Un giorno tutti saremo felici. Le lacrime, chi le ricorderà? I bimbi scoveranno nei vecchi libri la parola “piangere” e alla maestra in coro chiederanno: “Signora, che vuol dire? Non si riesce a capire”. Sarà la maestra, una bianca vecchia con gli occhiali d’oro, e dirà loro: “Così e così”. I bimbi lì per lì non capiranno. A casa, ci scommetto, con una cipolla a fette proveranno e riproveranno a piangere per dispetto e ci faranno un sacco di risate… E un giorno tutti in fila, andranno a visitare il Museo delle lacrime: io li vedo, leggeri e felici, i fiori che ritrovano le radici. Il Museo non sarà tanto triste: non bisogna spaventare i bambini. E poi, le lacrime di ieri non faranno più male: è diventato dolce il loro sale. E la vecchia maestra narrerà: “Le lacrime di una mamma senza pane… le lacrime di un vecchio senza fuoco… le lacrime di un operaio senza lavoro… le lacrime di un negro frustato perchè aveva la pelle scura…” “E lui non disse nulla?” “Ebbe paura?” “Pianse una sola volta ma giurò: una seconda volta non piangerò”. I bimbi di domani rivedranno le lacrime dei bimbi di ieri: del bimbo scalzo, del bimbo affamato, del bimbo indifeso, del bimbo offeso, colpito, umiliato… Infine la maestra narrerà: “Un giorno queste lacrime diventarono un fiume travolgente, lavarono la terra da continente a continente, si abbatterono come una cascata: così, così la gioia fu conquistata”.
(in 'filastrocche.it', qui)
In Mixtura i contributi di Gianni Rodari qui In Mixtura ark #PoetiRecitati qui
Io vulesse truvà pace; ma na pace senza morte. Una, mmieze’a tanta porte, s’arapesse pe’ campa’! S’arapesse na matina, na matin’ ‘e primavera, e arrivasse fin’ ‘a sera senza dì: ‘nzerràte llà! Senza sentere cchiù ‘a ggente ca te dice: io faccio…, io dico, senza sentere l’amico ca te vene a cunziglia’. Senza senter’ ‘a famiglia ca te dice: Ma ch’ ‘e fatto? Senza scennere cchiù a patto c’ ‘a cuscienza e ‘a dignita’. Senza leggere ‘o giurnale… ‘a nutizia impressionante, ch’è nu guaio pe’ tutte quante e nun tiene che ce fa’. Senza sentere ‘o duttore ca te spiega a malatia.. ‘a ricett’ in farmacia… l’onorario ch’ ‘e ‘a pava’. Senza sentere stu core ca te parla ‘e Cuncettina, Rita, Brigida, Nannina… Chesta sì…Chell’ata no. Pecchè, insomma, si vuo’ pace e nun sentere cchiu’ niente, ‘e ‘a spera’ ca sulamente ven’ ‘a morte a te piglia’? Io vulesse truva’ pace ma na pace senza morte. Una, mmiez’ ‘a tanta porte s’arapesse pe’ campa’! S’arapesse na matina, na matin’ ‘e primavera, e arrivasse fin’ ‘a sera senza di’: nzerràte lla’! ---
Traduzione:
Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte
(vorrei che) una in mezzo a tante porte
si aprisse per vivere!
Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino a sera
senza dire: “Chiudete la’!”
Senza ascoltare piu’ la gente
che ti dice: “Io faccio, io dico”,
senza ascoltare l’amico
che pretende di dare consigli
Senza ascoltare la famiglia
che ti dice: “Ma che hai fatto?”
senza scendere piu’ a patti
con la coscienza e la dignità
Senza leggere sul giornale
la notizia impressionante
che è un guaio per tutti
e non sai come evitarlo.
Senza ascoltare il dottore
che ti spiega la malattia
la ricetta in farmacia
l’onorario da pagare.
Senza ascoltare il cuore
che ti parla di Concettina
Rita, Brigida, Nannina…
questa si…quell’altra no.
Perche, insomma, se vuoi pace
e non sentire più nulla
devi sperare soltanto
che venga la morte a prenderti?
Io vorrei trovare pace
ma una pace senza morte
(vorrei che) una in mezzo a tante porte
si aprisse per vivere!
Si aprisse una mattina
una mattina di primavera
per arrivare fino alla sera
senza dire: “Chiudete là!'”.
In Mixtura altri contributi di Eduardo De Filippo qui In Mixtura ark PoetiRecitati qui
Chandra Livia CANDIANI
poetessa e traduttrice Istruzione per abbracciarsi
da Chandra Livia Candiani, La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore
Einaudi, 2014
testo recitato da Carlo STANZANI video 1min28
Moni OVADIA legge Arrivederci bandiera rossa di E.A. Evtušenko
dallo spettacolo La bella utopia
video 3min02
Arrivederci, bandiera rossa - sei scivolata giù dal Cremlino non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera, sotto le nostre bestemmie sul Reichstag fumante, sebbene anche allora intorno alla tua asta, si consumasse una truffa. Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica. In trincea eri speranza unanime d’Europa, ma tu cingevi il Gulag con un rosso schermo e tanti infelici in tuta da carcerati. Arrivederci, bandiera rossa... Riposa, distenditi. E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno. Gl’ingannati che hai condotto al massacro, alla strage, ricorderanno anche te - ingannata tu stessa. Arrivederci bandiera rossa... Non ci portasti bene. Grondavi di sangue e noi col sangue ti togliamo. Ecco perché adesso non ci sono più lacrime da asciugare: così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille. Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà lo compimmo d’impulso con la nostra bandiera su noi stessi, nella lotta inaspriti. Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago. Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno, che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio, quando all’asta si afferra la marmaglia o la gente affamata, confusa dalla retorica. Arrivederci bandiera rossa… Tu fluttui nei sogni, sei rimasta una striscia nel russo tricolore. Nelle mani dell’azzurrità e del biancore forse il colore rosso dal sangue sarà liberato. Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore, che i bari di bandiere non barino con te! Possibile anche per te lo stesso giudizio: pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato? Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» li pestavamo forte. Noi, nati nel paese che più non c’è, ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo. Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo. La smerciano per dollari, alla meglio. Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag. Non sono un kommunjak. Ma guardo la bandiera rossa e piango.
*** Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, 1932-2017, poeta russo, Arrivederci bandiera rossa, 23 giugno 1992, testo qui
Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo Altrimenti, non cominciare mai. Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo Ciò potrebbe significare perdere fidanzate, mogli, parenti, impieghi e forse la tua mente. Fallo fino in fondo. Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni. Potrebbe significare gelare su una panchina del parco. Potrebbe significare prigione, potrebbe significare derisione, scherno, isolamento. L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo. E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze. E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare. Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo. Non esiste sensazione altrettanto bella. Sarai solo con gli Dei. E le notti arderanno tra le fiamme Fallo, fallo, fallo. FALLO! Fino in fondo, fino in fondo Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta È l’unica battaglia giusta che esista. (testo tratto da 'sulla strada della follia',qui
In Mixtura altri 2 contributi di Charles Bukowski qui e altri 2 contributi di Gianni Caputo qui
L’infinito, 1828, da Giacomo Leopardi, Canti, 1835
recitazione di Vittorio Gassman (1922-2000)
video, 1min23
Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Maya Angelou legge la sua poesia A Brave and Startling Truth, scritta nel 1995 per celebrare i cinquant'anni dell'ONU. Quiil testo originale in inglese.
Morire - questo a un gatto non si fa. Perché cosa può fare il gatto in un appartamento vuoto? Arrampicarsi sulle pareti. Strofinarsi tra i mobili. Qui niente sembra cambiato, eppure tutto è mutato. Niente sembra spostato, eppure tutto è fuori posto. E la sera la lampada non brilla più. Si sentono passi sulle scale, ma non sono quelli. Anche la mano che mette il pesce nel piattino non è quella di prima. Qualcosa qui non comincia alla sua solita ora. Qualcosa qui non accade come dovrebbe. Qui c'era qualcuno, c'era, e poi d'un tratto è scomparso, e si ostina a non esserci. In ogni armadio si è guardato. Sui ripiani è corso. Sotto il tappeto si è controllato. Si è perfino infranto il divieto di sparpagliare le carte. Cos'altro si può fare. Aspettare e dormire. Che provi solo a tornare, che si faccia vedere. Imparerà allora che con un gatto così non si fa. Gli si andrà incontro come se proprio non se ne avesse voglia, pian pianino, su zampe molto offese. E all'inizio niente salti né squittii.
Dici:
per noi va male. Il buio
cresce. Le forze scemano.
Dopo che si è lavorato tanti anni
noi siamo ora in una condizione
più difficile di quando
si era appena cominciato.
E il nemico ci sta innanzi più potente che mai.
Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso
una apparenza invincibile.
E noi abbiamo commesso degli errori,
non si può negarlo.
Siamo sempre di meno. Le nostre
parole d’ordine sono confuse. Una parte
delle nostre parole
le ha stravolte il nemico fino a renderle
irriconoscibili. Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto? Qualcosa o tutto? Su chi
contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere
più nessuno e da nessuno compresi? O contare sulla buona sorte?
Questo tu chiedi. Non aspettarti
nessuna risposta
oltre la tua.
---
Anche in 'lo sguardo poIetico', 73, 20 aprile 2013, http://twl.sh/11q4vDc
Ride ancora il tuo corpo all'acuta carezza della mano o dell'aria, e ritrova nell'aria qualche volta altri corpi? Ne ritornano tanti da un tremore dei sangue, da un nulla. Anche il corpo che si stese al tuo fianco, ti ricerca in quel nulla. Era un gioco leggero pensare che un giorno la carezza dell'aria sarebbe riemersa improvviso ricordo nel nulla. Il tuo corpo si sarebbe svegliato un mattino, amoroso del suo stesso tepore, sotto l'alba deserta. Un acuto ricordo ti avrebbe percorsa e un acuto sorriso. Quell'alba non torna? Si sarebbe premuta al tuo corpo nell'aria quella fresca carezza, nell'intimo sangue, e tu avresti saputo che il tiepido istante rispondeva nell'alba a un tremore diverso, un tremore dal nulla. L'avresti saputo come un giorno lontano sapevi che un corpo era steso al tuo fianco. Dormivi leggera sotto un'aria ridente di labili corpi, amorosa di un nulla. E l'acuto sorriso ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti. Non è più ritornata, dal nulla, quell'alba?
Un amore felice. È normale? È serio? È utile? Che se ne fa il mondo di due esseri che non vedono il mondo? Innalzati l'uno verso l'altro senza alcun merito, i primi qualunque tra un milione, ma convinti che doveva andare così - in premio di che? Di nulla; la luce giunge da nessun luogo - perché proprio su questi, e non su altri? Ciò offende la giustizia? Sì. Ciò offende i princìpi accumulati con cura? Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù. Guardate i due felici: se almeno dissimulassero un po', si fingessero depressi, confortando così gli amici! Sentite come ridono - è un insulto. In che lingua parlano - comprensibile all'apparenza. E tutte quelle loro cerimonie, smancerie, quei bizzarri doveri reciproci che s'inventano - sembra un complotto contro l'umanità! È difficile immaginare dove si finirebbe se il loro esempio fosse imitabile. Su cosa potrebbero contare religioni, poesie, di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe, chi vorrebbe restare più nel cerchio? Un amore felice. Ma è necessario? Il tatto e la ragione impongono di tacerne come d'uno scandalo nelle alte sfere della Vita. Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto. Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra, capita, in fondo, di rado. Chi non conosce l'amore felice dica pure che in nessun luogo esiste l'amore felice. Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.
I ragazzi che si amano, traduzione di Francesco Bruno
in Jacques Prèvert,Canzone del mese di maggio,
a cura di Roberto Rossi Precerutti,
in Un secolo di poesia, a cura di Nicola Crocetti, Edizioni Corriere della Sera, 2012
lettura di Achille Millo, 1922-2006
video 0min47
I ragazzi che si amano si baciano in piedi Contro le porte della notte E i passanti che passano li segnano a dito Ma i ragazzi che si amano Non ci sono per nessuno Ed è soltanto la loro ombra Che trema nel buio Suscitando la rabbia dei passanti La loro rabbia il loro disprezzo i loro risolini la loro invidia I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno Loro sono altrove ben più lontano della notte Ben più in alto del sole Nell’abbagliante splendore del loro primo amore
Elogio dell'ombra, da Jorge Luis Borges, Elogio dell'ombra, 1969,
Einaudi, 1971-2007
lettura e video di Luigi Maria Corsanico, cileno
video, 4min17
La vecchiaia (è questo il nome che gli altri le danno) può essere il tempo della nostra felicità. L'animale è morto o è quasi morto. Rimangono l'uomo e la sua anima. Vivo tra forme luminose e vaghe che non sono ancora le tenebre. Buenos Aires, che prima si lacerava in suburbi verso la pianura incessante, è diventata di nuovo la Recoleta, il Retiro, le sfocate case dell'Once e le precarie e vecchie case che chiamiamo ancora il Sur. Nella mia vita sono sempre state troppe le cose; Democrito di Abdera si strappò gli occhi per pensare; il tempo è stato il mio Democrito. Questa penombra è lenta e non fa male; scorre per un mite pendio e assomiglia all'eternità. I miei amici non hanno volto, le donne sono quel che erano molti anni fa, gli incroci delle strade potrebbero essere altri, non ci sono lettere sulle pagine dei libri. Tutto questo dovrebbe intimorirmi, ma è una dolcezza, un ritomo. Delle generazioni di testi che ci sono sulla terra ne avrò letti solo alcuni, quelli che continuo a leggere nella memoria, a leggere e a trasformare. Dal Sud, dall'Est, dall'Ovest, dal Nord, convergono i cammini che mi hanno portato nel mio segreto centro. Quei cammini furono echi e passi, donne, uomini, agonie, resurrezioni, giorni e notti, dormiveglia e sogni, ogni infimo istante dello ieri e di tutti gli ieri del mondo, la ferma spada del danese e la luna del persiano, gli atti dei morti, il condiviso amore, le parole, Emerson e la neve e tante cose. Adesso posso dimenticarle. Arrivo al mio centro, alla mia algebra, alla mia chiave, al mio specchio. Presto saprò chi sono.