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domenica 7 maggio 2017

#RITAGLI / Costruire piramidi o cattedrali? (Carla Fiorentini)

(...) Piramidi e cattedrali hanno richiesto uno sforzo collettivo immane e l’impiego di una quantità incredibile di risorse.

Per secoli si è creduto che le piramidi egizie fossero state costruite solo da schiavi, per poi ipotizzare invece anche la presenza di numerosi artigiani. La costruzione delle cattedrali, invece, è sempre stata attribuita alle corporazioni degli artigiani, soprattutto in Inghilterra.

Piramidi e cattedrali furono costruite in onore del Dio, dimora del faraone per l’eternità o casa del Dio cristiano, anch’essa per l’eternità.

Piramidi e cattedrali ammutoliscono la pochezza umana e, in entrambe i casi, molta della loro bellezza è nascosta agli occhi dei molti, ma visibile al Dio che vi risiede.
Sono dunque la stessa cosa, solo con stili architettonici diversi?
Secondo me no, anche se probabilmente ciò è dovuto più a quello che ho imparato più che alla realtà.

Nelle piramidi leggo la potenza, il potere e l’orgoglio. Immagino lo sforzo dei costruttori in nome della sopravvivenza loro e delle loro famiglie, l’obbligo al lavoro e al rispetto dei tempi, praticamente con il fiato sul collo.

Nelle cattedrali leggo amore e partecipazione, e non perché il Dio cristiano sia più importante di un pagano concetto di Dio. Immagino lo sforzo collettivo, la Visione condivisa.

Per compiere grandi imprese servono molti uomini, in fondo anche oggi. Per una grande azienda sono necessari molti dipendenti. E un architetto e numerosi capo squadra.

L’azienda può essere economicamente imponente se guidata con la frusta in nome del Dio potere e denaro, ed anche se guidata da una visione comune in nome del Dio umanità, del benessere collettivo, di cui il denaro è una componente.
L’operaio, o l’artigiano, può essere motivato a contribuire stimolato dalla sopravvivenza, propria e della sua famiglia, o dalla partecipazione a qualcosa di più grande di lui, che da solo non potrebbe compiere.

No, oggi non mi illudo più che le cattedrali abbiano un maggiore successo o che il Dio che risiederà nella cattedrale sia vincente rispetto al faraone, non spero più che la costruzione di una piramide venga in qualche modo punita a favore della cattedrale. 
Costruttori di piramidi o di cattedrali si nasce o si diventa in virtù della società in cui cresciamo o dell’educazione che riceviamo, ed è indubbio che in qualche modo i nostri tempi privilegino le piramidi, l’ego del singolo e lo sfruttamento delle masse, laddove la cattedrale invoca la partecipazione convinta e consapevole.

La scelta è puramente e interamente nostra, soprattutto di chi si ritrova o si propone come architetto o come caposquadra. Non ci sono promesse di durata o entità di permanenza nei secoli, e nemmeno ineluttabili premi o punizioni. Ci sono solo scelte, individuali: volete costruire piramidi o cattedrali?

*** Carla FIORENTINI, consulente, coach, esperta di comunicazione e di I Ching, Costruire piramidi o cattedrali?, estratto, 'caosmanagement', n. 112, aprile 2017

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri contributi di Carla Fiorentini qui

martedì 24 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Meditazione, serve (Carla Fiorentini)

La chiamano mindfulness, presency o consapevolezza. Chi si occupa specificatamente dell’uno o dell’altro vi indicherà differenze, anche profonde, ma a me interessano le analogie
Consapevolezza, mindfulness, presency, aggiungo stato alfa. Chi si occupa di questi argomenti, chi tiene corsi o scrive libri su questi argomenti, è in grado di spiegare esattamente le profonde differenze che ci sono. Non è per raccontare le differenze che scrivo questo articolo, ma per le analogie che esistono tra queste “tecniche” e, soprattutto, per i risvolti pratici che hanno.

Perché ormai molti studi, e tanta esperienza, dimostrano che chi sa meditare, chi è presente a se stesso, chi sa vivere in stato alfa, chi ha acquisito la consapevolezza di se stesso, vive meglio, ottiene risultati professionali migliori con minori sforzi, non subisce stress, sa far fronte alle difficoltà …

In maniera un po’ semplicistica, posso dire che dopo decenni di one minute manager, di valutazione esclusivamente economica del successo, di immagini di riferimento di carrieristi sfegatati e via dicendo, abbiamo riscoperto l’acqua calda: l’essere umano felice funziona meglio.

Sì, è detto in maniera semplicistica, ma è un dato di fatto. Il valore del successo, del denaro, dei beni materiali, della carriera, è ben poca cosa rispetto alla qualità di vita, tant’è vero che esistono ricerche numericamente importanti su come esista un limite “massimo” di denaro che porta alla buona qualità di vita. Superato quel limite massimo, la felicità si abbassa, la qualità di vita diminuisce.

Potrei citarvi articoli, libri, documenti. Tranquilli: non lo farò. Posso dire, per esperienza personale, che queste tecniche “funzionano”: danno maggiore lucidità, resistenza allo stress, capacità di affrontare efficacemente gli imprevisti, ed anche maggiore serenità.

La meditazione, in qualunque sua forma, fa bene al cervello!

*** Carla FIORENTINI, Mindfulness, meditazione o … ?, 'Ching & Coaching', qui

In Mixtura altri 8 contributi di Carla Fiorentini qui (compresa la mia recensione al suo ultimo libro 'Volontà e Destino. L'I Ching come mentore nella vita quotidiana", Risguardi Edizioni, 2016)

mercoledì 11 maggio 2016

#LIBRI PREZIOSI / "Volontà e Destino", di Carla Fiorentini (recensione di M. Ferrario)

Carla FIORENTINI, "Volontà e destino.
L'I Ching come mentore nella vita quotidiana"
Risguardi Edizioni, 2016
pagine 576, € 28,00

Una bussola per far crescere autoconsapevolezza
Una breve premessa per aiutare a collocare questo mio commento al bel libro di Carla Fiorentini, Volontà e destino, che ha come cuore la lettura, ricca, appassionata e profonda, dell'I Ching.

Da anni subisco il fascino della sapienza orientale. So che i dna culturali, come i tratti genetici, non si cambiano e che quindi al mio essere occidentale, anche volessi, non posso rinunciare. E del resto la seduzione operata su di me dall'Oriente si è sempre accompagnata ad una ambivalenza verso quel mondo che continuo a considerare sana, perché mi ha sempre evitato di cadere in certe derive modaiole capaci solo di accendere entusiasmi superficiali. 
Questo non toglie che resto profondamente convinto che esporsi alla contaminazione seria di altre culture, e in particolare di quelle orientali, sia sempre un antidoto fertile non solo per allargare le conoscenze, ma soprattutto per contenere, se proprio non si riesce a distruggere, quella presunzione autoreferenziale, tipicamente occidentale, che ci porta a pensare di possedere sempre il bandolo della matassa, magari pure da imporre a tutto il resto del mondo. 
Insomma, 'sottoporsi' a un po' di Oriente, almeno ogni tanto, come terapia per quell'hybris dell'Occidente sempre più arrembante e incontrollata, mi sembra una pratica fondamentale: obbligatoria, direi, per chi ha ancora certe sensibilità.

La lettura di questo volume va in questa direzione per almeno due ragioni. 
La prima è che ci offre una mappa approfondita, chiara e avvincente, frutto di decine di anni di esperienza personale dell'autrice, del Libro dei Mutamenti (l'I Ching, appunto): un libro che costituisce una 'perla' del sapere umano giunta a noi da un passato che risale a circa 5mila anni fa e che tuttora, se 'giustamente' raccolta e 'maneggiata', può darci idee e suggerimenti basilari indispensabili per vivere.
La seconda ragione è che ci stimola a gettare uno sguardo orizzontale, per quanto veloce, tra le culture, per trovare ponti e correlazioni inattese e cogliere, anche nel confronto con la antica sapienza orientale, almeno 'dentro' alcuni tra i modelli considerati oggi più efficaci per orientarci nella complessità, i tratti comuni che meglio possono aiutare l'uomo a crescere in consapevolezza di se stesso.

Da ogni pagina traspare la bussola che dà corpo alla visione di vita di Carla Fiorentini e la pilota nel lavoro di consulenza e coaching svolto con persone e organizzazioni: la convinzione, sempre più rinforzata dalle conseguenze anche spiazzanti del continuo cambiamento a 360 gradi in cui siamo immersi, che è necessario mantenere la barra, per non perdersi, sullo sviluppo dell'individuo-persona; sulle sue potenzialità innate e sulla sua capacità di 'diventare' persona intera, piena e ben relazionata con gli altri e con il mondo, 'non divisa' e non asservita al razionalismo calcolante, all'economicismo rampante e al tecnologismo sempre più mitizzato e considerato salvifico di per sé.
Attivare pensieri, ritrovare domande, dare tempo all'ascolto, cercare dubbi, misurarsi con l'incertezza, contenere le arroganze, accettare la fragilità... 
Sono alcune delle modalità di essere che se davvero riscoprissimo nella pratica, e non ci limitassimo a farne spaccio di retorica, ci farebbero ritrovare quella 'potenza' che spesso chi ama l''onnipotenza' confonde con la tanto aborrita 'impotenza' (la quale poi altro non è che l'altra faccia-ombra della medaglia). Dimenticando che solo la 'potenza', capace di tenere insieme l'ossimoro che dà il titolo al libro, può far riscoprire all'uomo il suo spazio di discrezionalità di azione all'interno di quel destino tracciato che lo conduce appunto ad essere ciò che è.

Il volume è impegnativo, ma la dimensione delle oltre 500 pagine non deve spaventare: se c'è interesse al tema, almeno quello minimo che ha spinto ad aprire con curiosità l'introduzione, il coinvolgimento ne consegue quasi in automatico e ci si immerge nei capitoli. 
Merito del linguaggio, piano, facile, in qualche modo 'concreto' e sorretto spesso da esempi: la lettura diventa agevole e scorrevole e scompare il timore che il testo sia per iniziati.
La spiegazione dei 64 esagrammi è ampia: si rifà agli scritti più classici, ma vi aggiunge la ricchezza di una competenza costruita sul campo, sempre aperta ad apprendere e migliorare l'interpretazione, e un calore descrittivo che rende bene la metaforicità degli antichi segni-simbolo, aumentandone l'efficacia in chiave di comprensione anche emotiva. 
Passaggi da sottolineare e su cui ritornare per chiosare qualche eventuale riflessione non mancano. E poi, molto materiale, più specifico e dettagliato, come appunto la illustrazione profonda e particolareggiata del significato di ogni esagramma, può essere lasciato alla consultazione momentanea, come una fonte che sappiamo esistere e a cui possiamo attingere nel momento del bisogno. 

Un ultimo punto da evidenziare è l'approccio complessivo alla materia. 
La consapevolezza che si sta maneggiando una tematica pressocché 'sacra', carica di anni e intrisa di genuina antica e profonda sapienza, traspare in ogni riga, sottolineata dal tono attento, rispettoso, mai presuntuoso e sempre dubbioso e problematico: ben lontano insomma dal catechismo rassicurante, e arrogante, di certi ricettari che tanto piacciono ai propagandisti delle 'tecniche' di oggi, magari di origine più o meno americanoide e scopiazzate da oltreoceano. 
Del resto, decidere di farsi aiutare dall'I Ching significa essere coscienti che ci si sta affidando più a un'arte che a uno strumento. E che le risposte alle nostre domande (ci rivolgiamo appunto a un libro che ci parla di mutamenti) non possono che essere fluide, mobili, aperte. Non vaghe e sfuggenti, però neppure assolutamente prescrittive. Anzi, vere proprio per questo: come è la vita, dinamica e multiforme, e non la fissità astratta di una formula apodittica, che, allo scopo di rassicurare, uccide ogni vitalità.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura
«
Quando un ghianda cade nel terreno e germoglia, l'intera quercia è già presente. Da quella ghianda non potrà svilupparsi altro che una quercia. Ma come sarà non dipende solo dalle informazioni genetiche contenute nel seme. Se avrà sole, luce, acqua, sostanze nutritive, spazio, potrà crescere alta e forte, ma se non saprà modulare i suoi rami a cercare la luce, o affondare le sue radici per captare l'acqua, crescerà stentata e piegata su se stessa. Non è solo la genetica che influisce, ma anche l'ambiente e la capacità di muoversi nell'ambiente. Certo, direte, la possibilità di muoversi di una quercia è limitata, e poi potremmo interpretare la storia come diversi destini della quercia, se nascere in luoghi favorevoli o meno. (Carla Fiorentini, "Volontà e destino.L'I Ching come mentore nella vita quotidiana", Risguardi Edizioni, 2016)

Le nuove teorie del management, ciò che viene definito management 4.0, a partire dalle cinque discipline di Senge, ci raccontano e ci raccomandano che ... un altro mondo è possibile. Un mondo di business, certo, di sviluppo anche economico, di aziende e di manager di successo, ma dove il principio ispiratore non sia la guerra e la conquista di aziende, popoli, territori. (...)
Per questa nuova managerialità, per chi ritiene che un altro mondo è possibile e desidera costruirlo, l'I Ching offre supporto e suggerimenti, ampliando lo spazio di pensiero e di manovra oltre la guerra, pur accettandola come possibile strumento temporaneo.
La profonda armonia esistente tra il Libro dei mutamenti e le più moderne teorie di business è già stata esplorata e dimostrata impiegando la Theory U come guida per il processo di divinazione con l'I Ching, e ancora studiando le analogie tra i livelli logici della PNL e la lettura delle linee mobili. (...)
II Libro dei mutamenti può quindi essere un ottimo supporto per il manager di oggi, per colui che non desidera combattere o conquistare sempre e comunque, ma vuole ottenere risultati per sé e per la propria azienda e che vuole migliorare, costantemente, se stesso e il mondo che lo circonda, azienda compresa. Una saggezza antica al servizio di una società nuova. (Carla Fiorentini, "Volontà e destino.L'I Ching come mentore nella vita quotidiana", Risguardi Edizioni, 2016)
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domenica 8 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Eccellenza e resilienza: i nuovi desideri aziendali (Carla Fiorentini)

Recentemente, nei contatti con un cliente, una grossa multinazionale, spiccavano due vocaboli, e sostanzialmente due richieste, ripetuti con una frequenza davvero incredibile. Da qui lo spunto per alcune riflessioni.

Noi miriamo all’eccellenza. Vogliamo che i nostri dipendenti acquisiscano resilienza.

Ecco due frasi, per quanto estrapolate dal contesto, che nel corso di un paio d’ore di contatto per un potenziale progetto con una multinazionale sono state ripetute, con diverse varianti, un numero incredibile di volte.

Eccellenza e resilienza, dunque. Parole ripetute sempre più spesso e altrettanto frequentemente con sfumature e accezioni diverse. Già, perché il vero problema è capire cosa intende il cliente per eccellenza e resilienza. Ne è la prova un altro vocabolo, altrettanto utilizzato a proposito e a sproposito: proattività, che spesso nelle aziende viene confuso con problem solving. 

Tornata a casa, tanto per non fidarmi completamente delle mie conoscenze, potenziali fonti di preconcetti, sono andata a cercare l’esatta definizione di resilienza. (e anche di eccellenza).

La prima fonte, sicuramente autorevole, è stata l’enciclopedia Treccani. Ed ecco la definizione:

«Resilienza. La velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato; le alterazioni possono essere causate sia da eventi naturali, sia da attività antropiche. Solitamente, la resilienza è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie.»

Non c’è dubbio che molte aziende siano sottoposte, negli ultimi anni, con una buona frequenza ad eventi catastrofici. O almeno lo sono i loro dipendenti: continui cambi di organizzazioni, sede, riduzione del personale, struttura, … ma in questi termini la resilienza fa pensare più all’atteggiamento di alcuni impiegati di un tempo che, ad ogni cambiamento aziendale, aspettavano che passasse la nuova moda e resistevano, a modo loro.

Più interessante, almeno dal punto di vista aziendale, è la definizione che ne dà Pietro Trabucchi nel suo sito: qui

«La mia personale definizione del termine è la seguente: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino. Il verbo "persistere" indica l’idea di una motivazione che rimane salda. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a "leggere" gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.»

Però questa definizione è pericolosamente vicina al pensiero positivo, alla teoria imperante del vedere sempre tutto bello. E poi: come si può insegnare ai dipendenti di un’azienda ad essere ottimisti? O “ad avere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda”, magari proprio nel momento in cui l’azienda sta decidendo l’ennesima ristrutturazione che il dipendente deve subire?

No, anche questa non è una strada percorribile.

E che dire dell’eccellenza? Per definizione si tratta di eccellere, superare tutti gli altri, distinguersi dagli altri per eminenti qualità. Anche qui mi viene in mente il vecchio proprietario di azienda che voleva assumere “solo i numeri uno”. Peccato che, poi, una volta assunti, li trattasse come zerbini.

Guidare i dipendenti all’eccellenza significa indurli ad essere i migliori? E in che cosa, poi?

Non c’è il rischio di scatenare una folle competitività interna per eccellere? Non è in contrasto con l’altrettanto famoso team working? E se, in un impeto di competitività, un team fa la guerra ad un altro team e poi, in pochi mesi, in una riorganizzazione, i due team vengono fusi o mischiati? Può in brevissimo tempo il nemico di ieri diventare l’amico di oggi? Secondo me non funziona.

Ed eccomi da capo. E ora provo ad affrontare la questione in una diversa prospettiva. Credetemi, so bene che ci sono molti corsi decisamente validi, tenuti da formatori esperti, su questi argomenti, e presumibilmente ne consiglierò anche all’azienda, ma ora devo trovare qualche input veloce, che possa inserirsi in un percorso di tutt’altro genere.

Se l’azienda desidera implementare eccellenza e resilienza, se queste sono due qualità fortemente desiderate, posso trovare qualche elemento in comune tra le due, utile per trasmettere i concetti e alcune soluzioni pratiche?

Secondo me sì.

E il collegamento lo trovo in una delle mie frasi preferite, letta anche recentemente in un libro di Otto Scharmer: “Ciò che conta, nella vita, non è ciò che accade o le esperienze che fai, ma cosa impari da ciò che accade e come usi le esperienze che fai”.

Se sai, profondamente, che da ogni esperienza puoi imparare, affronti con spirito diverso ciò che accade, soprattutto le esperienze negative. E questa è una forma di resilienza. E se continui, costantemente, a crescere, imparare, migliorare, entri nella logica di un’eccellenza che non consiste in una competizione con gli altri, ma solo una quotidiana competizione con te stesso.

E, ciò che per me è una ciliegina sulla torta, per imparare ogni giorno, metabolizzare ogni esperienza, il percorso è strettamente collegato a quel Viaggio dell’eroe che tanto amo. E questo sì, si può imparare e insegnare.

*** Carla FIORENTINI, manager di rete, consulente, coach e formatrice, blogger, Eccellenza e resilienza: i nuovi desideri aziendali, 'caosmanagement', n. 105, maggio 2016, qui


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martedì 1 marzo 2016

#RITAGLI / Selezione, scegliere il candidato ideale (Carla Fiorentini)

(...) Questi sono tempi di complicazioni linguistiche e burocratiche a cui corrispondono strane semplificazioni, anche e soprattutto nel mondo aziendale. In pratica, ciascuno parla o scrive con un suo linguaggio tecnico, per iniziati, al punto che si può comprendere quasi solo ciò che scrivono, o affermano, coloro che fanno lo stesso mestiere. E poi ci lamentiamo del non ascolto o dell’incomunicabilità … Invece per esaminare cosette come la selezione del personale o la scelta del consulente o l’identificazione di una vision troviamo, prevalentemente nel magico mondo del web, brevissime formulette, magari sotto forma di elenchi puntati e, per carità, che non si superino mai i dieci comandamenti!

Ma è inutile nascondersi, alcuni consigli li troverete anche qui, insieme a quelle che sono puramente opinioni personali.

Nei colloqui di selezione ho sempre presunto di essere in un’azienda ideale, pur conoscendone bene i difetti, poiché se collochiamo la persona giusta al posto giusto l’azienda si avvicina automaticamente a ciò che possiamo ritenere ideale.

Nello scegliere un candidato ci sono quattro parametri importanti, secondo me. 

* Il primo è la persona: credo sia indispensabile lavorare con individui con cui si condividono alcuni valori fondamentali. Ma questo presuppone che si sappiano riconoscere prima di tutto i propri valori fondamentali: se vogliamo usare un linguaggio consono siamo nell’ambito della padronanza personale. Per comprendere i valori del candidato serve principalmente l’ascolto. È ovvio che si possono prendere cantonate, ma se il dialogo funziona è molto probabile che si abbia qualcosa in comune.

* Il secondo parametro è in quale gruppo verrà inserito a lavorare il candidato, tenendo conto che anche il lavoro più solitario ha comunque connessioni con altri individui. Ogni azienda ha una propria anima, ed è in una specifica fase del proprio ciclo di vita. È dunque ovvio che in uno start up siano indispensabili almeno creatività e problem solving, ma questi sono parametri su cui troviamo informazioni ogni giorno. Mi è capitato spesso di trovare team assolutamente omogenei, ognuno fatto ad immagine e somiglianza del capo, oppure tutti secondo il modello yes men, tutti selezionati secondo la regola, chiaramente imposta dal capo, di ottenere un gruppo facile da gestire. Ecco … io sono contro l’omologazione. Se ho un gruppo di persone serie, responsabili, forse un po’ monotone, l’inserimento di una personalità creativa genera buone opportunità, per tutti. La difficoltà è nell’aggiungere pepe senza danneggiare il cibo. Un gruppo con skills eterogenee, anche (e forse soprattutto) se fanno una lavoro molto simile tra loro, ha un’enorme capacità di risolvere i problemi e imparare senza particolare fatica. La capacità relazionale di uno, ad esempio, diventa stimolo e supporto all’orientamento al compito dell’altro, la fantasia dell’uno spinge la solidità dell’altro, e ne viene a sua volta trattenuto prima di perdersi nei sogni. Il dialogo permette a tutti di imparare acquisendo professionalità sempre più sfaccettate e complete. Si chiama, credo, apprendimento di gruppo.

* Il terzo parametro andrebbe elaborato con estrema attenzione ben prima di iniziare la selezione poiché riguarda quello che decidiamo essere il profilo del candidato. E qui, prendendo spunto da un celebre film, posso dire che “ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”. In realtà sto scherzando: si vedono inserzioni tali da essere diventate vere e proprie barzellette e la rivista Linus ha creato un rubrica ad hoc per tradurre i profili richiesti in quelli che realmente l’azienda ricerca: rubrica satirica, ovviamente.

Nel mio piccolo, comunque, ho sentito manager dichiarare con orgoglio di volere solo numeri uno nelle loro aziende, e quindi selezionare solo persone di alto profilo per poi trattarle come strofinacci, ho visto selezionare venditori esperti con l’obiettivo di pagarli pochissimo, e poi lamentarsi se non erano motivati o se, alla prima occasione, cambiavano azienda.

Evitando, però, i casi più drammatici, posso dire che la mia prima assunzione è avvenuta oltre un anno dopo che avevo risposto all’inserzione. Motivo? Cercavano due competenze ben precise, e non tanto frequenti, in persone con scarsa esperienza lavorativa (per pagare poco) e volevano, assolutamente, una caratteristica: che il candidato fosse uomo. Per me era il primo lavoro, casualmente avevo le competenze richieste, ma, essendo donna, sono stata contattata solo dopo che avevano esaurito ogni speranza, disperdendo una follia di tempo e risorse. In pratica, va bene farsi un profilo del candidato, ma evitiamo di farci condizionare troppo dai nostri modelli mentali, o almeno riconoscere che a volte i pregiudizi andrebbero superati.

* E il quarto parametro? Io credo, ma so che potrei sbagliare, che ogni azienda debba fare almeno un pezzo di strada con i suoi dipendenti. Di conseguenza non si sceglie un candidato solo perché mi serve oggi, ma anche perché rientra nel quadro di cosa desidero per il domani. E questo presuppone che ci sia un’idea di futuro. No, siamo seri, non un piano decennale e nemmeno un prospetto delle carriere: roba da multinazionale poco concreta per la maggior parte delle piccole e medie aziende italiane, ma una visione del futuro desiderato, un sogno concreto da condividere e realizzare insieme. Una vision.
Certamente avete riconosciuto quattro delle cinque discipline di Senge. Dunque, per concludere, che per selezionare il candidato ideale serve anche il pensiero sistemico, sia per integrare tutti i parametri indicati sia per riconoscere la capacità di pensiero sistemico nel candidato.

*** Carla FIORENTINI, consulente nell'area dello sviluppo delle persone, saggista e blogger, fondatrice di  http://www.chingecoaching.it/, Scegliere il candidato ideale, 'caosmanagement', febbraio 2016, qui


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lunedì 22 febbraio 2016

#VIDEO / Raccontami una favola (Carla Fiorentini)



Pubblicato da Ching & Coaching su Domenica 21 febbraio 2016

*** Carla FIORENTINI, consulente, formatrice, saggista, Raccontami una favola. L'importanza del linguaggio metaforico, 'Ching & Coaching', facebook, 21 febbraio 2016, qui

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martedì 10 novembre 2015

#RITAGLI / Discriminazione, per donne e uomini (Carla Fiorentini)

(...) Recentemente un amico, maschio, ha affrontato un colloquio di lavoro. Chi conduceva il colloquio era un uomo, giovane, intorno ai 40. Il lavoro era interessante, motivante. Si trattava di viaggiare molto, con parecchie notti fuori casa.
Il mio amico, giovane, con bimbi piccoli e una moglie che lavora, ha chiesto chiarimenti su quante notti si riteneva che dovesse passare fuori casa e su quali introiti gli avrebbe garantito il lavoro. In piena onestà, ha spiegato che la sua frequente assenza da casa gli crea qualche difficoltà sia perché considera la paternità un valore da tutelare sia perché avrebbe creato disagi alla moglie e probabilmente la moglie avrebbe dovuto ridurre il suo impegno lavorativo, con conseguente danno economico.
Frasi del tipo
“Di che ti preoccupi? Anch’io ho bimbi piccoli, ma ci pensa mia moglie”
"Non mi dirai che ti fai condizionare da tua moglie nelle tue scelte lavorative?"
" Perché ti preoccupi del lavoro di tua moglie? Quanto vuoi che guadagni?"
hanno evidenziato che non solo mancava ogni rispetto per la professionalità femminile, ma anche che l’attenzione verso la moglie faceva perdere punti, secondo la logica che il vero uomo decide da solo mentre la moglie subisce.
Così la discriminazione si avvia a colpire non solo le donne, ma anche quegli uomini che hanno compreso il valore della famiglia, della paternità e della condivisione delle decisioni all’interno di una coppia.
Andiamo indietro, e tra un po’ ci troveremo a discutere se la donna ha l’anima o no.
Cerchiamo almeno di fare in modo che tutto questo non diventi normale: continuiamo ad indignarci!

*** Carla FIORENTINI, consulente, formatrice, saggista, Di male in peggio - Femminilità in cammino, blog 'chingecoaching' (senza data)

LINK articolo integrale qui 

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lunedì 13 luglio 2015

#SENZA_TAGLI / Soft skill, dimenticate (Carla Fiorentini)

Ci sono alcune competenze che il mercato non richiede, eppure servono e si possono imparare.
Il mondo del lavoro chiede ancora competenze di analisi, e infatti ci sono corsi che insegnano a farlo. Eppure … vi è mai capitato di assistere, o di partecipare, ad una riunione in cui si analizza, ad esempio, perché il lancio di un prodotto è andato bene o è andato male? O di leggere relazioni su questi argomenti?
È imperativo dire solo quello che è conforme al pensiero comune in azienda, quando non diventa imperativo assimilarsi al pensiero del capo. Però più o meno tutti sanno che non si usa più cercare i colpevoli, quindi si assiste a strani giri di parole (e di pensiero) da far invidia ai Brooks Brothers dell’ormai mitologico film: alla fine sono state le cavallette. Per non cercare i colpevoli si evita di esaminare gli errori. Peccato che siano due cose completamente diverse.

Non c’è ricerca del colpevole nel dire, ad esempio, che il proprio reparto ha sottovalutato l’impatto di un concorrente, o che la produzione ha sottostimato i tempi tecnici e vorremmo scoprire perché è avvenuto, per non ripetere l’errore la prossima volta, così al prossimo lancio di prodotto potremo fare errori diversi.
Ma il problema non è esattamente quello descritto.
Ciò che viene abitualmente evitato è di esporsi, quindi di pensare e parlare dal profondo dell’anima.
I vecchi imprenditori che hanno determinato il boom economico italiano erano un po’ rozzi, forse, ma pienamente sinceri. Ora si applica l’apparente piena sincerità solo all’urlo demagogico della politica. Eppure si può parlare con l’anima senza urlare, anzi, la parte più profonda di noi argomenta sottovoce.
Lo sputtanamento è forse la cosa più temuta al giorno d’oggi. Così siamo tutti felici e pieni di successo, oppure lamentosi senza costrutto, a scelta, ma evitiamo accuratamente di sputtanarci.

Non contenti di trattenere parole, tratteniamo pensieri ed emozioni, spostando la parte emozionale ed emotiva della nostra vita su qualcosa che non può sputtanarci, come la squadra del cuore. E se ci pensiamo bene non è strano che le patologie più frequenti nei manager siano la gastrite, il reflusso (e ogni sera, a cena, mi tocca sentire i problemi di Paolo e Marco che si ritrovano uno stomaco che fa schifo), la disidrosi cutanea causata da eccessivi lavaggi (forse, a giudicare dalla metropolitana, la gente si preoccupa poco delle ascelle, ma tenta disperatamente di lavarsi l’anima con i più disparati detergenti). Per non parlare di Activia, ma quello sembra essere un problema femminile …

Pensateci bene: se in una ricerca di candidati, per qualunque tipo di attività, fosse inclusa come skill richiesta l’onestà di pensiero e di azioni, non pensereste ad una falsa ricerca?
Eppure cominciano ad esserci numerose segnalazioni che il manager che sa andare nel profondo del suo cuore, della suo cervello, della sua anima, e ne trae pensieri, parole e idee, riesce ad essere più felice, più innovativo e ad avere maggiore successo. OK, sono tutti input che arrivano dall’estero. Ma io non dispero.

*** Carla FIORENTINI, consulente di comunicazione e di marketing, coach, blogger, fondatrice e coordinatrice di ‘Ching e Coaching’, Le soft skill dimenticate, blog 'Ching e Coaching', qui

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Carla Fiorentini qui

domenica 26 aprile 2015

#SGUARDI POIETICI / Nel mio Paradiso (Carla Fiorentini)

Desidero dire un grazie forte e sincero a Carla Fiorentini che ha accettato di pubblicare su 'Mixtura' questo suo testo 'privato' in forma di 'sguardo poietico'.
Si tratta di pensieri, composti subito dopo un ciclo di radioterapia, che nascono dalla sua esperienza intima, tuttora in corso, di persona che ha capito che per reagire alle disavventure della vita e cambiare il mondo (il proprio interno, sicuramente, e anche - probabilmente e in parte almeno -, quello esterno), bisogna 'mettersi a nudo'. Senza timore. Con coraggio.
Si parla tanto di un termine già ucciso dalla mania sloganistica imperante. Per Carla la parola 'resilienza' non è solo una parola. E' vita.
E chi volesse averne conferma, oltre a questo 'sguardo' che già dice tutto, può leggere qui: soprattutto le ultime righe del post in cui lei comunica pubblicamente quanto le è capitato. (mf)

° ° °

Nel mio Paradiso non ci sono potere, successo, soldi a palate, e nemmeno la salute.

Nel mio Paradiso ci sono i sorrisi dei bambini, l'odore del pane appena sfornato, i colori dell'arcobaleno e la musica delle stelle.

Nel mio Paradiso ci sono le fusa dei miei gatti, e il loro miao quando arrivo a casa.

Nel mio Paradiso c'è l'abbraccio di mia madre, goduto troppo poco, l'amore degli amici, vecchi e nuovi.

Nel mio Paradiso c'è lo sguardo di mia sorella la mattina in cui mi sono svegliata dall'operazione e la mano di mio fratello che accarezzavo raccontandogli le favole.

Nel mio Paradiso c'è la pace del mio primo nipote la prima volta che l'ho preso in braccio, nel suo primo giorno di vita, e la manina del secondo che si abbandona nella mia in un giorno difficile.

Nel mio Paradiso c'è la voce della mia nipotina che parlotta e l'espressione concentrata della più piccola, che già ora manifesta un grande carisma.

Nel mio Paradiso ci sono le parole di stima di tanti semi-sconosciuti, la soddisfazione di terminare un lavoro e pensare “mi piace!”.

Nel mio Paradiso c’è quella casa con giardino costruita migliaia di volte nella mia testa, che forse un giorno sarà anche tangibile.

E sì, nel mio Paradiso c'è anche mio marito che mi parla alle cinque del mattino: è la conferma di un altro giorno insieme.

*** Carla FIORENTINI, consulente di comunicazione e di marketink, coach, blogger, fondatrice e coordinatrice di ‘Ching e Coaching’, Nel mio Paradiso, inedito, 2015, per Mixtura.

venerdì 24 aprile 2015

#LINK #IMPRESA E SOCIETA' / Ancora sul 'pensiero positivo' (Carla Fiorentini)

Come sa chi mi conosce, il 'pensiero positivo' rappresenta da tempo un mio 'tormentone polemico'.
Ogni tanto, però, si incontrano interventi sul tema intelligenti ed equilibrati.
Come questo, che qui segnalo, di Carla Fiorentini: è in due parti, ma si legge in un baleno.
Come indicavo anche nell'articolo sul blog che Carla Fiorentini ha qui gentilmente citato, sono un 'seguace' di mia nonna (!): la quale non conosceva, per sua fortuna, il pensiero positivo, ma ha applicato lungo tutta la sua vita, in occasione delle tante avversità (vere) che ha dovuto affrontare durante il feroce secolo scorso, uno stile, peraltro antico, che io chiamo di 'pensiero confidente'. 
Forse questo pensiero ha qualcosa a che fare anche con le utili riflessioni di Carla Fiorentini.  (mf)

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« Il pensiero positivo è uno degli argomenti più discussi, e maggiormente “di successo” in questo periodo. Digitando “pensiero positivo”, Google offre ottocentomila risultati in meno di un secondo: articoli, siti dedicati, libri, corsi di formazione. Basta però grattare appena appena sotto la superficie di chi parla di pensiero positivo, e soprattutto di chi lo promuove o lo sbandiera ai quattro venti, per trovare molte contraddizioni, pareri e opinioni divergenti, e ancor più spesso confusi. (...)
Il web è pieno di spiegazioni, più o meno chiare, di queste teorie.
Però concordo appieno con Massimo Ferrario che, trattando l’argomento nel suo blog (http://masferrario.blogspot.it/2015/02/spilli-pensiero-positivo-e-pensiero.html) sottolinea come un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto non debba necessariamente essere visto come pieno o come vuoto, ma possa tranquillamente essere considerato mezzo pieno e mezzo vuoto.
Per farla breve: io credo nel pensiero positivo, a modo mio. E credo nella felicità come realtà quotidiana possibile. (...) »
Carla FIORENTINI, coach e consulente di comunicazione e marketing, blog 'Ching e Coaching', Il pensiero positivo, la vita e l’azienda (1^ parte, 2^parte)
--> LINK, qui (1^ parte) e qui (2^parte)

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Su questo blog, a proposito di 'pensiero positivo' (& dintorni), 

#SPILLI / Ormai siamo al 'non-pensiero'  (11aprile 2015)
#RITAGLI / Pensiero 'positivo' e pensiero 'critico' (P.A. Rovatti), 8 aprile 2015
#SPILLI / Pensiero positivo e pensiero cretino 14 febbraio 2015, 
#SOCIETA' / Felicità coatta e pensiero positivo, 18 gennaio 2015,