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domenica 18 marzo 2018

#RACCONTId'AUTORE / Fare pulizia nei cassetti (Chiara Bottini)

Fare pulizia nei cassetti è semplice.
Per prima cosa rimuovi i sogni più recenti, mordono di meno e, solo dopo aver esitato una cinquantina di volte, passa a quelli di vecchia data. 
Loro apprezzeranno il tuo tentennamento e cercheranno di sporcarti poco le mani quando li toccherai.
Via.
Rimossi i sogni, puoi passare ai reggiseni ormai troppo grandi e alle mutande ormai troppo strette.
Datti una palpatina in giro di verifica, ma non barare.
Via.
Osserva con cura l’improbabilità dei colori della roba accumulata nel tempo e accetta quanto poco gusto tu abbia avuto o quanto ti abbia appassionato fare man bassa nelle peggiori bancarelle di Caracas, chiamando il tutto “vintage” per convincerti della sua figaggine.
Via.
Estrai lentamente i collant e prova a ricordare l’ultima volta che ne hai indossato un paio.
Forse nel 1985.
Via.
Prendi a piene mani le canottiere con cui sostieni che andrai a correre, ma poi non ci vai e le magliette che continui a tenere perché pensi di dormirci, ma non lo fai.
Via.
Rimira inorridita i pantaloncini di velluto che non avrebbe indossato neanche barbie rincoglionita (ma mi sa che, quest’anno, sono pure tornati di moda). 
Resisti alla tentazione di andare a verificarlo su Internet.
Via.
Ma sono veramente dei calzettoni gialli e rosa quelli?!
Via.
La tua vecchia felpa ti fa cacciare più di una lacrima. La abbracci, le sussurri parole d’amicizia e gratitudine per quello che ha rappresentato per te. Passi il dito sui suoi buchi irricucibili e ne annusi l’odore nefasto intoglibile. 
Non permettere alla malinconia di fermarti proprio ora, stai andando alla grande.
Via.
Il fondo di un cassetto può riservare delle sorprese, ma tu hai gli occhi umidi e ci vorrà qualche minuto prima di realizzare che c’era meno roba di quello che credevi.
Lo hai lasciato mezzo vuoto per anni solo per evitare quello che stai facendo ora: il confronto con ciò che non è più, che non sei più e non tornerai mai ad essere. Forse, per fortuna.
Ma, come dicevamo prima, stai andando alla grande.
Quindi.
Via.

*** Chiara BOTTINI, scrittrice, formatrice, blogger, social media specialist, facebook, 12 marzo 2018, qui


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domenica 29 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Pensiero, diffuso (Chiara Bottini)

Stanotte mi sono dedicata ad un’attività mortalmente seria: pensare di testa. Non ridete, la questione è complessa. Ci sono diversi modi di pensare e non tutti coinvolgono il cervello.

Si può pensare con la nuca, ad esempio. Quando le immagini che vedi scorrono a scatti come il panno nei distributori metallici di alcuni cessi. Il pensiero di nuca, generalmente, riguarda memorie superficiali, non per forza recenti, una riproduzione casuale che ti consente di continuare a lavare i piatti o a parlare durante una conferenza. Non crea ansia e non ti fa perdere la concentrazione. Si può attenuare col passaggio di una mano. Non ne afferro l’utilità e non la stimo, diciamo che me la ritrovo in dotazione e, ogni tanto, la uso.

Si può pensare con i polsi. I polsi pensano aggressivo: ti ricordano ferite e bruciature, tempi di attesa, impossibilità di muoverti, cambi di direzione e tutto quello che vorresti distruggere in fretta o fissare per sempre. Ti parlano del piacere e della morte, del sangue che scivola via aldilà di te, dentro, che si getta chissà dove, chissà in chi, chissà perché. Il polso è un pensatore che non ama distrazioni, non ama essere interrotto, deve finire di dirti la sua, altrimenti non sa procedere, non sa tornare ad articolarsi.
Mi si disarticola, il polso. È imbarazzante.

Si può pensare con la pancia. La pancia non racconta poiché è priva di linguaggio e di cognizioni. Al massimo ti lascia intuire, ti getta nella disperazione di aver capito, ma non sai cosa. Risveglia il panico e la felicità. Ha una connessione diretta con le mani che manovrano cellulari e genitali. È un pensiero bambino, sfaldato, incoerente, di una bellezza mozzafiato, di una tristezza muta, sono stanze dentro stanze e vuoti dentro pieni.

Poi c’è la testa. Io non lo so spiegare, ma ho pensato questo: mi hanno spesso trovata con le gambe sul tavolino, la birra stappata, il sorriso pulito, la portiera aperta, la lingua sulle labbra, la battuta in canna, le orecchie tese, i muscoli pronti, la schiena nuda, la nuca spenta, i polsi spenti, la pancia spenta, io accesa e nessuna particolare rottura di coglioni da proporre, ma non mi pare m’abbiano mai detto grazie per questo.

*** Chiara BOTTINI (quello che non vedi), project manager, blogger, social media specialist, formatrice, scrittrice, Il pensiero diffuso, 'medium', 28 maggio 2016, qui


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mercoledì 17 febbraio 2016

#FURTI_PREGIATI / Questione di dolcezza (Chiara Bottini)

Ti ho messo lo zucchero nel tè.

È stato un gesto così, che mi è proprio uscito dalle mani, come un potere. Credo di aver approfittato che tu fossi voltato a guardare il mare. Ho avvicinato la tua tazza fumante sul tavolo e l’ho edulcorata. Lo zucchero grosso d’industria è crollato giù con un tonfo e ha creato un vortice. Tu hai nuotato un po’ tra lo stupore e il divertimento. Allora io ho capito che, forse, si stava esagerando, forse si stava entrando troppo, forse si stava passando il limite, forse eravamo qualcosa di più, forse io avrei iniziato a metterti lo zucchero dappertutto: nel tè, nei libri, nella bocca, sulle dita. 

E, un giorno, non molto lontano, tu mi avresti chiesto di smetterla di mettere lo zucchero dappertutto, che la questione, da dolce, stava diventando stucchevole e non se ne poteva più di appiccicare sempre.

Allora, io avrei preso tutto lo zucchero del mondo, le bustine, le zollette, i pacchi, le piantagioni e l’avrei portato via lontano, dove tu non potevi vederlo, dove non avrei avuto più la tentazione di usarlo per te, dove non si sarebbe appiccicato alla tua vita.

«Che fine ha fatto lo zucchero?», avresti chiesto, una volta, senza malizia.
«L’ho reso innocuo.», avrei risposto io.
Questo pensavo, quando hai allungato la mano, mi hai toccato la guancia e mi hai chiesto: «Ora posso metterlo io lo zucchero nel tuo tè?»

Il mare ha urlato qualcosa, s’è fatto tutto spruzzi, poi è tornato al suo sale.

*** Chiara BOTTINI, project manager, blogger, social media specialist, formatrice, scrittrice, Questione di dolcezza, 'medium', 16 febbraio 2016, qui


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giovedì 24 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / (Dis)social network, e piccioni (Chiara Bottini)

Quand’è che si è iniziato a usare il concetto di “social network” per giustificare qualsiasi comportamento?

No, davvero, perché mi sfugge.

Ne gestisco decine e, fatte le dovute eccezioni, il panorama desolante che predomina è il seguente:

“Offendo e parlo a sproposito? Beh: è un social network!”
“Ti aggancio a trenini, promozioni, foto senza il tuo permesso? Beh: è un social network!”
“Ti perseguito su ogni piattaforma commentando in modo poco pertinente e sgradevole ogni contenuto? Beh: sono social network!”
“Mi infilo in conversazioni che non mi riguardano rovinandone il clima, senza apportare alcun valore, giusto perché amo la mia “voce”? Beh: è un social network!”
“Uso ogni mezzo per smerdare tot politico, tot giornalista, tot emerito sconosciuto? Beh: è un social network”.

Non si tratta di seguire o non seguire, di bloccare o non bloccare, di accettare o meno amicizie, di prenderla con filosofia o meno, di divertircisi o meno, di sputare dove mangi o meno.

Pare che una certa netiquette non attecchisca.

Mi è chiaro che esistano numerosi sistemi, tecnici e relazionali, per arginare, gestire, scremare, eccetera.

Mi è chiaro che ovunque ci sia pubblico – online o offline – il confronto e, a volte, la frizione siano fisiologici.

Mi è chiaro che le competenze comunicative non siano sempre le più splendenti – il tutto aggravato e reso ancor più evidente dalla forma scritta.

Mi è chiaro che in giro è pieno di persone strane e una conversazione giocosa sul Natale si trasforma in un delirio socio-religioso che manco Scientology.

Mi è chiaro che esiste la soluzione finale: chiudere tutti gli account e andare al parco a nutrire i piccioni.

Ma, sfortunatamente, mi è chiaro anche che, nonostante tutta la formazione, la divulgazione, i tentativi di viralizzare il buon senso, le buone pratiche e un’educazione da minimo sindacale, non si riesce a sradicare il germe dell’utilizzo inappropriato del mezzo.

E non nel senso che esso vada uniformato – ognuno ne faccia ciò che crede – nel senso che il concetto “social network” è ancora troppo spesso usato come passaporto per la libera circolazione di atteggiamenti che, probabilmente, o almeno voglio sperare, non utilizzeremmo in nessuna altra circostanza senza essere guardati, diciamo così, con stupore.

Detto ciò, ignoratemi pure, vado a nutrire i piccioni.

*** Chiara BOTTINI, Project manager, blogger, social media specialist, formatrice, (Dis)social network, 'linkedin.com/pulse', 23 dicembre 2015, qui



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lunedì 14 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Natale, la palla color cobalto (Chiara Bottini)

“Gli addobbi di Natale non si toccano perché sono delicati” mi venne chiarito da subito.

Ma, forse, aveva più senso dire che solo io non potevo toccarli perché avevo la vaga sensazione che gli altri componenti della famiglia li toccassero, li tirassero, li maltrattassero, ci palleggiassero, anche, ma non potrei giurarlo.

In quel frangente, compresi i concetti di “incoerenza”, di “disuguaglianza”, di “ghetto”, ma non me ne curai poiché il mio obiettivo era la palla color cobalto.

La palla color cobalto era regalo di una vecchia zia e veniva custodita come una reliquia dentro un cartone rinforzato, lontana da altre palle plebee, prive dello stesso valore.

“Posso appendere io quella?”, indicavo la palla proibita col ditino.

“Assolutamente no! È un regalo, sai? È fatta di vetro, sai? Non ne fanno più così, sai? Te la ricordi la zia?”

Non me la ricordavo. E continuavo a non capire il timore reverenziale nei confronti di quel fregno di vetro, sapevo solo che il mio desiderio di metterci le mani sopra, esaminarlo da vicino e, che ne so, giocarci a schiantarlo contro il muro per vedere che succedeva, era sempre più intenso.

Le giravo intorno con golosità, attendendo un attimo di distrazione altrui per poterla afferrare e carpirne i segreti millenari.

“Tu appendi questo, ok?”

L’alberello rosso di plastica. Una cagata di addobbo.

Il più brutto, informe, inelegante fronzolo del nostro albero natalizio.

Mi rigiravo quel coso tra le mani tutti gli anni, cercando le motivazioni profonde della mia sorte infame, del mio essere rifiutata come membro della società civile, della totale sfiducia nelle mie capacità critiche e nella mia manualità.

Mio fratello appese in alto la palla color cobalto e tutti fecero: “ooooooh…”, rimirandola con incanto.

Nessuno faceva mai “oooooh” per l’alberello rosso di plastica, anzi, dovunque tentassi di piazzarlo non andava bene: troppo basso, troppo che non si vede, troppo vicino all’altro ninnolo.

Covavo dentro di me un sacro vaffanculo di Natale, quando il gancio della palla color cobalto cedette sotto il peso del vetro e la sfera si schiantò sul pavimento, brillando come un fuoco d’artificio.

Mi madre urlò, mio padre bestemmiò, mio fratello non fece niente, come da tradizione.

Ritrovammo in giro per casa schegge color cobalto fin dopo Natale, a ricordarci che non necessariamente eccedere in scrupoli e timori ci mette al riparo delle sfighe.

E, tutto ciò premesso, buon Natale.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, scrittrice, Fenomenologia dell'esperienza natalizia e dell'inevitabilità, 'linkedin.com/pulse', 13 dicembre 2015


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sabato 5 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Giovani, futuri pensionati certamente sfigati (Chiara Bottini)

In questi giorni si parla molto del fatto che i nati negli anni 70-80 avranno, forse, una pensione da fame e non si sa bene come sopravviveranno alla dipartita dei propri genitori che, attualmente, li supportano con quei quattro spicci rimanenti dei loro risparmi.

Non è certo una problematica dei pensionati di lusso o degli ex parlamentari, ma di quelli come mia mamma, per esempio, che faceva l’insegnante e andò in pensione col minimo per dedicarsi alla famiglia che aveva bisogno di lei.

Ma questa è un’altra storia. Una storia che oggi vale meno di 900 euro.

Naturalmente, a 40 anni, rientro perfettamente nella categoria dei futuri (o attuali) sfigati, costretti a dare tutto per non avere niente e le mie sensazioni oscillano da un isterico “Paese di merda” a un più razionale “devo agire adesso per cambiare le cose e non trovarmi male se non dovessi crepare presto” a un delirante “machissenefrega, me ne andrò a Termini a fare la barbona, intanto mi sarò spesa tutto e avrò goduto la vita”.

Mentre selezionavo la posizione esistenziale adatta alle grandi occasioni, mi sono ricordata di uno dei miei tentativi di crearmi un cuscinetto economico per il futuro, terrorizzata da questa cosa che è il domani e fortemente intenzionata a capire come muovermi dentro una materia che è talmente tanto – troppo – per addetti ai lavori, da non lasciare alcun margine di comprensione REALE a un piccolo risparmiatore. Forse è questo che fa davvero paura: non riuscire a capire. Non trovare sollievo nelle informazioni, così terribilmente tecniche, sfaccettate, piene di vocaboli oscuri, non essere così fortunati da trovare chi possa consigliarci per il meglio, mettendoci in condizione di scegliere, provando, così, a ridurre la sensazione che non ce la faremo.

Quell’incontro, generò questo post, che ripropongo, con la sola finalità di farci una risata – amara – e trovare in noi stessi la forza di non avere paura. Almeno, non ancora.
« 
Allora, incontro un consulente per stipulare una pensione integrativa.
Il tenore di due ore di conversazione fu, più o meno, questo:
"Ormai, visto che avremo solo quello che ci capita, tocca prendere in mano la situazione e non aspettarsi il 12%, con investimento annuo, ma puntare a un onesto 3%, considerando che lo spread è sceso, ma non si può più mentire e parlare di investimento, ma bisogna parlare di risparmio vincolato che, a partire da 15 anni e con versamenti costanti, si recupera quell’un-per-cento che sarebbe addizionale Irpef, ma non viene più scaricato perché Renzi ha cambiato la legge, se, poi, consideri il prospetto – diapositiva di lui che mi sventola sotto il naso un prospetto simile a formiche a passeggio – vedi? vedi questa colonna? – io non vedo la colonna – questa significa che, quando il tasso si alzerà dello 0,75, il deposito, comunque non inciderà così tanto sulla somma finale. Poi, è chiaro che, se superi i 55 anni e pensi di riprenderli come rendita, va bene. Lo Stato dice che va bene. Certo, ipotizzando una svalutazione di due punti, non sarà mai come per i nostri genitori, ma dovremo considerare un tempo più lungo, tipo 65 anni, perché sei donna. Che ne pensi?"
»
Penso che stasera vado a mangiare al cinese.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, Più che futuri pensionati, attuali spaventati, 'linkedin.com/pulse', 3 dicembre 2015, qui 

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giovedì 26 novembre 2015

#FURTI_PREGIATI / La lezione più importante (Chiara Bottini)

Il secondo anno di università fu quello del professore che indossava la t-shirt con sopra un maiale. A onor del vero, la indossava sotto una camicia rosa trasparente, il che era ancora peggio. La maglietta si coglieva chiaramente: c’era stampigliato il muso di un maiale intento a grugnire. Ce ne accorgemmo tutti a un primo sguardo e l’ilarità iniziò a serpeggiare come solo l’ilarità sa serpeggiare. Il professore di editoria multimediale si presentò così a una classe di circa cento studenti, con un porco sul petto e una cravatta che richiamava le tonalità del porco, più che della camicia o della giacca, il che ci fece pensare subito che non fosse stata una svista, ma una precisa scelta di moda. Non so dire se questo segno distintivo ce lo rese subito molto simpatico o scoraggiò le nostre aspettative di un buon insegnamento, so solo che il secondo anno di università me lo ricordo a causa sua. Pian piano, saltarono fuori altri atteggiamenti bizzarri: per esempio, non usava libri di testo, ma ci invitava a comprare riviste di informatica, arrivava in facoltà a bordo di una jeep nera che pareva appena reduce da un rally nei campi e amava telefonare a sua moglie durante le lezioni. Prendeva il cellulare, componeva il numero e ci chiedeva di salutare la sua signora, poi girava il microfono verso di noi e attendeva un rimbombante: “buonasera signora!”, seguito da un applauso. Soddisfatto del nostro entusiasmo, si riportava il telefono all’orecchio e si accomiatava dalla moglie dicendole: “hai sentito?” Lo faceva sempre, nessuno sapeva perché, ma, considerati il maiale e il resto delle stramberie, avevamo archiviato la faccenda come: “è completamente matto”, e ognuno di noi era tornato a pensare all’esame da superare. Ma non facemmo l’esame con lui, perché la moglie morì. “Buonasera, signora” era malata di cancro e morì. “Buonasera, signora” veniva salutata il più possibile, il più spesso possibile e veniva fatta sorridere il più possibile, indossando abiti sconvenienti, portandola a sgommare su quella strana jeep in campagna o regalandole il coro di un centinaio di studenti, tutti per lei.

Fu la lezione più importante di sempre.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, scrittrice, La lezione più importante di sempre, 'linkedin.com/pulse', 25 novembre 2015, qui


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sabato 21 novembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Scegliersi (Chiara Bottini)

Esco di casa alle 7 del mattino e lei è già lì. Piccola, coi capelli neri e il muso duro. La signora delle pulizie abita nel nostro palazzo. Quando deve svolgere le sue mansioni indossa una veste leggera a fiori, anche quando ci sono tre gradi. Non guarda in faccia nessuno, tranne il suo secchio. Non saluta mai per prima, spontaneamente, poi, se proprio le hai rivolto la parola, ti bofonchia un suono gutturale imprecisato senza sollevare la testa dal suo pavimento. Perché quello è il suo pavimento, non quello del palazzo. È una roba che le appartiene poiché è lei che se ne occupa. Il suo non è un ruolo di servizio a una comunità, è l’esercizio di un presidio militare su una porzione di piastrelle. La signora delle pulizie sembra incazzata col mondo e, forse, ne ha motivo, ma nessuno sa quale sia e, soprattutto, nessuno capisce perché debba rientrare nel mondo che tanto la urtica. La signora delle pulizie non ti sgrida se passi quando ha appena dato lo straccio, si limita a sbatterti in faccia il suo silenzio se osi dirle: “oh, mi scusi”, tentando di spiccare buffi salti per centrare le chiazze asciutte di terreno. La guardo e mi domando se sorride mai o quando è stato il momento, il momento preciso in cui ha smesso di sorridere al prossimo. Poi, una volta, l’ho vista con un gatto in braccio. Uno randagio che bazzica il cortile da sempre. Quel gatto non si fa avvicinare da nessuno, è diffidente e permaloso. Se anche gli porgessi un pezzo di filetto non si farebbe dare neanche una carezza. La signora delle pulizie e il gatto erano uniti in un abbraccio che pareva una scultura: “donna incazzata con gatto insopportabile”. Erano inspiegabilmente belli e contortamente uguali. Da allora ho rinunciato a salutarla, a instaurare un dialogo, a fare battute sul pavimento pulito di fresco. Lascio che le creature si scelgano tra loro, naturalmente, istintivamente, senza forzatura. E cerco di non sentirmi offesa se la scelta non sono io.

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, project manager, scrittrice, Scegliersi, 'linkedin.com/pulse', 20 novembre 2015




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venerdì 13 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Motivazione, basta con certe 'stronzate' (Chiara Bottini)

Una cara amica, avvocato, responsabile di importanti progetti all’interno di una multinazionale spagnola, viene invitata (costretta, l’altro project manager se n’era andato all’improvviso) dal suo capo (ingegnere) a guidare una squadra di nove ingegneri (maschi) verso l’ottenimento di un certo risultato tecnico/commerciale (non mi inoltro nei dettagli dell’incarico per non farvi suicidare).
Bene.
L’avvocatessa, presa alla sprovvista, nonostante un carattere combattivo e ambizioso e una buona competenza pratica rispetto all’obiettivo, capisce di essere sola, che potrebbe avere serie difficoltà gestionali, che non ha abbastanza esperienza per affrontare gli eventi e non le va per niente di frignare sulla spalla della sua segretaria ogni giorno, decide, quindi, di affidarsi a un noto (e sottolineo noto, non junior) coach.

Il coach, dopo una prima intervista alla sua coachee, accetta di prenderla sotto la sua ala (sai che novità).
Nelle settimane che seguono la stipula del loro accordo, iniziano le prime frizioni tra l’avvocatessa e il suo gruppo di ingegneri selvaggi. Si riscontra, come è normale che sia, data la situazione, un problema di leadership e di credibilità (sai che novità). Il coach sprona la coachee a tenere duro, la imbottisce di moniti, di frasette motivazionali, di esempi di gente che ce l’ha fatta anche in condizioni durissime, di vaghi suggerimenti, (senza mai offrire soluzioni concrete, per carità), di invenzioni curiose tipo mettersi sulla scrivania un oggetto porta fortuna, investirlo cognitivamente di poteri taumaturgici e strofinarlo ogni giorno come si fa con gli amuleti, le fa cambiare modo di vestire (femminile, ma più maschile di prima), le fa leggere libri sull’intelligenza emotiva e le fa vedere venticinque volte “ogni maledetta domenica”, “il discorso del re”, “le ali della libertà” e altre imperdibili pellicole ottime per gli impressionabili, le fa imparare a memoria battute fulminanti da usare durante le riunioni, le regala un’agenda dove segnare le priorità, i progressi, le diverse strategie da usare con ogni ingegnere, la investe di ogni tipo di suggestione e, last but not least, cerca di convincerla che il successo è tutto nella sua testa, che il destino è nelle sue mani, che restando convinta, motivata, very self-empowerment orientend, lei vincerà, VIIIIINCEEEERAAAAAAA’….!!!!!!!

Risultato: la sostituiscono dopo 4 mesi.
Lei, distrutta, amareggiata, frustrata e ferita dalla consapevolezza di avercela messa tutta, di aver cercato di dominarsi in ogni modo, di aver accolto la motivazione nelle sue membra, nelle sue sinapsi, nella sua anima.

Commento del coach: “devi essere fiera di te perché sei cresciuta moltissimo, hai dato il massimo, le circostanze hanno giocato a sfavore, l’ambiente ti penalizzava, hai imparato importanti lezioni che potrai mettere a frutto nei giorni a venire, chissà, se avessi davvero ascoltato il tuo cuore… e bla bla bla”.

Potrei portare innumerevoli esempi simili, ma mi fermo.

Ora, ognuno può avere la sua opinione sulle cose, sul coaching, sulla formazione, sulla leadership, sulla questione di genere, sulla gestione dei gruppi e va anche bene così, mi limito a dire una cosa: NON è TUTTO NELLA NOSTRA TESTA, NON DIPENDE TUTTO DA NOI, NON è SEMPRE E SOLO QUESTIONE DI APPROCCIO E DI ATTEGGIAMENTO. Il “successo” (come il risultato) è un elemento complesso e multifattoriale sul quale non è sempre possibile avere il pieno controllo e la totale influenza. A questo si aggiungono ulteriori mille questioni strutturali, personali, caratteriali, etiche, di cosa sei disposto a fare e, diciamolo, di culo, di puro, essenziale e potentissimo CULO.

Basta con queste stronzate motivazionali che, se fallisci, ti fanno sentire ancora più fallito.

Ma, soprattutto, basta con le semplificazioni, coi messaggi sbagliati, con le illusioni ottiche, con la dipendenza da sè stessi che, a volte, è più dannosa della dipendenza dagli altri, con i deliri di onnipotenza, con le favolette.

Poi, se decidiamo tutti insieme di credere negli unicorni, io ci sto e mi offro pettinar loro la folta criniera.

*** Chiara BOTTINI, consulente, project manager, formatrice, scrittrice, Il successo è davvero tutto nelle nostre mani?, 'linkedin.com/pulse', 12 novembre 2015, qui


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lunedì 9 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Bugie, 'fisiologiche' nel mercato del lavoro (Chiara Bottini)

Viviamo indiscutibilmente l’era del personal branding “spinto”.

Per “spinto” intendo senza scrupoli, con ogni mezzo a disposizione, con un piglio da guerriglieri pronti a sconfiggere tutto e tutti, più che da professionisti maturi in grado di far parlare le proprie competenze.

I motivi sono innumerevoli e vanno dalla crescita esponenziale del bisogno di visibilità, di staccarsi dal rumore di fondo, dovuto a una concorrenza a dir poco spietata, alla necessità di farsi percepire come autorevoli sullo scibile umano, attivi, sul pezzo, a prescindere dal settore merceologico o dal progetto.

All’interno di questo contesto, nel tentativo (sacrosanto) di raccontare al mondo chi siamo e cosa facciamo in modo innovativo, emotivamente d’impatto e professionalmente accattivante, amplifichiamo qui, tagliamo là, allarghiamo questo, sgonfiamo quello, valorizziamo esperienze durate un’ora, vendiamo per acquisite abilità che, in realtà, sono ancora del tutto in progress.

Insomma: la raccontiamo.

Non è certo meccanismo nato in questi anni, ma diciamo che, in questi anni, salta particolarmente all’occhio, soprattutto grazie alla socialità cibernetica, ai cv online, alle piattaforme professionali e non so se faccia più sorridere o più spaventare, ma sicuramente fa pensare.

Accade, quindi, che gestire un moduletto di 3 ore sul marketing all’interno di un corso di laurea di un anno all’università, è motivo sufficiente ad auto definirci “Professore di marketing alla Sapienza di Roma”, che, in un certo senso, è vero, ma non è proprio così. O che aver effettuato una sostituzione di maternità presso il settore formazione di tot azienda diventi: “responsabile della formazione di tot azienda”.

Chi verrebbe mai a controllare? Poi, semmai, te la giochi in sede di colloquio e aggiusti il tiro su cosa sei davvero in grado di fare perché l’hai già fatto, non perché ipotizzi di riuscire a farlo.

Ma non è forse vero che lavori o progetti ottenuti grazie a piccole bugie, diversamente, non li avremmo mai avuti?

E non è altrettanto vero che, molto spesso, le aziende cercano proprio persone con questo tipo di imprenditività e capacità di vendersi e vendere qualsiasi cosa nello stesso modo?

Da tali considerazioni, nasce la riflessione: quanto spazio c’è per le bugie “fisiologiche” nell’attuale mercato del lavoro?

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, scrittrice, Quanto spazio c'è per le bugie "fisiologiche" nell'odierno mercato del lavoro?, 'linkedin.com/pulse', 9 novembre 2015, qui

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venerdì 23 ottobre 2015

#SENZA_TAGLI / Formatore, cosa può imparare dai partecipanti (Chiara Bottini)

Uno studioso che mi ha sempre affascinato, Eduard Lindemann, sosteneva che, se il percorso formativo è valido, sano e apporta valore, diventa difficile capire chi sta imparando di più: se i discenti o il docente.
È un concetto che ha cambiato molto il mio modo di fare formazione, di progettarla e di viverla.

Il formatore si ritrova spesso a proporre e riproporre lo stesso percorso un giorno dopo l’altro, un mese dopo l’altro, un anno dopo l’altro.
È un’automazione tanto positiva – se hai pubblico, vuol dire che sei stato bravo – quanto sfibrante.

L’unica variabile impazzita resta il partecipante. Sarebbe molto sciocco, dunque, non cercare di imparare qualcosa di importante ogni volta, capitalizzando gli spunti che la platea offre e che il dibattito stimola.

Per la prima volta, dopo 12 anni di onorato servizio, svolto presso centinaia di aziende e per numerose società, con pubblici delle tipologie più disparate e livelli di maturità professionale estremamente variegati, provo a fare il punto su quello che mi ha colpito maggiormente, senza ambire a farne un decalogo, ma solo un terreno di riflessione comune.

Ecco cosa mi hanno insegnato i miei discenti:

Le aspettative nei confronti della formazione sono sistematicamente poco realistiche. Nonostante l’accorta scrittura dei programmi, la pedissequa ed estenuante spiegazione di obiettivi, tempi, modi e risultati auspicabili, ci sarà sempre qualcuno che si presenterà lì, al tuo cospetto, per ottenere quello che né tu, né nessun altro al mondo, potrebbe offrire. Il ventaglio di richieste spazia dalla psicoterapia individuale all’ottenimento di consulenza particolare e, ovviamente, gratuita, su problemi specifici. Far notare che si è in un contesto diverso per ottenere benefici diversi, che la formazione è una cosa e la consulenza un’altra, viene vissuto come un rifiuto a collaborare e sarà, pertanto, riportato alla direzione in termini estremamente negativi. Poi vaglielo a spiegare, alla direzione.
Il quantitativo di quelli che “ce li hanno mandati” è ancora desolantemente alto. Parliamo di discenti spediti senza grandi corteggiamenti dalla propria azienda a fare non si sa bene cosa per non si sa bene quale motivo. Si ritrovano a dover trascorrere del tempo con te e altri sconosciuti a scatola chiusa, privi di ogni pulsione motivazionale, di una qualsiasi contestualizzazione, di uno straccio di pre-requisito indispensabile al lavoro d’aula. La parte divertente è che, se loro non imparano, comunque, lo stronzo è il formatore.

Chi avrebbe davvero bisogno di formazione non la fa, però la denigra. Figure centrali, che gestiscono budget, persone e attività complesse, che presidiano processi di problem solving e decision making cruciali per le organizzazioni, si sono misteriosamente fermati alla carriera universitaria e magari al “masterino” post-laurea, per tuffarsi in un inferno di operatività isterica, che taglia la realtà con l’accetta, che si autoalimenta di convinzioni spesso sterili e pericolose, e si rifiuta di mettersi in discussione, finché qualche clamoroso fallimento non mina l’ordine costituito. Ho solo una domanda: perché?

Le mode e i nomi blasonati continuano a esercitare un fascino senza tempo. Le reali competenze tecniche di un trainer e la sua capacità di intervenire in modo serio sull’apprendimento organizzativo di un’azienda passano in secondo piano se il suo cognome non suscita un immediato: “ah, ho capito chi è!” da parte di chi deve sbloccarti il budget.. Fin qui niente di male, poiché il personal branding e il marketing hanno un loro peso, come in tutti i mestieri, ma il meccanismo è leggermente più perverso. Chi si trova nella posizione di scegliere i fornitori per la propria azienda ha comprensibili priorità, tra le quali quella di spendere poco o di fare bella figura coi capi, parandosi il culo per un’eventuale inefficacia del progetto nel suo complesso. Diventa, quindi, una precisa strategia quella di affidarsi ai “big”, senza porsi il problema dell’effettiva utilità in termini squisitamente formativi di questa scelta.

Lo strumento più potente a disposizione di un formatore è sé stesso. Non c’è progettazione, contesto, metodologia che facciano la differenza tanto quanto il metterci tutto quello che sei, come persona, non solo tutto quello che sai, come esperto.
In questo, io ho sempre trovato il vero criterio di giudizio e valutazione.

Il resto è storia.

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, scrittrice, Quello che so sulla formazione me l'hanno insegnato i partecipanti, blog 'senzamanuali', 22 ottobre 2015, qui



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martedì 20 ottobre 2015

#FURTI_PREGIATI / Tutta, ma tutta, la verità (Chiara Bottini)

Eravamo in fila da un migliaio di anni, se non ricordo male e, finalmente, San Pietro si degnò di mollare il giornale e ci rivolse la sua attenzione. Quel ruolo gli stava stretto e si vedeva che glielo avevano imposto.

Non faceva neanche nulla per nasconderlo e ci poneva la domanda più importante dell’esistenza con uno scazzo decisamente inadatto a un’anima della sua fama e imponenza: “in chi o cosa vuoi reincarnarti nella prossima vita?”

Era un momento elettrizzante e atroce: in pochi istanti potevi salvarti o condannarti, essere indulgente o severo, valutare cosa ti sarebbe servito per crescere e cosa potevi rimandare a vite future, definire chi avresti incontrato e in che modo, chi ti avrebbe fatto male, a chi avresti fatto male, dove avresti vissuto, cosa ti avrebbe messo alla prova e anche come saresti morto, consapevole che gli anni non sarebbero passati in fretta, che il corpo lo avresti sentito tutto, con la sua puzza di umana fallibilità a darti il tormento, giorno e notte, e la paura non sarebbe stata controllabile, e la felicità avrebbe potuto essere un pallido ricordo legato ad altre esistenze.

Era tutto sulle tue spalle o, insomma, sulla materia impalpabile di cui eravamo composti, prima di riprendere la carne. Il cerchio della vita prevedeva la nostra responsabilità, anche se non ce lo saremmo ricordato, una volta sulla terra. Esatto: ci saremmo completamente dimenticati d’essere gli artefici del nostro destino, al cospetto di un barbuto San Pietro che era solo un segretario e pure scarso, devo dire.

Fu allora che mi si avvicinò uno spirito traballante e incerto.

«Ho deciso che farò il politico…in fondo, quale modo migliore per misurare la mia capacità di restare onesto, nonostante tutto?»

Non aveva torto, ma il punto era un altro.

«E dove pensi di farlo?»
«In Italia, credo, verso il 2015».

Lo fissai con infinita tenerezza: sapevo che avrebbe fallito. Quello spirito si era appena condannato a reincarnarsi un altro trilione di volte. Gli diedi una pacca da qualche parte – non era facile capire dove – e, finalmente, venne il mio turno.

San Pietro mi guardò scoraggiato.

«Ancora qui? Se non avessimo l’eternità, direi che mi stai facendo perdere tempo…»
«Ma ho imparato tantissimo nell’ultima vita! Dovresti essere fiero!»
«Come altro devo spiegartelo? Te la fai troppo difficile! Sei superba, ecco cosa sei. Commetti sempre gli stessi errori perché le prove sono troppe e tutte insieme. Chi pensi di essere, un fenomeno? Continuerai a reincarnarti all’infinito, non diventerai mai uno spirito-guida, un guardiano del faro, un essere superiore, striscerai sulla terra per sempre senza cavarne nulla e mi impedirai di leggere il giornale».

San Pietro era un cazzo di materialista, in fondo. Ma aveva ragione: me la facevo troppo complicata. Non ero all’altezza. Va bene superare sé stessi, ma ci deve pur essere un limite dettato dal buon senso.

«Ok. Dove ti mando stavolta?»
«In una piccola cittadina di provincia, in Italia».

San Pietro era disgustato.
«Chi vuoi che siano i tuoi familiari?»
«Ehm…è un po’ complicata da spiegare…possiamo passare alla prossima domanda?»

San Pietro sospirò, poi si inalberò:

«Faresti la scrittrice? Dico: vuoi anche morire di fame? Non faccio prima a spedirti in Africa o, che so io?»
«Ma no, non vivrei di scrittura…»
«Quello è sicuro!…tzè…»

Gli occhi mi si riempirono di lacrime o quelle cose che cadono dagli occhi, quando ne hai un paio.

A quel punto, San Pietro mi si avvicinò con dolcezza e mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato, una vita dopo l’altra, nonostante sia legge divina quella di non ricordare nulla.

«Non è per niente male questa tua faccia da schiaffi, ecco perché ne prenderai molti».

Poi mi accarezzò, una carezza ultraterrena che mi ha benedetto.

Poi soffiò, credo.

Non ricordo più nulla, come da legge.

° ° °
Questo post è dedicato a tutti gli stronzi, gli invidiosi, gli incapaci, i narcisisti, i bugiardi, i finti amici e le mezze seghe che, a vari livelli, ho incontrato e incontro in vita. Pensare di avervi scelto di persona per il mio miglioramento, mi fa stare meglio.

Chi non rientra in questa categoria lo sa, glielo ripeto ogni giorno e mi tiene in vita. A loro: grazie.

[Per scrivere questo post, ho maltrattato diverse religioni e filosofie orientali. Ma loro mi perdoneranno. O mi aspetteranno da qualche parte per farmi il culo].

Credo di essermi appena guadagnata un’altra reincarnazione.

*** Chiara BOTTINI, formatrice, consulente, scrittrice, Tutta, ma tutta, la verità sulla vita, blog '17e17', 19 ottobre 2015, qui



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venerdì 2 ottobre 2015

#FURTI_PREGIATI / Chiamate la pulizia (Chiara Bottini)

Dopo il gioco si hanno le dita nere. Le madri sbraitano per quelle dita e ti fanno sentire un ladro, ma lo fanno per il tuo bene, pare. Ti urlano: “guarda come ti sei combinato! Guarda che sporcaccione!” e il loro labbro inferiore si carica di un’energia tremolante pronta a esplodere in un grido al cielo o in un pianto.

C’è una fase della vita in cui solo il sapone pare calmare una madre. Quel quadratone molle e scivoloso doveva avere proprietà taumaturgiche incredibili, iniziai a pensare.

Un giorno avevo di nuovo le dita nere e, spaventata, corsi al lavandino del tinello, afferrai il sapone e lo feci ruzzolare a terra con un tonfo simile a colpi di pugno. Era una saponetta color avorio che si insudiciò subito della polvere del pavimento.

Mia madre urlò, si avvicinò a grandi passi e iperventilò a un centimetro dalla mia faccia.

«Da dove viene il sapone?», balbettai io, nascondendomi le dita con le altre dita.

Lei parve calmarsi. Diamine, se funzionava questa cosa del sapone, continuai a pensare.

Mia madre lo raccolse e mi spiegò che lo prendevano dalla pancia delle balene.

A me girò la testa. Come sarebbe le balene? Ma le balene balene?

Sì, le balene balene. Poi si allontanò per fare la madre in un’altra stanza.

Restai pietrificata. La balena era così grande e il sapone così piccolo. Mai più.

Decisi a pochi anni che non mi sarei mai più lavata le mani col sapone per combattere il sistema. Al massimo un po’ d’acqua, ma dovevo ancora accertarne la provenienza.

Così, per diversi giorni, i giorni che a un bambino paiono secoli, mi rifiutai di usare il sapone della vergogna e della violenza sulle balene, raccogliendo alternativamente urla, tirate di capelli, occhi al cielo, risate fragorose, totale indifferenza.

Non so bene quando, qualcuno, non so bene chi, mi spiegò che, anche se io fossi rimasta con le dita sudicie fino a farle putrefare e poi cadere, la caccia alle balene non si sarebbe fermata perché io ero una sola, piccola, sconosciuta e non contavo niente, mentre chi le uccideva no.

È sempre un colpo realizzare che i tuoi sforzi non serviranno.

È sempre importante capire presto che si può essere puliti in molti modi.

*** Chiara BOTTINI, formatrice, consulente, scrittrice, Chiamate la pulizia, blog '17e17', 1 ottobre 2015, qui




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domenica 13 settembre 2015

#SENZA_TAGLI / Identità professionale, oggi (Chiara Bottini)

Avete mai guardato con leggera invidia quell’amico o collega che, dall’età di 6 anni, aveva già in mente cosa avrebbe fatto da grande e poi, effettivamente, lo ha fatto?

Cioè, il tipo che vuole fare il medico, studia per fare il medico e, incredibile, fa il medico; imbroccando quei percorsi lineari, incontaminati come una foresta vergine, non facili, no, non dico questo, per carità, ma chiari, netti, con l’obiettivo perfettamente centrato da quella freccetta che è la propria capacità di capire in fretta chi sei o chi vorresti essere, aiutato dalle inclinazioni, magari, e dalle contingenze che si mettono fila come soldatini per nulla ostili e zac: sogno realizzato.

Quanti ce ne sono così? Tanti? Pochi? Non saprei.

La mia sensazione è: sempre meno.

Mi confrontavo con un collega selezionatore che mi raccontava quanto fosse diventato difficile reperire un cv non “isterico”, cioè non disseminato di spezzettamenti lavorativi, settori diversi, aziende diverse, insomma: era a caccia del percorso lineare.

Me lo diceva con l’enfasi di chi è assolutamente convinto che questo fosse l’elemento-chiave della stabilità, della serietà e della competenza di chi merita l’assunzione: il fottuto percorso lineare.

Ora, per carità, dipende sempre da quale ruolo andrà a coprire, da quale mandato preciso hai ricevuto dall’azienda committente o da quanto devi pararti il fondoschiena se stai svolgendo una selezione che ti verrà retribuita solo in caso di reperimento di una rosa “a basso rischio rifiuto”, ma, che diamine: io non sono mica tanto sicura che aver fatto la stessa cosa tutta la vita (o la maggior parte del tempo) sia l’unico parametro – o il principale – che discrimini un collaboratore “valido” da uno no.

Anzi: credo di pensare esattamente il contrario.

La varietà di esperienze è ASSOLUTAMENTE un valore. Non stiamo parlando dell’aspirante sceneggiatore fallito che sbarca il lunario friggendo hamburger mentre viene rifiutato dalle grandi major e, forse, creperà panzone, benché talentuoso, mettendo maionese dentro i panini.

Le esperienze professionali fatte e finite – la cui durata, insomma, non si aggiri intorno ai venti minuti netti – seppur non totalmente “armoniche” tra loro, costituiscono tasselli importantissimi del bagaglio di strumenti e tecniche, anche relazionali, di un professionista e, guardandomi intorno, tra i filosofi che fanno i formatori, i biologi che fanno gli informatici, gli ex poliziotti che fanno i direttori del personale, gli ex ingegneri che si occupano di marketing, mi pare di ricevere una qualche conferma.

Potrebbe essere solo un caso, ovvio, o l’aspetto più evidente di una sclerotizzazione infausta del mercato del lavoro, sì, ci sto.

Ma l’identità professionale di un individuo non dovrebbe albergare nella sicurezza e nell’autonomia con cui si arriva a padroneggiare efficacemente contesti, conoscenze, obiettivi e relazioni in costante mutamento?

Sì, il titolo di studio è e sarà sempre parte integrante del percorso e dell’abilità, ma la mentalità, l’approccio, e , soprattutto, l’atteggiamento – quella cosa che è molto simile allo scendere in campo col passo giusto, quel tentare di estrarre il meglio dalle cose, di essere responsabili rispetto a quello che si fa – paiono non essere necessariamente legati agli anni di esercizio, né tanto meno alla ripetitività di una routine, di una presunta coerenza che fa tanto “se mi sposti da qui, morirò” o, peggio, “sono bravo perché ho sempre fatto questo”.

Mi piacere credere in quelli che sono bravi proprio perché non hanno sempre fatto questo.

*** Chiara BOTTINI, formatrice, consulente, Che s’intende per identità professionale oggi?, 'senza manuali', 12 settembre 2015, qui

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giovedì 6 agosto 2015

#FURTI_PREGIATI / L'asso (Chiara Bottini)

Mio padre disse che i genitori si godono davvero i figli all’età che avevo io allora, poi calò l’asso di coppe e a mia madre la mossa non piacque. Si frugò tra le carte e sbuffò. Mi diede uno sguardo che io ricambiai senza slancio e disse che aveva perso, quindi raccolse le carte a mazzo per fare un’altra mano. Mio padre rise sguaiatamente. Adorava umiliarla. Nel gioco come in tutto il resto. Ma non ci faceva caso nessuno. Fare caso era da maleducati. E poi loro sorridevano sempre durante quelle partite.

La mia non era un’età che prendevi e te ne uscivi sbattendo la porta. Quello lo faceva mio fratello. La mia era un’età che, al massimo, ti rifugiavi in camera tua, ma poteva venire chiunque, in qualunque momento, a stanarti come un ragno dentro un buco. E tu dovevi uscire, uscire rapidamente, complice di un richiamo che non ti conferiva alcuna gioia e dovevi aderire alle proposte: si deve fare questo, sta per venire tizio, dobbiamo andare da caio.

Forse il godimento constava in questo: dominarmi completamente, dominare un altro essere umano fin nell’ultimo tassello della sua esistenza.

Sette di denari su sette di bastoni e poi scopa.

Li guardavo giocare a carte con il mento posato sulle ginocchia raccolte, seduta sulla sedia di paglia da cucina, quella sghemba, che andava un po’ di qua un po’ di là, come il mio pensare.

La mia non era un’età che si potevano dire i pensieri veri. I pensieri veri facevano ridere gli adulti che ti chiedevano di parlare ancora e ancora per poter restare divertiti da te. Godendoti, probabilmente.

Fu allora che appresi il muso. Musi lunghissimi, fino a terra e oltre. Il muso era il messaggio più chiaro e preciso che riuscissi a lanciare in quella mia età, senza dire una parola, senza spendere il mio pensare, senza esporlo al divertimento dei grandi.

Il muso mi faceva ricevere blandi rimproveri, scompigliamenti di capelli, fette di torta, ma non consentiva a nessuno di stanarmi. A volte lo arricchivo di un guardare basso. A volte restavo in questa condizione per ore, giorni, settimane. Silenziosa, implosa, inerme.

A volte mi scordavo di essere da sola, a volte mi scordavo di essere in loro compagnia.

Imparai anche a giocare a carte, in quella mia età, ma non ho mai giocato con nessuno.

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, scrittrice, L'asso, blog' quello che non vedi', 5 afosto 2015, qui

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giovedì 23 luglio 2015

#FURTI_PREGIATI / Dove coincidi (Chiara Bottini)

Inauguro una nuova sezione, che ho chiamato #FurtiPregiati: scritti che mi paiono intelligenti, stimolanti, in qualche modo 'gustosi', o per contenuto o per forma o per entrambi, già pubblicati su altri siti e che a mio avviso meritano, per quel poco che questo blog può fare, di essere 'rilanciati'.
Può trattarsi (preferibilmente) di racconti, ma anche di testimonianze, esperienze, riflessioni, che 'pro-vocano' e spingono a pensare. 
Sceglierò autori non mediaticamente famosi, ma blogger che mi pare abbiano qualcosa da dire. E naturalmente il criterio di scelta sarà del tutto soggettivo: ciò che in qualche modo mi piace presumo possa piacere anche ad altri...

Inizio con questo testo di Chiara Bottini, che ho sottratto dal suo blog.
Ringrazio per il furto la derubata. (mf)

° ° °

Un giorno, forse, ti chiederanno se sei come sembri.

Tu risponderai impettito: “..ma anche molto di più!” e strizzerai l’occhio, dando a intendere “se solo tu capissi, misero mortale, cosa vuol dire essere me”.

Poi, sempre molto forse, torneranno a dirti: “…no, non sei per niente come sembri e neanche molto di più: sei proprio un’altra cosa”.

Tu ti incazzerai moltissimo e quella convinzione del “non capisci un cazzo, misero mortale” crescerà dentro di te fino a persuaderti che nessuno, nessuno al mondo riesce a capire davvero come sei e neanche come sembri.

Poi, sempre molto, ma molto forse, inizierai a chiederti come sembri e come sei, senza, ovviamente, venirne a capo.

Da quel momento in poi, la schiera dei miseri-mortali-che-non-capiscono-un-cazzo si arricchirà di un nuovo adepto: tu stesso.

A quel punto, le cose si faranno parecchio dure perché l’identità è un aspetto troppo importante della propria porca vita.

Nel tentativo di tracciare un perimetro di autoconsapevolezza, scoperai molto, mangerai molto, fumerai molto, berrai molto, dirai tante parolacce, leggerai molto, ascolterai molta musica, accumulerai esperienze senza senso, ti infiammerai di roventi passioni, ti iscriverai a zumba o a giurisprudenza, andrai in India a trovare Romina, diventerai buddista, imparerai a suonare lo xilofono.

Terminato questo periodo di ricerca – vana – dell’essenza di te stesso, deciderai che non puoi essere trovato.

Trascorrerai gran parte della tua vita all’interno di questo stato d’animo, covando risentimento e paura, ma anche autocompiacimento perché, diciamocelo: gli sfuggenti acchiappano.

Per quello ti sorprenderà parecchio quando, forse, ma parecchio forse, incontrerai qualcuno che ti sta aspettando lì, dove tu stesso non sai come arrivare, dove tu stesso ti perdi, dove tu stesso hai decretato che è impossibile venirne a capo.

Se questo dovesse succedere, non importa quale sarà l’epilogo del vostro legame, tu non sarai mai più lo stesso e avrai imparato che, aldilà di come sembri e come sei, c’è un nucleo ancora più magmatico e profondo: dove coincidi.

Ecco, ci vediamo lì.

*** Chiara BOTTINI, Dove coincidi, blog 'quello che non vedi', 22 luglio 2015, qui

venerdì 3 luglio 2015

#LINK / Comunicare, riflettiamoci (Chiara Bottini)



E' sempre più rara.
La generosità.
Specie tra colleghi. Soprattutto consulenti. Soprattutto (sedicenti) formatori. 
Abituati spesso (non tutti, ma molti) a 'fottersi i materiali', cancellando autori e fonti per rivenderseli come propri.
Sì, avviene.
In particolare quando i colleghi hanno poco da dire e il loro dire sta tutto nei materiali che scopiazzano.

Dunque, quando la realtà offre casi positivi, va segnalata.
E quando i contenuti sono stimolanti e ben organizzati (in una parola: ci si trova di fronte a un 'ben fatto'), la segnalazione è ancora più obbligatoria.

Chi è interessato al tema e vuole visionare la settantina di slide di Chiara Bottini, non 'perderà' tempo. 
E gli verrà qualche pensiero. 
Che non gli farà male. (mf)

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, scrittrice, Se devo dire qualcosa, dirlo basta?, 72 slide, 'slideshare', corso 1-2 luglio 2015


LINK, set di 72 slide qui