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martedì 15 maggio 2018

#EX LIBRIS / Una mano sulla testa (Silvia Truzzi)

Per favore, si può fare reset? Si può tornare all’età in cui ti è concesso piangere, star male, e c’è qualcuno che per contratto viene a consolarti? A dirti: va tutto bene, stai tranquilla. Una mano sulla testa, che meraviglia la mano sulla testa... Invece no: adesso nessuno ne vuole sapere di una che sta male. Appena cominci a dar timidi segni di disagio, tutti si affannano a dirti che devi stare meglio, affrontare i problemi e fare qualcosa per ritornare in carreggiata. Sorridente, efficiente, producente. Ma il male ha bisogno di presentarsi e fare il suo sketch. Di prendersi gli applausi e magari concedere un paio di bis. Il dolore, almeno il mio, se la tira parecchio: quanto mi sta sulle palle.

*** Silvia TRUZZI, 1974, giornalista, saggista, scrittrice, Fai piano quando torni, Longanesi, 2018


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venerdì 10 febbraio 2017

#LINK / Michele, non è la tragedia di un individuo solo (Silvia Truzzi)

(...) Michele era disperato: “Le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente”, “il futuro sarà un disastro”.

E qui sbagliava. Lo è già il presente, come il recente passato. La sua lettera ricorda quella di Dimitris Chistoulas, un ex farmacista che si suicidò in piazza Syntagma ad Atene nel 2012, perché ogni sua “possibilità di sopravvivenza era azzerata”: “Dipendevo da una modesta pensione che mi sono pagato in 35 anni di lavoro senza alcun sostegno statale. Non vedo altra soluzione che una fine onorevole prima di iniziare a rovistare nei cassonetti in cerca di cibo”. Dimitris aveva 77 anni, Michele solo 30: la vita davanti a sé. La sua storia è quella di tanti nostri amici, compagni di scuola, fratelli, sorelle. Ragazzi che ci provano ma non ce la fanno, spesso nonostante lauree e master. (...)

*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, La morte di Michele non è la tragedia di un individuo solo, 'ilfattoquotidiano.it', 9 febbraio 2017

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venerdì 9 dicembre 2016

#LINK / Costituzione, non manometterla, ma applicarla (Silvia Truzzi)

Bisogna anche saper vincere. Nella corsa all’intestazione del trionfo referendario assistiamo in questi giorni a spettacoli e siparietti d’ogni tipo. Ma l’indicazione che esce dalle urne – chiara e forte – potremmo tradurla così: giù le mani dalla Costituzione. Dieci anni fa i cittadini avevano bocciato (con un referendum che ebbe un’affluenza del 52% e una percentuale di No pari al 61,2%) una riforma proposta dal centrodestra e che aveva alcune (troppe) parti in comune con l’ultima: quella introduceva il premierato, dichiarandolo; questa rafforzava l’esecutivo con un raggiro.

Dieci anni dopo il voto del 2006, gli italiani hanno confermato in pieno quel voto, con una partecipazione ancora maggiore. Il popolo sovrano (non il populismo) ha esercitato le sue prerogative: ora è sperabile che non si ricominci a tessere un’altra tela di Penelope utile solo a coprire le mancanze di una classe dirigente palesemente non all’altezza e a perdere tempo prezioso. Alcune misure – come la diminuzione del numero dei parlamentari e la fiducia al governo data dalla sola Camera – sono largamente condivise; si possono approvare due leggine di revisione costituzionale in questo senso anche domani.

C’è un’altra cosa, rivoluzionaria, che si potrebbe fare ed è applicare la Costituzione nelle tante parti non attuate o smantellate via via nel corso degli anni. Visto che manometterla non paga (la sberla elettorale è stata così sonora che se ne sente ancora l’eco), provate a vedere che succede ad assicurare la pari dignità sociale, l’occupazione, lo sviluppo della cultura e della ricerca, l’istruzione, la retribuzione proporzionata, la sanità per tutti. Sono queste le priorità, non il bicameralismo paritario. (...)

*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, La Carta, non serve manometterla, 'ilfattoquotidiano.it', 8 dicembre 2016

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lunedì 11 luglio 2016

#LIBRI PREZIOSI / Perché no, di Marco Travaglio e Silvia Truzzi (recensione di M. Ferrario)

Marco Travaglio e Silvia Truzzi, "Perché NO.
Tutto quello che bisogna sapere sul referendum d'autunno 
contro la schiforma Boschi-Verdini"
Il Fatto-Paperfirst, 2016
pagine 204, € 10,50 euro

Schierato, ma chiaro e utile a capire
E' un libro nettamente schierato, ma non fazioso: perché riesce, con il massimo di oggettività possibile per chi ha una posizione chiara, argomentata e anche appassionata su un argomento (in questo caso la riforma costituzionale oggetto del referendum, la cui data non è stata ancora decisa, ma che dovrebbe collocarsi a ottobre-novembre 2016), a fornire un contributo essenziale a chi voglia capire le visioni in campo e quindi a decidere con competenza tra il 'Sì' e il 'No'.

Gli autori sono noti: Marco Travaglio dirige 'Il Fatto Quotidiano' e compone dalla fondazione i suoi editoriali giornalieri che non fanno sconti a nessuno; Silvia Truzzi scrive da anni sullo stesso giornale articoli di cultura e di politica, dimostrando penna incisiva e intelligenza critica anche nelle sue prime prove di saggistica ('Un paese ci vuole. Sedici gradi italiani si raccontano', Longanesi, 2015).

Qui, realizzando una integrazione a quattro mani sicuramente felice, a giudicare dai risultati, hanno predisposto un ampio apparato informativo a 360 gradi, tra l'altro ricco di citazioni storiche, sulla natura e sulla genesi della nuova legge costituzionale e aperto a riferimenti essenziali alla Costituzione del 1948. 
Linguaggio semplice, meno tecnicismi possibili, argomenti spiegati con cura e in profondità. 
Anche la posizione di chi ha disegnato la legge e oggi promuove il voto referendario a favore del 'sì' è riportata con attenzione: e si evidenzia, ovviamente, che la 'logica' è in entrambi i campi. Solo che si tratta di due logiche differenti, che supportano 'filosofie' e pratiche opposte, e gli autori, senza nascondimenti e con ironia sferzante (basti rileggere il sottotitolo del volume, in cui si parla di 'schiforma Boschi-Verdini'), optano con forza perché il referendum bocci la legge, bene rimarcando così che si tratta di un saggio non da accademia, ma 'da combattimento'. 

Ognuno, leggendo, anche senza essere esperto di diritto, capisce le diversità di visione ed è in grado di scegliere. Certo, la ben nota provenienza 'ideologica' dei due autori favorisce una chiara ed evidente autoselezione: chi acquista il volume ha probabilmente già scelto in cuor suo il 'no' e va a caccia di supporti per ulteriormente convincersene. Al termine delle circa duecento pagine ne avrà il carniere più che pieno e ricaverà il vantaggio di aggiungere lucidità e profondità al suo vuoto, dando compimento a quella famosa espressione di Luigi Einaudi, mai come oggi appropriata e negletta, sintetizzata nel 'conoscere per deliberare'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura
«
Quando la crisi è iniziata, era diffusa l'idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (...). Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sintomi politici dei paesi del Sud, e in particolare le loro Costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie ài caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell'area Europea». Ancora: «I sistemi politici del Sud sono nati in seguito alle dittature e sono rimasti segnati da quella esperienza. Tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che i partiti di sinistra hanno guadagnato dopo la sconfitta del fascismo, i sistemi politici nell'Europa meridionale hanno di solito le seguenti caratteristiche: leadership debole, stati centrai! deboli rispetto alle regioni, la tutela costituzionale dei lavoratori (...) il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi (...). Vi è una crescente consapevolezza della portata di questo problema, sia nel centro che nella periferia dell'Europa.
(JP Morgan Report, giugno 2013, in apertura a Marco Travaglio  e Silvia Truzzi, "Perché no", Il Fatto-Paper-First, 2016).

Perché votare NO - (1) - La "nuova" Costituzione Renzi-Boschi-Verdini è scritta coi piedi: prolissa e incomprensibile.  L'articolo 70, per esempio, passa da 9 a 439 parole. (2) - La Camera avrà deputati per 2/3 non eletti, ma nominati dai capipartito. Il Senato 100 senatori nominati dai Consigli regionali tra consiglieri e sindaci, protetti dall'immunità. (3) - Il primo partito, anche se rappresenta il 20-25% dei votanti, avrà il 54% dei deputati e il suo capo sarà padrone del governo, del Parlamento, del Quirinale, delle Authority e della Rai. (4) - Il bicameralismo non è affatto superato: il ping pong delle leggi Camera-Senato rimane e i sistemi di approvazione passano da 2 a 10. Dal bicameralismo perfetto al bicameralismo confuso. (5) - Per le leggi di iniziativa popolare, le firme da raccogliere passano da 50 a 150 mila. Per i referendum (in cambio di un quorum un po' ridotto) da 500 a 800 mila. Ps. Se vince il No, Renzi e la Boschi hanno promesso di andare a casa. Quasi quasi... (in ultima di copertina a Marco Travaglio e Silvia Truzzi, "Perché no", Il Fatto-Paperfirst, 2016)
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venerdì 27 novembre 2015

#RITAGLI / Smartphone, deterrente per moderni cafoni (Silvia Truzzi)

(...) Siccome siamo tutti rimbesuiti dall'ansia della contemporaneità - non nel senso del nostro tempo ma del tempo reale - possiamo affidarci a Debrett's, la bibbia inglese del galateo, che da oltre 250 anni insegna come comportarsi e che ha scritto un galateo per moderni cafoni. Ovviamente al primo posto c'è l'uso educato del cellulare. La regola è semplice: tutte le volte che siamo impegnati in una relazione con qualcuno, anche se stiamo ordinando un caffè o pagando alla cassa del supermercato, non dovremmo trafficare con lo smartphone. Perché rispondere al telefono o a un sms ci distrae e ci fa perdere tempo. Ovviamente bisogna tenere silenziato il sopracitato apparecchio in tutti i luoghi in cui è bandito il rumore: provate voi a fare un viaggio nella carrozza "area silenzio" di un qualunque Frecciarossa... 
Come resistere alla tentazione, se il banale buon senso non basta? Potremmo immaginare noi stessi con le dita nel naso tutte le volte che usiamo il cellulare mentre stiamo parlando con qualcuno: dovrebbe essere un deterrente efficace. E poi, proviamo a farci una domanda preventiva: è davvero fondamentale leggere ora, proprio ora, la mail, tra una forchettata e l'altra? Davvero non può aspettare la fine del pasto? Nel novanta per cento dei casi potrebbe attendere fino alla digestione. E pure oltre, ma per educazione ci fermiamo qui.

*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, Scusate, saremo tromboni. Ma basta cellulari a tavola, 'Il Fatto Quotidiano', 23 novembre 2015


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mercoledì 2 settembre 2015

#RITAGLI / Antiberlusconismo, dove, quando, come, chi? (Silvia Truzzi)

(...) Matteo Renzi ha detto «una rissa permanente su berlusconismo e antiberlusconismo ha bloccato l'Italia per vent'anni». 
(...) bisogna domandarsi a quale antiberlusconismo si riferisce il premier. Al dibattito sui giornali? Ma gli articoli non paralizzano le Nazioni. Perché sull'antiberlusconismo del suo partito, nel senso dell'agire politica, ci sono molte cose da dire. Una per esempio - è stata più volte ricordata anche se queste colonne, ma repetita juvant - l'ha detta Luciano Violante, nel 2002 alla Camera: «L'onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena - non adesso, nel 1994 - che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l'onorevole Letta». Da allora l'abbiamo saputo, con la certezza che forniscono le confessioni, anche noi (e così chi scrive ha potuto regolarsi nell'urna). Se l'antiberlusconismo è stato questo, se è stato chinare il capo nel 2006 e cedere a un indulto allargato ai reati dei colletti bianchi per fare un favore a Previti, di cosa parliamo? L'antiberlusconismo nei fatti praticamente non è esistito. I lodi, gli strappi sulla giustizia, i tentativi di manomettere la Carta sono stati fermati dai giudici che avevano il dovere di far rispettare la legge. E dai cittadini, quando hanno bocciato nel 2006 con il referendum una riforma costituzionale che oggi Renzi ci ripropone. Dicono che il dibattito non è stato sereno: forse non lo è stato a chiacchiere. Nei fatti è stato il prequel del film horror cui siamo costretti, privati anche del voto, ad assistere oggi: le larghe intese. Obiettano ancora che non si è giudicato Berlusconi per il suo agire, ma solo con il pregiudizio sulla sua persona. A parte la lodevole patente a punti, i governi guidati da B si sono occupati prevalentemente dei fatti di B: dei suoi processi e delle sue aziende. Forse il premier non ricorda, o più probabilmente vale che la memoria è il più assurdo dei vizi di questo Paese che ha fatto dell'oblio la ricetta per uscire da tutte le sue crisi. Dal Fascismo a Tangentopoli.

*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, Antiberlusconismo, il punto non sono le nostre colpe, 'Il Fatto Quotidiano', 30 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

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giovedì 13 agosto 2015

#RITAGLI / A proposito di buffoni (Silvia Truzzi)

(...) Vi ricordate il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione? 
Il 13 marzo 2014, nel salotto di Porta a Porta il premier sfida Bruno Vespa: «Se entro la fine dell'estate, diciamo il 21 settembre che è San Matteo, saranno pagati tutti i debiti della Pubblica amministrazione lei andrà a piedi da Firenze a Monte Senario». 
«E se lei perde?», chiede il giornalista. 
«So dove mi mandano gli italiani... Il minimo che mi aspetto è che mi chiamino buffone». 
Indovinate quale governo non ha ancora saldato i suoi debiti verso le aziende? Ma non ditelo ad alta voce, sennò vi danno dei gufi.

***Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, Tutti gli annunci prima o poi vengono al pettine, 'Il Fatto Quotidiano',9 agosto 2015

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mercoledì 20 maggio 2015

#MOSQUITO / Un'amnesia che è amnistia (Silvia Truzzi)

La classe dirigente del Fascismo è sopravvissuta pressoché indenne alla caduta del regime, e quando la guerra è finita abbiamo semplicemente fatto finta di averla vinta. Pure il Ventennio ha subito la sua rilettura di comodo: la colpa è del Duce e del Re, gli italiani non c’erano o, nel caso, dormivano. Nei libri di scuola si legge che nel ’31 Mussolini obbligò i professori universitari a giurare fedeltà al regime e si ricordano i dodici che fecero il gran rifiuto: solo che i professori universitari quell’anno in Italia erano 1848. In questi numeri sta la mistificazione della Storia. E forse vi si trova anche la ragione di un’amnesia che è diventata un’amnistia e che, travalicando le soglie dei tribunali, è arrivata nelle coscienze. Allo stesso modo vent’anni fa, scavallata Tangentopoli, la classe dirigente italiana ha semplicemente ripreso da dove aveva smesso all’arrivo della slavina giudiziaria.

*** Silvia TRUZZI, giornalista e saggista, prefazione a Un paese ci vuole. Sedici grandi italiani si raccontano, Longanesi, 2015