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lunedì 18 febbraio 2019

#MOSQUITO / Gli invidiosi, ieri e oggi (Marco Revelli)

Se finora – almeno nella dimensione fisiologica del conflitto sociale moderno –, lo sguardo laterale dell’invidioso muoveva comunque di sotto in su, ora, invece, quello sguardo muove senza più sollevarsi, anzi piegandosi un po’ verso il basso. Come se le coordinate fondamentali dello spazio sociale fossero ruotate di novanta gradi. E, dalla logica verticale alto/basso della tradizione moderna del conflitto, si fosse passati a una dimensione orizzontale, in cui i contendenti se la vedono quasi esclusivamente con dei pari grado, con figure, gruppi, interessi che si collocano al loro stesso piano o, per status materiale o culturale, qualche lunghezza al di sotto. Contendendosi solo in piccola parte risorse materiali. Ricercando perlopiù risarcimenti simbolici. Dichiarazioni pubbliche di inclusione e di esclusione. Segni di un riconoscimento accordato o, all’opposto, esibizioni di un disconoscimento ostentato, quasi a riparare un torto subito, una preferenza data ad altri.

*** Marco REVELLI, 1947, politologo, La politica dopo la politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Einaudi, 2019


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giovedì 21 dicembre 2017

#SENZA_TAGLI / Tra umano e disumano (Marco Revelli)

[D: Perché la scorsa estate le Organizzazioni non governative sono state denigrate al punto di essere accusate di "crimini umanitari"?]
La scorsa estate è stato superato un limite, estremo, direi. E' stata infranta una soglia "di sicurezza". E una linea di confine non tracciata né formalizzata, ma ben percepibile moralmente da ognuno - quella che separa la sfera dell'"umano" da quella del "disumano" - è stata bruscamente spostata verso la disumanizzazione. Abbiamo assistito a qualcosa che non ha precedenti nel nostro Paese (e potremmo dire nell'intero Occidente) quantomeno dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi: alla stigmatizzazione pubblica di chi opera con lo scopo esclusivo e dichiarato di salvare vite umane. Alla messa al bando "ufficiale" dell'altruismo e della solidarietà in quanto atti sanzionabili penalmente e deprecabili eticamente, o comunque comportamenti "sospetti", "illegali" o "illegittimi", sicuramente pericolosi e meritevoli di esser posti sotto controllo e tutela degli apparati repressivi dello Stato. Si è arrivati addirittura a coniare l'espressione "crimini umanitari", che non sono - come si potrebbe credere - quelli commessi "contro l'umanità" ma al contrario quelli commessi per "eccesso di umanità": per quello che è stato definito "estremismo umanitario" (sic!). Questo è stato l'effetto del cosiddetto "codice Minniti" imposto alle Ong, delle ipotesi di reato e delle inchieste aperte da alcune procure meridionali e delle campagne-stampa condotte da gran parte della stampa nazionale.

[D: Questa situazione è il frutto di un'inversione morale?]
L'espressione rende bene il concetto: il rovesciamento, appunto, di tutti i valori. Con il bene ricodificato in male: l'opera di chi agisce per la salvezza della vita altrui sospettata di illegalità, guardata con sospetto, perseguita come reato. E il male riconfigurato come normalità: l'atto di chi volta la faccia di fronte alla morte altrui nobilitato come conforme alla norma. Come agire non solo legittimo ma per molti versi doveroso. Chi salva è potenzialmente un reo, chi ignora gode della tutela della legge. Lo ripeto, a un abisso di tal genere non si era ancora arrivati. Il disprezzo della vita altrui esisteva, certo, ma nel senso comune e nell'immagine pubblica restava qualcosa di cui vergognarsi. Ora al contrario è l'agire di chi salva a doversi giustificare e celare, quasi per un gesto inconfessabile. E il "buon samaritano" a doversi guardare dalla sanzione dello Stato e dei suoi simili, come per un crimine (il "reato di solidarietà"). E su di lui che si addensa la nube scura del sospetto, della maldicenza, dell'accanimento giudiziario, da parte di quegli stessi apparati che hanno le mani sporche di un'infinità di "vergogne": la vergogna della guerra, la vergogna del commercio delle armi, la vergogna della connivenza con regimi dittatoriali e torturatori. Come nella tragedia shakespeariana è oggi la virtù a dover chiedere scusa al vizio di esser se stessa.

[D: Come è arrivata la società italiana che ha una profonda tradizione di solidarietà a maturare posizioni di disumanità come quelle emerse nei confronti dei migranti?]
Questa caduta morale non è solo prerogativa nostra. E' purtroppo diffusa nell'Europa che dovrebbe fare dei "diritti umani" la propria "norma fondamentale" e che pratica invece con preoccupante accanimento la disumanizzazione del mondo: da tempo i magistrati francesi, subito al di là del confine di Ventimiglia, comminano sentenze di condanna ad anni di carcere a chi aiuta i migranti a varcare quel confine che nell'idea d'Europa non dovrebbe più esistere. E quelli italiani hanno incominciato a imitarli dopo che a Ventimiglia stessa un sindaco sciagurato ha emesso un'ordinanza che sanzionava duramente chi si fosse permesso di offrire cibo ai rifugiati in transito, trasformando in reato il gesto più naturale in qualsiasi etica, religiosa o laica i "dar da mangiare agli affamati". E poi perché l'Italia, geograficamente in prima linea rispetto ai flussi in entrata verso l'Europa - vera e propria "porta" verso un continente ricco e avaro -, è organizzativamente e amministrativamente agli ultimi posti come capacità di accoglienza, con pochi mezzi, strutture inadeguate, direttive caotiche e contraddittorie. Cosicché chi dovrebbe essere "accolto" e accompagnato rimane in realtà abbandonato a se stesso ed "esposto", corpi in strada, "schiuma della terra" che la risacca sociale accumula negli spazi morti, ai margini delle aree urbane. Ed essere "esposti", nella società dura e competitiva in cui viviamo, significa catalizzare l'ostilità e l'aggressività della folla crescente d'insofferenti, disagiati e frustrati, insoddisfatti che lo sfarinamento sociale in corso riproduce su scala allargata.

[D: Stiamo costruendo un capo espiatorio?]
Sì, il migrante è il perfetto "capro espiatorio" in una società in cui i "deprivati" (di reddito, di status, di autostima, di futuro) stanno diventando maggioranza. E in cui l'"ascensore sociale" che per decenni aveva portato il ceto medio delle società occidentali a dilatarsi enormemente sembra essersi bloccato o addirittura aver invertito la propria corsa: non più dal basso verso l'alto ma al contrario, dall'alto verso il basso. Non più ascesa sociale ma declino, declassamento, perdita... A cui si reagisce rifacendosi con chi sta più in basso, non potendo colpire i colpevoli che stanno "in alto". Procurandosi una sorta di risarcimento per i diritti, la posizione sociale, lo status e l'autostima perduti mediante la "costruzione" di un altro più in basso di sé: una figura - la più debole possibile, l'"ultimo tra gli ultimi" sia essa incarnata dal migrante, il "clandestino", lo zingaro o il clochard, in sostanza il "povero" - da schiacciare in basso così da ristabilire una qualche distanza rispetto a sé.

[D: In tutta Europa crescono fenomeni dì razzismo e gruppi di estrema destra trovano un consenso mai visto nei decenni recenti. Perché il razzismo non è più un tabù?]
Nell'Europa di oggi, il razzismo non è più un tabù. Qualcosa, appunto di cui vergognarsi, come quando anche chi lo era si sentiva in dovere di premettere al proprio sfogo: "Io non sono razzista, però...". Oggi si va diffondendo quasi un gusto dell'affermazione razzista. Fa parte del nostro imbarbarimento antropologico a cui una classe politica ignava non reagisce con la necessaria energia, ma al contrario s'adegua, blandisce, maschera e insegue (si pensi alle misure amministrative alla Minniti, o all'oscena vicenda dello ius soli impantanato in Parlamento per viltà) come se dosi omeopatiche di razzismo potessero salvarci dalla sua virulenza distruttiva... Anziché ingaggiare la "vera battaglia" - quella che permetterebbe di mantenere almeno un residuo di dignità - con il "resto d'Europa" che rifiuta la redistribuzione dei rifugiati e blinda i propri confini (da Ventimiglia al Brennero) - si preferisce la blindatura "diplomatica" del proprio confine meridionale, il pactum sceleris con i "capi-tribù" libici del sud eretti a custodi dei cancelli che danno sul deserto, gli uomini delle milizie feroci, gli stupratori e torturatori dei lager e della guardia costiera libica, fino a ieri scafisti! e trasbordatori esosi nei confronti delle misere risorse dei migranti, oggi guardiani al nostro soldo per tenere fuori dallo sguardo la morte di massa. Pagati per far crepare nella sabbia del deserto anziché nelle acque internazionali o sulle nostre spiagge quella parte di umanità. Senza occhi indiscreti, ne testimoni scomodi, come erano appunto le navi delle Ong nel Canale di Sicilia.

[D: Per fermare il flusso dei migranti siamo scesi a patti con i valori che hanno ispirato la nascita dell'Europa?]
Quel flusso è inarrestabile, perché la fuga dalla morte non può essere fermata da nessuna minaccia o tormento: ha la medesima forza irresistibile che possiede la vita, il "bios", nella sua disperata volontà di affermarsi. Ma tutto ciò già è sufficiente a far misurare l'enorme quantità di dignità umana e di valori che ogni giorno va in fumo all'ombra di un'apparente normalità amministrativa. Si tratta, appunto, della "banalità del male" di cui ha parlato, un tempo, Hannah Arendt. E viene in mente la frase che scrisse, ormai più di mezzo secolo fa, George Steiner: "Noi veniamo dopo. Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e Schubert, e quindi, il mattino dopo, recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz".

*** Marco REVELLI, 1947, politologo e sociologo, intervistato da Simonetta Gola, Tra umano e disumano, 'Emergency', dicembre 2017.

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mercoledì 13 luglio 2016

#MOSQUITO / Diseguaglianze (Marco Revelli)

Nell’ultimo ventennio del secolo il Prodotto lordo mondiale (Pil) (Gross Domestic Product - Gdp) è più che raddoppiato, passando dai circa 19 trilioni di dollari del 1980 ai 41 trilioni del 2000 (e nel decennio successivo è ancora cresciuto di un terzo, raggiungendo i 69 trilioni). 

Nonostante ciò, lo Human Development Report 2002 delle Nazioni Unite ha affermato ancora che “the level of inequality worldwide is grotesque”, esemplificando questa affermazione con una serie impressionante di dati: 
– L’1% più ricco della popolazione mondiale riceve un reddito pari al quello del 57% più povero. 
– Il 10% più ricco della popolazione Americana ha un reddito pari a quello del 43% più povero della popolazione mondiale (!). Detto in modo diverso, il reddito dei 25 milioni di americani più ricchi è uguale a quello di circa 2 miliardi di persone. 
– Il reddito del 5% più ricco nel mondo è 114 volte quello del 5% più povero. 

Il Rapporto delle Nazioni Unite aggiungeva che l’indice di Gini applicato alla dimensione globale è drammaticamente alto, superiore a un coefficiente di 0,65, di gran lunga più elevato del tasso di diseguaglianza interno di qualsiasi paese (il che significa che, nonostante la crescita esponenziale della sua ricchezza complessiva, il “villaggio globale” è molto più inegualitario di qualunque altro “stato nazionale”). 

Vale la pena di ricordare che l’indice di Gini si colloca in un range ai cui estremi stanno i valori “0” (corrispondente a una situazione-limite di perfetta eguaglianza, in cui tutte le famiglie o gli individui abbiano esattamente la stessa parte di ricchezza) e “1” (in cui si esprime, invece, la situazione esattamente opposta, in cui tutta la ricchezza sia concentrata in una sola famiglia o persona). Tale condizione è considerata solitamente solo teorica o “di scuola”, sebbene non sia poi così lontana dallo stato sociale del mondo descritto in un precedente Rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano – quello del 1999 –, in cui si segnalava come, dopo un ventennio di crescita “globale”, “gli assets dei primi tre top billionaires” superassero da soli il Prodotto nazionale lordo combinato di tutti “i paesi meno sviluppati con i loro 600 milioni di abitanti”. E come il 20% della popolazione mondiale collocata nei paesi più ricchi si appropriasse dell’86% del prodotto lordo mondiale, mentre al 20% più povero non ne restasse che l’1%. 

Lo stesso rapporto mostrava, d’altra parte, come il gap tra il quinto della popolazione mondiale vivente nei paesi più ricchi e il quinto relegato in quelli più poveri fosse giunto, alla fine del secolo, ad una ratio di 74 a 1. Poiché era 60 a 1 nel 1990 e 30 a 1 nel 1960, e, andando più indietro, si giunge addirittura a un rapporto di 11 a 1 nel 1913, di 7 a 1 nel 1870 e di 3 a 1 nel 1820 – quasi all’anno zero della rivoluzione industriale –, diventa difficile attribuire allo sviluppo quel potenziale egualitario (per lo meno tra grandi aggregati globali) che la teoria di Kuznets evoca, salvo voler proiettare, in un futuro indefinibile, il fatidico “punto di rottura” in cui finalmente la tendenza inegualitaria si dovrebbe rovesciare.

*** Marco REVELLI, 1947, storico, sociologo, politologo, La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi, Laterza, 2014


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domenica 25 ottobre 2015

#LIBRI PREZIOSI / Contro e dentro, di Marco Revelli (recensione di M. Ferrario)

Marco REVELLI, "Contro e dentro. 
Quando il populismo è di governo", Laterza, 2015
pagine 153, €14,00, ebook € 8,99

Una rilettura puntigliosa della politica italiana degli ultimi anni: dal craxismo al berlusconismo al renzismo. Un'analisi inflessibile, drastica e in profondità, condotta con lo spirito critico che è caratteristica di Marco Revelli e con gli strumenti della storia, della sociologia e della politologia che lui sa governare con abilità. 

Ne esce un quadro aspro, impietoso e anche drammatico, raccontato con un periodare ampio e intenso, lontano dallo stile secco, e spesso superficiale, oggi di moda, e con un vocabolario fine e colto, che sa accendere l'anima di chi legge. 

Certo, se si condivide la prospettiva di fondo, chiaramente di sinistra, con cui Marco Revelli mette mano allo scavo, tutto è conseguenziale; e si trovano ragioni note (però magari già dimenticate e comunque qui ottimamente formulate) o nuove (e individuate con sottile intelligenza), per confermarsi nella proprie posizioni. 
Chi ha altre visioni difficilmente si farà convincere. E del resto dubito che tra le motivazioni dell'autore alla stesura del libro ci fosse un'intenzione pedagogica rivolta ad altri che non fosse il popolo vinto, disperso e frustrato della parte cui Revelli stesso appartiene.

Credo che l'effetto di libri come questo, su chi ancora, nonostante tutto, vuole continuare a pensare in direzione 'ostinata e contraria' sia ambivalente. 
Da una parte la rassicurazione di non essere soli e isolati nel disallineamento, talvolta estremo e sempre più difficile da sopportare, produce un senso di relativo sollievo; dall'altra la lettura tanto argomentata e dettagliata dello stato di 'disarmo democratico' in cui ci troviamo ('post-democrazia' è l'espressione autorevole usata da anni, e non solo per l'Italia) sembra togliere speranza alla speranza, spingendo alla desolazione quando non alla depressione. 
Anche perché, a rendere più chiuso e plumbeo lo scenario dentro cui sembriamo prigionieri, manca forse un capitolo, ancor più deprimente, nell'ottimo volume di Marco Revelli: un capitolo che tratti più direttamente di noi. Tutti. Che, come sempre e ovunque avviene, siamo certo condizionati da chi ci governa, ma siamo forse anche sempre dimentichi del potenziale di libertà di cui disponiamo ma non impieghiamo. 
Perché i leader che io chiamo 'tossici', essendo tossici, fanno il loro mestiere 'intossicandoci'. Ma sta anche ai 'seguaci' smettere di essere 'seguaci' e non farsi più intossicare: è possibile su twitter, potremmo renderlo possibile anche fuori dal virtuale. 
Se non avviene, la responsabilità di quel che (non) avviene non è solo dei vari Berlusconi e Renzi. Forse andrebbe recuperata la saggezza delle nonne: quando ricordavano (certo banalmente: ma talvolta un po' di banale aiuterebbe a ridurre le comode 'proiezioni') che 'chi è causa del suo mal pianga se stesso'. 
Naturalmente perché questo avvenga è condizione indispensabile che il 'male' venga visto e consapevolizzato. 
Marco Revelli non è l'unico che ce lo fa vedere, ma gli va riconosciuto che senz'altro ce lo fa 'vedere bene'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Sperare a prescindere. Contro l’evidenza, che avrebbe dovuto dire che uno così non può farcela. Perché – la cosa si poteva vedere a occhio nudo fin d’allora – il personaggio non ha né le competenze. Né l’autorevolezza. Né la forza politica (ha seminato troppi cadaveri nella sua marcia forzata), per fare un miracolo del genere, sollevare tutto insieme – partito, istituzioni, paese – come fossero un unico fardello. Di Craxi ha l’arroganza e la presunzione, ma non il profilo da politico di lungo corso (l’uomo che aveva ridato orgoglio a un Psi umiliato dal compromesso storico) e l’aura dell’Internazionale Socialista intorno, oltre che il partito nel pugno. Di Berlusconi ha lo stile da istrione e la ciarlataneria che piace a molti italiani, ma non il capitale monetario e umano che Mediaset e Publitalia (con qualche compartecipazione quantomeno opaca) assicuravano. Dei precedenti leader non è neppur degno del confronto. Aveva, in compenso, fin dall’inizio un’unica risorsa su cui puntare: il mito della velocità. Mito marinettiano (un po’ frusto per la verità, un secolo più tardi). E un unico profilo da presentare: quello che Walter Benjamin aveva chiamato il carattere del distruttore (quello che «conosce solo una parola d’ordine: creare spazio; una sola attività: far pulizia»; e per il quale si può dire che «l’esistente lui lo manda in rovina non per amore delle rovine, ma per la via che vi passa attraverso»). Come nel caso della nuova tecnologia usata in America per produrre idrocarburi frantumando gli strati schistosi, anche Matteo Renzi pratica, programmaticamente, il fracking, generando energia dalla frantumazione di tutto ciò che gli sta sotto, a cominciare dal partito che l’ha portato fin sulla cima della piramide, e dalla macchina dello Stato. Ma come gli ambientalisti ci spiegano che il fracking inquina le falde, così il renzismo rischia di inquinare l’intero spazio pubblico. Accelerando non la soluzione, ma la crisi stessa. Rischiando di lasciare tutti – dopo aver fagocitato tutto – «nudi alla meta». O meglio, nudi di fronte al potere, dopo la distruzione – realizzata con sistematicità, bisogna dargliene atto –, dei diversi corpi intermedi che tradizionalmente avevano fatto da filtro e contrappeso, delle strutture di rappresentanza politica e sociale, delle culture politiche capaci di aggregare individui e frammenti sociali, del suo stesso partito. In una parola di quella complessità organizzata che da sempre ha garantito un livello, sia pur minimo e insufficiente, di pluralismo e di articolazione in una società complessa, preservandola dal rischio e dalla tentazione – mortale nell’iper-modernità che viene – dell’«uomo solo al comando» di fronte a una società di atomi competitivi. (Marco REVELLI, Contro e dentro. Quando il populismo è di governo, Laterza, 2015)

Il risultato è stato l’occupazione pressoché completa dell’intero spazio politico da parte di populismi senza sinistra, verticalizzati personalisticamente intorno alla triade Salvini-Grillo-Renzi; e, marginale, una residua sinistra senza popolo, talmente magmatica e confusa da apparire ininfluente. Se tale resterà, allora la partita italiana si giocherà tra le opposte prospettive di chi si illude di poter evadere dalla trappola europea in nome di un neonazionalismo sovranista e isolazionista, e di chi vi si accomoda dentro in posizione subalterna. In entrambi i casi continuando a subire i processi di crescente disgregazione della coesione sociale e di riproduzione sempre più allargata delle diseguaglianze. Tertium, sembrerebbe, non datur. A meno che, per uno di quei soprassalti genetici che a volte sanno produrre le specie in via di estinzione, una qualche sinistra scopra un proprio orgoglio di esistere. Ma in questo caso non potrà ridursi semplicemente a una replica. Si dovrebbe trattare di una sinistra davvero nuova. (Marco REVELLI, Contro e dentro. Quando il populismo è di governo, Laterza, 2015)
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