Di queste sue sensazioni, naturalmente, non fa cenno al maresciallo Amadori. Se gli parlasse di suggestioni, o anche solo d’intuito, che nel mestiere dell’investigatore è importante quanto gli indizi, il giovanotto si metterebbe a ridere. «Basiamoci sui fatti» gli direbbe. Come gli hanno insegnato alla scuola sottufficiali. Ma sono fatti anche le idee, quando hanno un riscontro nella realtà.
*** Francesco GUCCINI, 1940, cantautore e scrittore, Loriano MACCHIAVELLI, 1934, scrittore, Tango e gli altri, Mondadori, 2014
La stanza ad Indianapolis è buia ma ricordo ricordo il tuono e il pubblico e un universo sordo poi che mi vien da ridere e faccio per alzarmi che oggi devo correre e sto facendo tardi poi che mi guardo e vedo ma ci son le stelle fuori e un mare di colori E se non potrò correre e nemmeno camminare imparerò a volare imparerò a volare Se partirai per Itaca ti aspetta un lungo viaggio un mare che ti spazza via i remi del coraggio la vela che si strappa e il cielo in tutto il suo furore però per navigare solo ragazzo, basta il cuore qui si tratta di vivere non di arrivare primo e al diavolo il destino E se non potrai correre e nemmeno camminare ti insegnerò a volare ti insegnerò a volare Mica si dice inverno se vien giù quel po' di neve mica finisce il giorno se di notte il sogno è breve questa vita è una donna che ti ama come sei questa vita è un amore che non ti tradisce mai questo venire al mondo è stato un gran colpo di culo pensa se non nascevi E se non potrai correre e nemmeno camminare ti insegnerò a volare ti insegnerò a volare Mica son le stelle a farlo e i santi men che meno te lo fai tu il destino e se non potrai correre e nemmeno camminare ti insegnerò a volare ti insegnerò a volare
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Così il cantautore Francesco Guccini, che ha incontrato il pubblico alla Scuola Normale di Pisa in occasione della presentazione del suo libro "Canzoni", risponde alle domande dei giornalisti sull'attualità politica.
"Adolfo (Hitler, ndr) fu eletto dal popolo, e quando sento dire la frase 'sono stato eletto da 60 milioni di italiani' mi sembra un po' pericolosa", aggiunge Guccini che lancia anche un appello ai giovani: "Leggete, leggete, leggete".
Porta Romana bella, porta Romana, ci stan le ragazzine che te la danno, ci stan le ragazzine che te la danno: prima la buonasera e poi la mano. E gettami giù la giacca ed il coltello che voglio vendicare il mio fratello, e voglio vendicare il mio fratello, e gettami giù la giacca ed il coltello. La via a San Vittore l'è tuta sasi, l'ho fatta l'altra sera a pugni e schiaffi. L'ho fatta l'altra sera a pugni e schiaffi. la via a San Vittore l'è tuta sasi. La via Filangeri l'è un gran serraglio, la bestia più feroce l'è 'l commissario. La bestia più feroce l'è 'l commissario, la via Filangeri l'è un gran serraglio. In via Filangeri gh'é una campana: 'gni volta che la sona l'è 'na cundana. 'Gni volta che la sona l'è 'na cundana, in via Filangeri gh'é una campana. Prima faceva il ladro e poi la spia, e adesso è delegato di Polizia. E adesso è delegato di Polizia, prima faceva il ladro e poi la spia. O luna che rischiari le quattro mura: rischiara la mia cella ch'è tanto scura, rischiara la mia cella ch'è tetra e nera; la gioventù più bella morì in galera. O luna, luna, luna che fai la spia: bacia la donna d'altri, ma non la mia. Amore, amore, amore, amore un corno, di giorno mangio e bevo, di notte dormo. Ci sono tre parole in fondo al cuore: la gioventù, la mamma ed il primo amore. La gioventù la passa, la mamma muore e restet cume un pirla col primo amore. Porta Romana bella, porta Romana, ci stan le ragazzine che te la danno, ci stan le ragazzine che te la danno: prima la buonasera e poi la mano. In Mixtura i contributi di Lucio Dalla qui In Mixtura i contributi di Francesco Guccini qui In Mixtura i contributi di Roberto Vecchioni qui In Mixtura ark #Musiche&Testi qui
Nell'anno Novantanove di nostra vita io, Francesco Guccini, eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita e soprattutto perché so di non sapere niente, io, chierico vagante, bandito di strada, io, non artista, solo piccolo baccelliere, perché, per colpa d'altri, vada come vada, a volte mi vergogno di fare il mio mestiere, io dico addio a tutte le vostre cazzate infinite, a riflettori e paillettes delle televisioni, alle urla scomposte di politicanti professionisti, a quelle vostre glorie vuote da coglioni... E dico addio al mondo inventato del villaggio globale, alle diete per mantenersi in forma smagliante a chi parla sempre di un futuro trionfale e ad ogni impresa di questo secolo trionfante, alle magie di moda delle religioni orientali che da noi nascondono soltanto vuoti di pensiero, ai personaggi cicaleggianti dei talk-show che squittiscono ad ogni ora un nuovo "vero" alle futilità pettegole sui calciatori miliardari, alle loro modelle senza umanità alle sempiterne belle in gara sui calendari, a chi dimentica o ignora l'umiltà... Io, figlio d'una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, io, tirato su a castagne ed ad erba spagna, io, sempre un momento fa campagnolo inurbato, due soldi d'elementari ed uno d'università, ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà... Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito, a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia o sceglie a caso per i tiramenti del momento curando però sempre di riempirsi la pancia e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati, ai ceroni ed ai parrucchini per signore, alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati, al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore, a chi si dichiara di sinistra e democratico però è amico di tutti perché non si sa mai, e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico ed è anche fondamentalista per evitare guai a questo orizzonte di affaristi e d'imbroglioni fatto di nebbia, pieno di sembrare, ricolmo di nani, ballerine e canzoni, di lotterie, l'unica fede il cui sperare... Nell'anno Novantanove di nostra vita io, giullare da niente, ma indignato, anch'io qui canto con parola sfinita, con un ruggito che diventa belato, ma a te dedico queste parole da poco che sottendono solo un vizio antico sperando però che tu non le prenda come un gioco, tu, ipocrita uditore, mio simile... mio amico...
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Per delle strane combinazioni. Lessi le memorie bolognesi di Romolo Bianconi, un lavoratore che raccontando la sua vita scrisse di un ferroviere anarchico, Pietro Rigosi, cui avevano amputato una gamba che decise di impadronirsi di un treno per farlo saltare. Fu una ballata, contro le ingiustizie sociali, che scrissi in mezz' ora. Arrivai alla fine e mi accorsi che mancava l' ultima e la prima strofa: "Non so che viso avesse e neppure come si chiamava...". In quel periodo cominciai a cantarla alla Osteria delle Dame.
[D: È stata una canzone emblema che ti ha identificato con il Sessantotto. Che giudizio dai di quel momento?]
Per me è stato un periodo positivo. Sono cambiate molte cose, a cominciare nei rapporti tra i due sessi. Penso che il '68 ha trasformato la società.
[D: Migliorandola?]
In certe cose sì, in altre no. Se penso alla scuola e all'università vedo i disastri che la morte del merito ha provocato. Non ci siamo ancora ripresi.
*** Francesco GUCCINI, cantautore, scrittore, intervistato da Antonio Gnoli,"Ho smesso di cantare perché non ho più niente da dire", 'la Repubblica', 29 dicembre 2017, qui
Vedi cara, è difficile a spiegare, è difficile parlare dei fantasmi di una mente. Vedi cara, tutto quel che posso dire è che cambio un po' ogni giorno, è che sono differente. Vedi cara, certe volte sono in cielo come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà. Vedi cara, è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già... Vedi cara, certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire. Vedi cara certi giorni sono un anno, certe frasi sono un niente che non serve più sentire. Vedi cara le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà. Vedi cara è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già... Non capisci quando cerco in una sera un mistero d' atmosfera che è difficile afferrare, quando rido senza muovere il mio viso, quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare, quando sogno dietro a frasi di canzoni, dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà... Vedi cara è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già... Non rimpiango tutto quello che mi hai dato che son io che l'ho creato e potrei rifarlo ora, anche se tutto il mio tempo con te non dimentico perchè questo tempo dura ancora. Non cercare in un viso la ragione, in un nome la passione che lontano ora mi fa. Vedi cara è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già... Tu sei molto, anche se non sei abbastanza, e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi, tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco, tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi. Io cerco ancora e così non spaventarti quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua! Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa. Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo o libertà... Vedi cara è difficile a spiegare, è difficile capire se non hai capito già...
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Ho nostalgia solo per quel che non si può più fare. Cammino bene, ma non come una volta, a quarant’anni sei più agile, me lo concederai? Ascolta: un mio amico più vecchio di me, a settant’anni si sentiva in forma smagliante, era sereno, felice, forte. Vado a fare un giro in centro, dice. In autobus c’era una bella ragazza che lo guardava, lui emozionato. Lei gli fa: “Prego si accomodi” mentre si alza. È crollato.
*** Francesco GUCCINI, 1940, cantautore e scrittore, intervistato da Tony Jop, ‘l’Unità’, 14 giugno 2010
«La mia è una visione romantica, la canzone nasce da incontri strani. In un diario di ex operai del Bolognese dell’800 avevo trovato la storia di questo Pietro Rigosi che arrivato in officina si impadronisce di una locomotiva e si dirige a velocità folle verso Bologna. Deviata su un binario morto, si schiantò contro carri merci fermi. Sbalzato dall’abitato, Rigosi sopravvisse ma non disse mai i perché. Il mio vicino di casa Mignani mi spiegò che era stato un gesto anarchico. Conoscevo uno del circolo anarchico di Carpi e parlandoci mi è venuta voglia di scrivere una canzone in stile Pietro Gori. Non ho mai scritto così veloce, ci ho messo mezz’ora. Scrivevo e prendevo appunti, e l’inizio mi è venuto per ultimo. Il musicologo Roberto Leydi definì La Locomotiva la più bella canzone popolare del Dopoguerra».
Uscì nel ‘72, in Radici.
Guccini che canta quella locomotiva «lanciata a bomba contro l’ingiustizia» ora ricorda: «Ai concerti la cantavo per ultima, ma sei volte più veloce».
Poi racconta anche, divertito, di certi fans catturati anche a colpi di Locomotiva: «Renzi ha detto che sono il suo cantautore preferito, ma non ne ho colpa»
(da Marinella Venegoni, Guccini: questa la verità sulla mia “Locomotiva”. Il cantautore alle celebrazioni dei 150 anni della nascita dell’anarchico Gori: «Ne ho dato una visione romantica», 'La Stampa', 11 gennaio 2015)