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mercoledì 5 maggio 2021

#MOSQUITO / Resilienza, il pericolo di un termine alla moda (Andrea Colamedici e Maura Gancitano)

Ci sono espressioni che entrano nel linguaggio comune e che inizi a usare senza domandarti più quale sia il loro reale scopo e quanto, di conseguenza, ti influenzino. Una delle più diffuse e pervasive è la parola ‘resilienza’, considerata dai più come la panacea di ogni male e la via d’uscita perfetta dai nostri tempi oscuri, complessi e faticosi.
Bisogna impadronirsi della propria esistenza, non farsi sovrastare dagli avvenimenti, riuscire ad affrontare qualunque situazione spiacevole. 
Eppure, a guardarlo bene, il concetto di resilienza, così come viene di solito applicato, è la perfetta negazione di questi consigli.
Si tratta, infatti, di un termine mutuato inizialmente dall’ingegneria che ha attraversato la biologia, l’informatica, l’ecologia, la psicologia e che negli ultimi anni ha finito con il descrivere la capacità di resistere agli urti, di tornare a se stessi dopo aver vissuto un trauma o una deformazione. Come i metalli che subiscono manipolazioni ma poi tornano uguali a come erano prima, così devi fare anche tu. 
Come gli Sbullonati, quei pupazzetti degli anni Novanta ai quali si infliggevano sadicamente crash test e torture terribili, perché tanto tornavano sempre come prima (pezzo più, pezzo meno), così anche tu dopo ogni ko devi tornare in piedi.

L’idea malsana in questa interpretazione più diffusa del termine è quella di dover tornare a tutti i costi e il più in fretta possibile a una situazione di benessere. Adottarla senza spirito critico rischia di farci assorbire altre istanze: il rifiuto del dolore, della fatica, la mancata volontà di vivere la notte oscura, lo sforzo e l’incapacità di imparare a stare nelle difficoltà. La spinta a non concedersi mai uno spazio di buio e di oscurità: essere resilienti costringe a calcare perennemente il palcoscenico dell’esistenza senza potersi mai permettere il lusso di restare in disparte, di essere inefficienti, imperfetti, rotti. Perché il dolore non deve necessariamente diventare un dono da trasformare.
Talvolta, deve restare dolore, anche e soprattutto perché fa male. Non bisogna mostrarsi sempre più forti delle circostanze, adattabili a tutto, traslando un concetto del mondo fisico in un ideale morale verso cui slanciarsi.
Essere resilienti spesso rappresenta il desiderio che tutto ritorni a un mondo senza problemi, e non offre concrete azioni da compiere per cambiare le cose nel presente.
Il problema è che questo atteggiamento porta, alla fine, a rendersi funzionali al mondo, che può così masticare e scaricare ciò che sei senza rischi e rimorsi: tanto sei resiliente, sai trarre il meglio da ogni cosa. Nulla ti tocca davvero.
E così, a forza di assecondare i colpi della vita, a forza di fingere un piglio stoico senza esserlo davvero, come resiliente diventi semplicemente impotente. Sempre più bravo a rialzarti dopo la caduta. Fa bene, invece, fissare il suolo.
Come spiegano Evans e Reid in Resilient Life, la resilienza è parte del passaggio politico fondamentale da regime liberista a regime neoliberista; un nuovo fascismo con implicazioni disastrose e antiumaniste.

*** Andrea COLAMEDICI e Maura GANCITANO, filosofi, editori di Tlon, Prendila con filosofia. Manuale di fioritura personale, HarperCollins, 2021. Anche in facebook, 1 maggio 2021, qui


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domenica 22 novembre 2020

#SENZA_TAGLI / Le chat del calcetto (Andrea Colamedici)

 Voi l’avete mai vista una chat del calcetto?
Avete idea di quale cloaca siano moltissime chat, anche di avvocati, intellettuali, uomini per bene uniti da una partitella o un incontro settimanale di altro tipo?

Io sì, ne ho abitate parecchie negli anni e, salvo rare eccezioni, manifestano tutte l’assenza di educazione sentimentale e pulsionale degli uomini.
In cinque o sei casi il benvenuto a un nuovo membro l’ho visto fare con foto di tette, rigorosamente molto grandi.
“Ma fa ridere! Fa colore!”

Le chat del calcetto sono a tutti gli effetti estensioni dello spogliatoio e ne reiterano la presunta goliardia, il cazzeggio, il cameratismo, il gusto per l’esagerazione e una radicale e ostentata ignoranza sentimentale, con in più la possibilità di avere corpi femminili da scambiarsi in foto o video, come fossero figurine.
Quando qualche membro della chat prova a criticare la modalità di utilizzo, viene tacciato di essere un pesantone o uno che non si sa divertire. Perché “non c’è niente di male, sei proprio un bigotto”. Ma il problema è il desiderio maschile, che non è educato, non è consapevole, è grezzo e resta tale, e non prende in considerazione l'Altro se non come oggetto passivo.
In quelle chat non c’è quasi mai spazio per il confronto, per il dialogo diretto, per disagi o dolori esistenziali: oltre alle sfide e alle ironie verso chi perderà la partita successiva, in spogliatoio e ancor più in chat i discorsi sono incentrati su prestazioni erotiche particolarmente riuscite, allusioni sessuali e grasse risate “politicamente scorrette”. 

Sembrerà un ritratto grottesco e caricaturale, me ne rendo conto, e senz’altro c’è chi ne ha un’esperienza più sana, ma per me e per le tante persone a cui ho chiesto un parere è semplicemente la norma.
In tutti quei casi si perde un’occasione per fare autocoscienza, per confrontarsi, per parlare davvero, e ci si trincera dietro l’ansia di essere grandi tori da monta calcistica ed erotica, senza macchia e senza paura.
Una volta, in una chat del calcetto di cui facevo parte qualcuno mandò il solito video di spogliarelli, ma in quel caso c'era un dettaglio diverso. Nessuno notò che tutti quei corpi femminili non avevano la testa. Quando lo feci notare mi risposero: “Embè?”
Erano sono solo corpi, pensati e tagliati per il piacere maschile e niente di più: non dovevano essere nient’altro. Corpi decapitati, simbolo chiarissimo dell’incapacità di entrare davvero in relazione con l’Altro in generale e con le donne in particolare.

In questi giorni in una chat di calcetto è stato diffuso senza consenso il contenuto intimo di una donna, maestra d’asilo, da parte del suo ex fidanzato. L’insegnante è stata licenziata e l’opinione pubblica e i giornali si sono concentrati su di lei e non su chi ha diffuso il video.
Non è così strano che in chat venga diffuso senza consenso il contenuto intimo di una donna da parte del suo ex fidanzato. In questo momento centinaia di migliaia di uomini stanno cercando online tracce del video della ex maestra (fonte Pornhub). Milioni di maschi italiani si scambiano contenuti come quello tutti i giorni in varie chat (non solo del calcetto), perché pensano di averne il diritto, senza considerare che stanno commettendo un reato.
E senza capire che in quel modo stanno devastando la vita degli altri, e anche la propria.

*** Andrea COLAMEDICI, facebook, 1\9 novembre 2020, qui


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lunedì 24 agosto 2020

#SENZA_TAGLI / Non voglio essere immortale (Andrea Colamedici)

- Papà.
- Dimmi, Enea.
- Non voglio essere immortale.
- In che senso?
- Quando sarò vecchio voglio morire.
- Perché?
- Perché se divento immortale poi non posso morire, e quindi non scoprirò mai cosa c'è dopo la morte: i fantasmi, il paradiso e quelle cose lì di cui parla la nonna. Meglio morire.
- Giusto.
- Comunque non per vantarmi ma prima morirai tu.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 23 agosto 2020, qui

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giovedì 23 luglio 2020

#SENZA_TAGLI / Perché non hai più voglia di scrivere sui social (Andrea Colamedici)

Sempre più persone hanno paura o semplicemente non hanno più voglia di dire la propria sui social, perché in troppi attorno a loro li usano come fossero una grande cloaca in cui riversare frustrazioni, livori, rabbie, pregiudizi. Ogni giorno cercano nemici da abbattere e capi da seguire. I social non sono la piazza di dialogo promessa ma un ring al centro di una discarica, in cui il suono della notifica è la campanella del combattimento. La vita social si fa sempre più invivibile per tanti: salvo alcune isole felici, sono evidenti online i segni di una regressione sociale e psichica. 

Stiamo disimparando il senso della comunità, e "lo sfoggio di autenticità si è dimostrato un valore particolarmente redditizio", come ha scritto profeticamente Mark Fisher. Il problema di questa autenticità diffusa è che si tratta di materiale emotivo non elaborato perennemente riversato online, utile a spostare voti e a indirizzare pubblicità ma molto dannoso dal punto di vista dello sviluppo interiore. Gettare quotidianamente il proprio veleno addosso al mondo significa condannare a morte interiore se stessi, togliendo agli altri lo spazio di espressione. Lavorare sulla frustrazione permetterebbe di diventare persone migliori, meno ciniche, meno violente. Sta a noi scegliere se limitarci a tacere e abbandonare il campo o impegnarci per bonificare questo spazio. 
Ma il tempo è comunque poco.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, Perché non hai più voglia di scrivere sui social, facebook, 22 luglio 2020, qui


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martedì 12 maggio 2020

#SENZA_TAGLI / Le foto di Silvia Romano (Andrea Colamedici)

Continuare a mettere di fianco le foto di “Silvia Romano prima in canotta e minigonna” e “Aisha Romano dopo coperta da testa a piedi” per spiegare i danni di una cultura che impedisce alle donne di avere potere sul proprio corpo e sulle proprie scelte è esattamente l’esempio di una cultura che impedisce alle donne di avere potere sul proprio corpo e sulle proprie scelte.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 11 maggio 2020, qui


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giovedì 15 agosto 2019

#SENZA_TAGLI / Uomini terrorizzati dalle donne forti (Andrea Colamedici)

Conosco tantissimi uomini e ragazzi terrorizzati dalle donne forti. Ai loro occhi appaiono come mostri terribili che sottomettono gli uomini al loro fianco e che vogliono imporre al mondo il Terribile Regno della Vagina (una versione turbofemminista della Regina di Cuori di Alice). Provano nei loro confronti parecchia rabbia mista a terrore. Quegli uomini sono convinti di essere forti perché sanno tenere “al posto giusto” le “loro” donne.
Non capiscono che è proprio questo il motivo per cui, in realtà, sono uomini deboli: perché non hanno la capacità di relazionarsi con donne (e persone) emancipate, che sanno gestire il potere e che di fronte a un “fai o non fai così perché te lo dico io che sono un uomo” esplodono in una grossa risata. Non avendo fiducia in se stessi né forza, usano il paradigma del maschio per imporre la propria flebile volontà.
Di conseguenza si contornano di ragazze disposte a recitare la parte delle figure sullo sfondo, delle tipe che non ingombrano e non creano problemi, che dicono al compagno, a prescindere, “tu sai tutto”. 

C’è una grande insicurezza dietro tutto questo: insicurezza di quegli uomini che cercano nelle compagne una prosecuzione della madre che li coccoli e li accudisca, disposte sempre a farsi da parte, e di quelle donne che accettano un ruolo misero e preimpostato per paura e ignoranza. 

È invece dal misurarsi ogni giorno con un altro essere umano che ci mette alla prova, che non abbozza, che ci spinge a superarci, che si può diventare davvero uomini e donne forti. E, soprattutto, liberi.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 13 agosto 2019, qui


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sabato 20 luglio 2019

#MOSQUITO / Filosofia, il momento in cui comincerà (Andrea Colamedici, Maura Gancitano)

La filosofia è una navigazione, e navigare implica sempre la disposizione ad abbandonare la terraferma.
Se vuoi scoprire nuove terre e decidi di imbarcarti, a un certo punto accadrà questo: sarai sul mare e saprai di avere alle spalle la tua terra, ancora a portata di sguardo, e davanti a te qualcosa di nuovo è pericoloso; se ti volterai indietro potrai ancora vedere i lineamenti di ciò che per te vuol dire casa, sicurezza e abitudine, ma se vorrai scoprire nuove terre dovrai smettere di voltarti e andare avanti, sapendo che, se ti voltassi, vedresti solo il mare.
Quello sarà il momento in cui comincerà la filosofia: quando dietro di te non ci sarà più casa, e davanti non ci sarà ancora qualcosa.
Intorno solo l’ignoto, pronto a provocare esperienze di incredibile meraviglia.

*** Andrea COLAMEDICI, Maura GANCITANO, filosofi, editori di Tlon, Lezioni di Meraviglia, Tlon, 2017, citato in facebook, 18 luglio 2019, qui


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giovedì 27 giugno 2019

#SENZA_TAGLI / Trova il tuo autobus (Andrea Colamedici)

Conoscevo un tale che era in grado di riconoscere un autobus dal suono del motore. Quello che per tutti noi era giusto un rumore ingombrante in lontananza, per lui invece era il 75 nuovo modello che da Poerio portava a Termini. Conosceva tutte le tratte degli autobus, il tipo di vettura, il numero dei posti e altri dettagli impensabili. Amava gli autobus di tutta Italia e in qualche modo ne era ricambiato. Sognava, lui che veniva da una famiglia dell'altissima borghesia romana, di fare l'autista dell'Atac. Chissà se l'ha fatto, abbiamo perso i contatti.

Però penso sempre a lui quando mi chiedono come si fa a essere, se non felici, soddisfatti: trova il tuo autobus, dico. Trova qualcosa che ti faccia innamorare e che possibilmente profumi d'assurdo. Qualcosa dentro cui sprofondare, che ti permetta di trovare straordinario e armonico quello che agli altri sembra ovvio e rumoroso.
Come un autobus.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 26 giugno 2019, qui


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domenica 23 giugno 2019

#SENZA_TAGLI / Se incontri un bivio (Andrea Colamedici)

Davanti a un bivio c'è chi, terrorizzato, si ferma e torna indietro. Poi c'è chi sceglie, e va a destra o a sinistra. Io invece sto con Yogi Berra, geniale giocatore di baseball americano che diceva: "se incontri un bivio, prendilo". Mica facile: prendere un bivio significa tenere insieme più "mondo" possibile, senza perdersi tra gli schieramenti, tra i sì e i no assoluti, tra i favorevoli e contrari a prescindere. Il bivio è più della somma delle due strade: è la condizione di chi vuole più vita ed è disposto a sforzarsi di più, a perdere tempo pur di conoscere. Prendere il bivio, soprattutto, significa permettersi il lusso di innamorarsi di tutto, senza per questo rinunciare al discernimento. Scegliere di non scegliere, di non dover sottostare all'aut aut che la vita sembra imporre, andando oltre. È una questione di proposizioni: si tratta di scegliere "di", e non di scegliere "tra".

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 21 giugno 2019, qui


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giovedì 23 maggio 2019

#SENZA_TAGLI / Per essere felici (Andrea Colamedici)

Per essere felici bisogna essere coraggiosi: non c'è felicità senza offerta di sé.
Per essere coraggiosi bisogna essere vulnerabili: non c'è coraggio senza disposizione integrale all'ignoto.
Per essere vulnerabili bisogna accettare il fallimento: non c'è vulnerabilità senza rischio di cadere.
Per accettare il fallimento bisogna accogliere l'infelicità: non c'è caduta che alla fine non colpisca un suolo.

Il primo passo per essere felici, quindi, consiste nell'imparare a fare dell'infelicità un punto di partenza e non un luogo da evitare.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 21 maggio 2019, qui


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martedì 26 marzo 2019

#SENZA_TAGLI / Odio, la droga del momento (Andrea Colamedici)

L'odio è la droga del momento.
Crescono a dismisura le fila dei drogati di odio, che quotidianamente ricevono la propria razione di rabbia quotidiana da sfogare sul prossimo. 
L'assunzione costante di odio, esattamente come accade con le droghe, genera tre conseguenze: dipendenza, tolleranza e assuefazione.
Dipendenza, perché si desidera compulsivamente un nemico e non si riesce a vivere un solo giorno senza prendersela con un migrante, con un rom, con uno scrittore, con il "buonista" di turno.
Tolleranza, perché le dosi di odio devono aumentare progressivamente per garantire all'odiatore la soddisfazione iniziale, e al manovratore il controllo sulla massa di odianti. Bisogna odiare ogni giorno di più, e più forte, ferendo sempre più profondamente l'Altro. Perdendo, in questo modo, qualsiasi possibilità di tornare indietro e di riscoprirsi simili.
Assuefazione, perché si sviluppa una vera e propria necessità psicofisica di ferire. Ci si trasforma in odiatori integrali, alla perenne ricerca famelica di un bersaglio indicato dal leader di turno.
"Attacca!", è il sottotesto di gran parte della comunicazione politica del momento, che sprona quotidianamente i propri adepti a devastare i nemici del giorno.
Fermatevi, ora che siete in tempo. Fermatevi dal ripetere sempre gli stessi slogan: non vi sentite umiliati nell'essere diventati soltanto dei ripetitori?

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 23 marzo 2019, qui


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giovedì 14 marzo 2019

#MOSQUITO / Performance e performer (Maura Gancitano, Andrea Colamedici)

Performance è un termine inglese e deriva dal verbo to perform, che significa “eseguire”. Chi vive nella società della performance è un performer interessato allo sviluppo del proprio progetto. Non lo è solo in ambito lavorativo, ma in ogni momento della sua vita. Desidera avere prestazioni sempre migliori, immaginare che domani sarà più di quello che è adesso. E per avere una performance migliore domani, oggi ha bisogno di un pubblico che lo guardi, dunque deve fare di tutto per essere visibile. 
Di conseguenza il tempo lavorativo e il tempo libero non sono più realmente separati, perché il datore di lavoro può licenziarti per un’idea che esprimi sul tuo profilo Twitter o assumerti per i video che hai caricato su YouTube, o per i tuoi interessi sportivi o spirituali, sebbene esulino dalla mansione per cui ti sei candidato. Non c’è cosa della tua vita che non possa far parte del tuo curriculum e del tuo lavoro. 
Nel lemma “performance” l’Enciclopedia Treccani indica «la realizzazione concreta di un’attività, di un comportamento, di una situazione determinata». È l’esibizione o il funzionamento di qualcosa, a cui segue necessariamente una valutazione positiva o negativa.

*** Maura GANCITANO, filosofa, direttore editoriale di Tlon, e Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, La società della performance, Tlon, 2019


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mercoledì 13 marzo 2019

#SENZA_TAGLI / Gesti minuscoli (Andrea Colamedici)


Ho comprato questi 4 libri a 5 euro da una minuscola bancarella, su consiglio del signore che la gestiva.
Di fianco a me una signora guardava i testi, e ne aveva messi da parte tre. Mentre stavo per pagare dice al libraio: “Vengo a prenderli domani. Non ho soldi”. Allora le chiedo: “posso regalarglieli? Mi fa piacere”. Si blocca, annuisce e si commuove. Le sorrido, pago e saluto. E mentre mi allontano la sento dire: “Grazie! Che ti torni cento volte!”
Ora. Quel che ho fatto non è granché. Anzi, è pochissimo. Ma è molto più di niente, di quel niente in cui tanti sono bloccati perché convinti che fare qualcosa di utile sia un’impresa impossibile. E invece basta poco, pochissimo, per cambiare la giornata di qualcuno. Un gesto minuscolo, che torna molto più di cento volte.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 27 febbraio 2019, qui

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lunedì 11 marzo 2019

#SENZA_TAGLI / Riprendiamoci le parole (Andrea Colamedici)

Oggi essere cattivi va di moda e la bontà sembra monotona. L'ufficio stampa del lato oscuro è stato molto più creativo e capace di quello dei buoni, e i risultati sono evidenti.

Davanti alla noia contemporanea, all'assenza di futuro e di senso, la bontà non regge il confronto con la cattiveria: "cattivo" viene da captivus, che significa "prigioniero". Per chi non vuole impegnarsi, essere prigionieri di se stessi è molto più facile e soddisfacente che essere liberi tra gli altri. 

E ci si difende dagli inviti alla bontà accusando gli altri di essere "buonisti", "politicamente corretti", "radical chic". Ma queste parole non sarebbero mai state considerate da un filosofo greco delle offese. Lo diventano oggi, quando l'egoismo ha preso il posto dell'altruismo. Sono buonista? E cioè tollerante, accogliente, aperto all'ascolto dell'altro e disposto a mettere l'ignoto prima di me? Sì. Sono politicamente corretto? E cioè coerente con le mie idee, rispettoso di quelle degli altri, attento a non ferire senza motivo? Sì. Sono radical chic? E cioè voglio cambiare le strutture sociali e il sistema di valori della realtà e al contempo amo la bellezza, l'eleganza e il buon vivere? Sì. 

Riprendiamoci le parole.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 9 marzo 2019, qui


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giovedì 7 marzo 2019

#SENZA_TAGLI / Diventare umani (Andrea Colamedici)

Non sono tre bestie, come dice il sindaco di San Giorgio a Cremano, i tre ragazzi (italiani) che hanno violentato una ragazza nell’ascensore della stazione locale. E non è chiudendoli in cella e buttando la chiave che si risolverà il problema generale. Non basta la repressione per frenare quella forza che spinge gli uomini a considerare le donne come semplici oggetti del proprio desiderio, a perenne e obbligata disposizione dei propri istinti. A vedere i corpi femminili come carne attorno a un buco. Bisogna avere il coraggio di dirlo: in molti uomini, anche se miti e tranquilli, alberga la stessa violenza manifestata da quei ragazzi. Violenza che si manifesta in molti altri modi, meno visibili ma altrettanto terribili, in atti quotidiani di umiliazione e sopraffazione.

Non si tratta di restare umani; si tratta per molti uomini di diventare umani. È un processo lungo, che non inizierà mai se facciamo finta che non esista il problema. Non è rinchiudendo il mostro in carcere che cambierà qualcosa. Il mostro resterà comunque fuori.

Non c’è da sentirsi in colpa o attaccati in quanto uomini. C’è da lavorare sull’essere, finalmente, umani.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 6 marzo 2019, qui


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mercoledì 27 febbraio 2019

#SENZA_TAGLI / Basterebbe essere filosoficamente cristiani (Andrea Colamedici)

Il ministro Fontana sostiene che sia il Vangelo a spingere verso il “Prima gli italiani”. Dice, infatti: “Ci accusano anche da ambienti cattolici ma la nostra azione politica sull’immigrazione si ispira al catechismo. “Ama il prossimo tuo” ovvero in tua prossimità e per questo dobbiamo occuparci prima dei nostri poveri“.
Peccato che il messaggio evangelico sia molto diverso, e che il “nuovo comandamento” dell’Amore segni proprio la differenza con l’Antico Testamento, dove il “prossimo” era in effetti il “simile”.
Nei Vangeli, invece, il “comandamento più grande” è questo: “Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.

Ama SOPRATTUTTO chi è diverso da te. Chi non ti somiglia, chi ha la pelle di un altro colore, chi ha un’altra bandiera e un’altra religione.
Per smontare l’ignoranza attuale basterebbe risalire al vero insegnamento evangelico. 
Basterebbe essere filosoficamente cristiani, senza per questo riconoscersi in nessuna religione.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 24 febbraio 2019, qui


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giovedì 24 gennaio 2019

#SENZA_TAGLI / Dubitare, soprattutto se fa freddo (Andrea Colamedici)

C’è chi vuole capire. E allora studia, si informa, confronta, si supera, si dà torto.
Poi c’è chi vuole soltanto risposte. E sceglie uno o più maestri a cui darà sempre ragione. Il Maestro dice X? È senz’altro giusto. Gino dice Y? Ha torto Gino (e noi a Gino lo menamo). Cozza con quel che sento? Sbaglio io. Si contraddice? Ma no, sono io che non capisco: lui (molto raramente lei) non sbaglia mai. 
E così facendo si depotenzia qualunque insegnamento, persino quelli che anticipano esplicitamente il problema dicendo “hey, metti in dubbio tutto quel che dico. Hey, impara l’arte di essere nel torto”.
Perché gran parte delle persone desidera solo conforto e consolazione, e un riferimento imbattibile a cui tornare quando fa freddo nel dubbio.
E invece è proprio il dubbio la casa del senso. Soprattutto se fa freddo.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 23 gennaio 2019, qui


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venerdì 18 gennaio 2019

#SENZA_TAGLI / Bambini, logica inesorabile (Andrea Colamedici)

- Papà, com'era prima dei soldi?
- Si faceva il baratto. Tipo: io ti do una lancia e tu mi dai due patate.
- No.
- Cosa no?
- Io non la voglio la lancia.
- Ma è un esempio.
- È un esempio sbagliato. Io non cambierei mai due patate con una lancia, neanche prima dei soldi.
- Ok. E allora io ti do cinque noci e tu mi dai due patate. Questo è il baratto: uno scambio di cose in cui entrambi ottengono quel che vogliono dando all'altro quello che vuole.
- Vedi, io non la volevo la lancia. Non era mica un baratto.


*** Andrea COLAMEDICI, filosofo e editore di Tlon, facebook, 10 gennaio 2019, qui



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mercoledì 16 gennaio 2019

#SENZA_TAGLI / Un manifesto per una scienza antropocentrata? (Andrea Colamedici)

Beppe Grillo, Matteo Renzi e molti altri stanno firmando in questi giorni il "Patto trasversale per la scienza", scritto da Roberto Burioni e Guido Silvestri. Inizia così:

"Tutte le forze politiche italiane si impegnano a sostenere la Scienza come valore universale di progresso dell’umanità, che non ha alcun “colore politico”, e che ha lo scopo di aumentare la conoscenza umana e migliorare la qualità di vita dei nostri simili".

È inammissibile che nel 2019 lo scopo della Scienza sia relegato da due scienziati a "migliorare la vita dei nostri simili". 
Chi sono i nostri simili in questo caso? Gli esseri umani, chiaramente. E, in effetti, in un'Italia in cui la divisione in razze superiori e inferiori è ancora considerata plausibile da tanti e dove si sceglie di aiutare qualcuno in difficoltà a seconda del luogo in cui è nato, l'idea di riferirsi a un insieme di simili è già un passo avanti.
Eppure è davvero poco, molto poco, considerare lo scopo della Scienza limitato ai soli esseri umani. E gli animali? E le piante? E l'ambiente? Davvero è possibile essere ancora così antropocentrici da non capire che è la qualità della vita sulla Terra che va presa in considerazione, e non solo la nostra (come del resto vanno ripetendo da decenni sempre più scienziati)? Che dovremmo imparare a far parte di questo strepitoso ecosistema in maniera armonica e integrata?
A forza di puntare l'attenzione soltanto su noi stessi abbiamo innescato una lunga serie di processi dannosi, trattando la natura come se fosse una fonte infinita di risorse esclusive per l'essere umano: la qualità della nostra vita è migliorata nel breve (forse), ma l'ha fatto a scapito dell'ecosistema. E stiamo già pagando le conseguenze delle nostre azioni irresponsabili. Come ha detto Stefano Mancuso, “Quando ci preoccupiamo per il riscaldamento globale e per tutte le catastrofi ambientali dell’antropocene, è bene essere chiari: noi non ci stiamo preoccupando perché elimineremo la vita dal pianeta; noi non siamo assolutamente in grado di eliminare la vita dal pianeta, al massimo possiamo eliminare noi stessi e poche altre specie". 
Buona parte dell'arroganza di certi medici e divulgatori passa da qui: dal sentirsi il soggetto e l'oggetto esclusivo della propria ricerca, finalizzata al progresso dell'umanità. 
E se "La scienza non ha fatto progressi che dopo aver eliminato Dio", come scriveva Proudhon, è ora di eliminare anche l'uomo Dio per andare ancora più in là. Altrimenti continueremo stupidamente a identificare la Terra con meno dello 0,3% della biomassa del pianeta (per la cronaca: il restante 99.7% è costituito da piante, come spiega benissimo Stefano Mancuso nel suo libro Verde brillante).

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 10 gennaio 2019, qui


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martedì 8 gennaio 2019

#SENZA_TAGLI / Una generazione che ha perso senza aver combattuto (Andrea Colamedici)

L'ultima canzone di Fedez, la prima del suo nuovo album "Paranoia Airlines", è un capolavoro.
Non perché sia molto orecchiabile e ben scritta, ma perché incarna perfettamente la rinuncia di una generazione intera - quella dei trentenni - a cambiare il mondo e a lasciare un segno del proprio passaggio. 
Questa generazione, figlia delle enormi aspettative con cui era cresciuta, oggi è perfettamente consapevole della propria impotenza e ha come massima aspirazione intrattenere le generazioni successive. Sa di essere troppo nuova per capire fino in fondo il passato ma allo stesso tempo troppo vecchia per vivere davvero il presente.

"È tutto fumo e pubblicità", ripete quattordici volte Fedez nel brano. È tutta apparenza, vanità, promozione, e lo si vede bene sfogliando le sue stories su Instagram, dove invita ogni giorno milioni di ragazzini a mettere like e a condividere i suoi video, come fosse un animatore triste a una festa di compleanno permanente di un gruppo di bambini ricchi e svogliati. E sì, puoi guadagnare milioni, vivere una vita da favola tra appartamenti di lusso e isole incantate, passando il tempo a fare festa e influenzare milioni di persone, ma il dolore di chi voleva rovesciare il tavolo della vita ed è finito a fare "l'antidepressivo" delle masse è palpabile e non passerà. "Niente cambierà", ribadisce Fedez: "Volevo cambiare il mondo con le mie idee, è stato più facile cambiare idea". 
Questa non è solo la dichiarazione d’impotenza di Fedez: è anche la sconfitta del rap, del canto di rivalsa, della rabbia, della strada, di cui è rimasta solo l'apologia del lusso, degli orologi e dei denti brillanti, del denaro e dei vestiti firmati, del potere, del sesso come prestazione. Del vuoto placcato d’oro.

È la certezza che l'unica evoluzione possibile consista nel passare dall'invisibilità degli ultimi all’ipervisibilità dei primi, dagli emarginati della periferia ai VIP sugli attici, dalla povertà rabbiosa alla ricchezza disperata. 
Non c'è nessuna idea di giustizia, di comunità o di senso nella "generazione Fedez", non c'è niente che si possa fare per modificare un sistema perfetto e inscalfibile. Si può solo godere nelle pause tra un dolore e l'altro. 
"Sono un ingranaggio. Non sistemo il sistema. Perché? Non cerchi soluzione quando ami il problema”, arriva a dire Fedez. 

Questa generazione ha perso senza aver mai combattuto. Forse accorgendosene potrebbe finalmente cominciare a combattere: chissà che un giorno non dovrà ringraziare Fedez per averlo raccontato.

*** Andrea COLAMEDICI, filosofo, editore di Tlon, facebook, 6 gennaio 2019, qui


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