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sabato 20 ottobre 2018

#SENZA_TAGLI / Un tassista a Buenos Aires e la bomba ecologica (Nicola Lagioia)

Un tassista, a Buenos Aires

«Forse voi in Europa non avete capito bene che pericolo rappresenta Bolsonaro negli attuali equilibri del mondo. Vincerà lui le lezioni in Brasile. Uno che dice che è meglio avere un figlio morto che un figlio gay. Uno che dice che torturare gli oppositori del regime negli anni Settanta era sbagliato perché bisognava ucciderli tutti subito. Uno che dice che i neri sono una razza inferiore, che i neri non sono adatti nemmeno per la riproduzione. E che prende quasi il 50% dei voti, e che riceve l'appoggio persino di mezzi neri miliardari come quel cretino di Ronaldinho. Ma anche la gente comune lo ama. Uno così. A capo di un paese di 200 milioni di abitanti.

Noi abbiamo un sacco di problemi. La nostra economia fa su e giù. Non impariamo mai. Sfochiamo spesso le priorità. Pure voi in Italia non scherzate. Leggo del vostro dibattito sui migranti. Pensavo che i problemi dell'Italia fossero la corruzione dilagante, la burocrazia infernale, l'ascensore sociale fermo, l'economia stagnante, la difficoltà di farsi una famiglia, però concentrare tutto sui migranti per i politici è un ottimo sistema per non affrontare i veri problemi.

Comunque che ne parliamo a fare? Alla fine la sola vera urgenza è la bomba ecologica. Parliamo di tutto pur di non parlare di questo. Stiamo con il culo su una bomba, e quando esploderà saranno dolori per tutti. Esploderà, esploderà... Tra tutti gli animali, l'animale più animale di tutti è l'uomo».

Da Caminito a Palermo, il tutto con quella voce dolce, dolente e un poco acuta che nel nostro immaginario si situa più o meno a metà tra Maradona e Pino Daniele. Le città in cui conversare tra estranei è un dovere sociale.

*** Nicola LAGIOIA, 1973, scrittore, facebook, 17 ottobre 2018, qui


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domenica 27 maggio 2018

#MOSQUITO / Futuro, mettersi in gioco e sentirsi parte (Nicola Lagioia)

Persino in questa nuova età dell'ansia il futuro è dove è sempre stato: in attesa di essere scritto. Tenersi ai margini è legittimo. Indignarsi senza mettersi in gioco, e soprattutto senza sentirsi parte in causa, è parte del problema.

*** Nicola LAGIOIA, 1973, scrittore, citata da Raffaella De Santis, Gli scrittori sul palco di Repubblica delle Idee, 'la Repubblica', 20 maggio 2018, qui


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martedì 19 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Libri, distillati (Nicola Lagioia)

Cosa cerchiamo davvero quando ci mettiamo a scrivere o a leggere un romanzo? Oltre alle buone storie (di cui il cinema abbonda) e agli intrecci mozzafiato (le serie tv ci stanno dando ottime lezioni) esiste uno “specifico letterario” che nessun’altra forma di racconto riesce a esprimere. Pensate ad Achab, Emma Bovary, Zeno Cosini, Anna Karenina. Tutti questi personaggi ci raccontano qualcosa di altrimenti intestimoniabile sulla condizione umana, e lo fanno in un modo così profondo, destabilizzante, commovente che senza di loro la nostra mappa interiore (ciò che ci disponiamo a scoprire su noi stessi quando ci infiliamo sotto le coperte con un libro in mano) sarebbe diversa.

Per arrivare a parlarci con una tale intimità, i personaggi letterari hanno bisogno a volte di raccontarsi per centinaia di pagine, passando per digressioni, secche, apparenti zone morte che tutte insieme fanno scattare però il prodigio grazie a cui i libri, nonostante tutto, sono ancora circondati di magia.

Era proprio necessario che Proust scrivesse tutte quelle pagine? E che Virginia Woolf spezzasse le vicende dei protagonisti di Gita al faro con una parte (la seconda) in cui non sembra accadere molto? Sì, e ancora sì. Grazie a meccanismi che, stando a un manuale di sceneggiatura, lascerebbero disoccupati i loro artefici, questi romanzi portano alla luce aspetti dell’esperienza umana che nessuna ottimizzazione costi/benefici fondata solo sull’intrattenimento farebbe brillare a quel modo.

Provo a fare un esempio. Nei Fratelli Karamazov, dopo la presentazione di decine di personaggi, e un numero di vicende sufficienti a confondere il più navigato dei lettori, arriva una scena che chi ha esperienza di questo libro non può dimenticare. È quando Ivan, discutendo con suo fratello Alëša, si domanda se il concetto di Dio sia conciliabile con la sofferenza dei bambini. “Immagina”, dice, “di essere tu a edificare il destino umano con lo scopo di rendere felici gli uomini, di concedere loro, alla fine, pace e serenità, e che per fare questo sia necessario far soffrire anche una sola creaturina […] e sulle sue lacrime invendicate erigere quell’edificio. Acconsentiresti a esserne l’artefice a queste condizioni?” Ivan un Dio del genere non può accettarlo: se il prezzo per accedere alla verità prevede la sofferenza anche di un solo innocente, lui non vede l’ora di “restituire il biglietto d’entrata”.

È un brano da brividi. A cui ne segue un altro di pari livello, quello sul Grande Inquisitore. Poi il romanzo torna sui suoi binari “ordinari”, e si dovranno attendere molte pagine per ritrovare vette simili.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma non sarebbe stato meglio ridurre i Karamazov ai suoi momenti più significativi (inquadrati in una narrazione ridotta all’osso) risparmiandoci una lettura tanto lunga e faticosa? La risposta è no, perché le digressioni, gli sproloqui, persino il frastuono di cui è pieno il romanzo di Dostoevskij congiurano affinché scene come quelle di cui abbiamo parlato acquistino una forza che altrimenti non avrebbero.

E certo: ci sono libri pieni di sproloqui e digressioni completamente inutili, che affossano anziché far decollare l’intero progetto.
Da autore di romanzi, mi faccio anch’io delle domande prima di scrivere una scena in apparenza poco funzionale allo sviluppo della storia. Sono per così dire consapevole del rischio. Credo però che avanzare sentendo sul collo anche l’alito del fallimento – specie in un mondo che ammette sempre meno errori – sia un lusso che la letteratura debba concedersi per darsi la possibilità di non fallire nel compito che solo lei può svolgere.
L’alternativa è assomigliare al farmacista di Bolaño, che in 2666 (romanzo lunghissimo e capolavoro) dice di preferire Bartleby a Moby Dick, tanto da meritarsi il biasimo del narratore: “neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire le vie dell’ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. Vogliono vederli tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta”.

*** Nicola LAGIOIA, scrittore, Lettura integrale o distillata?, 'minima moralia', 15 gennaio 2016, qui



In Mixtura 1 altro contributo di Nicola Lagioia qui

domenica 10 gennaio 2016

#LINK / Internet, e usarlo senza insultare? (Nicola Lagioia)

Mi piacerebbe parlarvi della violenza in rete. Non quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”.

Perché internet ci trasforma in mostri sanguinari?

Proverò a offrire qualche spunto di riflessione partendo da due casi di cronaca, vi racconterò di un mio infortunio privato, infine spero di avere abbastanza forza da spingere il discorso verso un azzardo e una scommessa.

*** Nicola LAGIOIA, scrittore, Proviamo a usare internet per scoprire il mondo invece che per insultare, 'internazionale.it', 9 gennaio 2016

LINK, articolo integrale qui

Michael H. - Getty Images