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sabato 27 febbraio 2021

#SENZA_TAGLI / Genitori e insegnanti (Enrico Galiano)

Non fate il bene dei vostri figli se li difendete anche di fronte all'indifendibile.
Non fate il bene dei vostri figli se dite loro cose tipo "Ma sì cosa vuoi che capisca quel cretino del tuo professore!".
Non fate il bene dei vostri figli se quando tornano a casa con un brutto voto, quello contro cui ve la prendete è chi glielo ha messo.

I rimproveri servono. I compiti in classe andati male servono. È anche così che si diventa grandi.
Non fate il loro bene se a casa parlate degli insegnanti come di una masnada di nullafacenti rubastipendio. 
Che magari ci possono essere: ma non è questo il modo di denunciarlo.

Ragazzi e ragazze hanno bisogno di tante cose, lo so: ma di scuse, di posti dove scaricare le proprie responsabilità, quello proprio no.
Ognuno ha il suo metodo, non ce n'è uno giusto per tutti. Ce n'è solo uno sbagliato: prendersela con l'insegnante dopo un insuccesso.
Credete di averli difesi: in realtà gli avete fatto più male voi di quanto potrebbe fargliene qualsiasi brutto voto.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 26 febbraio 2021, qui


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mercoledì 23 dicembre 2020

#SENZA_TAGLI / Lo studente arrabbiato (Enrico Galiano)

E poi invece ti capita lo studente sempre arrabbiato. Quello che gli occhi hanno una specie di fuoco sempre acceso, e non si capisce mai con chi ce l'ha, perché in fondo ce l'ha con tutti. Te compreso.
E non sai mai cosa fare, quando ne hai uno così, perché come fai sbagli. E quando sbagli, lui non perdona.
E allora lì c'è solo una cosa da fare.
Ricordarti che sei stato anche tu, dove è lui adesso. Te la devi ricordare, quella rabbia lì, quella sfrontatezza, e perfino quella scemitudine dei tuoi tredici, quattordici, sedici anni.
Sempre: te la devi ricordare sempre.

Non posso dimenticare di quella volta che a sedici anni dopo una partita con un arbitraggio secondo me tutto di parte ho preso sono andato dall'arbitro e ho sputato sulla mano, per poi dargliela.
Quattro mesi di squalifica.

Non posso dimenticare che quando al liceo mi beccavo gli 8 in condotta per qualche cosa che avevo fatto – tipo scappare da scuola, una volta – poi una parte di me era anche felice di quel voto, perché mi sembrava di aver osato, che ne so, perché così mi sentivo speciale, insomma per qualche idea stupida che puoi avere solo a sedici anni.

Non posso dimenticare tutte le volte in cui ho preso e buttato via qualcosa di bello, per motivi che adesso nemmeno saprei dire.
Non puoi mai dimenticartene, quando li vedi fare cose che pensi Ma come è possibile, Ma non ci pensi, Ma sei scemo?

Non puoi dimenticarti – no: non che sei stato “anche tu” così, sarebbe troppo facile, no – ma che sei stato tu, tu eri loro, uguale uguale, non puoi cascarci e farti quello sconto che ci facciamo tutti, quando diventiamo grandi, quel bluff, quel barare le carte e dire che sì, va bene, ho fatto anche io le mie cazzate ma sempre con testa, ma quale testa, la testa chissà dove l'avevo messa, e chissà se l'ho più ripresa davvero, poi.

Perché il momento in cui dimentichi cosa sei stato tu è anche il momento in cui smetti di vedere lui.
E quando smetti di vederlo lui se ne accorge sempre.
Ed è lì che smette di ascoltarti.
Mentre se appoggi sulla cattedra anche un piccolo pezzo di quel te che eri, se ti ricordi che ci sei passato anche tu, e soprattutto se ti ricordi quanta paura fa, avere la sua età, magari poi non ti ascolta lo stesso, però una cosa è certa: tu senti molto meglio quello che dice lui.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 18 dicembre 2020, qui


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giovedì 17 dicembre 2020

#SENZA_TAGLI / Caro antivaccinista ti scrivo (Enrico Galiano)

Caro antivaccinista,
Ti scrivo questa lettera dal profondo del mio cuore, oggi che sta succedendo qualcosa di bello nel mondo, dopo tanti e tanti giorni pessimi di un anno pessimo di nome 2020. 
Ti scrivo dopo che abbiamo visto tanta gente andarsene, dopo i tramonti d'apprensione incollati ai bollettini della protezione civile, dopo i lockdown e le attività andate in fallimento, dopo i mesi a scuole chiuse con la didattica a distanza che tanto ci ha fatto penare. 
Ti scrivo adesso, perché adesso è il momento: ora che sempre più vicino si fa il giorno in cui anche qui da noi arriverà il vaccino e, forse, piano piano quest'incubo andrà a svanire nel cassetto dei brutti ricordi. 

E per dirti cosa, caro antivaccinista? 
Una molto semplice: che se davvero credi che una scoperta così importante per l'umanità intera, la stessa che ha fatto sparire dalla faccia del pianeta il vaiolo (400 milioni di morti solo nel XX secolo), debellato quasi del tutto il morbillo e che ci ha salvato da decine di altre terribili malattie, dicevo se davvero credi che questa scoperta sia in realtà un male da evitare come la peste, frutto di una scienza corrotta e manipolatrice, io non posso fare niente per farti cambiare idea. 
Qualsiasi prova scientifica, qualsiasi fonte per quanto autorevole non ti convincerà: e allora tu anche questa volta non ti vaccinerai. 
Allora non c'è davvero nulla che io ti possa dire. Solo farti alcune domande. Tre per la precisione. 

La prima: quando e se, speriamo, tutto questo sarà passato grazie a questa sensazionale scoperta, come lo spiegherai? Quale complotto fantascientifico ti inventerai questa volta? 
La seconda: nel caso tu ti ammalassi di Covid, ritieni giusto essere curato in ospedale – rappresentante della stessa scienza corrotta e manipolatrice che ha prodotto il vaccino – o pensi sarebbe più coerente farlo attraverso le medicine alternative che tu conosci? 
E infine, la terza: se a causa della tua scelta ti capitasse di trasmettere il virus a qualcuno che non può vaccinarsi, quanto ti riterresti responsabile? Poco? Tanto? Per nulla? 

Rispondi pure con calma a queste domande. 
Solo un favore, magari: da qui a sei mesi almeno, se puoi, esci il meno possibile.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 13 dicembre 2020, qui

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mercoledì 28 ottobre 2020

#SENZA_TAGLI / Se dovessimo tornare a chiudere (Enrico Galiano)

Qualche anno fa Selvaggia Lucarelli ha scritto una cosa molto vera: ce l'aveva con quelli che, appena lasciati o meglio appena lasciato il partner, postavano subito foto del loro nuovo amore. Era un po' una tortura, per quelli appena lasciati che – come è normale succeda – andavano a vedere il profilo dell'ex e si ritrovavano sbattute in faccia immagini che erano lama affilata nel petto.

Diceva loro, in sostanza: un po' di empatia, per favore, un po' di rispetto. Cosa serve mostrare quelle foto al mondo? Non lo sapete quanto male stanno i vostri ex?

Me lo ricordo perché era successo proprio a me e proprio in quei giorni, e non era una bella sensazione.

Mi viene in mente adesso, anche se non c'entra niente, perché sento che ha qualcosa a che fare con quello che sta accadendo in queste ore.

Ci sono diverse persone – fra cui, io – che anche se ci fosse un nuovo lockdown non ne soffrirebbero in modo decisivo. Sì la chiusura, sì le difficoltà logistiche coi figli e tante altre cose, ma uno stipendio arriverà sempre alla fine del mese.

E poi ce ne sono altre che, se accadesse, avrebbero davvero difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena, come si dice. Più tutte le mie stesse difficoltà.

Per cui mi piacerebbe che se dovessimo tornare a chiudere, chiunque – come me – si trovi in una situazione privilegiata, stavolta evitasse di lamentarsi dei disagi, o almeno non lo facesse qui dove lo possono leggere tutti, soprattutto quelli che non hanno “disagi” ma problemi, problemi veri.

Un po' di empatia, un po' di rispetto.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 25 ottobre 2020, qui


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martedì 18 agosto 2020

#SENZA_TAGLI / A scuola funziona così (Enrico Galiano)

A scuola funziona così.

Se tu dici ai ragazzi che possono fare una cosa, basta che si moderino, poi c'è sempre qualcuno che la fa senza moderarsi. È matematico.
Che ne so: tirarsi cartacce.

Se tu dici: ok ragazzi, oggi potete tirarvi cartacce, ma poche, perché poi dovete pulire tutto voi, tutti insieme.
Sai cosa succede? 
Che ci saranno quelli che faranno i bravi e non tireranno nulla. Bene.
Ma gli altri? Dopo pochi secondi partirà una battaglia epica stile Lepanto con barricate e lanci di qualsiasi cosa e in due minuti la classe sarà un inferno di cartacce e altra roba da ripulire.

Il problema è sempre quello: che poi pagano tutti per le azioni di alcuni.
E la colpa non è solo di quegli alcuni, ma soprattutto di chi glielo lascia fare.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 16 agosto 2020, qui


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sabato 8 agosto 2020

#CIT / Dire no (Enrico Galiano)

A volte, 
una delle più grandi parole d'amore 
che si possa dire a un bambino è: 
no.

*** Enrico GALIANO, insegnante, scrittore, facebook, 6 agosto 2020, qui


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mercoledì 8 luglio 2020

#SENZA_TAGLI / La vera grandezza (Enrico Galiano)


Di tutte le immagini, i fotogrammi dei film, le musiche incredibili, a me piace ogni tanto tornare a questa foto. 
È di un paio di giorni dopo l’ultimo Oscar. 
Sono lui e la moglie, alla stazione.
Torno a questa foto, anche solo col pensiero, per ricordarmi che cos’è la vera grandezza.
Guardateli, sembrano due nonnini di ritorno da un pranzo di Pasqua. Quei vestiti semplici, perfino un po’ sgualciti. La suola delle scarpe un po’ lisa, come di qualcuno che ci si è affezionato e non le vuole cambiare, ti pare quasi di sentirli, “Oh finché tengono me le tengo, sono comode!”
Quel sorriso radioso che ha lei, quello sornione di lui. La sua mano che spunta dal sottobraccio, indice che lei lo stava sorreggendo.
Due nonnini, appunto.
Ed avevano appena vinto un Oscar.
La vera grandezza è questa foto qui, di Ennio Morricone con sua moglie. 
Mettere al mondo bellezza e rimanere sé stessi, come due nonnini alla stazione.
Anche quando tocchi il cielo, restare con i piedi per terra.
Grazie, Maestro.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 6 luglio 2020, qui

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martedì 28 aprile 2020

#SENZA_TAGLI / La lezione più importante di un'insegnante (Enrico Galiano)

Stamattina ero sul water – credo un incipit così solo Chiamatemi Ismaele – dicevo stamattina ero sul water e ho mandato un messaggio a una persona.
Era una persona che stavo cercando da anni perché non è sui social e non conoscevo nessuno che sapesse qualcosa di lei.

Quella persona era la mia prof di Lettere delle medie.

Le ho scritto un messaggio per chiederle come stava e per dirle che avevo un pensiero per lei.
Era un tentativo così tanto per: stiamo parlando della terza media anno scolastico 1990/91 (sì lo so sono anziano). Io che insegno solo da quattordici anni so quanto è difficile ricordarsi di tutti: figuriamoci di uno che è stato suo alunno trent'anni esatti fa.

Cinque minuti dopo mi ha richiamato. Io mi stavo lavando i denti.

“Enrico!”
Ragazzi, che brividi. Si ricordava tutto di me, della mia classe. Perfino dov'ero in banco, da chi mi aveva spostato perché facevo casino. Tutto.
“Ti leggo sempre sai? Ho letto anche uno dei tuoi libri, bello ma poi sì insomma...”
“Insomma...?”
“Insomma parli sempre di adolescenti e io non sono più adolescente da quel dì!”

Per anni mi sono chiesto cosa avesse mai avuto di speciale questa prof, che è stata una delle pochissime che mi è rimasta nel cuore, oltre che uno dei motivi per cui io a mia volta oggi sono un insegnante. L'amore per la sua materia? La chiarezza delle spiegazioni? Il senso dell'umorismo? Cos'era?
Stamattina l'ho scoperto. Cos'è che fa di te un grande insegnante.

Le importava di noi. Si vedeva che le importava di noi. E che le importava sul serio.
Tutto qua.

Non leggerà mai queste parole perché non è sui social, ma insieme al pensierino ci metterò un bigliettino in cui le scriverò che è riuscita, a distanza di trent'anni, a darmi ancora un'altra lezione. La più importante di tutte.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 27 aprile 2020, qui


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mercoledì 25 marzo 2020

#SENZA_TAGLI / Il gomitolo del primo giorno di scuola e i contagi (Enrico Galiano)

Il primo giorno di scuola, quest'anno, ho portato in classe un gomitolo di spago.
Quest'anno mi è stata assegnata una prima, questo vuol dire che il primo giorno ti giochi più o meno tre anni della tua vita: fai il Sergente Istruttore Hartman e quelli con te staranno buonini per tre anni, attenti anche solo a dire “Ah”; fai il prof docile tipo “Ragazzi, io non sono il vostro prof, io sono un vostro AMICO” e ti saliranno coi piedi in testa alla velocità della luce, e poi per tre anni sarà tutto un “Tesoro caro, togli i denti dall'osso parietale del tuo compagno, su”.
Un po' come un primo appuntamento: quello che fai il primo giorno, resta per sempre.
Così mi son chiesto: qual è la cosa che mi complica di più la vita, di solito, in classe? Quella che, se la risolvessi, renderebbe insegnare - sì ok - sempre la stessa partita di rugby da soli contro la nazionale neozelandese in un giorno di pioggia e con il tifo contro ma, almeno, partendo con un punto di vantaggio?

Risposta: avere una classe unita.

Se si aiutano, ti aiutano. Se non lasciano indietro nessuno, è più facile andare avanti.
Così eccomi lì: spago nella borsa. Arrivo, faccio appello, e poi: ragazzi, usciamo.

Il gioco era semplice. Diciannove ragazzi in cortile, sull'erba. Diciotto a formare un cerchio bello ampio, uno di loro al centro.
Con lo spago abbiamo legato una cintura attorno al cerchio, altezza girovita, per cui bastava che uno solo di loro andasse per i fatti suoi, e lo spago si rompeva.
Quello al centro, a piedi uniti, doveva solo riuscire ad arrivare a toccare uno dei compagni, saltellando.
Se toccava qualcuno, vinceva. Se lo spago si rompeva, vinceva lo stesso.

In pratica l'unico modo per non farsi mai toccare da quello al centro era di muoversi, sempre, tutti insieme, tutti nella stessa direzione: vincendo il naturale istinto a non fare nulla, a credersi salvi quando il malcapitato è dall'altra parte del cerchio.

Se volevi salvare te stesso, dovevi salvare l'altro.

Scappare con lui, muoverti per non far rompere lo spago.
Certo, visto da fuori può sembrare il giochino da prof amico, o la lezioncina buonista fatta al posto di mettersi a lavorare sul serio: ma da quel giorno ogni volta che si lamentano perché un compagno non capisce una cosa, ogni volta che li vedo lasciare qualcuno indietro, tiro fuori il gomitolo dalla borsa, non dico niente, e loro capiscono.
Si aiutano. Mi aiutano.

Poi vabbè, lo difficoltà sono le stesse di tutti e di sempre, ma almeno quella ce l'ho molto meno.

Mi è tornato in mente oggi, quel primo giorno, quando ho letto la notizia che i contagi stanno – forse – iniziando a diminuire. E lo stanno facendo perché?
Perché chi non era nei guai, chi non era inseguito da quello al centro, ha iniziato a correre insieme a tutti gli altri, per salvare chi era nei guai.
Certo, lo spago si è rotto un po' di volte. Ma adesso forse abbiamo capito come si gioca.
Adesso forse – finalmente – stiamo andando tutti dalla stessa parte. Quella in cui, se vuoi salvare te stesso, devi salvare l'altro.

*** Enrico GALIANO, facebook, 24 marzo 2020, qui


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lunedì 23 marzo 2020

#SENZA_TAGLI / A volte, quel groppo lì (Enrico Galiano)

Sì, certo, le lezioni, i video, lo streaming, ma a volte c'è quel groppo lì proprio all'inizio della gola che ti blocca tutto, e ti verrebbe da dire ai ragazzi solo Ehi, oggi mettete via tutto, andate alla finestra, guardate il cielo, sentitevi fortunati, mandate un pensiero a chi è al fronte.
E se vi scappa, urlate un grazie così forte che faccia tremare l'aria.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, faceboko, 21 marzo 2020, qui

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domenica 22 marzo 2020

#SENZA_TAGLI / Insegnare da lontano e le stesse possibilità di esserci (Enrico Galiano)

Forse sarebbe il caso di dirlo, però.
A tutti i grandi fan della distanza. A quelli che “Ora si vede chi è bravo a insegnare e chi no”. O quelli che “Su, dai, datevi da fare, imparate a usare gli strumenti, siamo nel terzo millennio!”
Che no, non si vede quello.
Ciò che si vede più di tutto sono le differenze.
Adesso vengono fuori. Tutte.
Fra chi ha i mezzi e chi no.
Fra chi ha i genitori presenti e chi no.
Fra chi ha dei libri in casa e chi no.
Tutti lì concentrati sugli schermi, le lezioni, le app, senza accorgersi dei tagliati fuori.
Che sono due o tre in una classe. O cinque. O anche uno solo. In ogni caso: sempre troppi.
Perché non so voi ma io mi sento male a vedere che rispondono tutti tranne quei due o tre lì. A immaginarmeli tutto il giorno davanti a uno schermo, senza nessuno che li pungoli, o senza i mezzi per esserci anche loro.
Per cui sì, tutto molto bello, anche divertente e stimolante, ma accetterò questa cosa che si può insegnare anche da lontano solo il giorno in cui tutti avranno le stesse possibilità di esserci.
Quando tutti all'appello potranno rispondere, anche da lontano: presente.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 21 marzo 2020, qui


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venerdì 28 febbraio 2020

#SENZA_TAGLI / Prova poco riuscita per le future emergenze dietro l'angolo (Enrico Galiano)

Grossi pezzi di ghiaccio si stanno staccando dall'Antartide.
Dove ci sono 20 gradi. In Antartide. 20 gradi.
Stanotte c'era una zanzara gigante in giro per casa. Al 27 di febbraio.

Scaffali vuoti nei supermercati, mascherine finite.
Amuchine come braccialetti Tiffany sugli store online.
“Non capisco tutto questo casino, è un'influenza, che sarà mai”.
Giornali che pur di vendere due copie in più scrivono a caratteri cubitali il numero dei malati e in corpo 2 quello dei guariti.
“Eh ma l'economia si ferma, non possiamo andare avanti così, tanto si ammalano solo i vecchi e quelli che sono già malmessi.”
Uomini politici che indossano mascherine, malati che non potrebbero uscire dalla zona rossa che se ne vanno indisturbati a casa in treno. Senza mascherina.
Ragazzi con gli occhi a mandorla picchiati perché hanno gli occhi a mandorla.
30 ore in aereo descritte come un'esperienza traumatica. Dopo anni – già, ormai anni – che migliaia di persone vivono la stessa cosa tutti i giorni e tutti i giorni si sentono dire di fare la pacchia in mare, di essere in crociera, tornate a casa vostra.

Metto insieme tutti questi pezzi del puzzle, e mi viene da dire solo una cosa: è solo una prova generale, questa, di emergenze molto più difficili che sono già dietro l'angolo.
E come prova non sta riuscendo per niente bene.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 27 febbraio 2020, qui


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sabato 22 febbraio 2020

#SENZA_TAGLI / In classe, e poi c'è lei (Enrico Galiano)

E poi c'è lei.
Non so se in ogni classe ce ne sia una, ma senz'altro c'è in tante.
L'idealista. Quella che ci crede. Quella che odia le ingiustizie, che promuove raccolte di rifiuti in giardino, si batte per i compagni un po' bistrattati a ricreazione da quelli più grandi.

All'inizio non puoi non adorarla: lei con quei suoi occhietti vispi, col suo entusiasmo che ti fa credere che il domani non sia tutto così nero come dicono.
Ma poi piano piano accade qualcosa. La sua presenza inizia ad essere qualcosa di ingombrante. Non sapresti dire bene cos'è, ma sai che vicino all'adorazione c'è anche una specie di senso di fastidio. Impercettibile eh, ma c'è. Quando magari hai dei pensieri e la lezione ti viene un po' uno schifo. Quando ti scappa di essere precipitoso in un giudizio.
Gli occhi, sono. Come ti guardano. Come te li senti addosso.
Quell'ombra di delusione che li offusca e che sembra dirti: ehi, cosa stai facendo?

E così ieri ero molto stanco, la bambina ha una brutta tosse che mi ha fatto dormire poco, sono arrivato a scuola senza energie, e ho fatto abbastanza pena diciamolo.
Capita. Sarebbe figo dire che non capita mai, ma capita.
E quegli occhi, lì. E dentro di me: fastidio. Proprio forte, stavolta, mi veniva quasi da dirle Ehi, basta guardarmi così, sono umano anch'io!
E poi ho capito che invece no. Che non è per il suo entusiasmo e il suo idealismo che io la adoro.
È per il fastidio. È per come mi fa sentire quando non do quello che dovrei dare. Perché è quello che ti tiene sveglio, vigile.
Vivo.
E in questo lavoro qui i punti di contatto con l'amore sono tanti, ma uno forse è proprio questo: che i ragazzi hanno lo stesso potere che hanno le persone che ami, i figli, il tuo uomo, la tua donna: e cioè riuscire con niente, anche solo con uno sguardo storto, a spingere il tuo cuore quando si ferma un po', a dargli una scossa.
A darti un motivo per essere migliore.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 21 febbraio 2020, qui


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giovedì 23 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / A me fa paura (Enrico Galiano)

A me non fa paura quello là che suona i campanelli.
È come a scuola: lui è solo il bullo che se la prende coi più deboli e scappa davanti ai più forti.
Ma così come a scuola, il problema non è mai il bullo. Il problema sono tutti gli altri. Tutti quelli che gli vanno dietro.
Il bullo, senza di loro, è zero.
Così a me non fa paura lui.
A me fa paura la signora che gli indica il campanello da suonare.
A me fa paura la vecchietta che abita nel mio stesso quartiere che si sente soddisfatta quando una nave affonda.
A me fa paura il collega insegnante che si suppone abbia letto e studiato che quando parla dei suoi studenti di un'altra etnia usa l'espressione "eh che volete fare quelli là sono così".
A me fa paura il genitore del mio studente che insegna al figlio ad odiare e ad aver paura di ciò che è diverso, così poi ti ritrovi ragazzini di undici anni che nei temi scrivono frasi razziste senza nemmeno rendersi conto che sono razziste.
A me fa paura la donna che al supermercato fra barattoli di fagioli e i pelati guarda con diffidenza la mamma di colore che le passa di fianco col carrello.
Quello là che suona i campanelli è talmente infimo e abietto da non suscitarmi nessun sentimento.
Gli altri mi fanno rabbia e paura. Tutti gli altri, quelli che lo venerano.
Perché sono apparentemente persone perbene: ma covano dentro così tanto rancore, veleno e frustrazione da arrivare sul serio a credere che la causa di tutti i loro mali stia in chi sta peggio di loro.
Perché godono a vedere un uomo di potere che se la prende con un diciassettenne tunisino e lo espone a un linciaggio.
Mi fanno paura, tanta. Ma più che paura: pena.
Perché ci vuole davvero tanta notte nel cuore per non vedere quanto in basso stanno cadendo.
Per non rendersi conto che un giorno, fra non molto, qualcuno verrà lì e glielo chiederà: ma come avete potuto?

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 22 gennaio 2020, qui
A proposito di Matteo Salvini e della sua 'citofonata' al un ragazzo tunisino accusato di essere uno spacciatore, qui


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domenica 12 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / Ricreazione, c'è sempre quel momento lì (Enrico Galiano)

C'è sempre quel momento lì, a ricreazione.

Quando si girano verso di te. Stanno giocando a rincorrersi, stanno parlando, facendo merenda, e poi si girano verso di te. Mezzo secondo, non di più.
Una cosa da niente, ma che dice tutto.
Ti guardano, vogliono vedere se li stai guardando, se li tieni d'occhio. Cercano nel tuo sguardo qualcosa di simile a un'approvazione. O a un sorriso. O anche solo, semplicemente, la conferma che te ne sta fregando qualcosa.
Poi tornano a fare quel che stavano facendo.
Ok, poi ci sono quelli che si girano perché si stanno per azzuffare e vogliono controllare che nessuno li veda. O quelli che stanno facendo spaccio clandestino di bigliettini per la verifica.
Ma c'è sempre quel momento lì.
Ovvio che non puoi guardarli sempre. Non tutti. Che chissà quante volte mi sarà successo, che lui si girava, mi cercava, e io avevo la testa girata dall'altra parte.
Ma ci sono giorni, come oggi per dire, in cui mi sembra che sì ok la storia, sì ok i verbi, ma tutto quel che dobbiamo fare è cercare di essere lì, sforzarci di essere lì, quando si girano a cercare il nostro sguardo.
Fargli sapere che ce ne frega qualcosa, di quello che stanno facendo.
Fargli sapere che siamo lì. Non solo con il corpo. Lì.

E ti ricordano che esserci, esserci per davvero per qualcuno è la cosa più semplice, e la più difficile, del mondo.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 11 gennaio 2020, qui


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mercoledì 1 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / Se non siete perfetti (Enrico Galiano)

Per il prossimo anno ho solo questo augurio per i miei ragazzi: preoccupatevi!
Sì, preoccupatevi. Ma scegliete bene le cose di cui preoccuparvi.

Non preoccupatevi se a sedici anni andate male a scuola. Preoccupatevi se ci andate senza nemmeno sapere perché.

Non preoccupatevi se avete amici che sanno già che cosa faranno dopo mentre voi no. Preoccupatevi se sapete già che qualcun altro deciderà per voi.

Non preoccupatevi se siete gli unici della compagnia a non avere una ragazza o un ragazzo. Preoccupatevi se ce l’avete solo per non sentirvi soli o per poter postare selfie in cui fate finta di essere felici.

Non preoccupatevi se il domani vi fa paura. Preoccupatevi se non ve ne fa.

Non preoccupatevi se fate un sacco di errori: con gli amici, con i genitori, con tutti. Preoccupatevi se vi sembra di non farne mai.

Non preoccupatevi se non ci capite niente. Preoccupatevi se alla vostra età vi sembra di aver capito tutto. Anzi, preoccupatevi a qualsiasi età, se vi sembra di aver capito tutto.

Non preoccupatevi se ci sono momenti in cui vi sembra che tutto faccia schifo, voi compresi. Essere adolescenti vuol dire anche quella roba lì.

Non preoccupatevi se non siete felici. Preoccupatevi se non siete mai tristi.

Non preoccupatevi se non vi sentite mai nel posto giusto. Preoccupatevi se non sapete riconoscere quando siete nel posto sbagliato.

Non preoccupatevi se non vi sentite liberi di dire ciò che volete. Preoccupatevi quando non avete più niente da dire.

E, infine, non preoccupatevi se non siete perfettamente quello che vorreste essere, perché la parola perfetto viene dal latino perficio, da cui perfectum, che significa concluso, chiuso, finito.
Non preoccupatevi, quindi, se non vi sentite perfetti: perché se non siete perfetti significa, semplicemente, che non siete finiti.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 31 dicembre 2019, qui


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venerdì 13 dicembre 2019

#SENZA_TAGLI / 16:37 (Enrico Galiano)

Ho comprato una palla di spugna, oggi. Poi ho detto ai ragazzi: venite con me.
Siamo andati in aula video. Lì abbiamo questa lavagna più o meno del Risorgimento. Ho chiesto a una ragazza di aiutarmi a spostarla, l'abbiamo messa al centro dell'aula vuota. E poi ho scritto sia da una parte che dall'altra dei numeri.

16:37

- Che numeri sono prof?
- No prof non mi faccia fare le divisioni che faccio schifo in matematica!
- Cosa succede alle 16:37?
Non ho risposto, ho solo detto: adesso giochiamo. Nove di qua, nove di là della lavagna. Pallacieca, si chiama questo gioco: come la pallavolo, solo che non vedi cosa succede di là. Pallacieca.
Non ci potevano credere: giocare invece di far lezione?! Un sogno!
Entusiasmo alle stelle, risate, battute. Fino a che non ho preso la palla, proprio quando si stavano divertendo di più, e ho detto tre nomi a caso:
- Tu, tu e tu, adesso non potete più giocare. Fuori.
I tre hanno avanzato qualche timida protesta, ma si sono messi in un angolo. Gli altri non hanno detto niente. E poi ho detto:
- Adesso, chi parla è fuori dal gioco.
Da lì in poi: silenzio di tomba. Si sforzavano anche di non tossire. Una si è fatta un po' male e si è tappata la bocca, pur di non parlare.
Poi la partita è finita.
Li ho fatti sedere, e ho raccontato loro cos'è successo, il 12 dicembre di cinquant'anni fa, alle 16:37, in una banca di Milano. Gli ho detto che sono morte 17 persone, che ne sono rimaste ferite altre 88. E gli ho anche detto come.
Poi gli ho detto che ancora oggi non sappiamo bene chi sia stato a volere quella bomba, sappiamo solo che erano neofascisti e che fra loro c'erano anche – o ci sono – persone che avevano il dovere di proteggere questo paese. Che l'avevano messa perché volevano che la gente stesse in silenzio, ferma, immobile. Che non facesse sentire la propria voce.
Poi ho chiesto loro di ripensare alla partita: a come ero riuscito a ottenere quel silenzio totale, a un certo punto del gioco.
- Eh, avevamo paura di essere buttati fuori prof!
- Già, ma i tre che ho costretto a uscire avevano fatto qualcosa di male?
- No prof.
- Erano innocenti, giusto?
- Sì prof.
- E io ho usato degli innocenti per far star zitti voi, giusto?
- Eh, io avevo paura che poi toglieva anche me!

Ho un attimo deglutito sul povero congiuntivo, e sono stato zitto, perché lo capissero da soli di cosa stavo parlando. Di quanto avessero a che fare quei numeri e la nostra partita a pallacieca. Anche loro sono stati zitti, e i loro occhi dicevano: sì, abbiamo capito.

Alla fine ho chiesto loro una cosa: oggi, alle 16:37, di stare tutti un minuto in silenzio. Ovunque saranno, un minuto. Lo farò anch'io.
Niente lezioni, frasi ad effetto da appuntarsi sul quaderno. Solo ho detto: adesso torniamo a giocare, e se faccio ancora qualcosa di ingiusto, ditelo, protestate, anche se non la faccio a voi.
Perché non c'entrava solo Piazza Fontana, qui, non era solo di quello che stavamo parlando, ma del fatto che ci sarà sempre qualcuno che cercherà di usare la paura per metterli a tacere.

Chi lo sa, magari quando succederà si ricorderanno di oggi, e sapranno quale sarà l'unica cosa da fare: stare uniti, e la propria voce farla sentire ancora più forte.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 12 dicembre 2019, qui


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martedì 22 ottobre 2019

#SENZA_TAGLI / Il pusher della grammatica (Enrico Galiano)

Grigio lunedì di ottobre. 
Per non cominciare subito a mille, chiedo loro di dirmi una cosa che proprio non gli piace.
Uno dice "quelli che si vantano troppo".
Una "la matematica".
E fino a qua tutto bene.
Poi arriva lui. Trenta chili zaino compreso. Mi guarda un po' timoroso, poi fa:
"Io posso dire due cose?"
"Certo!"
"Io non sopporto la droga e..."
"La droga e...?"
"La droga e la grammatica".

E adesso oltre a sentire il peso del fallimento, non potrò che pensare per giorni all'immagine di un pusher, ai parchetti delle grandi città, avvicinare giovani chiedendo sottovoce: "Oh, che lo vuoi un passato remoto? Roba buona giuro, effetto assicurato".

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 21 ottobre 2019, qui


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martedì 10 settembre 2019

#SENZA_TAGLI / Il bene che torna (Enrico Galiano)

Stasera, incredibilmente, una storia che va tutta dall'altra parte riguarda me. Me in prima persona.
Ed è una storia vera. Appena successa.

Dunque nel 1995 ho fatto la stagione al mare come cameriere. C'era questo ristorante assurdo in cui lavoravamo almeno in cinquanta, la sera dormivamo tutti insieme in questi stanzoni in soffitta, c'erano ragazzi di tutte le provenienze e nazionalità.
Non proprio il posto più tranquillo del mondo, considerato che il primo giorno di lavoro sono stato minacciato con un coltello alla gola da parte del pizzaiolo, che le risse erano più frequenti delle docce e i Nas venivano spesso a farci visita.
Detto questo.
C'era questo bambino siciliano. Sua mamma lavorava in lavanderia (sì era un ristorante talmente grande che aveva una sua lavanderia all'interno) e suo fratello in cucina, così lui stava lì, tutto il giorno, faceva su e giù. Facemmo amicizia. Giocavamo sempre a calcio insieme. Mi ricordo che gli piaceva un sacco la piccola palla di cuoio che avevo. Così alla fine gliela regalai.
Mi ricordo i suoi occhi lucidi di felicità quando gliela diedi e gli dissi che la poteva tenere, che era sua. E sua madre, che mi abbracciò come se gli avessi regalato, che ne so, una macchina nuova fiammante.
Ed era solo una piccola palla di cuoio.
Ok.
Poi pochi giorni dopo tornai a casa, la quinta superiore stava iniziando, la vita ricominciava.

Bene.
Ieri mi scrive un ragazzo, sulla trentina. Nella foto profilo è con una ragazza. Abbracciati, sorridono felici.
"Tu negli anni 90 hai lavorato a Lignano?"
"Sì, perché?"
"Lavoravi in un ristorante e c'era un bambino siciliano, ti ricordi?".
Era lui. E certo che mi ricordavo.
Wow, che bello, che tuffo nel passato, penso.
E poi mi dice questa cosa.
"Non so se ti ricordi, ma tu un giorno hai regalato un pallone a un bambino".
E, infine, mi manda questa foto qua sotto.
Quel bambino ha conservato il piccolo pallone per 24 anni.
Rovinato, ammaccato, bucato, è rimasto lì. Non lo ha mai buttato via. E stasera mi ha mandato la foto di un momento da niente in cui qualcuno aveva fatto un gesto gentile per lui quando era ancora un bambino.
Facendomi un regalo molto più prezioso del mio di 24 anni fa: la sensazione che il bene che fai, per quanto piccolo, per quanti giri fa, poi torna. Tutto, e anche di più.

La vita è proprio una figata.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 8 settembre 2019, qui


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sabato 7 settembre 2019

#SENZA_TAGLI / Allora sì, sei un insegnante (Enrico Galiano)

Se i primi giorni di settembre li passi alternando momenti di “Non vedo l’ora che si ricominci!” ad altri in cui ti chiudi in bagno seduto con la testa tra le gambe sperando di smaterializzarti fino a giugno,
Sì, sei un insegnante.

Se il tuo viso passa in pochissimi giorni dalla modalità estiva “disteso-e-rilassato” a quella settembrina “Joker-di-Joaquin-Phoenix”,
Sì, sei un insegnante.

Se quando inizia la scuola non puoi fare un sonnellino che subito i sogni vengono infestati dalle voci urlanti dei tuoi studenti,
Sì, sei un insegnante.

Se hai sempre con te una borsa incasinatissima e pesantissima piena di penne matite pennarelli case libri auto fogli di giornale,
Sì, sei un insegnante.

Se una parte consistente del tuo budget familiare se ne va nel devolvere in beneficenza ai tuoi studenti parte del contenuto di quella borsa, penne matite pennarelli gomme quaderni libri,
Sì, sei un insegnante.

Se uno dei motivi per cui amare settembre è, per te, perché almeno adesso diminuiscono le volte in cui senti la frase “Eh, beati voi che fate tre mesi di vacanza!”,
Sì, sei un insegnante.

Se le tue giornate si dividono in “orario di lavoro” e in “orario di lavoro anche se non sembra” perché qualunque cosa tu faccia, libro legga, film veda, la tua testa è sempre là,
Sì, sei un insegnante.

Se soffri di quel particolare disagio mentale per cui venticinque ragazzi urlanti e/o polemici e/o insofferenti e/o amanti dello studio come Sgarbi della camomilla, dicevo venticinque ragazzi che il resto del mondo dopo tre minuti con loro fuggirebbe a gambe levate, a te già a giugno mancano come Romeo a Giulietta nei giorni dell’esilio a Mantova,
Sì, sei un insegnante.

Se non hai idea di cosa farai il primo giorno e per questo sei già in panico, o se ce l’hai ben chiara, o se ce l’hai ancora più chiara ma tanto poi accadrà qualcosa che ti farà fare tutt’altro,
Sì, sei un insegnante.

Se su quella cattedra ci sei finito perché lo sognavi da piccolo, o se ci sei arrivato per caso e ora non faresti a cambio con niente al mondo, o se ancora non ci sei finito perché al massimo due giorni qua e tre là e intanto sogni il giorno in cui ci finirai,
Sì, sei un insegnante.

Se nonostante tutti i “posso andare in bagno?” proprio al culmine della tua lezione più bella, nonostante le tonnellate di scartoffie che sembrano fatte apposta per tenerti lontano dai ragazzi, nonostante certi momenti da brivido con alcuni genitori, nonostante tutto, in fondo in fondo non vedi l’ora di tornare in mezzo a quei piccoli mascalzoni e far brillare i loro occhi,
Sì, ora e sempre, sarai un insegnante.

*** Enrico GALIANO, insegnante e scrittore, facebook, 6 settembre 2019, qui


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