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mercoledì 22 novembre 2017

#SENZA_TAGLI / L'effetto Kuleshov, ovvero la percezione al potere (Paolo Iacci)

Il regista sovietico Lev Kuleshov nel 1918 illustra, con un esempio provocatorio, come l'efficacia del linguaggio cinematografico risieda principalmente nel montaggio, al punto che una medesima espressione produce effetti psicologici diversi nel pubblico se combinata con oggetti diversi.

Kuleshov nel 1918 gira un cortometraggio in cui lo stesso identico primo piano dell'attore Ivan Mozzhukhin, viene mostrato alternativamente a tre diverse inquadrature: un piatto di minestra, il cadavere di un bambino, una donna seminuda.

Interrogato, dopo la visione della pellicola, il pubblico dichiara di avere chiaramente visto sfumature diverse sul viso dell'attore, frutto della sua interpretazione. In base all'immagine che l'attore stava guardando, gli spettatori compresero che: aveva fame (il piatto di minestra), era sconvolto (il cadavere del bambino) o provava desiderio (la donna poco vestita).

In realtà nel cortometraggio l'immagine dell'attore è sempre la stessa e viene girata senza che l'attore stia guardando nulla. Le immagini della minestra, del cadavere del bambino e della donna in abiti succinti, sono semplicemente alternati all'immagine dell'attore che guarda in macchina.

Siamo noi spettatori che vogliamo cogliere una connessione tra l'immagine precedente e quella successiva e che crediamo d'intuire una diversa espressione dell'attore in relazione a ciò che noi supponiamo stia guardando.

In realtà, come abbiamo detto, l'espressione dell'attore è sempre la stessa.

Kuleshov, dal punto di vista cinematografico, dimostra che un piano isolato non ha nessun senso, ma lo prende invece da ciò che lo segue o lo precede. Lo spettatore stabilisce, infatti, un legame logico tra due inquadrature che si succedono, anche se non hanno necessariamente una connessione diretta.

Questo fenomeno dovrebbe dire qualcosa anche a chi si occupa di risorse umane. Noi non lavoriamo sui dei dati di realtà ma sulle percezioni delle persone. Non dimentichiamocelo mai.

*** Paolo IACCI, consulente, vicepresidente Aidp, direttore di 'HrOnLine', L’effetto Kuleshov, ovvero la percezione al potere!, 'HrOnLine', 15 novembre 2017, qui
VIDEO sull'effetto Kuleshov (0min16) qui

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martedì 3 ottobre 2017

#RITAGLI / Google Pizza (Paolo Iacci)

- Buonasera! Pizzeria da Ciccio?
- No è Google pizza
- Ho sbagliato numero?
- No, Google ci ha comprati
- OK. Posso ordinare una pizza a domicilio? 
- Certo, vuoi il solito? 
- Il solito? Come fai a sapere cosa prendevo? 
- Dal numero da cui chiami, le ultime 9 volte hai ordinato pizza con salamino piccante e patatine fritte, bella croccante
- OK! è proprio lei
- Posso suggerirti stavolta una pizza con la rucola e i pomodorini?
- Che cosa? Odio le verdure!
- Il tuo colesterolo è troppo alto
- Tu come lo sai?
- Hai richiesto di poter visualizzare i risultati dei tuoi esami del sangue online
- Non voglio quella pizza. Sto già prendendo le medicine
- Non le stai prendendo regolarmente, 4 mesi fa hai preso una scatola da 30 pastiglie nella farmacia sotto casa e poi non le hai più comprate
- Le ho comprate in un'altra farmacia
- Non risulta dalla tua carta di credito
- Ho pagato in contanti
- Non risultano prelievi di contanti dal tuo conto corrente
- Ho altre fonti di contanti
- Non risulta dalla tua dichiarazione dei redditi, a meno che non siano in nero 
- Cosa vuoi da me? Basta con tutta questa tecnologia. Vado in un'isola deserta senza internet e senza telefono, così nessuno potrà più spiarmi
- Capisco. Rinnova il passaporto, ti è scaduto da 5 giorni...

*** Paolo IACCI, consulente, vicepresidente Aidp, direttore di 'HrOnLine', Google Pizza e il potere dei dati, 'Hronline', n. 16, ottobre 2017

LINK articolo integrale qui


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sabato 1 luglio 2017

#RACCONTId'AUTORE / La disputa tra domenicani e francescani (Paolo Iacci)

Un convento di frati domenicani ed un convento di frati francescani erano da anni in lite per il possesso di una bellissima chiesetta medioevale che sorgeva sulla linea di confine tra i due conventi.
Essendo ormai prossimi al Natale e per porre fine all'annosa questione, i due padri priori decisero che la chiesetta sarebbe stata definitivamente destinata al convento che avesse vinto una disputa teologica appositamente organizzata.
Trattandosi di domenicani colti e francescani semplici, si decise che la disputa sarebbe avvenuta a gesti per mettere i due contendenti su un piano di parità.

Iniziò il frate domenicano che alzò un dito. Per tutta risposta il frate francescano alzò due dita. Con calma rispose il domenicano alzando tre dita. A quel punto il francescano riunì tutte le dita a mo' di pigna ed agitò la mano sù e giù.
Cavallerescamente il dotto frate domenicano si dichiarò sconfitto e la chiesetta fu affidata ai francescani.
La sera, durante la cena, nel refettorio dei domenicani e in quello dei francescani aleggiava un'unica curiosità: il significato della disputa.

Il domenicano, sollecitato bonariamente dal padre priore, dichiarò:" Alzando un dito intendevo dichiarare l'unicità di Dio. Rispondendomi con due dita alzate il frate francescano mi ha ricordato che tale unicità si è comunque manifestata in duplice natura, umana e divina, come il Natale ci ricorda. Al che io ho risposto richiamando la trinità e ho quindi mostrato le tre dita. Ma il francescano mi ha battuto riunendo tutte le dita in cima alla mano e ricordandomi che si tratta comunque di un'unica essenza".
Il francescano, sollecitato a sua volta dalla curiosità dei suoi fratelli, disse: "Il domenicano ha cominciato per primo a minacciarmi puntandomi un dito per farmi capire che voleva accecarmi un occhio. Io non mi sono lasciato intimorire e gli ho risposto che glieli avrei accecati tutti e due. Allora lui mi ha risposto, nella foga di vincere, che me ne avrebbe accecati tre. A quel punto gli ho chiesto se era uscito di mente e lui, arrendendosi, lo ha ammesso!".

*** Paolo IACCI, consulente, vicepresidente Aidp, direttore di 'HrOnLine', L'arte di tacere, estratto, 'HrOnLine', n. 11 giugno 2017, qui


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martedì 21 marzo 2017

#SENZA_TAGLI / Il pollo, e il cambiamento (Paolo Iacci)

Jacques Lacan un giorno raccontò una barzelletta dalle molte interpretazioni possibili.

"Un uomo, che si crede un chicco di grano, viene portato in manicomio, dove i dottori fanno del loro meglio per convincerlo che non è un chicco di grano ma un uomo. Dopo un lungo trattamento viene curato e dimesso.Dopo brevissimo tempo dalla sua uscita, però, gli infermieri lo vedono tornare di corsa, tremante e impaurito.

"C'è un pollo non lontano da qui, ho paura che mi voglia mangiare!"

" Tu sai benissimo che sei un uomo e non un pollo! Perché aver paura?"

"Certo che lo so - replica il paziente - ma il pollo lo sa?"

Lacan con questa barzelletta introduce il complesso rapporto tra il Soggetto e l'Altro, il luogo dove opera l'inconscio attraverso il simbolico. Ogni trattamento terapeutico potrà aver successo, secondo Lacan, solo quanto si allontanerà da una semplice convincimento sul versante razionale ma riuscirà a incidere a un livello assai più profondo, dove le normali modalità espressive lasciano spazio ad altri elementi, meno razionali ma forse più intimi.

Su un piano assai più semplice, potremmo dire che ogni processo di cambiamento implica una richiesta di adeguamento da parte di tutti i soggetti coinvolti. Poco importa che il cambiamento richiesto sia di ordine professionale o organizzativo, dettato da motivazioni di mercato oggettive o da ragioni soggettive più discutibili di carattere interno. Rimane che quando è richiesto un cambiamento significativo di comportamenti abituali è sicuramente imprescindibile darne ottime ragioni razionali, ma dobbiamo sapere che spesso queste non bastano. Occorre qualcosa di più. Occorre parlare anche ad un livello più profondo, non con il solo linguaggio. Per fare questo le sole buone ragioni razionali non bastano. Occorre anche l'esempio da imitare. Le metafore. L'ascolto attivo. La vicinanza. Agire sul simbolico. Occorrono segni e simboli. I gesti esemplari. I segni che si possono passare di bocca in bocca. Il comportamento non verbale talvolta dice molto più del verbale. Le persone vogliono riferimenti di cui fidarsi. Che ci mettono la faccia. Che ci sono, anche fisicamente. E che possano farsi ricordare per questo.

Mi viene in mente l'aneddoto di un grande imprenditore italiano, il quale era solito, quando si introduceva un nuovo macchinario, oppure si provava un'innovazione tecnologica, andare a chiedere direttamente agli operai le loro impressioni e difficoltà. Poi soleva prendere una sedia e sedersi in mezzo alla fabbrica e stare lì del tempo, a guardarli e a cercare di capire. Quando se ne andava, voleva che la sedia rimanesse lì, vuota, in mezzo a loro...

*** Paolo IACCI, consulente, vicepresidente Aidp, direttore di 'HrOnLine', Il pollo, riproduzione integrale, 'HrOnLine', n. 6, marzo 2017, qui


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martedì 25 ottobre 2016

#LINK / Etica, e il socio (Paolo Iacci)

Il figlio adolescente chiede al padre: "Cos'è l'etica ?"
"Te lo spiegherò con un esempio. Qualche tempo fa un nostro vecchio ed affezionato cliente viene in negozio. 
Acquista una piccola cosa, si sbaglia e mi paga con un biglietto da 100 euro, pensando che fossero dieci. 
Anch'io sono soprappensiero ed ho la sua stessa impressione. 
Così, certo di far bene, gli rendo il resto di 10 euro.
Solo più tardi, rifacendo i conti della mattinata, mi rendo conto dell'errore e del fatto che ho 90 euro più del dovuto.
Orbene, figliolo, l'etica sta tutta in questa domanda: devo dirlo al mio socio ?" (...)

*** Paolo IACCI, esperto di organizzazione e personale, vice presidente di Aidp, direttore di 'HrOnLine', Il socio, 'HrOnLine', n. 17, ottobre 2016.

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mercoledì 6 luglio 2016

#LIBRI PREZIOSI / L'alfabeto del leader, di Paolo Iacci (recensione di M. Ferrario)

Paolo IACCI, "L'alfabeto del leader. 
Compendio semiserio per manager colti"
Guerini Next, 2016
pagine 134, € 13,00, ebook € 7,99

Leggero, ma non spensierato
Chi conosce quanto Paolo Iacci va scrivendo da anni, su riviste e in libri, attorno ai temi dell'impresa e delle organizzazioni di lavoro, sa cosa attendersi dai suoi nuovi piccoli saggi, che ormai hanno cadenze di uscita ravvicinate e regolari. 
E ogni volta non si rimane delusi. Per i contenuti: capaci sempre di allargare e approfondire l'ottica, vuoi ritornando con nuove angolature su questioni magari già toccate, vuoi aggiungendo nuovi sguardi e spunti originali alle tematiche aziendali di fondo. E ancor più per il taglio e lo stile di scrittura.

Anche quest'ultimo volumetto, L'alfabeto del leader, non fa eccezione. Poco più di un centinaio di pagine che filano via piacevolmente, senza mai una caduta di interesse, distribuite in capitoletti rapidi e gustosi, aventi ognuno per focus un termine che ha come iniziale una lettera dell'alfabeto, dalla a alla zeta: un 'gioco' per proporre uno stimolo problematico che è occasione per (ri)parlare di management, organizzazione, lavoro, società.

Paolo Iacci conferma qui la sua capacità di trattare con leggerezza problemi complessi, senza cedere a facili semplicismi e stimolando il pensiero di chi legge. 
Una frequente e accattivante aneddotica e, qua e là, guizzi di ironia e di irriverenza sanno indurre nel lettore sorrisi non superficiali e aiutano a meditare su certe utili provocazioni, anche amare, che ci rammentano le troppe carenze della cultura imprenditoriale e organizzativa di oggi e, forse, un pericoloso degrado che dovrebbe preoccuparci. 
Tutto ciò, anche se il tono complessivo resta misuratamente sereno. 
L'autore, infatti, manager di lungo corso in ruoli di responsabilità e da sempre coinvolto nell'associazionismo professionale, è un 'osservatore partecipante' di peso della realtà di impresa, nella quale si è mosso anche in posizioni di leadership: conosce dunque bene, e non nasconde, limiti e ombre del contesto sociale e lavorativo, ma non ha perso lo sguardo 'lungo e largo' che sa vedere anche il positivo, né ha smesso quella fiducia di fondo che è necessaria per cogliere le potenzialità di miglioramento.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
(...) l'aria che talvolta si respira nelle nostre imprese, anche di là dalla crisi, è derivante da un estraniamento profondo, da un mancato riconoscimento reciproco tra lavoratore e «istituzione azienda». (...)
Viviamo in una società che ha smesso di credere nella crescita, che ha subito un capovolgimento di attese ed è come rattrappita: l'attendismo è ormai diventato stallo. La gente capisce che è finita l'era del welfare capace di dare tutto a tutti. Sa che si sta entrando in un'epoca di grande selettività. Reagisce con un misto di depressione e di rabbia, ma una rabbia che non produce un propulsivo conflitto sociale. Invece di sbocchi costruttivi, abbiamo così un malessere diffuso, condito di mugugni e velleitarismi. In un momento così delicato la situazione è ulteriormente complicata dalla crisi del meccanismo di formazione delle élite dirigenti e da una sorta di dissociazione tra la testa della società, che appare come impotente, e il corpo sociale, che reagisce con freddezza e crescente distacco. Una base sociale «fredda», disorientata, impaurita, statica, deve essere guidata da una classe dirigente «calda», animata cioè da un grande progetto, da un anelito forte, etico, politico, economico. Così è stato nel nostro dopoguerra e negli anni del boom economico, così purtroppo non è oggi. La crisi accorcia e schiaccia l'orizzonte delle strategie personali. Oggi, a differenza del passato, si è perduta l'idea del futuro. D'altronde, è il futuro stesso, come idea, a essere passato di moda, reso inattuale da un presente infinito. Dalla tendenza irresistibile a guardare indietro, a discutere di un passato che non passa mai. Dobbiamo al contrario recuperare la voglia di guardare avanti. Occorre una classe dirigente, anche nelle nostre imprese, che si prenda la responsabilità del futuro. (Paolo Iacci, "L'alfabeto del leader, Guerini Next, 2016)

L'imprenditoria italiana sta massacrando la fascia dei dirigenti, sempre meno numerosi e sempre più intimoriti. Non sempre però questa si sostituisce con la capacità di esercitarne le medesime funzioni. Stiamo assistendo, tra gli altri fenomeni, anche a una profonda crisi di managerialità. Questa rafforza il senso di estraniamento che si respira tra i lavoratori. Manca il senso del futuro, del progetto, e di una classe dirigente che lo possa prima sognare e poi realizzare. (Paolo Iacci, "L'alfabeto del leader, Guerini Next, 2016)


Il dibattito manageriale sulla resilienza delle organizzazioni sembra sottovalutare che i fattori che contraddistinguono le organizzazioni resilienti sono gli stessi che caratterizzano le strutture che più di altre mostrano di essere in grado di perseguire un ideale eudemonico. Si superano meglio le crisi se non si è soli, ma si hanno legami, sostegni di familiari, amici, rapporti sociali. L'isolamento e la solitudine indeboliscono, il «capitale sociale» rafforza. Bisogna crescere restando capaci di progredire: quest'osservazione riguarda anche certi imprenditori che, al contrario, a un certo punto della loro avventura imprenditoriale si fermano, vivono di rendita, convinti di aver raggiunto il massimo.
Costoro avranno sviluppato uno stile di vita non eudemonico e delle organizzazioni non resilienti. Reagiscono meglio, infatti, quanti sono appassionati alle cose che fanno, mantengono curiosità, entusiasmo, «sense of humour», voglia di studiare e imparare, fanno esercizio fisico e hanno fede. Soprattutto, guardano avanti cercando la soluzione dei problemi senza attardarsi a cercare cause e attribuire colpe: sguardo rivolto al futuro e non al passato. Una ricerca americana condotta su un campione di manager USA mostra che gli «ottimisti» (chiamiamoli così per brevità) hanno soltanto il 20% di probabilità di sviluppare gravi malattie, mentre in coloro che non hanno un senso di «auto-efficacia» (propendono cioè a credere di non potercela fare e aspettano che altri risolvano i loro problemi) questa probabilità sale all'85%. (Paolo Iacci, "L'alfabeto del leader, Guerini Next, 2016)
»

In Mixtura le mie recensioni a
* Paolo Iacci, "L'arte di strisciare", Guerini Next, 2015, qui
* Paolo Iacci, "Il teorema del caffè", Guerini, 2014, qui

martedì 13 ottobre 2015

#VIDEO / Strisciare, un'arte (Paolo Iacci, Enrico Finzi)


Paolo IACCI, esperto di organizzazione e personale, vice presidente di Aidp
autore del libro L'arte di strisciare, Guerini Next, 2015
video, 2min21

° ° °


Enrico FINZI, sociologo, 
prefatore del libro di Paolo Iacci, L'arte di strisciare, Guerini Next, 2015
video, 3min45

In Mixtura, la mia recensione al libro di Paolo Iacci, "L'arte di strisciare", Guerinini Next, 2015, qui

* Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Paolo Iacci qui
* Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Enrico Finzi qui e una mia recensione al suo ultimo libro ("La vita è piena di trucchi", Bompiani, 2014) qui

venerdì 9 ottobre 2015

#LIBRI PREZIOSI / L'arte di strisciare, di Paolo Iacci (recensione di M. Ferrario)

Paolo IACCI, "L'arte di strisciare. 
Come ottenere successo nella vita e nel lavoro"
Prefazione di Enrico Finzi
pagine 142, € 13.00, Guerini Next, 2015

Chi si lasciasse influenzare da titolo e sottotitolo della copertina (L'arte di strisciare. Come ottenere successo nella vita e e nel lavoro) potrebbe pensare all'ennesimo libro di autoaiuto, stavolta diretto a imparare a strisciare meglio: manca il numero delle mosse per raggiungere il successo assicurato e poi siamo in pieno 'how to' americanoide. 

Chi conosce però la serietà dell'autore, esperto di organizzazione e management, e noto per diversi precedenti volumi di qualità sui temi del sociale e dell'impresa, e la reputazione dell'editore, che pubblica da anni volumi preziosi di riflessione anche sull'attualità, non può equivocare: e infatti le pagine, tutte godibili per l'analisi puntuale e anche qua e là radicale del fenomeno indicato in copertina, smentiscono qualsiasi pregiudizio negativo. 
Lo stile ironico di Iacci e la sua capacità di usare lievità anche nel trattare temi impegnativi prendono da subito il lettore, che è condotto con facilità a ripensare a come troppo spesso, nella cultura italiana, il sano 'fare rete', o l'indispensabile 'fare squadra', finisca per degradare nei comportamenti di 'cordata' o, addirittura, di 'cosca mafiosa'. Una sorta di 'familismo amorale', aggiornato ai tempi, da cui non riusciamo ad emendarci: dove i parenti, stretti e larghi, e gli amici e gli 'amici degli amici' costituiscono il supporto fondamentale, talvolta unico, per raggiungere i gretti scopi individualistici di potere e successo; e dove lo strisciare, nelle sue forme anche più sfumate, ma non meno perniciose, del compiacere, del colludere o dell'adulare, diventa il mezzo cruciale per la scalata gerarchica e di status, con tanti saluti ai valori, sempre proclamati, del merito e della responsabilità
Certo, come sempre bisogna evitare di fare di ogni erba un fascio: c'è chi non ci sta e non striscia. 
Ma Iacci, a mio avviso giustamente, coglie una tendenza forte e maggioritaria, non sufficientemente contrastata, almeno sul piano pubblico, anche da chi non asseconda lo 'spirito del tempo' e cerca di ricordare, a se stesso e agli altri, che l'uomo, procedendo eretto da ormai milioni di anni, dovrebbe finalmente far corrispondere a questa postura fisica una altrettanto netta postura psicologica.

Ho detto del taglio leggero e anche ironico che rende fluida e accattivante la lettura: nessun moralismo, molto pragmatismo e lo sforzo di affrontare con equilibrio la materia. La denuncia del fenomeno è netta: merito e responsabilità restano troppo spesso solo parole e manca una classe dirigente. 
Credo sia da condividere analisi e conclusione. 

Anzi, per quel che importa il mio pensiero, aggiungerei drasticità e radicalità: ai comportamenti striscianti, adulatori, collusivi non va concesso nulla. 
Le consorterie più o meno mafiose uccidono anche quando non uccidono, perché producono 'sclerosi organizzativo-culturale', tanto più grave in quanto non sempre immediatamente visibile: apparentemente tutto funziona, ma in realtà non c'è sviluppo, nel migliore dei casi c'è stallo, più spesso è garantito il degrado. Non è solo un problema etico, di individui e di società, ma di efficacia dei sistemi. 
L'adulazione non va confusa con le sane e doverose lodi (sincere) che contribuiscono a rendere calde le relazioni o con l'ancor più doveroso rispetto che si deve all'altro anche quando la critica al suo operato è dura e severa. Per evitare il cancro del conformismo, abbiamo bisogno di rapporti aperti, chiari, trasparenti e sinceri, costruiti non da 'maschere', bensì da 'in-dividui' (persone 'intere': cioè, almeno tentativamente, 'integre') che vogliano e sappiano intrecciare scambi dando contributi dialettici di opinioni, competenze, esperienze: per aumentare l'ingaggio di noi tutti nelle organizzazioni e nella società e per incrementare la qualità, e la conseguente probabilità di efficacia, delle decisioni che assumiamo: sempre più problematiche nei contesti sempre più complessi in cui, e con cui, ci troviamo a convivere.
Il contributo di Iacci in questo senso è prezioso per (ri)pensare questi pensieri.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Per secoli l'umanità si è attenuta all'idea che all'origine della creazione di ricchezza ci sia il lavoro umano. La finanziarizzazione dell'economia, di contro, ha invece indotto l'attuale nuova convinzione secondo cui sarebbe la finanza speculativa a creare ricchezza, molto di più e assai più in fretta dell'attività lavorativa. L'affermazione e la diffusione dell'ethos della finanza sono valse ad accreditare il convincimento che non vi sia bisogno di lavorare per arricchirsi; meglio tentare la sorte e soprattutto non avere troppi scrupoli morali.
Le conseguenze di tale pseudo rivoluzione culturale sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi, ad esempio, non abbiamo un'idea condivisa di lavoro come base della convivenza sociale e della produzione di ricchezza collettiva.
Io credo, invece, che la crisi possa essere un'occasione importante di rifondazione di al¬cuni valori cruciali; primo tra tutti il significato e il ruolo del lavoro come possibilità di crescita e riscatto sociale, come luogo d'interazione e di realizzazione delle persone. L'engagement individuale, il coinvolgimento sul lavoro e il valore del contributo personale, saranno i nodi su cui dovranno misurarsi nei prossimi anni le direzioni aziendali sul versante della gestione delle risorse umane. Una pre-condizione necessaria, però, riguarda proprio il bestiario aziendale di cui abbiamo appena finito di narrare. Queste bestie vanno «messe in gabbia».
Dobbiamo rifondare un clima e un modus vivendi dentro le imprese tale da consentire la crescita positiva dei più meritevoli e di chi effettivamente produce valore, emarginando chi svolge solo un ruolo politico o parassitario. Così come la nobiltà e le corti furono una delle principali cause del fallimento delle grandi monarchie del diciottesimo e diciannovesimo secolo, così le corti e le cordate aziendali saranno motivo dello scollamento finale tra i lavoratori e la loro classe dirigente, tra gli imprenditori e i loro collaboratori.
Forse la radicalità dello spirito libertino ci potrebbe insegnare qualcosa a proposito. (Paolo Iacci, L'arte di adulare, Guerini Next, 2015)

Al giorno d'oggi la verità fa male e l'adulazione è sempre più vincente. Nelle nostre organizzazioni contraddire il capo può vuoi dire rischiare gravi ripercussioni ed essere sottoposti al dissenso di tutti gli altri. L'elogio, anche se falso, rafforza nell'adulato il convincimento riguardo le sue qualità, ne conferma la posizione «dominante» e rafforza il suo ruolo centrale e indiscutibile.
Per emergere, per far carriera, per piacere agli altri, se proprio non se ne può fare a meno, è sempre meglio adulare che denigrare il prossimo. Del resto la lusinga, il complimento, non hanno mai offeso nessuno, ma, al contrario, possono facilitare il vivere quotidiano e mitigare i conflitti interpersonali. Insomma è un toccasana per l'equilibrio sociale.
Una formula gradevole e indolore per incanalare senza forzature e pericolose controindicazioni, ma con sottile scaltrezza, le tensioni del genere umano in una direzione che non nuoce a nessuno. (Paolo Iacci, L'arte di adulare, Guerini Next, 2015)

L'adulazione, letteralmente, è l'uso esagerato di lodi a fini strumentali. Dimenticandoci per un attimo i fini di chi la utilizza, non c'è dubbio che le lodi siano un toccasana per chi le riceve, e, io credo, in parte anche per chi le esprime. Come dire, non tutto il male vien per nuocere.
Dovendo scegliere, molto meglio vivere in ' una società con un po' di piaggeria che non in un ambiente tutto e solo razionale, senza lodi, anche se un po' esagerate, senza qualche piccola e innocente smanceria, molte volte alla base di assidui corteggiamenti, piuttosto che non culture dove l'assenza di questi segnano rapporti freddi, poco partecipati e, quindi, alla fine, meno felici. Come sempre, in medio stat virtus. (Paolo Iacci, L'arte di adulare, Guerini Next, 2015)
»


In Mixtura, 1 altro contributo di Paolo Iacci qui
In Mixtura, una mia recensione al libro precedente di Paolo Iacci ('Il teorema del caffè', Guerini, 2014) qui

sabato 24 gennaio 2015

#VIDEO #IMPRESA / Caffè e crisi economica



Paolo IACCI, esperto di personale e organizzazione, consulente
già top manager, vice presidente Associazione Italiana per la Direzione del Personale
Il teorema del caffè, presentazione del libro
video, 3min27

La crisi economica ci obbliga a una riflessione: è possibile fare di  più con meno?
Usando una metafora comune, come il rito del caffè mattutino, l'ultimo libro di Paolo Iacci propone un percorso attraverso l’inferno della crisi, i paradossi e le contraddizioni di un popolo arguto, capace di performance eccezionali ma incapace spesso di approdare a una normalità sostenibile, un popolo che sa essere grande ma anche piccolo e meschino. Le imprese, e le persone, devono fare di più e meglio con meno risorse. 
Il teorema del caffè spiega perché e come fare. (dalla presentazione del video)

° ° °

La conversazione di Paolo Iacci è preceduta da una brevissima clip, assai gustosa, di Totò e Peppino De Filippo, al bar, mentre prendono un caffè. 
Poi, partendo dalla metafora del caffè, Iacci tocca gli aspetti critici del sistema economico-capitalista nella fase attuale. 
Ricordandoci tra l'altro che dal 2008 ad oggi ben 150 mila dirigenti sono stati licenziati e non più sostituiti. 
Si tratta, lui dice, di una vera e propria 'emergenza manageriale'. Il risultato è una classe manageriale impaurita, che ha rinunciato a prendere decisioni. 
A tutto questo occorre reagire.

Una mia breve recensione al libro di Paolo Iacci è nel blog 'Mixtura', #LibriPreziosi, Impresa, Il 'teorema del caffè', 9 gennaio 2015, qui (mf)