendiamoci questo ruolo che stiamo dimenticando per emanciparci, torniamo a essere vere donne capaci di accoglienza, e se lo faremo i nostri uomini torneranno a essere capaci di grandezza”. 
L'hanno applaudita, entusiasti, due milioni di persone. Un numero imprecisato l'ha applaudita da casa. Nessuno, a quanto risulta, si è scandalizzato.

Chissà perché l'opinione pubblica insorge contro la “segregazione” e la “sottomissione” della donna solo quando si parla di Islam. 
Forse sarebbe il caso, noi uomini per primi ma anche molte, moltissime (troppe) donne, ogni volta che denunciamo il velo, le lapidazioni, l'orrenda, spietata e inaccettabile condizione in cui l'intero universo femminile viene tenuto in tantissime aree del mondo, ci ricordassimo di guardare anche tra le pieghe del nostro amato “mondo libero”. 
Un mondo che, spesso e volentieri, si rivela paritario solo formalmente. Ma che nella pratica resta ferocemente e spietatamente machista e maschilista. 
E sarebbe il caso di cambiarlo davvero, questo nostro amato “mondo libero”. 
Cambiarlo una volta per tutte. 
Sono stanco di vergognarmi per essere un uomo.

*** Riccardo LESTINI, scrittore, regista, insegnante, Sposati e sii sottomessa, 'facebook', 3 febbraio 2016, qui

(da pagina facebook di Riccardo Lestini)

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