Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giovani. Mostra tutti i post

martedì 7 marzo 2017

#SENZA_TAGLI / Lavoro, e i giovani? (Enrico Mentana)

Care forze politiche, quando finirete di azzannarvi sui padri e sui padrini potete anche cominciare a riflettere sui giovani? Ogni mese cerco di proporvi questo tema, in un contesto sociale e lavorativo che continua a essere cupo. Non solo. Ogni rilevamento statistico ci restituisce un quadro più difficile. Oggi l'Istat ci dice che 115mila cittadini italiani l'anno scorso hanno deciso di trasferirsi in un Paese estero, cancellandosi dalle nostre liste anagrafiche. Il loro numero cresce del 12,6% rispetto al 2015 ed è quasi triplicato in sei anni (40mila cancellati italiani nel 2010). Giovani soprattutto, ovvio. 

Incrociamo questo dato con quelli ben noti sull'occupazione giovanile, sul record negativo delle nascite, al lordo di 92mila nati da madri straniere, che è di 474mila (mai così poche in numeri assoluti dal 1936, quando però gli italiani erano 43 milioni), sul numero degli over 65, che sono 13 milioni e mezzo, il 22,3% della popolazione.

Nella dorsale dei lavori meno cercati dagli italiani abbiamo già una preponderanza di immigrati stranieri, e in totale gli abitanti non italiani sono 5 milioni 29mila su 60 milioni 579mila. 
E' un paese che sta lentamente appassendo, attratto dalla sua altissima aspettativa di vita, arrivata al record europeo di 80,6 per gli uomini e 85,1 delle donne. L'età media dei residenti è di 44,9 anni, ma in realtà è più alta, perché sconta l'abbassamento dovuto agli immigrati.

Care forze politiche, che volete fare?

*** Enrico MENTANA, giornalista, direttore TgLa7, 'facebook', 6 marzo 2017


In Mixtura altri contributi di Enrico Mentana qui

venerdì 18 novembre 2016

#MOSQUITO / Giovani, incoraggiarli verso il vero, bello, buono (Alessandro D'Avenia)

Abbiamo dato loro tutto per godere la vita, ma non abbiamo dato loro una ragione per viverla. Abbiamo scambiato la felicità con il benessere, i sogni con i consumi. 
Il risultato è una generazione spesso perduta in un deserto di noia, a caccia di oasi di senso, intrappolata in miraggi emotivi necessari a risarcire una profonda solitudine, non quella feconda del poeta che si allontana dal mondo per ritrovarsene poi più innamorato e arricchito, ma quella di chi si sente abbandonato da tutto e di cui io sono testimone quando raccolgo le confidenze di ragazzi che mi conoscono solo attraverso i miei scritti. Allora mi chiedo: ma accanto a loro non c’è nessuno che li osserva? Noto una tendenza alla resa nell’età fatta per l’eroismo; infatti quelli che non hanno ancora rinunciato a lottare sentono fortissimo il dolore di qualcosa che era loro dovuto ma che hanno perduto, senza sapere bene come: una sorta di smarrimento. Eppure questo dolore, se decidono di non ignorarlo o lasciarlo prosperare, è la loro salvezza perché acuisce la sete, le domande. 
Una volta un collega mi ha criticato dicendomi: “A scuola bisogna seminare dubbi, non certezze”. Non credo che a scuola l’alternativa sia tra dubbi e certezze, ma tra libertà e schiavitù. Non si tratta di seminare certezze, bensì di incoraggiare l’uso della libertà in direzione di ciò che è vero, bello e buono per ampliare il raggio d’azione del vero, del bello, del buono, le tre cose che rendono una vita appassionata e appassionante. E se non avessimo un minimo di certezze perché insegnare Shakespeare, Omero e Dante? Perché le leggi della fisica? Perché la vita delle stelle e delle cellule? Lo facciamo perché pensiamo che questo serva a orientarsi nel mondo, ad abitarlo, anche quando si fa inospitale.

*** Alessandro D'AVENIA, 1977, insegnante, scrittore, saggista, sceneggiatore, L'arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, Mondadori, 2016


In Mixtura altri 2 contributi di Alessandro D'Avenia qui

lunedì 19 settembre 2016

#RITAGLI / Giovani, cercate una vocazione (Philip Knight)

Ho costruito la mia vita attorno a un'idea pazza, a un sogno improbabile. Il successo è arrivato grazie alla determinazione, a un team che si è rivelato straordinario anche se lontano dai modelli insegnati nelle 'business school' e, soprattutto, grazie all'amore di noi tutti per lo sport. Ai ragazzi di oggi dico: lo so che trovare lavoro è diventato difficile, ma non vi accontentate di un impiego e nemmeno di una carriera. Cercate una vocazione.

[D: Facile a dirsi. Oggi gli studenti sono disorientati. Non solo per l'alta disoccupazione giovanile, ma anche perché il mercato del lavoro cambia di continuo: pochi sanno quello che vogliono veramente fare.
È vero. Rispetto ai miei tempi i ragazzi sono meglio preparati, più competenti. Le università sono migliori anche perché li spingono a completare la preparazione con esperienze aziendali e all'estero. Ma questi giovani sono anche più pessimisti. E rischiano atteggiamenti rinunciatari. Non mi preoccupo se uno studente a vent'anni non sa ancora cosa vuol fare della sua vita: il suo primo lavoro non sarà l'ultimo della sua carriera, è solo l'inizio di una ricerca. Ma devi cercare, esplorare il mondo e te stesso, indirizzare la tua passione: a trent'anni la tua strada deve essere segnata. 

*** Philip KNIGHT, 1938, dirigente statunitense, cofondatore e amministratore delegato di Nike, intervistato da Massimo Gaggi, "Cari ragazzi, lo so che trovare lavoro è difficile, ma non accontentatevi di un impiego o di una carriera, cercate una vocazione', 'Sette', 17 giugno 2016
https://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Knight

mercoledì 17 agosto 2016

#LINK / Un mondo di giovani, ma non per giovani (Roberto Barbieri)

È un mondo di giovani. Ma non è un mondo per giovani. Perché un mondo "per" giovani dovrebbe coniugare ogni azione, programma, investimento, al futuro. Ma la realtà è purtroppo un'altra. Opposta. Oggi nel mondo ci sono più giovani che in qualsiasi altro momento della storia: sono 1,8 miliardi quelli tra i 10 e i 24 anni. Eppure oltre 500 milioni di ragazzi tra i 15 e 24 anni vivono con meno di 2 dollari al giorno, e moltissimi di loro sono esclusi dai processi decisionali e sempre più esposti all'impatto delle crisi economiche.

È quanto emerge dal nuovo rapporto di Oxfam: "I giovani e la disuguaglianza: è tempo di rendere le nuove generazioni protagoniste del proprio futuro". (...)

*** Roberto BARBIERI, direttore generale Oxfam Italia, 'L'Huffington Post', Non è un mondo per giovani: c'è ancora tanto da fare per le nuove generazioni!, 16 agosto 2016

LINK articolo integrale qui

venerdì 8 luglio 2016

#MOSQUITO / Giovani, vanno pagati (Beppe Severgnini)

(...) Se un ragazzo, pur di trovare un'occupazione, è disposto a lavorare gratis e un datore di lavoro è ben contento di non pagarlo, state certi: il modo si trova. Al Salone del Libro di Torino, sperando d'essere utile ai lettori più giovani, ho elaborato la Regola Pippo. È un acronimo, formato dalle iniziali di cinque suggerimenti. Lavorare gratis si può, ma devono ricorrere queste condizioni. 
Per scelta - Rinunciare al compenso è una libera scelta; ma dev'essere libera davvero. Chi s'impegna nel volontariato lo sa. Se una ragazza ha bisogno di guadagnare e viene retribuita con vaghe promesse, non sceglie: subisce. Non è con gli incoraggiamenti e le pacche sulle spalle che si paga l'affitto.
Investimento Reciproco - Un ragazzo vuole capire se è adatto a un lavoro e se il lavoro è adatto a lui. Una nuova iniziativa ha bisogno di un periodo di rodaggio. Un gruppo di giovani si mettono insieme e decidono di non cercare subito un reddito. Si può lavorare gratis, in questi casi. È un modo di costruire il futuro. 
Persone Serie - Molte offerte di impiego gratuito arrivano da persone/organizzazioni poco serie. Gente con cui non si dovrebbe prendere neppure un cappuccino, figuriamoci lavorare. Come si capisce? Si capisce. Ma talvolta l'ansia di trovare qualcosa da fare è tale che non si vuol capire. 
Patti Chiari - Il periodo di prova non può allungarsi troppo: questo dev'esser chiaro da subito. È come per i fidanzamenti: ci si sposa o ci si lascia. Trasformare il provvisorio in definitivo può far comodo a qualcuno (di solito, a un maschio). Ma non conviene. 
Occasionalmente - Prestare la propria opera gratuitamente dev'essere, comunque, un'eccezione. Il datore di lavoro che trasforma l'eccezione nella regola non è una persona seria (vedi punto 3). È accaduto con lo stage. L'ho detto e l'ho scritto, lo ripeto: doveva essere un modo in cui le imprese aiutavano i ragazzi, è diventato un modo in cui i ragazzi aiutano le imprese. 

Riassumendo: lavorare gratis si può, ma solo quando lo dice Pippo. E Pippo aggiunge, se ascoltate bene: «Pagate sempre i ragazzi che lavorano per voi!». È corretto, lungimirante e opportuno. Fa bene all'autostima: di chi viene retribuito e di chi retribuisce. Vero, avvocato? 

*** Beppe SEVERGNINI, giornalista e saggista, Il primo dovere è pagare i giovani, ‘Corriere della Sera’, 23 maggio 2013.


In Mixtura altri 2 contributi di Beppe Severgnini qui

#VIDEO / Giovani, cultura generale


Interviste di cultura generale 2016
pubblicato da 'il milanese imbruttito', facebook, 7 luglio 2016
video 5min16

Interviste a giovani su temi di cultura generale: politica, storia, geografia...
Risposte desolanti. Ma forse non sorprendenti.
Anche questa è Italia... (mf)

sabato 5 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Giovani, futuri pensionati certamente sfigati (Chiara Bottini)

In questi giorni si parla molto del fatto che i nati negli anni 70-80 avranno, forse, una pensione da fame e non si sa bene come sopravviveranno alla dipartita dei propri genitori che, attualmente, li supportano con quei quattro spicci rimanenti dei loro risparmi.

Non è certo una problematica dei pensionati di lusso o degli ex parlamentari, ma di quelli come mia mamma, per esempio, che faceva l’insegnante e andò in pensione col minimo per dedicarsi alla famiglia che aveva bisogno di lei.

Ma questa è un’altra storia. Una storia che oggi vale meno di 900 euro.

Naturalmente, a 40 anni, rientro perfettamente nella categoria dei futuri (o attuali) sfigati, costretti a dare tutto per non avere niente e le mie sensazioni oscillano da un isterico “Paese di merda” a un più razionale “devo agire adesso per cambiare le cose e non trovarmi male se non dovessi crepare presto” a un delirante “machissenefrega, me ne andrò a Termini a fare la barbona, intanto mi sarò spesa tutto e avrò goduto la vita”.

Mentre selezionavo la posizione esistenziale adatta alle grandi occasioni, mi sono ricordata di uno dei miei tentativi di crearmi un cuscinetto economico per il futuro, terrorizzata da questa cosa che è il domani e fortemente intenzionata a capire come muovermi dentro una materia che è talmente tanto – troppo – per addetti ai lavori, da non lasciare alcun margine di comprensione REALE a un piccolo risparmiatore. Forse è questo che fa davvero paura: non riuscire a capire. Non trovare sollievo nelle informazioni, così terribilmente tecniche, sfaccettate, piene di vocaboli oscuri, non essere così fortunati da trovare chi possa consigliarci per il meglio, mettendoci in condizione di scegliere, provando, così, a ridurre la sensazione che non ce la faremo.

Quell’incontro, generò questo post, che ripropongo, con la sola finalità di farci una risata – amara – e trovare in noi stessi la forza di non avere paura. Almeno, non ancora.
« 
Allora, incontro un consulente per stipulare una pensione integrativa.
Il tenore di due ore di conversazione fu, più o meno, questo:
"Ormai, visto che avremo solo quello che ci capita, tocca prendere in mano la situazione e non aspettarsi il 12%, con investimento annuo, ma puntare a un onesto 3%, considerando che lo spread è sceso, ma non si può più mentire e parlare di investimento, ma bisogna parlare di risparmio vincolato che, a partire da 15 anni e con versamenti costanti, si recupera quell’un-per-cento che sarebbe addizionale Irpef, ma non viene più scaricato perché Renzi ha cambiato la legge, se, poi, consideri il prospetto – diapositiva di lui che mi sventola sotto il naso un prospetto simile a formiche a passeggio – vedi? vedi questa colonna? – io non vedo la colonna – questa significa che, quando il tasso si alzerà dello 0,75, il deposito, comunque non inciderà così tanto sulla somma finale. Poi, è chiaro che, se superi i 55 anni e pensi di riprenderli come rendita, va bene. Lo Stato dice che va bene. Certo, ipotizzando una svalutazione di due punti, non sarà mai come per i nostri genitori, ma dovremo considerare un tempo più lungo, tipo 65 anni, perché sei donna. Che ne pensi?"
»
Penso che stasera vado a mangiare al cinese.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, Più che futuri pensionati, attuali spaventati, 'linkedin.com/pulse', 3 dicembre 2015, qui 

In Mixtura altri 11 contributi di Chiara Bottini qui

mercoledì 16 settembre 2015

#RITAGLI / Giovani, a casa con i genitori (Luca Mastrantonio)

Giovani 25-34 anni che vivono in famiglia - Confronti
Eurostat, 27^ora, 'Corriere della Sera', 15 settembre 2015

(...) L’Europa del centro nord ha una media tra il 10 e il 15%, con Inghilterra, Germania e Francia, mentre i cosiddetti Pigs, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, viaggiano tra il 30 e il 50%. I Paesi con il numero più alto di giovani che vivono con i genitori sono a est, con la Slovacchia che segna un 56,6. Più di un giovane su due non si è ancora emancipato.

C’è una evidente corrispondenza con i dati macro economici di crescita. I giovani restano a casa nei Paesi dove il Pil è basso, dove la disoccupazione è più alta, dove il welfare statale langue ed è supplito, finché si può, da quello familiare. Pensioni e altre piccole entrate dei genitori.

Potrebbe offrire qualche spunto anche una lettura di tipo culturale-religioso, con i Paesi cattolici e ortodossi, rispetto a quelli protestanti, più inclini a trattenere, attirare o aiutare i giovani.  (...)

*** Luca MASTRANTONIO, giornalista, A casa con i genitori, 27^ ora, 'Corriere della Sera', 15 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

giovedì 13 agosto 2015

#RITAGLI / Giovani, no al lavoro e sì alle ferie (Amalia Signorelli)

Alcune notizie apparse sui giornali di agosto inducono perplessità. Operai occupati che si rifiutano di fare straordinari il giorno di Ferragosto; giovani disoccupati che accetterebbero un lavoro a patto che abbia inizio a settembre, perché “prima vogliono farsi le vacanze”.
Avevano ragione allora tutti coloro, Fornero in primis, che hanno accusato i giovani italiani di essere fannulloni, viziati, abituati a lavorare se e quando e come fa comodo a loro?
No, non credo che sia così semplice. (...)

Ci sono voluti alcuni anni e molto dolore perché fosse chiaro che non di flessibilità si trattava, ma di pura e semplice precarietà occupazionale di lavoratori sempre meno tutelati dalla legge nei loro diritti. Oggi, con una sorta di macabro umorismo, tutto questo è sancito per legge con il nome di “contratti a tempo indeterminato”.
Di fronte a questa situazione, è moralistico, se non addirittura stupido, pensare che l’unica cosa che non sia cambiata sia, soprattutto per i giovani, la concezione del lavoro, il modo di concepirlo e valorizzarlo. A fronte della precarietà strutturale, si pretenderebbe che i giovani amassero ancora il loro lavoro e si identificassero con esso come ai tempi in cui studio e lavoro erano duri ma efficienti ascensori sociali. E, comunque, essere un lavoratore significava avere, oltre il salario e una relativa sicurezza esistenziale, dignità, rispetto, considerazione, una rete di relazioni solidali, un posto nella società. La possibilità di pensare a costruirsi un futuro.
Oggi, ci si può identificare con un lavoro che puoi perdere tra sei mesi? Ci si può appassionare ad un’attività che tra un anno non sarà più tua? Ci si può impegnare a fare meglio un compito che può esserti tolto da un momento all’altro? O, paradossalmente, non è più saggio dirsi: “intanto posso andare in vacanza e ci vado e me la godo; poi…si vedrà”. Forse non è più saggio, ma sicuramente è una scelta migliore dal punto di vista dell’igiene mentale. Non fa bene a nessuno investire sistematicamente su scelte irrealizzabili e andare incontro, altrettanto sistematicamente, a cocenti delusioni. (...)

E i neoliberisti, come tanti scriteriati apprendisti stregoni con l’intento di migliorare la società mettendo in moto meccanismi che la peggiorano tragicamente, farebbero meglio a prendersela con se stessi.

*** Amalia SIGNORELLI, antropologa, saggista, Giovani: lavorare a Ferragosto? Meglio godersi le ferie, blog 'ilfattoquotidiano.it', 12 agosto 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Amalia Signorelli qui

#RITAGLI / Droghe, sballi, giovani e adulti (Michele Serra)

Una ragazza di sedici anni viene trovata morta su una spiaggia siciliana, di notte. I due amici che ne avevano segnalato il malore si sono poi dileguati.
Si collega a questa vicenda a quelle, recentissime, di due ragazzi stroncati da imprecisati intrugli chimici, o chimico-alcolici, in Romagna e in Puglia.
In realtà di queste morti sappiamo poco, così come sappiamo poco delle vite che le hanno precedute. E continuiamo a saperne poco anche quando l’autopsia o le indagini certificano che sì, è stata una morte per droga. C’è un momento della vita - l’adolescenza - illeggibile da chiunque non ne sia protagonista. Non che la lettura che ne danno gli stessi adolescenti sia molto più chiara o autorevole o credibile. (...)

Nell'impossibilità concreta di dire e di fare, in quattro e quattr'otto, qualcosa di sensato (ci sono terapeuti e psicologi che passano la vita a occuparsi di queste cose; e sono i primi a dire che non esistono ricette da spacciare), varrebbe forse la pena di farsi qualche domanda, più che sulle tare dell'adolescenza, su quelle della nostra vita sociale nel suo complesso. Per esempio sul dilagare pauroso delle dipendenze, tutte quante, ovvero l'incontrollata delega del proprio benessere, spesso anche della propria identità di persone, a sostanze o abitudini che diventano padrone incontrastate di milioni di vite: e non stiamo parlando solo dei ragazzini.
Le porcherie che girano ovunque, così capillarmente che parlare di "spacciatori" è una imprecisa scorciatoia giudiziaria per definire un traffico oramai anche del tutto amichevole, perfino di cortesia, dicono che l'argine della diffidenza verso gli eccessi è travolto da tempo. La misura e la cura di sé sono le sole possibilità di scampo e di guarigione che la società adulta potrebbe offrire ai più giovani, se non come valore assoluto, almeno come metodo alternativo all'ingordigia e all'indigestione (di tutto) come regola. Il bagordo è una tentazione di tutte le giovinezze, un rito di iniziazione. Se diventa diffusa abitudine di tutte le sere, o quasi, di tutti i locali, o quasi, il bagordo è solo imitazione del consumo compulsivo di qualunque cosa, a qualunque scopo, in qualunque situazione, che segna il ritmo della vita quotidiana.
Imparare a bastarsi, a stare bene con se stessi e magari stare bene con poco: anche questo significa diventare grandi. I famosi "no" che fanno crescere non sono tanto quelli che i genitori dicono, o dovrebbero dire, ai figli; sono quelli che ognuno di noi deve imparare a dire a se stesso per essere più libero e autonomo. Difficile avvicinarsi alla morte di questi poveri figlioli con le parole giuste, se già nella propria vita di adulto sfugge la giusta misura, l'indipendenza da sostanze, abitudini, ossessioni.

*** Michele SERRA, giornalista e scrittore, estratto da Gli sconosciuti, 'la Repubblica', 11 agosto 2015.

Sempre in Mixtura, altri 9 contributi di Michele Serra qui 

martedì 11 agosto 2015

#RITAGLI / Giovani, il rito iniziatico dello 'sballo' (Gustavo Pietropolli Charmet)

[D: Professore, da giorni si parla di "cultura dello sballo". È un termine accettabile scientificamente? E che differenze ci sono con le emergenze-droga dagli Anni 70 in poi?]
«Sì, è una cultura che merita questo termine umile e mortificante e indica uno scenario nuovo, diverso da quelli precedenti della "cultura del buco" e "della canna". La generazione che assumeva eroina lo faceva attraverso la siringa in un clima funebre, disperato, che finiva per portare in prigione o alla comunità di recupero. Poi è arrivata la generazione dei cannabinoidi, che fuma in un clima allegro pieno di risate e amicizia. Non muore nessuno né tendenzialmente si finisce in prigione. Si crea dipendenza dal gruppo, che risolve all'adolescente quelle calamità che sono per lui la solitudine e la noia. Naturalmente i danni ci sono perché il fumo impedisce radicalmente di studiare e pensare».

[D: E lo 'sballo', psicologicamente, cos'è?]
«Rappresenta il bisogno che certi ragazzi hanno di un rito iniziatico, di passaggio da utenti di canna e birretta a "eroi" che osano l'inosabile. Solo così si entra nel gruppo dei più grandi che l'hanno sperimentato. Come tutti i riti iniziatici è crudele e tutti sanno che qualcuno non ce la farà e rimarrà mutilato o morirà. Quindi per affrontare il rito ci vogliono luci psichedeliche, musica assordante che penetra il corpo e lo fa vibrare, e poi la danza corale, mistica per ore e ore. Ecco, in questo clima, la proposta di osare l'inosabile e di rischiare può avere un effetto suggestivo su ragazzi tentati da tutto ciò. È come accettare di fare bungee jumping senza elastico».

[D: Lei parla di riti e discoteche come templi con i loro sacerdoti e la loro mistica. Non sarà che aver tolto il sacro dalla vita dei giovani lo fa cercare sotto altre forme?
Certamente, ci sono tante cose che sono state eliminate oltre alla dimensione del sacro, il senso del limite, l'autorevolezza del padre, istituzioni che fungevano da baluardo rispetto alla follia e alla morte. Con l'abolizione dei riti iniziatici i ragazzi non sanno più a che punto sono della scala gerarchica. Persino il fidanzamento, con le sue promesse e i suoi anellini serviva a marcare l'assunzione di un impegno. Ne sorridiamo ma sono cambiamenti che non è possibile rimangano senza sostituzioni simboliche».

[D: Il "gruppo": sono più complici che amici?]
«I ragazzi ogni giorno sono sdraiati sul gruppo per ore, e con quello prendono le decisioni importanti e rischiose. Poi verso sera compare l'adulto...»

[D: Che possono fare i genitori?]
«Molto. Se sono poco presenti non svolgono la loro funzione protettiva. Ho parlato con ragazzini che hanno detto di no a un amico che gli voleva .far provare una canna. Dicevano che gli veniva in mente la faccia del papà che prima di uscire si raccomandava con sguardo d'intesa. Non è questione di regole, ma di relazione; se c'è, il ragazzo la rispetta e si rispetta. Ed è meno dipendente dal gruppo».

*** Gustavo PIETROPOLLI CHARMET, psicoterapeuta, esperto di problemi degli adolescenti, intervistato da Sara Ricotta Voza, «Per i giovani è un rito dal sapore iniziatico», 'La Stampa', 6 agosto 2015.

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Gustavo Pietropolli Charmet qui

domenica 31 maggio 2015

#TAVOLE #LINK #LAVORO / Italia, non è certo un paese per giovani


da 'la Repubblica', 28 maggio 2015

*** Luisa GRION, L'Ocse boccia l'Italia: "E' agli ultimi posti per giovani disoccupati istruiti e competenti", 'la Repubblica', 28 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

Forse c'è chi 'gufa'. 
Ma la realtà è 'dura'. E fa semplicemente la realtà.
I numeri, se non sono tutto, qualcosa dicono.
In questo caso, qualcosa è praticamente tutto.. (mf)

venerdì 29 maggio 2015

#RITAGLI #LINK #SOCIETA' / Giappone, i giovani si suicidano (Pio d'Emilia)

Per il terzo anno consecutivo, esattamente da quando il numero totale ha cominciato a calare, il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani giapponesi compresi nella fascia d’età tra i 15 ed i 24 anni. Si tratta di un “record”, se così vogliamo chiamarlo, assoluto: in tutti gli altri paesi del mondo industrializzato i giovani di quell’età perdono la vita per un’altra causa, gli incidenti stradali. (...)

Mentre il numero complessivo dei suicidi è calato, negli ultimi tre anni, da 40 a 31 ogni 100 mila abitanti, quello relativo ai giovani è balzato da 14 a 23, un aumento pari quasi al 50%. E non pensiate che c’entri Fukushima e la relativa emergenza nucleare. Anche in quella “zona” i suicidi purtroppo ci sono, ma riguardano soprattutto gli anziani. Non i giovani, che da quella zona maledetta se ne sono già andati e, purtroppo per loro, probabilmente mai ci ritorneranno.

Ma perché – aldilà del contesto etico che in un Giappone “laico”  considera il suicidio un’opzione più che accettabile   – i giovani giapponesi si tolgono la vita? Il fenomeno, che anziché essere pubblicamente discusso continua ad essere volutamente sottovalutato (sia a livello governativo che scolastico e familiare) era stato previsto già qualche anno fa da Noritoshi Furuichi, un autorevole sociologo la cui parabola mediatica è stata inversamente proporzionale al suo successo editoriale. Quando nessuno lo conosceva, lo si vedeva sempre in tv, poi, appena pubblicato il suo controverso saggio Zetsubo no kuni no kofuku na wakamonotachi (“La gioventù felice di un paese disperato”) è sparito. Ma quello che ha scritto nell’oramai “lontano” 2011, resta drammaticamente attuale. 
«I nostri giovani sono tra i più felici al mondo. Mai stati così felici. Non troveranno, anche se pochi lo sanno e se ne preoccupano,  mai più un lavoro fisso, né potranno contare su una pensione. Ma se ne fregano. Iperprotetti dalla ricchezza accumulata dai loro genitori e dai loro sensi di colpa che ne hanno allentato, fino ad eliminare, ogni tentativo di imporre una leadership etica e morale, facilitati dalla deflazione che rende facilmente accessibile cibo, vestiario e divertimenti vari, e immersi nel mondo virtuale di internet che soddisfa, senza esporli a rischi che non vogliono e non potrebbero sopportare, ogni esigenza di “intrattenimento”  passivo, arrivano al capolinea più in fretta dei loro coetanei nelle altre parti del mondo. Molti si fermano. Molti  cercano di tornare indietro. Ma molti si tolgono la vita». (...)

*** Pio d'EMILIA, giornalista ed esperto di Giappone, Giappone, suicidi prima causa di morte tra under 24: ‘Giovani soli e abbandonati’, blog 'ilfattoquotidiano.it', 28 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

martedì 12 maggio 2015

#LINK #IMPRESA&SOCIETA' / Giovani, altro che 'soft skills' (Sandro Catani)

... sono rimasto colpito da alcuni articoli apparsi sul Corriere della sera per la presentazione del libro La ricreazione è finita di Roger Abravanel e Luca D’Agnese. 
La diagnosi degli autori e di autorevoli esponenti  dell’economia è così riassunta: “La disoccupazione giovanile nel nostro paese ha cause ben più profonde e lontane della crisi economica. I ragazzi italiani non sono preparati al lavoro del ventunesimo secolo. E la scuola e l’università, con poche eccezioni, non riescono a insegnarlo”. 
Per risolvere il problema viene offerta la terapia delle cosiddette soft skill: “Meglio che i giovani acquisiscano approccio ai problemi, capacità di comunicare, intraprendenza piuttosto che imparare un mestiere, perché le aziende preferiscono essere loro ad insegnarne uno”.
A parte il titolo infelice (credo che i giovani non si siano accorti della festa!), le tesi del libro appaiono sbagliate nel merito e scorrette nei principi. A credere agli economisti, alla Bce, al governo, la storia è diversa: sono la mancanza di investimenti e consumi a generare disoccupazione. Una miopia cui si aggiunge una visione riduttiva della scuola e della sua funzione di apprendimento per le persone e i cittadini, accanto e dopo quella di preparazione al lavoro.

*** Sandro CATANI, consulente e saggista, Giovani, altro che soft skill. Meglio che si costruiscano un mestiere, blog 'ilfattoquotidiano.it', 10 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 3 maggio 2015

#RITAGLI / Giovani schizzinosi? Troppo poco (Curzio Maltese)

L'anziano avventore del bar del Gianicolo dove vado a fare colazione è davvero scandalizzato dalla notizia di questi giovani sfaticati che in tempi di crisi dura hanno rifiutato uno stipendio di 1.300 euro per lavorare
all'Expo. Mi chiede sconsolato come andremo a finire. Malissimo, provo a spiegargli, perché ormai la guerra dei clic su internet ha distrutto il giornalismo serio. La notizia è una bufala, una delle tante in rete che hanno successo perché confermano i luoghi comuni diffusi, e quindi arrivano subito ai telegiornali e sono commentate al volo dai moralisti un tanto al chilo. Aldo Grasso per esempio. Prima che si capisca che, appunto, si tratta di bufale.
Contratti alla mano, i giovani sfaticati e choosy hanno poi dimostrato che il compenso offerto per i sei mesi all'Expo era di 500 euro al mese, compresi sabati e domeniche, senza vitto e senza abbonamento ai mezzi pubblici per arrivare sul posto di lavoro, e quindi hanno rinunciato in realtà a un guadagno di circa 150 euro, che diviso trenta fa 5 euro al giorno, molto meno del salario minimo orario in Germania (8,5 euro).
All'anziano avventore, come ai moralisti e a un sacco di gente, piace però credere che i giovani italiani siano disoccupati per mancanza di voglia di lavorare. È dunque perfettamente inutile controbattere con dati seri, citare magari il fatto che l'Italia è uno dei Paesi più condannati per il precariato giovanile, in violazione delle norme, dalle corti di giustizia europee. Tutte storie.
Il problema dei giovani in Italia è al contrario che sono troppo poco schizzinosi. Accettano lavori pessimi, contratti irregolari, stipendi da fame, non pretendono di fare un lavoro adeguato al livello di studio. In un divertente film, Smetto quando voglio, i giovani si presentano agli annunci simulando un eloquio sgrammaticato per non farsi scoprire laureati. (...)

*** Curzio MALTESE, giornalista, saggista, deputato europeo della Lista Tsipras, I giovani in cerca di lavoro sono troppo schizzinosi? Errore, lo sono troppo poco, estratto, 'Il Venerdì di Repubblica', 1 maggio 2015).

lunedì 27 aprile 2015

#LINK #IMPRESA & SOCIETA' / I bamboccioni dell'Expo non sono bamboccioni (Osvaldo Danzi)

« (...) I candidati, che tutto sembrano fuorché bamboccioni, hanno le idee molto chiare: un lavoro degno di questo nome avviene con una contrattazione chiara, una retribuzione corretta e quanto meno con un processo di selezione preciso e di qualità. Essere impegnati per sei mesi a 570 euro con una disponibilità pressoché totale, preclude la possibilità di cercare un qualsiasi altro lavoro, di sostenere colloqui, di trovare qualcosa di definitivo e soprattutto dignitoso. E questo lo sa un qualsiasi neodiplomato. (...)
Tutti, nessuno escluso, dei candidati intervistati, hanno parlato di modalità di selezione improvvisate, di informazioni carenti e di troppi omissis, di un primo contatto a ottobre e la chiamata ad aprile. Nel mezzo il silenzio. (...)

*** Osvaldo DANZI, head hunter e recruiter, fondatore della community FiordiRisorse, I bamboccioni di Expo 2015 insegnano ai 'leader di settore', 'il giornale digitale', 26 aprile 2015
LINK, articolo integrale qui

giovedì 23 aprile 2015

#VIDEO #SOCIETA' #SPILLI / 25 aprile, che ne sanno i giovani? (E. Giovannini, M. Ferrario)


Cosa sanno i giovani del 25 aprile, festa della Liberazione?
servizio di Eva Giovannini, Ballarò, Rai3, 21 aprile 2015
video, 3min18

«Cosa sanno i giovani del 25 aprile?».
La domanda è retorica. Perché la risposta, come si sa anche senza rivolgerla, non può che essere disarmante. 
Deprimente. 
E per nulla incredibile, purtroppo.
Potremmo allora chiederci cosa noi, adulti, abbiamo fatto, o facciamo, perché la risposta sia diversa.
Ma sarebbe, anche questa, una domanda retorica. 
Certo, nel vedere questi giovani (giovani: non bambini alle elementari), che ignorano totalmente una data tanto fondamentale nella storia della Repubblica o che, quando vengono informati, svalutano o minimizzano questa festa rispetto ad altre, avendo perfino il coraggio, incosciente, di dire che «il fascismo dipende, da come viene interpretato», qualche (sana) reazione aggressiva anche nei loro confronti sarebbe giustificata. 
Hanno l'età per essere responsabili di se stessi. E della loro ignoranza. 
Hanno l'età non solo per ricevere informazioni che qualcuno gli debba elargire, ma anche per andarsele a cercare per conto loro. 
E se non lo fanno, non si possono solo tirare in ballo le colpe (che pure esistono) degli adulti: la scuola, i genitori. 
Strumenti per sapere abbondano. Non solo attorno a noi: siamo dentro un flusso continuo di informazioni. E sono pure gratuite. 
Basta volere.
Quindi il non sapere, il disinteresse, l'indifferenza, l'inconsapevolezza stupida e beota sono una scelta. Di giovani e adulti. Di una intera società. 
Che nega se stessa, essendo disinteressata ad essere società. Avendo deciso di fermarsi ad una semplice somma di individui, in cui ognuno pensa e guarda a se stesso. 
E già 'pensare' è una parola grossa. E 'guardare' è un verbo sprecato, così confinato, in via esclusiva e in modo compiaciuto, al proprio ombelico.
Non meravigliamoci se la democrazia è allo stato in cui è. Se non provvederemo, partoriremo un futuro ancora peggiore. 
Non lo dicono i cosiddetti gufi. Ce lo gridano in faccia questi giovani intervistati. 
Ignari di chi è morto anche per loro.
Senza retorica. Soltanto fatti. (mf)

martedì 24 marzo 2015

#SPILLI / Imprese e neolaureati (M. Ferrario)

E' notizia di qualche mese fa. 
Articolo di Gloria Riva, Lavoro, "cercasi giovani laureati". Ma nessuno si presenta, 'L'Espresso', 15 dicembre 2014. 
Sottotitolo: Un contratto di apprendistato da 22 mila euro l'anno, auto, telefono e altri benefit non trova candidati. Le società di selezione: "Non c'è corrispondenza tra domanda e offerta". E migliaia di posti di lavoro rimangono vuoti 

Non ho dati specifici e sto a quanto leggo. Ma se le cose stanno come è scritto, con la disoccupazione giovanile a oltre il 40%, forse qualcosa urgerebbe venisse fatta.
Sì, d'accordo, oggi è entrato in vigore il tanto decantato Jobs Act. Ma mi pare che l'articolo tocchi una questione che va al di là della tipologia del contratto di lavoro offerto: precario o 'a tutele crescenti'.
Perché forse il tema chiave riguarda il lavoro in sé: il lavoro che viene proposto e non viene accettato.
Magari sarebbe utile una duplice riflessione.
Dalle aziende, sulle 'posizioni' per cui stanno facendo ricerca: la loro natura, la loro specifica 'reputazione' pubblica.
E dai giovani disoccupati. 

Le prime, magari, almeno nel caso di posizioni di taglio più commerciale, potrebbero agire sull'immagine, spesso squalificata, di 'venditore'. 
Un'immagine che naturalmente non si cambia cambiando il nome con operazioni cosmetiche manipolative (la terminologia inglese in proposito si è esaurita da tempo...), ma cambiando, in molti casi, la 'sostanza' richiesta. Facendo cioè chiaramente capire a candidati ancora inesperti che la 'volpinaggine' di chi cerca di intortare il cliente e l'aggressività di chi si affida al 'piedino introdotto nella porta' non fanno parte della politica di vendita dell'azienda che sta cercando personale. Potrebbe funzionare da rassicurazione importante. E servirebbe a insegnare che il mestiere di venditore, se svolto in modo serio, è un mestiere serio. 

E i secondi, i giovani neolaureati (almeno quelli, se esistono davvero, che si permettono di rifiutare, in momenti come questi, opportunità di lavoro), dovrebbero darsi una mossa. 
Se no, poi, non possono lamentarsi (ripeto: questi che rifiutano) se qualcuno gli dà dei 'bamboccioni'. Magari protetti (e castrati) da una mamma che continua a rifargli il letto, a viziarli in cucina e a passargli la paghetta mensile. 

Insisterei però a responsabilizzare, più di quanto avvenga, le aziende. 
Forse il cambio è semplice. Anche se, appunto per questo, difficilissimo. 
Proprio per il profondo rispetto che ho per il mestiere di chi 'vende' (se svolto come si dovrebbe), credo che aziende, e venditori stessi, al di là dei seminari e dei manuali che da una vita insegnano (o fingono di insegnare) uno stile di ascolto e attenzione ai bisogni del cliente (la denominazione di 'venditore-consulente' risale a parecchi lustri fa), debbano forse riflettere su quanto invece ancora si affermi, nella pratica, un comportamento tutto all'opposto: che mescola aggressività e furbizia, invasività e orientamento a 'chiudere' l'ordine in qualunque modo, focus assoluto sul brevissimo e presa in considerazione solo dei risultati quantitativi. 
Perché se l'immaginario del mestiere non è dei migliori, qualcosa vorrà pur significare. 
A meno di prendere la comoda fuga, deresponsabilizzante e vittimistica, che attribuisce sempre ad altri le nostre responsabilità. 
L'analisi di realtà, tuttavia, ci dice che in genere siamo noi che complottiamo contro noi stessi. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

domenica 22 marzo 2015

#EX LIBRIS / Generazioni vecchie e giovani (A. Gramsci)

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto.
Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.
Fare il deserto per emergere e distinguersi.
Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.
Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.
Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”
*** Antonio GRAMSCI, 1891-1937, filosofo, politico, giornalista, Quaderni del carcere, 1948, Costruttori di soffitte, in Passato e presente, Einaudi, 1971

Nel succedersi delle generazioni (e in quanto ogni generazione esprime la mentalità di un’epoca storica) può avvenire che si abbia una generazione anziana dalle idee antiquate e una generazione giovane dalle idee infantili, che cioè manchi l’anello storico intermedio, la generazione che abbia potuto educare i giovani.
Tutto ciò è relativo, s’intende.
Questo anello intermedio non manca mai del tutto, ma può essere molto debole «quantitativamente» e quindi materialmente nell’impossibilità di sostenere il suo compito.
Ancora: ciò può avvenire per un gruppo sociale e non per un altro.
Nei gruppi subalterni il fenomeno si verifica più spesso e in modo più grave, per la difficoltà, insita nell’essere «subalterno», di una continuità organica dei ceti intellettuali dirigenti e per il fatto che per i pochi elementi che possono esistere all’altezza dell’epoca storica è difficile organizzare ciò che gli americani chiamano trust dei cervelli.
*** Antonio GRAMSCI, 1891-1937, filosofo, politico, giornalista, Quaderni del carcere, 1948, Vecchi e giovani, in Passato e presente, Einaudi, 1971


Il mio stato d'animo è tale che se anche fossi condannato a morte, continuerei a essere tranquillo e anche la sera prima dell'esecuziuone magari studierei una lezione di lingua cinese per non cadere più in quegli stati d'animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l'intelligenza e ottimista con la volontà (19.12.29)

mercoledì 18 febbraio 2015

#CASI FORMATIVI #IMPRESA / Il rapporto con i giovani (Il caso Negrini-Doddi)

Si tratta di un caso-culto, per la forza della tematica trattata e per il particolare stile di relazione evidenziato da Capo e Collaboratore, analizzabile secondo più ottiche. 
Nonostante la sua datazione non recente, è tuttora discusso, anche negli Usa, in contesti di formazione di base, pure universitari. 
Per quanto mi concerne, ho usato questo stimolo in parecchie situazioni, producendo reazioni coinvolte e scambi assai produttivi, che hanno permesso di riflettere sui rischi e gli errori della comunicazione e su come produrre una relazione efficace. 
Tra l'altro il materiale si presta bene a toccare il tema, sempre più critico e discusso (al di là, purtroppo della moda) del coaching.

° ° °

Riccardo Doddi, 28 anni, laureato in fisica, lavora da un anno come ricercatore al Centro Sperimentale Italiano.
Suo capo diretto è Fabio Negrini, 45 anni, direttore del Laboratorio Prove Tecniche, entrato al Centro subito dopo aver conseguito la laurea in ingegneria elettronica.