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venerdì 11 settembre 2015

#RITAGLI / Immigrati, finanziano l'Europa (Maurizio Ricci)

I politici possono dire quello che vogliono. E anche i cittadini qualunque, al bar o in tram. Ma gli economisti non hanno dubbi: le dimensioni del fenomeno sono troppo grandi per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulle famiglia araba nell'alloggio di edilizia popolare. Sulla base dei grandi numeri, dunque, gli economisti concludono che gli immigrati che si rovesciano a ondate sulle frontiere europee non sono il problema. Sono la soluzione del problema. Bisogna trovare il modo di sistemarli e di integrarli: un compito inedito, immane, per il quale non ci sono soluzioni facili. Ma le centinaia di migliaia di uomini e donne, giovani, fra i 20 e i 40 anni, spesso con figli al seguito, che si affollano sulle barche, sui treni, sui camion dei disperati sono quello di cui l'Europa ha bisogno. Subito.

Quando Angela Merkel apre le porte della Germania a 800 mila rifugiati, infatti, non spara troppo alto. Spara basso. Facendo un calcolo a spanne, Leonid Bershidsky, su Bloomberg, calcola che l'Europa avrebbe bisogno di 42 milioni di nuovi europei entro il 2020. Cioè domani. E di oltre 250 milioni di europei in più nel 2060. Chi li fa, tutti questi bambini?

I 42 milioni di europei in più sono, infatti, quelli che servirebbero, subito, per tenere in equilibrio una cosa a cui - nonostante quello che hanno affermato in questi giorni leader politici, come l'ungherese Viktor Orbàn - gli europei qualunque tengono, probabilmente, più che alle loro radici cristiane: il generoso sistema pensionistico. Oggi, in media, dice un rapporto della Ue, in Europa ci sono 4 persone in età lavorativa (15-64 anni) per ogni pensionato. Nel 2050, ce ne saranno solo 2. Ancora meno in Germania: quasi 24 milioni di pensionati contro poco più di 41 milioni di adulti. In Spagna: 15 milioni di over 65 a carico di soli 24,4 milioni di lavoratori. In Italia: 20 milioni ad aspettare ogni mese, nel 2050, l'assegno dell'Inps, finanziato dai contributi di meno di 38 milioni di persone in età per lavorare. Le soluzioni non sono molte. O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi.

Sarà un paradosso, ma è più facile che, a pagare quei contributi, sia un immigrato, piuttosto che un cittadino italiano. Oggi, la percentuale degli italiani che lavora e porta a casa soldi è pari al 67% della popolazione. Fra chi è venuto qui dall'Asia o dall'Africa, la percentuale è del 72%. Perché ha tolto il posto di lavoro a un italiano? Non parrebbe. Secondo l'Ocse - l'organizzazione che raccoglie i paesi ricchi del mondo - circa il 15% dei posti di lavoro nei settori ad alto sviluppo è stato occupato da un immigrato. In altre parole, dove la concorrenza per il posto è forte, c'è un immigrato ogni 6-7 lavoratori. Nei settori in declino, invece, incontrare un immigrato è quasi due volte più facile: oltre 1 addetto su 4 non è nato in Italia. Detto più semplicemente, gli immigrati tendono ad occupare i posti di lavoro che chi è nato in Occidente preferisce abbandonare. Su quei lavori, pagano le tasse. Senza gli immigrati, il governo Renzi sarebbe, in questo momento, disperatamente alla caccia di quasi 7 miliardi di euro per tappare i buchi della legge di Stabilità. Gli stranieri hanno pagato, infatti, circa 6,8 miliardi di euro di Irpef nel 2014, su redditi dichiarati per oltre 45 miliardi di euro l'anno. La Fondazione Leone Moressa ha calcolato il rapporto costi-benefici dell'immigrazione è, per l'Italia, largamente positivo: le tasse pagate dagli stranieri (fra fisco e contributi previdenziali) superano i benefici che ricevono dal welfare nazionale per quasi 4 miliardi di euro. (...)

*** Maurizio RICCI, giornalista, Lavorano e fanno figli: così i migranti finanziano l'Europa. Per salvare le nostre pensioni servono 250 milioni di rifugiati entro il 2060. Ecco perché per gli economisti sono una risorsa, 'la Repubblica', 8 settembre 2015.

LINK articolo integrale qui

Sempre in Mixtuta, 1 altro contributo di Maurizio Ricci qui

mercoledì 22 luglio 2015

#RITAGLI / I 'sovraeducati', un problema (Maurizio Ricci)

(...) Un’inchiesta dell’ Economist rivela che, secondo il 51% dei manager, un deficit di competenze zavorra i risultati delle loro aziende. E non ci avevano pensato? 
E’ su questa base che il Cedefop, un istituto di ricerca della Ue, fa l’oroscopo all’occupazione italiana. A breve, il 22% delle possibilità di lavoro sarà riservato a professionisti e tecnici: ingegneri, esperti della salute o della finanza. Parlano i numeri: gli occupati ad alta qualificazione erano il 15,6% del totale nel 2005. Salteranno al 30,8% nel 2025: quasi 1 su 3, invece di 1 su 6. Per chi, quanto a competenze, sta un po’ peggio, ma ancora se la cava, terrà botta: 43% dell’occupazione nel 2005, 47% previsto per vent’anni dopo.
Per i non qualificati è la decimazione: 4 lavoratori su 10, nel 2005, non avevano uno straccio di titolo da esibire, ma lavoravano lo stesso. Nel 2025, saranno quasi una rarità: 2 su 10. Dunque, il messaggio è chiaro: ragazzi, studiate, preparatevi, il computer sempre sottobraccio, il vostro settore esplorato in profondità, ma capacità di saltare da un ramo all’altro, perché così si innova, si inventa, si spiazza la concorrenza.  Eccetera.
Peccato che, di tutto questo, nessuno sembra aver informato gli imprenditori italiani, sui quali le parole dell’Ifo, dell’ Economist , le previsioni del Cedefop sembrano scivolare come acqua sulla pietra. Se il futuro del paese è nell’innovazione, nel capitale di conoscenze, nella knowledge economy, i datori di lavoro italiano hanno disertato. Peggio, si sono sparati sui piedi e su quelli del paese. Altro che Silicon Valley. I dati, infatti (quelli veri, non le proiezioni) dicono che, da anni, stanno tagliando selvaggiamente i posti di lavoro qualificati, a favore di quelli che richiedono solo medie o basse competenze. Il monitoraggio del mercato del lavoro, condotto ogni anno dall’Isfol, ci rivela, infatti, che, fra il 2007 e il 2012, il sistema economico italiano ha distrutto 379 mila posti di lavoro. Un’amputazione dolorosa, dovuta ad una delle crisi più severe degli ultimi decenni. Ma che non è scesa a pioggia, in modo uniforme, nelle fabbriche e negli uffici: gli imprenditori non hanno solo licenziato. Al contrario, è stata una decimazione accuratamente mirata, fatta apposta - alla faccia del Cedefop - per far fuori i migliori e premiare i mediocri (in termini di competenze e qualità professionali). I lavoratori considerati mediamente qualificati (i geometri, intesi come opposti agli ingegneri) sono infatti aumentati in modo considerevole: ne sono stati assunti 645 mila. E le aziende hanno anche rastrellato manovali e generici, i lavoratori a bassa qualifica: 369 mila in più. E il taglio? E’ avvenuto tutto più in alto, vicino alla testa. Nelle aziende e nelle imprese italiane, dopo 5 anni di crisi, ci sono 1 milione 393 mila occupati ad alta qualifica (gli ingegneri) in meno. In pratica, dei lavoratori baciati in fronte (nel mondo) dalla new economy, 1 su 6, in Italia, ha perso, invece, il posto e la busta paga. La crisi ha determinato una mattanza. Gli imprenditori hanno deciso chi sacrificare.
Per una ripresa economica già fragile, l’insidia di cui ci riferisce l’Isfol è nuova e devastante, perché sembra escludere il paese dal modello di sviluppo abbracciato dal resto delle economie competitive. Nel 2007, i giovani che occupavano un posto ad alto profilo professionale erano il 33,8%. Cinque anni dopo, il 28,8%, cinque punti in meno, uno l’anno. E per chi aveva più di 34 anni, la riduzione è stata anche più secca: da più del 43 a meno del 37%. Sono stati, insomma, gli anni della cacciata degli ingegneri? Non esattamente. I dati non consentono di capire in quanti casi è stato licenziato un ingegnere e, al suo posto, è stato assunto un geometra. Secondo Guido Baronio, che ha curato il monitoraggio dell’Isfol, «il fenomeno più comune è stato, probabilmente, un altro: il licenziamento dell’ingegnere e la sua riassunzione con la qualifica di geometra. O, ancora più frequente, la sostituzione di un ingegnere che se ne va con qualcuno, inquadrato in una qualifica più bassa». Sta esplodendo, infatti, in Italia, il problema dei “sovraeducati”. Le aziende richiedono qualifiche altissime per un’assunzione, a prescindere dalla posizione che deve essere occupata. Ovvero, un laureato trova lavoro con meno difficoltà di un diplomato, ma bisogna capire a fare che. Il caso più noto è la Fiat che, per lo stabilimento di Melfi, richiedeva ai candidati la laurea o un diploma con una votazione molto alta, anche se poi li sistemava alla catena di montaggio. Ma il fenomeno è diffusissimo: secondo i dati dell’Isfol, nel 2007 i laureati che occupavano un posto di lavoro che non avrebbe richiesto una laurea erano il 14,2% del totale. Nel 2012, erano saliti quasi al 20%.
Non è la stessa cosa assumere un ingegnere per fargli fare un lavoro da ingegnere e assumere un ingegnere, per fargli fare un lavoro da geometra. Quello che interessa agli imprenditori è che, nel secondo caso, la busta paga è più bassa. Ma cambiano anche gli spazi professionali, i margini di autonomia decisionale, le responsabilità, il contributo che il lavoratore può portare. 
La spia di quanto avviene davvero nelle fabbriche e negli uffici la dà un dato dell’Ocse. Solo il 3% dei giovani italiani non usa il computer a casa o in vacanza. Ma più della metà, in ufficio, un computer non lo vede neanche. In altre parole, nelle aziende italiane si stanno restringendo non solo le buste paga, ma anche mansioni e competenze. Il risultato è allontanare il paese dalla prospettiva di una ripresa vivace e sostenuta. «La crisi – dice Baronio- non agisce in maniera neutrale, ma impoverisce il contenuto professionale dell’occupazione e, in ultima analisi, deprime ulteriormente la competitività del sistema produttivo nazionale ». Del resto, all’estero si sono mossi in modo assolutamente opposto, nonostante la crisi. Il 33% degli occupati italiani, nel 2012, fra giovani e adulti, aveva un posto ad alto profilo professionale. In Francia, Olanda, Inghilterra, Danimarca, Svezia, siamo oltre il 45%. E, negli anni della crisi, mentre in Italia la loro quota precipitava del 15%, in quei paesi aumentava, anche del 10%. E’ aumentata, sia pur di poco, anche in Spagna.
Magari è vero, come fanno capire alla Fiat, che paradossi apparenti, come gli ingegneri alla catena di montaggio di Melfi, sono solo temporanei, percorsi sperimentali di apprendistato. Ma, in termini generali, i dati dicono il contrario. Fra il 2006 e il 2007, i laureati che trovavano, dopo il periodo iniziale successivo all’assunzione, una collocazione coerente con la loro qualificazione professionale erano poco più di 1 su 6. Fra il 2011 e il 2012 ci è riuscito solo 1 su 20. Gli altri sono rimasti intrappolati.

*** Maurizio RICCI, giornalista, Ripresa senza qualità: il capitale umano avvilito dagli anni di crisi, 'la Repubblica', 20 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui