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domenica 26 gennaio 2020

#CIT / Stranieri, tutti (Thahar Ben Jelloun)

Si è sempre lo straniero di qualcuno. 

*** Thahar Ben JELLOUN, 1944, scrittore marocchino, Il razzismo spiegato a mia figlia, 1998, Bompiani, 2005
https://it.wikipedia.org/wiki/Tahar_Ben_Jelloun
https://it.wikipedia.org/wiki/Il_razzismo_spiegato_a_mia_figlia

facebook, 22 gennaio 2020, qui

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giovedì 12 gennaio 2017

#MOSQUITO / Paesi, l'anima (Tahar Ben Jelloun)

L’anima è qualcosa che non si vede, non si tocca, ma che si percepisce senza poterlo spiegare né descrivere. È uno stato che ci svela a noi stessi in situazioni fortemente emotive o che risveglia nel nostro intimo frammenti di una memoria lontana. È ciò che persiste e resiste al tempo, soprattutto quando anche la memoria collettiva se ne nutre. 

Ci sono paesi che ci incantano e altri che ci maltrattano o sono una pena per gli occhi e ci danno l’ emicrania, dipende dalla nostra disposizione ad accogliere quello che ci viene presentato. Impossibile restare indifferenti alla scoperta di un paese. Quando poi si tratta del paese natale, la posta in gioco è molto alta perché bisogna andare oltre e scoprire quanto siamo coinvolti, quanto le nostre radici fanno parte della terra e del suo potenziale. 

L’anima non si dà, non si concede, non svela niente della sua intimità. È in noi o non è. Un paese è ciò che siamo nel momento in cui lo visitiamo. Nessuno è capace di catturare tutta la ricchezza, tutte le complessità, le contraddizioni di un territorio popolato da gente di cui non parla la lingua e che conosce solo di fama o grazie ai libri. 

In francese esiste un’espressione particolarmente mostruosa: «Ho fatto il Marocco, l’anno prossimo farò il Messico!» Fare un paese. Un modo scorretto e, soprattutto, volgare di sostituire la parola «scoprire» o semplicemente «viaggiare». Non facciamo un paese, sono piuttosto i paesi a farci o disfarci, tutto dipende dal nostro grado di sensibilità e dal nostro coinvolgimento. Bisognerebbe quindi bandire per sempre questa espressione così irritante e decisamente infelice. 

*** Tahar Ben JELLOUN, 1944, scrittore marocchino, Marocco, romanzo, Einaudi, 2010


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lunedì 4 luglio 2016

#MOSQUITO / Volti, mai identici (Tahar Ben Jelloun)

Non incontrerai mai due volti assolutamente identici.
Non importa la bellezza o la bruttezza: queste sono cose relative.
Ciascun volto è simbolo della vita. E tutta la vita merita rispetto. È trattando gli altri con dignità che si guadagna il rispetto per sé stessi.

*** Tahar Ben JELLOUN, 1944, scrittore marocchino, citato in 'wikipedia', qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Tahar_Ben_Jelloun


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lunedì 23 maggio 2016

#MOSQUITO / Identità, rischio razzismo (Tahar Ben Jelloun)

Spesso mi capita di dover rispondere alla domanda: lei è uno scrittore marocchino o francese? È una domanda poliziesca. La gente ti vuole classificare. Si sente forse a disagio di fronte a uno scrittore senza un’identità precisa? Il concetto di identità implica un rapporto con un altro. Uno psicoanalista mi ha spiegato poco tempo fa che il neonato già sviluppa l’angoscia dello straniero, poiché rifiuta l’odore di un’altra persona, sopportando solo quello del latte materno. Solo all’ottavo mese di vita s’instaura un rapporto non-familiare. Ciò significa che l’idea d’identità si forma molto presto e che ha senso solo in un contesto in cui vivono altre persone. Basta insegnare ai bambini che la loro identità non è immutabile, che il suo colore non è definitivo e che è suscettibile di assumere altri volti e altre apparenze. 
Non so se ai ragazzi delle scuole del Vecchio Continente viene insegnato che l’identità europea è in movimento. La prova, la ritroviamo nelle scuole stesse. E’ una constatazione oggettiva che ci libera da ogni angoscia: l’Europa di domani assomiglierà a una classe di una sua scuola nella misura in cui i figli di immigrati vi verranno accolti allo stesso titolo di quelli di genitori europei d’antico ceppo. Solo partendo da questa banalizzazione del reale, possiamo sperare di non avere problemi un domani. Per i responsabili è una questione di etica. Bisogna riconoscere la realtà e il suo divenire. L’identità europea avanza e si trasforma col movimento della storia. Condivido la definizione dell’etica formulata dal filosofo francese Emmanuel Levinas, per il quale essa comincia con l’oblio di sé; entrare nella sua sfera significa mettere l’altro in primo piano, preoccuparsene. (...) 
La vita è in continua evoluzione. Nulla è definitivo. Solo la morte, che irrigidisce e ferma tutto. L’irrigidimento dell’identità è stato voluto dai totalitarismi come il fascismo e, oggi, l’integralismo islamico. L’identità vagheggiata da Hitler era un’identità ‘isterizzata’, ‘pura’, ben sapendo che la purezza non esiste. Il razzismo è, infatti, un’identità ripiegata su se stessa al punto da diventare folle e negare qualsiasi apporto esteriore. Il razzismo è un’identità in preda a quest’idea di purezza che non ammette alcuna mescolanza. Ma questo è un sogno impossibile, che sconfina nella patologia e nella morte. 
L’identità europea è fortunatamente viva. Basta riconoscerlo e rallegrarsene. Bisogna imparare ad apprezzare i vantaggi di queste contaminazioni e a comprendere la ricchezza e i miglioramenti che apportano. La convivenza non è facile. Si deve imparare a vivere con gli altri e ad accettare il fatto che non siamo soli né lo saremo mai. Per questo è necessario che le regole e le leggi sui cui si fonda la società vengano rispettate. Occorre un ulteriore sforzo pedagogico per costruire l’identità europea in movimento che non sarà mai immobile come una statua in un parco in cui vanno a morire i disperati della vita. 

*** Tahar Ben JELLOUN, 1944, scrittore marocchino, Se non sei europeo sei straniero, ‘L’Espresso’, 3 gennaio 2008.


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venerdì 13 novembre 2015

#MOSQUITO / Paesi, l'anima (Tahar Ben Jelloun)

L’anima è qualcosa che non si vede, non si tocca, ma che si percepisce senza poterlo spiegare né descrivere. È uno stato che ci svela a noi stessi in situazioni fortemente emotive o che risveglia nel nostro intimo frammenti di una memoria lontana. È ciò che persiste e resiste al tempo, soprattutto quando anche la memoria collettiva se ne nutre.
Ci sono paesi che ci incantano e altri che ci maltrattano o sono una pena per gli occhi e ci danno l’ emicrania, dipende dalla nostra disposizione ad accogliere quello che ci viene presentato. Impossibile restare indifferenti alla scoperta di un paese. Quando poi si tratta del paese natale, la posta in gioco è molto alta perché bisogna andare oltre e scoprire quanto siamo coinvolti, quanto le nostre radici fanno parte della terra e del suo potenziale.
L’anima non si dà, non si concede, non svela niente della sua intimità.È in noi o non è. Un paese è ciò che siamo nel momento in cui lo visitiamo. Nessuno è capace di catturare tutta la ricchezza, tutte le complessità, le contraddizioni di un territorio popolato da gente di cui non parla la lingua e che conosce solo di fama o grazie ai libri.
In francese esiste un’espressione particolarmente mostruosa: «Ho fatto il Marocco, l’anno prossimo farò il Messico!» Fare un paese. Un modo scorretto e, soprattutto, volgare di sostituire la parola «scoprire» o semplice-mente «viaggiare». Non facciamo un paese, sono piuttosto i paesi a farci o disfarci, tutto dipende dal nostro grado di sensibilità e dal nostro coinvolgimento. Bisognerebbe quindi bandire per sempre questa espressione così irritante e decisamente infelice. 

*** Tahar Ben JELLOUN, 1944, scrittore, poeta, saggista marocchino, Marocco, romanzo, Einaudi, 2010