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giovedì 5 settembre 2019

#MOSQUITO / Gli scacchi come la vita (Irvin D. Yalom)

«Mio nonno era nato a Napoli» disse Carol. «Non ricordo molto di lui, se non che mi aveva insegnato a giocare a scacchi, e ogni volta che finivamo una partita e stavamo mettendo via i pezzi, mi diceva sempre la stessa cosa, posso sentire anche adesso la sua voce gentile: “Vedi, Carol, gli scacchi sono come la vita: quando la partita è finita, tutti i pezzi, i pedoni, e i re, le regine, tutti se ne tornano nella stessa scatola”.

*** Irvin D. YALOM, 1931, psichiatra, psicoanalista, docente universitario, scrittore, saggista statunitense, Sul lettino di Freud, 1996, Neri Pozza, 2015


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lunedì 19 agosto 2019

#EX_LIBRIS / Arroganza e autodenigrazione (Irvin D. Yalom)

«E l’arroganza?» chiese Carol, alzando gli occhi dagli appunti. «Il mio cliente è così arrogante, altezzoso e competitivo da non avere nemmeno un amico». «Di solito il migliore approccio è quello del “capovolgimento”: la sua altezzosità probabilmente copre un’immagine di sé piena di dubbi, vergogna e autodenigrazione. Le persone arroganti e ambiziose di solito sentono di dover ottenere risultati eccellenti solo per mantenersi in pari con le proprie aspettative. Quindi non mi metterei a esplorare l’area dell’altezzosità o dell’amore verso se stesso. Si concentri invece sul disprezzo nei propri confronti...»

*** Irvin D. YALOM, 1931, psichiatra, psicoanalista, docente universitario, scrittore, saggista statunitense, Sul lettino di Freud, 1996, Neri Pozza, 2015


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lunedì 12 agosto 2019

#EX_LIBRIS / Il sommo segreto di una donna (Irvin D. Yalom)

Una volta, all’inizio del loro matrimonio, prima che smettessero di toccarsi e di fare l’amore, Ruth gli aveva rivelato il sommo segreto di una donna: come catturare un uomo. «È semplice» gli aveva detto. «Si deve guardare un uomo dritto negli occhi e sostenere il suo sguardo qualche secondo in più del normale. Tutto qui». Il segreto di Ruth si era rivelato vero: più volte aveva identificato in quel modo le donne che volevano abbordarlo. Questa donna aveva superato l’esame. Ernest alzò di nuovo lo sguardo. Lei lo stava ancora fissando.

*** Irvin D. YALOM, 1931, psichiatra, psicoanalista, docente universitario, scrittore, saggista statunitense, Sul lettino di Freud, 1996, Neri Pozza, 2015



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domenica 9 luglio 2017

#RACCONTId'AUTORE / Trovare la nostra canzone (Irvin D. Yalom)

«Ho una storia per te, Irv. Torna a sederti e lascia che ti racconti del coyote e della locusta».
Sapeva che adoravo le storie, specialmente le sue. Mi misi in ascolto, carico di aspettativa. 

C’era una volta un coyote che si sentiva sopraffatto dallo stress della propria esistenza. Tutto quello che riusciva a vedere erano troppi cuccioli affamati, troppi cacciatori, troppe trappole. Così un giorno se ne scappò via per stare da solo. All’improvviso sentì le note di una dolce melodia, che infondeva benessere e una grande pace. Seguendo il canto, raggiunse uno spiazzo nella foresta e si imbatté in una grossa locusta che cantava mentre si scaldava al sole su un tronco cavo. 

«Insegnami la tua canzone» chiese il coyote alla locusta. Nessuna risposta. Il coyote tornò a chiederle di insegnargli la canzone, ma la locusta se ne rimase zitta. Alla fine, dopo che il coyote ebbe minacciato di mangiarla in un boccone, la locusta si arrese e continuò a cantare la sua dolce canzone finché il coyote non l’ebbe imparata a memoria. Canticchiando la canzone, il coyote si avviò per fare ritorno dalla sua famiglia. All’improvviso uno stormo di oche si alzò in volo e lo distrasse e, quando fu tornato in sé, aprì la bocca per rimettersi a cantare, ma scoprì che aveva dimenticato la canzone.

Così fece ritorno allo spiazzo assolato nella foresta. Ma a questo punto la locusta aveva fatto la muta e aveva lasciato la pelle vuota al sole, sul tronco cavo, volando sul ramo di un albero. Il coyote non stette a perder tempo: desideroso di avere la canzone dentro di sé per sempre, in un solo boccone inghiottì la pelle della locusta, pensando che l’insetto fosse ancora al suo interno. Avviandosi verso casa, scoprì nuovamente di non sapere la canzone e si rese conto di non poterla imparare dalla locusta ingerita. Avrebbe dovuto farla uscire dal proprio corpo, per poi costringerla a insegnargli la canzone. 

Così prese un coltello e si tagliò l’addome per liberarla, ma il taglio fu così profondo che morì. 

«E così, Irv» disse Paula, offrendomi il suo adorabile sorriso, sporgendosi per prendermi la mano e poi sussurrarmi in un orecchio, «devi trovare la tua canzone e cantarla».

*** Irvin D. YALOM, 1931, psichiatra, psicoanalista, docente universitario, scrittore, saggista statunitense, Il senso della vita, 1999, Neri Pozza, 2016


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martedì 21 marzo 2017

#LIBRI PIACIUTI / "Le lacrime di Nietzsche", di Irvin Yalom (recensione di M. Ferrario)

Irvin YALOM
"Le lacrime di Nietzsche", 1992, Neri Pozza, 2006
traduzione di Mario Biondi
pagine 445, € 12,50, formato ebook € 8,99

La seduzione intelligente di fantasia e realtà storica
Le lacrime di Nietzsche è un libro che a distanza di quindici anni dalla sua uscita negli Stati Uniti non ha perso il suo fascino. 
Irvin Yalom, psichiatra e psicoterapeuta di fama, docente universitario e scrittore di successo è qui alla sua prima prova narrativa e il taglio originale che caratterizzerà anche le sue opere successive c'è già tutto: un'abile miscela di finzione e realtà, la messa in scena di protagonisti cruciali del pensiero filosofico e psicologico della nostra storia, la verosimiglianza rigorosa delle trame, calate in un contesto storico  attentamente ricostruito, uno stile pacato e avvolgente che sa alimentare curiosità per lo sviluppo dei fatti e insieme spinge costantemente a riflettere sulle dinamiche dell'animo umano.

La vicenda è collocata a Vienna, sul finire dell'800, ed è tutta imperniata su due personaggi cruciali dell'epoca: il primo è Joseph Breuer, autorevole e rinomato medico della buona società cittadina, in qualche modo precursore della psicoanalisi freudiana, e il secondo è Friedrich Nietzsche, il grande filosofo, in quel momento ancora sconosciuto, il cui pensiero, a distanza di due secoli, non ha finito di influenzare il mondo. 
La loro relazione, favorita da una donna allora giovane e di una bellezza sconvolgente e ammaliante, che si affermerà nella maturità come scrittrice e psicoanalista, Lou Salomé, parte come tentativo di Breuer di curare la sofferenza psicofisica di Nietzsche (emicranie e depressione, ogni tanto attraversate da momenti di disperazione accompagnati da idee suicidarie, anche per l'amore tradito con la giovane Salomé), ma si trasforma presto in una vera e propria reciproca psicoterapia 'ante litteram'. 
Attorno a loro, altre due figure, prese dalla realtà storica e ricostruite con fedeltà e tratti indelebili: una ragazza, Bertha, paziente di Breuer, di cui il medico si è innamorato e che sarà la protagonista del famoso caso di 'Anna O' seguito anche da Sigmund Freud, e appunto Sigmund Freud, all'epoca giovane medico in attesa di scegliere la strada che lo renderà famoso.

La dinamica Breuer-Nietzsche è tutta un godimento intellettuale: se ne rimane presi al laccio sin dalle prime mosse e il gioco non finisce di affascinare. I dialoghi, i reciproci pensieri reconditi che seguono le tattiche di Breuer per entrare in contatto empatico con la 'malattia' di Nietzsche e le schermaglie e i meccanismi di difesa messi in atto dal filosofo per mantenersi corazzato e non farsi catturare dalla volontà di Breuer di aiutarlo a cambiare, sono restituiti con vivacità, intensità, profondità. Tutta la solida preparazione psicoterapeutica di Yalom è qui al servizio di uno scavo che non fa sconti e mette davvero a nudo ambedue i protagonisti, riuscendo sempre a evitare, con una chiarezza espressiva mirabile, astrattezze e arzigogoli.

Come precisa Yalom nella postfazione, «Friedrich Nietzsche e Josef Breuer non si sono mai incontrati. E ovviamente la psicoterapia non è stata inventata come risultato del loro incontro. Ciò nonostante la vicenda dei personaggi principali si basa sulla realtà, e le componenti essenziali di questo romanzo – l’angoscia mentale di Breuer, la disperazione di Nietzsche, Anna O., Lou Salomé, il rapporto di Freud con Breuer, l’emergente embrione della psicoterapia – sono tutti fatti storicamente fondati nel 1882.». 
E' proprio da questa rielaborazione fantasiosa, ma severamente agganciata ai dati storici, che nasce la magia di quest'opera.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
«Personalmente, Josef, io ho sempre creduto che siamo più innamorati del desiderio che della persona desiderata!» 
«Più innamorati del desiderio che della persona desiderata!» ripeté Breuer. «Datemi un po’ di carta, per favore. Questa me la voglio ricordare». Nietzsche strappò un foglio dal fondo del suo taccuino e attese che l’altro scrivesse la frase, piegasse la carta e la riponesse nella tasca della giacca. (Irvin Yalom, "Le lacrime di Nietzsche", 1992, Neri Pozza, 2006)

«Tu vuoi diventare te stesso» continuò Nietzsche. «Quante volte te l’avrò sentito dire? Quanto spesso ti sei lamentato di non avere mai conosciuto la libertà? La tua bontà, il tuo dovere, la tua fede: eccole le sbarre della prigione in cui sei rinchiuso. Di simili meschine virtù morirai. Devi imparare a conoscere il tuo lato cattivo. Non puoi essere libero soltanto in parte: anche i tuoi istinti sono assetati di libertà. I tuoi cani selvatici, in cantina, abbaiano chiedendo libertà. Ascolta più attentamente: non li senti?» 
«Ma io non posso essere libero» implorò Breuer. «Ho fatto sacri voti di matrimonio. Ho un dovere nei confronti dei figli, degli studenti, dei pazienti». 
«Per costruire figli devi prima costruire te stesso. Altrimenti i tuoi figli saranno frutto di bisogni animali, o della solitudine, o serviranno soltanto a rappezzare i buchi che hai nell’intimo. Il tuo compito in quanto padre non è produrre un altro te stesso, un altro Josef, ma qualcosa di superiore. È produrre un creatore. 
«E tua moglie?» proseguì inesorabile Nietzsche. «Non è forse imprigionata nel matrimonio come te? Mentre il matrimonio non deve affatto essere una prigione, ma un giardino in cui si coltiva qualcosa di superiore. Forse l’unico modo per salvare il tuo è rinunciarci». 
«Ho fatto sacri voti di vincolo coniugale».
«Il matrimonio è qualcosa di grande. È grande cosa essere sempre in due, rimanere innamorati. Sì, il vincolo coniugale è sacro. Eppure...» e la voce di Nietzsche divenne inintelligibile. 
«Eppure?» chiese Breuer. 
«Il vincolo coniugale è sacro» ripeté Nietzsche con voce aspra. «Eppure è meglio spezzarlo che esserne spezzati!» (Irvin Yalom, "Le lacrime di Nietzsche", 1992, Neri Pozza, 2006)

«Inoltre» continuò Breuer, «ho anche imparato – o forse è la stessa cosa, non so bene – che dobbiamo vivere come se fossimo liberi. Anche se non possiamo sfuggire al fato, tuttavia dobbiamo prenderlo a testate: dobbiamo volere che il nostro destino si realizzi. Dobbiamo amare il nostro fato. (Irvin Yalom, "Le lacrime di Nietzsche", 1992, Neri Pozza, 2006)
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venerdì 24 luglio 2015

#LIBRI PIACIUTI / La cura Schopenhauer, di Irvin Yalom (recensione di M. Ferrario)

Irvin D. YALOM, La cura Schopenhauer, Neri Pozza, 2005
traduzione di Serena Prina
pagine 479, € 13.50, formato book € 8.99

La scoperta improvvisa di una macchia nera sulla pelle; una biopsia e il responso che non lascia scampo: melanoma maligno, poco più di un anno di vita. 
Anche uno psicoterapeuta sessantenne navigato come Julius, il protagonista di questo romanzo, professionalmente attrezzato e psicologicamente equilibrato, non può non accusare il colpo. E infatti all'inizio barcolla, tra una crisi di angoscia e l'altra. Poi, proprio grazie agli strumenti acquisiti con la professione e alla solidità di una visione della vita maturata negli anni, decide di proseguire l'attività di terapeuta. E il gruppo di pazienti che sta conducendo diventa, anche per lui, una terapia, mentre lui diventa, per tutti, un esempio 'sul campo' di come si può affrontare la morte vivendo fino in fondo la vita. La storia raccoglie il film di queste dinamiche: descritte con partecipazione, puntualità ed efficacia, nei dettagli delle diverse sedute. 

L'autore, un esperto e famoso psichiatra statunitense, si trova ovviamente a suo agio nel restituirci trama e atmosfera di un gruppo in terapia e il lettore ha modo di vivere, sia pure come silenzioso osservatore, quasi fosse seduto in cerchio con gli altri sette pazienti, cosa significa relazionarsi in una situazione di intenso confronto: aprirsi, dare e ricevere feedback, scontrarsi, comunicare emozioni e sentimenti, fare i conti con  la ricerca di una maggiore autenticità di se stessi e degli altri, trovare un equilibrio più consapevole superando i propri personali problemi di sofferenza. 

Fin qui tutto farebbe pensare alla ricostruzione di un caso di studio, buono per addetti ai lavori. Invece la vicenda, per quanto realistica, aspira al romanzo e del romanzo in effetti ha gli ingredienti: una storia, un protagonista 'forte' (lo psicoterapeuta), dei personaggi (i pazienti) ben caratterizzati, che hanno vicende e problemi da raccontare e che con le loro interrelazioni 'fanno accadere' nuovi fatti. 
Ma il taglio romanzato si intreccia, in un gioco di ammirevole equilibrio, con quello più saggistico che sintetizza la vita e il pensiero di Schopenhauer: il filosofo di cui è innamorato, e prigioniero, Philip, il paziente avuto in terapia individuale da Julius vent'anni prima e che rappresenta uno dei suoi più cocenti fallimenti professionali. Rintracciato da Julius stesso, nonostante si dica guarito dalla 'cura Schopenhauer' (al punto da aver deciso di diventare consulente filosofico), Philip ha accettato di far parte del gruppo terapeutico e qui giocherà un ruolo chiave nell'evoluzione della vicenda. 

Una lettura gustosa e imperdibile per chi unisce alla sensibilità e all'attrazione per la psicologia il piacere della riflessione filosofica sulle questioni ineludibili del vivere e del morire. Uno stile che cattura per chiarezza, semplicità, scorrevolezza. Un passo lento, ma mai noioso, e che comunque produce un 'movimento' che non smette di incuriosire e invita a non staccare. Un modo accattivante di farci conoscere un grande filosofo (assai discutibile sul piano umano: e qui appunto assai discusso), facendoci entrare, 'in diretta', dentro una storia di 'cura' psicologica. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
«... ti darò la lezione di psicoterapia numero uno, e lo farò gratis. Non sono le idee, né la visione, né i mezzi concreti quello che davvero importa nella terapia. Se uno, alla fine di una terapia, interroga i pazienti a proposito del processo, che cosa ricorderanno questi pazienti? Mai le idee: è sempre la relazione. Raramente rammenteranno una intuizione importante offerta loro dal terapeuta, ma con passione ricorderanno la loro relazione personale con il terapeuta stesso. E sto anche azzardando l’ipotesi che la cosa possa essere vera persino per te. Perché ti ricordavi così bene di me e davi valore a quello che era avvenuto tra di noi al punto che oggi, dopo tutti questi anni, arrivi a rivolgerti a me per avere una supervisione? Non certo per via di quei due commenti, per quanto provocatori possano essere stati, no, io credo che sia per via di un qualche legame che sentivi nei miei confronti. Credo che tu possa persino nutrire un qualche profondo affetto nei miei confronti, e proprio perché la nostra relazione, per quanto possa essere stata difficile, era significativa, adesso ti stai di nuovo rivolgendo a me nella speranza di trovare una qualche forma di abbraccio». (Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer, Neri Pozza, 2005)

Questo incontro, come gli ultimi tre o quattro, era stato affascinante. I suoi pensieri tornarono ai gruppi di pazienti malate di cancro al seno che aveva condotto tanti anni prima. Quante volte quelle pazienti, una volta superato il panico dell’essere condannate a morte, avevano affermato di essere entrate in un periodo d’oro della loro vita. Alcune dicevano che vivere con il cancro le aveva rese più sagge, più appagate, mentre altre avevano rimesso ordine tra le priorità della loro esistenza, erano diventate più forti, avevano imparato a dire no ad attività che non avevano più valore per loro e sì a cose cui tenevano davvero, come voler bene alle loro famiglie e ai loro amici, osservare la bellezza che le circondava, assaporare il mutare delle stagioni. Ma che peccato, si erano lamentate in molte, che avessero imparato a vivere solo dopo che i loro corpi erano stati attaccati dal cancro. 
Questi cambiamenti erano così sensazionali – in effetti una paziente aveva affermato: «Il cancro cura le psiconevrosi» – che in un paio di occasioni Julius aveva maliziosamente fornito a un gruppo di suoi studenti soltanto la descrizione dei cambiamenti psicologici che si erano verificati, e aveva poi chiesto loro di che tipo di terapia si trattasse. Come erano rimasti sconvolti gli studenti quando avevano saputo che non era stata una terapia o un trattamento medico a fare la differenza, ma il confrontarsi con la morte. Doveva moltissimo a quelle pazienti. Che esempio erano state per lui nel momento del bisogno. Che peccato che non potesse dirlo loro. Vivi nel modo giusto, rammentò a se stesso, e abbi fede che così usciranno da te cose buone anche se non lo saprai mai. (Irvin D. Yalom, La cura Schopenhauer, Neri Pozza, 2005)
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Sempre nel blog, un'altra mia recensione a Irvin Yalom, Il dono della terapia, Neri Pozza, 2014, qui

venerdì 29 maggio 2015

#LIBRI PREZIOSI / "Il dono della terapia", di Irvin D. Yalom (recensione di M. Ferrario)

Irvin D. YALOM, "Il dono della terapia", 2002, Neri Pozza, 2014
traduzione di Paola Costa 
pagine 302, € 17.00, ebook € 8,99

Irvin D. Yalom è uno psicoterapeuta statunitense ormai ottantenne, che pur rifiutando di essere rinchiuso dentro definizioni ingabbianti, rivela una matrice umanistica e un'impostazione 'clinica' che lo hanno reso assai noto, in patria e fuori, fra gli addetti ai lavori.

Il libro, pubblicato in Italia nel 2014, risale a una decina di anni fa, ma, oltre che conservare freschezza e attualità, contiene un capitolo finale di aggiornamento assai illuminante per alcune precisazioni fornite anche a seguito dei progressi delle neuroscienze.  
Il tema è il mestiere dell'autore, che si rivolge a pazienti e colleghi (ma soprattutto a colleghi, e in particolare giovani nella professione) con l'intento di trasmettere alcuni 'segreti' dell''arte' della terapia, più volte sperimentati e ritenuti efficaci nel corso della sua ricca e lunga esperienza. Lo fa in modo semplice e chiaro, oltre che sereno e appassionato, privilegiando gli esempi alla teoria, ma senza cadere nel frequente e facile semplicismo, tipicamente americano, che riduce la complessità (specie dell'animo umano) a banali ricettari comportamentistici.

Il risultato è una lettura che non ha nulla del saggio astratto e freddo e ha molto invece del racconto caldo e curioso; con ciò confermando, peraltro, le eccellenti doti di Yalom pure come scrittore affermato di romanzi, a sfondo psicologico-filosofico.

Il libro, benché lo stesso autore dichiari di voler indirizzare 'il dono della terapia' anche ai pazienti, è sicuramente per addetti; o quanto meno per chi abbia una certa sensibilità psicologica, unita a una competenza di base nel campo, e manifesti quindi un interesse non superficiale a problematizzare e approfondire le questioni specifiche del mestiere di terapeuta.
In quest'ottica mi pare che ogni pagina sia davvero preziosa: se sappiamo che l'esperienza, per definizione, non è trasmissibile, ma ognuno se la deve costruire da sé, avere comunque una guida intelligente che offre spunti concreti, argomentati e 'validati', su cui riflettere, costituisce un aiuto raro e quanto mai da apprezzare.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Alcuni decenni fa mi occupai di una paziente con un cancro al seno che, durante tutta l’adolescenza, era rimasta incatenata a una lunga e amara lotta con il padre, che la ostacolava continuamente. Desiderando ardentemente una qualche forma di riconciliazione, un nuovo inizio per il loro rapporto, aveva aspettato con ansia il momento in cui suo padre l’avrebbe accompagnata all’università in macchina – un’occasione in cui sarebbe stata sola con lui per parecchie ore. Ma il viaggio tanto agognato risultò un disastro: suo padre si comportò come sempre, borbottando continuamente su un brutto ruscello disseminato di immondizia a lato della strada. Lei, invece, non vedeva immondizia di sorta in quel corso d’acqua bello, agreste, incontaminato. Non riuscì a trovare un modo per ribattere e alla fine, sprofondati nel silenzio, passarono il resto del viaggio senza scambiarsi nemmeno uno sguardo. 
In seguito lei fece lo stesso viaggio da sola e fu stupita di accorgersi che c’erano due corsi d’acqua, uno su ciascun lato della strada. 
«Questa volta ero io che guidavo» disse con tristezza, «e il corso d’acqua che vedevo dal mio finestrino, dal lato del guidatore, era proprio brutto e inquinato come mio padre lo aveva descritto». Ma nel momento in cui aveva imparato a guardare dalla finestra di suo padre era troppo tardi – l’uomo era ormai morto e sepolto. 
Questa storia mi è rimasta dentro, e in molte occasioni ho ricordato a me stesso e ai miei studenti: «Guardate dal finestrino dell’altro. Cercate di vedere il mondo come lo vede il vostro paziente». La donna che mi raccontò la storia morì poco tempo dopo per il cancro al seno, e mi dispiace di non averle potuto dire quanto la sua storia sia stata utile negli anni a me, ai miei studenti e a molti pazienti. (Irvin D. Yalom, Il dono della terapia, Neri Pozza, 2014)
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