domenica 30 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'etica della nonna (Massimo Ferrario)

Non ricordo esattamente cosa avevo fatto. Però ricordo con precisione quello che mi disse mia nonna. Ero piccolo e passavo molto tempo con lei, perché mia mamma lavorava tutto il giorno. Mia nonna, sempre sorridente, quella volta divenne seria. Con dolcezza, ma con fermezza, mi ripeté due volte il suo rimprovero: «Questo non devi farlo più. Ricordati: assolutamente non devi farlo più. Hai capito?».

Io chiesi: «Ma perché?».
Lei rispose: «Perché non sta bene».
Io insistetti: «Ma perché non sta bene?».
«Non sta bene perché non è bello».
«Non è bello a vedersi?».
Lei rifletté un attimo: «Anche».
Io non mi accontentai di quell'anche. «Hai detto 'anche'. E poi, perché non è bello?».

Trascorsero parecchi secondi. Mia nonna probabilmente stava valutando se farmi un ‘discorso da grandi’. Avrebbe potuto chiudere il dialogo come si fa spesso con i piccoli: è così perché è così. Ma lei credeva che tutto si può, e si deve, spiegare. E che i bambini, se spinti a capire, capiscono. 

«Perché non è bello per chi si comporta così: non è bello per te, in questo caso. Devi sapere una cosa importante: sia che gli altri ci vedano, sia che gli altri non ci vedano, quando noi ci comportiamo male, ci facciamo male. Perché rompiamo la bellezza che noi siamo. Ognuno di noi, dentro se stesso, è bello. Noi tutti, all’origine, siamo belli. E dobbiamo rispettare questa bellezza che abbiamo. Che noi siamo». 

Io rimasi silenzioso. Non avevo mai pensato al fatto che potesse esistere una bellezza dentro ognuno di noi. «Ma come facciamo ad accorgerci che dentro siamo belli?».
Mia nonna sorrise. «Te l'ho detto. Quando facciamo qualcosa che non dovremmo fare, ci accorgiamo che abbiamo rotto l’armonia che sta dentro di noi. E abbiamo perso almeno un pezzo di bellezza. Che poi, però, dobbiamo, e possiamo, ricostituire. Per esempio non facendo più quello che abbiamo fatto». 

Io rimasi zitto per un po': rimuginavo.
«Non ti convince, vero?»
«No, nonna. È che io, facendo quello per cui tu adesso mi stai rimproverando, non mi sono accorto di rompere questa bellezza di cui tu parli».  
« Perché non senti ancora la voce che ti può mettere in guardia».
«Una voce? Quale voce, nonna?».
«Quella che pian piano si forma in ognuno di noi. E ci fa diventare adulti. Possibilmente ‘buoni e belli’. Io, per esempio, in questo momento, dicendoti ciò che ti sto dicendo, sto aiutando questa tua voce a crescere dentro di te. E a farsi sentire. Così non avrai più bisogno di me. Ti basterà ascoltarla. E lei ti aiuterà a decidere come comportarti. E a sgridarti, al posto mio, quando io non ci sarò più, se ti sarai comportato male. In modo che la prossima volta tu sia invogliato a comportarti meglio».

Mia nonna mi scrutava in silenzio, con sguardo benevolo e affettuoso. Intuiva che il mio cervellino era in movimento: magari non avrei capito tutto quella volta. Ma intanto aveva lanciato un seme. 
Dopo qualche minuto le feci l’ultima domanda: «Ma ha un nome questa voce?».
«Certo. Si chiama coscienza. Ed è quella cosa che rende umani gli umani. Quando ce ne dimentichiamo perdiamo umanità. Al punto che possiamo  diventare disumani». 

Mia nonna è morta da almeno vent’anni. Per sua fortuna. Perché oggi continuerebbe a essere capita dai bambini, ma verrebbe certamente irrisa dagli adulti. 
A me quella volta iniziò a insegnare (perché le cose cruciali della vita non si finisce mai di insegnarle e non si finisce mai di apprenderle) la fondamentale corrispondenza tra ‘etica’ e ‘estetica’: il ‘kalòs-kai-agatzòs’ dei Greci. 
Mia nonna non aveva una laurea in filosofia. Aveva la terza elementare, era figlia di nn, era stata trovata sulla ruota di un convento ed era stata allevata in una famiglia di contadini insieme ad almeno una decina tra fratellini e sorelline.

*** Massimo Ferrario, 1946, L’etica della nonna, 'Mixtura' (masferrario.blogspot.com), 30 luglio 2023



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venerdì 28 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / I miei occhi e il mio pensiero (Massimo Ferrario)

Il Maestro era attorniato dagli allievi. Tutti bramavano esibirsi e dimostrare di essere i migliori.
Il bersaglio era alla giusta distanza. Grande, sul tronco di un albero al limitare della radura, mostrava un cartello di legno quadrato. Al centro, su sfondo bianco, un piccolo cerchio rosso.

Si offrì il primo allievo. Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Vedi i grandi alberi che ci circondano?”
“Certo, Maestro”.
“Allora lascia l’arco e torna tra i compagni”. 

Si offrì il secondo allievo. Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Sono qui accanto a te. Mi vedi?
“Certo, Maestro”.
“Allora lascia l’arco e torna tra i compagni”. 

Si offrì il terzo allievo. 
Il Maestro annuì e gli porse l’arco. L’allievo incoccò la freccia.
Il Maestro prima di dargli il via, chiese:
“Vedi i grandi alberi che ci circondano?”
“No, Maestro. Non li vedo.”
“Sono qui accanto a te. Mi vedi?”
“No, Maestro. Non ti vedo.” 
“Vedi gli uccelli che sorvolano il bosco?”
“No, Maestro. Non li vedo.” 
Vedi l’albero su cui è inchiodato il bersaglio?”
“No, Maestro. Non lo vedo. 
Vedi il bersaglio grande di legno?”
“No, Maestro. Non lo vedo. 

Tutti gli allievi proruppero in una risata collettiva di scherno: non vedeva il bersaglio e pretendeva di tirare la freccia?

Il Maestro, con un gesto stizzito, impose il silenzio. Poi fece l’ultima domanda.
“Dimmi allora cosa vedi, ragazzo.”
“Vedo un cerchio rosso. Solo un cerchio rosso. Occupa tutti i miei occhi e il mio pensiero. Tutto me stesso è dentro il cerchio rosso”.

Il Maestro allora fece cenno di tirare. E il ragazzo tirò.
La freccia sibilò e si piantò esattamente al centro del cerchio rosso.

*** Massimo FERRARIO, I miei occhi e il mio pensiero, per ‘Mixtura’ – Libera riscrittura di un breve testo di autore anonimo.


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giovedì 20 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / Il paradiso frainteso (Massimo Ferrario)

L'indomani sarebbe stato il suo compleanno e il bilancio degli anni, a quel momento, era più che positivo. Aveva vissuto la vita che desiderava: non si era fatto mancare un divertimento, un'avventura, una follia. Soldi e donne a volontà: i giorni per lui erano solo piacere. Mai una sofferenza. Mai un dolore.

Poi, quella notte, ci fu il sogno.
Si ritrovò soffuso da una nuvola soffice. Dal biancore lattiginoso, se ne uscì un angelo, che si diresse dritto a una piccola cesta. Abbandonata da qualcuno, che nel sogno non si vedeva, riportava un cartello inequivocabile: a caratteri cubitali, campeggiava la scritta 'sofferenze'. Il giovane ovviamente capì subito che il proprietario della cesta non era lui. Pensò invece alla vita di stenti di suo padre, che ogni giorno lo incitava a mettere la testa a posto, a capire che esistono anche i doveri e i sacrifici. Magari quella cesta era la sua. L'angelo, lentamente, la svuotava: per ogni piccolo sasso, che l'angelo riponeva in un porzione di nuvola accanto alla cesta, compariva e si moltiplicava un lingotto d'oro. Oro puro, a 24 carati. 
Quando il giovane vide la piccola montagna d'oro, decise di abbandonare il sogno e si svegliò. 

"Ho capito", si disse. "E per fortuna sono ancora in tempo". 
Dall'indomani cambiò vita. E con costanza, quotidianamente, adottò comportamenti opposti a quelli tenuti sino a quel momento.
 
Il giovane invecchiò. 
Rifiutando ogni momento di gioia e ricercando solo privazioni e sacrifici, era diventato un uomo insopportabile: abbandonato da tutti, coltivava una solitudine rancorosa. 
Ormai gli era rimasta soltanto la speranza di essere presto liberato dalla morte e di poter finalmente meritarsi l'oro del Paradiso che aveva sognato in gioventù.

Ci pensava tanto che ogni notte, prima di addormentarsi, pregava di rivedere l'Angelo: ora, pensava, la sua cesta era colma. E lui era pronto.

Fu così che una notte sognò il sogno di allora. 
Era esattamente lo stesso: quello che lui aveva interrotto, quando aveva visto la montagna di lingotti d'oro che cresceva e si moltiplicava ad ogni piccolo sasso che l'angelo toglieva dalla cesta. 
L'angelo, stavolta, lo accolse con un sorriso che sapeva di rimbrotto. 
"Te ne sei andato troppo presto."
Il vecchio non capì: "Me ne sono andato troppo presto?"
"I sogni non si lasciano. Ci parlano se li seguiamo sino alla fine".

L'angelo riprese i fotogrammi del sogno interrotto. 
Metteva mano al mucchio di uova d'oro impilate: con calma prendeva ogni lingotto e lo riponeva in una nuova cesta, assai più grande di quella che aveva contenuto i sassi. Alla fine, quando la cesta era colma e quasi impossibile da portare, caricava la cesta sulle spalle della stessa persona indefinita del sogno di tanti anni fa. Le indicava la strada del ritorno e la salutava. 

Il vecchio non si trattenne.
"Ma come, mandi via così quella persona con tutto quello che ha sofferto?"
L'angelo ebbe quasi un moto di stizza. 
"Mi spiace per il fraintendimento. Ma il Paradiso non è questo. Siete voi che spesso vi costruite l'Inferno per amore del Paradiso. Noi angeli vi possiamo solo mettere in guardia. Sempre che vi prendiate tempo per ascoltarci. Ma voi, quando vedete l'oro..."

*** Massimo Ferrario, Il Paradiso frainteso, per 'Mixtura'. Libera riscrittura creativa di un racconto anonimo.


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mercoledì 19 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / L'inferno più infernale (Massimo Ferrario)

La fila è lunga e si ingrossa sempre più. Ma tutti, disciplinati e impauriti, attendono in silenzio il loro turno. 

Attorno, piccoli diavoli, di color rosso incandescente, controllano con i forconi: ogni tanto, una scudisciata a caso. 
“Tanto”, grida il Capo Demonio, tra una bestemmia e l’altra, “ogni violenza è ben data e nessuno è innocente”. 

Fa un caldo infernale. Ma è logico: è appunto l’inferno. L’anticamera, per l’esattezza. Il punto in cui viene decisa la pena: perché l’inferno non è tutto uguale e anche i tormenti, comunque tutti terribili e insopportabili, possono essere, nella loro fissità eterna, più o meno dolorosi, continui, estenuanti. Dipende dal comportamento tenuto in vita: che viene passato al setaccio dal Capo Diavolo, su un librone che registra ogni peccato prima dell’assegnazione alla postazione ritenuta più ‘giusta’.

Ad un certo punto, il silenzio è rotto dalla protesta lamentosa di un nuovo arrivato, che viene spintonato e messo in riga da uno dei tanti diavoli vigilanti.
Interviene subito il Capo Demonio, con una sferza impietosa che getta per terra il malcapitato e lo fa rotolare per decine di metri lungo la fila: per terra, accanto ai compagni, che si ritraggono, atterriti, e si abbracciano per farsi coraggio. 

L’urlo, sovrumano, è seguito da una maledizione.
- Che hai da lamentarti, piccola nullità dell’universo? Non hai ancora capito che sei diventato un pulviscolo di materia solo buona per alimentare l’inferno? 
- E’ un errore, sono innocente. Io non ho fatto nulla, c’è uno sbaglio, vi prego, aiutatemi.

Il Capo Demonio si fa dire il nome e sfoglia le pagine del librone: può capitare l’errore e lui è lì anche per assicurare che sia fatta giustizia. 

In effetti il dannato appena giunto, almeno stando all’elenco riportato nelle pagine, non sembra sia un dannato. Ma forse le registrazioni sono in ritardo: anche i diavoletti insipidi, di color grigio tetro, che stanno sempre a digitare sui computer degli uffici non riescono a tener dietro agli arrivi. 

Il Capo Demonio decide di procedere ad un veloce interrogatorio.
- Vediamo: dimmi le tue ragioni. Davvero sostieni di non aver fatto nulla di male?
- Nulla, assolutamente nulla, signor Capo Demonio. Eppure, giù in terra, mi è capitato di vivere in mezzo all’inferno. Ho visto ogni possibile violenza: ho partecipato a guerre, ho assistito a omicidi e massacri, ho conosciuto assassini, ladri, truffatori. Ho vissuto in mezzo a gente losca, capace di ogni turpitudine: dittatori, torturatori, uomini che stupravano ragazzine. Ma io nulla: sempre pulito, irreprensibile, neppure un piccolo peccato.
- Mi stai dicendo che hai visto tutto il male possibile e tu sei stato sempre un angioletto.
- Infatti. Non ho le ali, ma potrei averle. Ho visto altri praticare ogni male, ma io mi sono sempre tenuto in disparte.

Il Capo Diavolo ne ha abbastanza: chiama un assistente e gli si rivolge in modo perentorio.
- Ok, ultimo piano girone A. Nella parte in ristrutturazione, che stiamo allargando per i troppi arrivi quotidiani. E’ la zona più infernale dell’inferno. E tra le postazioni ancora libere scegli la peggiore, mi raccomando. Quella dedicata a chi vede il male e non fa nulla di male se non guardarlo senza intervenire: sono i peggiori, quelli che si credono innocenti.

*** Massimo FERRARIO, L’inferno più infernale, per ‘Mixtura’, 19 luglio 2023 – Libera riscrittura di un breve racconto di autore ignoto.

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martedì 18 luglio 2023

#MOSQUITO / Un anno di calendario (Massimo Ferrario)

Secondo i più recenti studi scientifici, l’Universo  ha un’età di 13,8 miliardi di anni e i primi segnali di vita sulla Terra risalgono a 3,8 miliardi di anni fa. 
Homo Sapiens pare essere comparso circa 200 mila anni fa: prima in Africa e poi, con migrazioni successive, in ogni punto del globo.

13,8 miliardi. 3,8 miliardi. 200mila. 

Sono numeri difficili da fare propri: le loro dimensioni ce li rendono troppo lontani. Concettualmente inafferrabili.

Per visualizzarli meglio, possiamo riportare tutto al calendario di 1 anno.
Con questa metafora possiamo fissare almeno 5 eventi storici fondamentali:
* il Big Bang dell’intero Universo si colloca al 1 gennaio;
* il 20 settembre si hanno i primi germogli di vita sulla Terra: batteri unicellulari e alghe azzurre;
* il 25 dicembre si diffonde Homo Sapiens;
* il 31 dicembre, 1 minuto prima della mezzanotte, si affermano industrializzazione e capitalismo;
* sempre il 31 dicembre, 5 secondi prima della mezzanotte, Internet fa i suoi primi passi sui nostri computer.

Il calendario di 1 anno sarebbe un riferimento utile da non dimenticare. Anche per tentare di tenere sotto controllo, ogni volta che ci ricordassimo questi pochi dati, l’hybris onnipotente che ci caratterizza e che a troppi fa anteporre la D al proprio Io.

Già: siamo esseri insignificanti. 
Come umani, abbiamo fatto e facciamo cose incredibili. 
Ma siamo un pulviscolo invisibile nel Tutto: immersi in un Universo dal diametro di 93 miliardi di anni luce.
E questo almeno per quella parte di Universo che riusciamo ad osservare. 
Perché alcune speculazioni teoriche sul Multiverso di cosmologi e fisici ipotizzano che il nostro Universo sia solo uno tra i molti che possono esistere. 

Un Tutto che non finisce mai. 
E noi un infinitesimale, miserevole e trascurabile, di cui.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Un anno di calendario, ‘Mixtura (masferrario.blogspot.com’), 18 luglio 2023


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lunedì 17 luglio 2023

#FAVOLE & RACCONTI / La signora con 25 euro (Massimo Ferrario)

In coda alla cassa, la signora - sui 40 anni, vestita in modo modesto, ma decoroso, non truccata, con un volto stanco che fa trasparire una vita di sacrifici - guarda il display con un filo di preoccupazione. 
Una bambina di cinque anni e un bambino di tre le sono attaccati alla gonna.

“26,80 euro”, dice la cassiera. 

La signora cerca di nascondere l’imbarazzo. 
"Mi scusi, ho dimenticato il bancomat a casa, ho solo 25 euro: devo togliere qualcosa". 

Nel carrello non ci sono prodotti inutili: pane, pasta, latte, pomodori, pesche, carta igienica. Niente carne e niente pesce.
In fila gli altri clienti osservano la scena con qualche disagio. 
La signora è indecisa: non sa a cosa rinunciare.

Subito dietro di lei un signore le tocca con discrezione un braccio: 
"Guardi, signora, che le è caduto qualcosa". 
Lei è sorpresa: ai suoi piedi giace una banconota da 10 euro. Sa bene che non le appartiene: nel borsellino, uscendo da casa, aveva messo esattamente due banconote da 10 e una da 5 euro. 
Sta per dirlo. Ma lo sguardo, caldo e complice, dell'uomo la trattiene. 
Il signore si piega, raccoglie la banconota, gliela offre e le dice: 
"Probabilmente è successo quando ha aperto il borsellino".

Lei continua a titubare: non sa che fare. 
Il signore insiste: la guarda sorridendo e commenta. 
“Capita: a me è successo proprio l’altro giorno, mentre pagavo il pieno di benzina. Per fortuna esistono ancora persone oneste: se n’è accorto il garzone”.

La donna desiste. Ora, ha un sorriso che le illumina il volto: come una bambina felice. 
Paga. 
Poi fissa gli occhi del signore e gli sussurra un grazie che dice tutto. 

Il signore le restituisce il sorriso: solo un attimo, poi volta la faccia verso la cassiera, come a voler far dimenticare subito a tutti l’episodio. E inizia a mettere nei sacchetti la sua spesa. 
Cerca di nascondere il turbamento: il ‘grazie’ della signora è uno dei più intensi e sinceri ricevuti in tutta la sua lunga vita. 
E' contento. Ha salvaguardato la dignità di quella donna: agli occhi di se stessa, dei figli e di tutti i presenti. 

Il testo è una libera riscrittura di una storia che gira da anni su internet: è spacciata per vera ed è attribuita a una fantomatica cassiera che sarebbe stata testimone dell’episodio. 
Specie di questi tempi, sarebbe bello non fosse solo una fantasia.

*** Massimo FERRARIO, La signora con venticinque euro, ‘Mixtura’, 17 luglio 2023. 


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