domenica 13 settembre 2026

#FAVOLE & RACCONTI / Quando Eco riecheggia il karma (Massimo Ferrario)

Il nonno e il nipotino Leo stanno camminando su un sentiero lungo una montagna che dà su una grande vallata. A un certo punto la valle si restringe e entrano in una gola. Forse anche perché la luce diminuisce e il panorama diventa tutto più cupo, il bambino, sempre più intento a guardarsi in giro con un filo di preoccupazione, non vede un grosso ramo intrecciato che attraversa il viottolo davanti a lui e inciampa. Cade e non riesce a trattenere un grido: «Ahia!». Mentre il nonno subito interviene per capire se il nipotino si è fatto male, dalla valle si sente tornare una voce che imita il lamento del bambino. «Ahiaaa!». 
Leo si è già rialzato e si sta guardando il ginocchio, appena un po’ graffiato: non capisce da dove arrivi la voce che gli rifà il verso. «Ma chi sei?», urla. La risposta che riceve è la sua domanda: «chi seiii?». 
Il bambino, sempre più sorpreso, si arrabbia. «Rispondimi!». E la voce di rimando «rispondimiii!». 
Poi: «Ma mi prendi in giro?». E la voce: «mi prendiii in giiirooo?». 
Leo, spazientito, chiede al nonno cosa sta accadendo. 
Il nonno gli sorride. «Stai scoprendo una cosa nuova, figliolo: non succede niente di strano. Ascolta». Fa una ispirazione profonda e con tutto il fiato che si ritrova in gola emette due grandi urli consecutivi, chiari e precisi. Prima grida «chi sei?» e subito dopo aggiunge «Conosco il tuo nome!». La voce sconosciuta, com’è naturale, immediatamente ripete «chi seiii?» e «il tuo nomeee!». 
Il bambino strabuzza gli occhi. 
«Non c’è nulla di misterioso, caro Leo», spiega il nonno. «E’ il fenomeno detto ‘eco’. Le onde sonore emesse dalla nostra voce si riflettono contro un ostacolo: il suono viene rimandato all'indietro, facendolo sentire di nuovo. Un fatto fisico che oggi ben conosciamo, ma che anche gli esseri umani preistorici avevano ‘scoperto’, quando i primi ominidi iniziarono a esplorare l’ambiente e a usare la voce. Certo, a quell’epoca non lo avevano capito, ma si erano comunque accorti della sua esistenza in modo preciso. Per esempio, avevano notato che determinate caverne, o pareti rocciose, ‘rispondevano’ ai loro richiami più di altre. Per questo molte pitture rupestri che abbiamo ritrovato nei tempi moderni sono concentrate nei punti delle grotte dotati della maggiore risonanza, cioè della capacità di generare echi. Lì i suoni (di voci o di percussioni) venivano amplificati e questo trasformava i siti in luoghi sacri per rituali magici o religiosi. In seguito le civiltà antiche, non avendo la spiegazione scientifica oggi offerta dalla fisica delle onde sonore, si rivolsero al mito. Presso diverse tribù africane, o anche presso i nativi americani, l'eco era interpretato come la voce degli spiriti: erano le divinità o gli antenati che abitavano le rocce. Nella civiltà greca, Eco è una ninfa delle montagne condannata da Era, una delle mogli di Zeus, a ripetere solo le ultime parole che le venivano rivolte. Consumata dall'amore non corrisposto per Narciso, di lei rimase solo la voce.» 
«Interessante», commenta Leo. «Sembra una bella storia…».
Al nonno piaceva raccontare e sapeva quanto a Leo piacesse ascoltare. 
«Mi stai facendo capire che vuoi conoscere qualcosa di più di Eco?»
Il sentiero si era allargato ed erano approdati su un pianoro illuminato da un sole tiepido. In lontananza si intravvedeva il rifugio dove avrebbero mangiato: potevano rallentare, era ancora presto per il pranzo. Il bambino prese la mano del nonno e gliela strinse: era più che un sì.
«Allora, in sintesi, ecco il mito. Eco, secondo i Greci, era una ninfa, nota per la straordinaria parlantina e la voce melodiosa. Era allegra, amava i boschi, ma aveva un difetto: parlava troppo. E questo suo vizio fu la sua rovina. Zeus, il re degli dei, la usava spesso come complice per i suoi numerosi incontri amorosi: quando scendeva sulla Terra per tradire la moglie Era con altre ninfe, Eco aveva il compito di intrattenere la moglie di Zeus in lunghissime chiacchierate, distogliendola con i suoi racconti affascinanti. Un giorno però Era scoprì l'inganno e andò su tutte le furie. Scagliò su Eco una maledizione terribile che colpiva proprio la sua dote più grande: la sua incredibile loquacità. “Basta! Da oggi userai la lingua solo per rispondere a chi ti parlerà: mai più potrai parlare per prima, potrai solo ripetere le ultime parole che avrai udito.” 
«Condannata al silenzio forzato, Eco continuò a vivere nei boschi, ma si isolò da tutti. Un pomeriggio, nascosta dietro un cespuglio, le capitò di scorgere un giovane che sulla riva di un laghetto si rimirava nell’acqua. Era Narciso. Aveva una bellezza leggendaria, ma era incredibilmente superbo: tutti sapevano che rifiutava l'amore, tanto di maschi quanto di femmine, perché amava solo sé stesso. 
«Eco, appena vide il ragazzo che si pavoneggiava, se ne innamorò perdutamente. Da quel momento iniziò a seguirlo di nascosto tra gli alberi, desiderando ardentemente di rivolgergli la parola, ma la maledizione di Era glielo impediva: avrebbe potuto solo rispondergli e perciò non poteva che aspettare che fosse lui a parlare per primo. Finalmente, una sera al tramonto, l'occasione arrivò. Narciso si era smarrito nel bosco: separatosi dai compagni con cui era andato a caccia, aveva perso l’orientamento. Si trovava ad un incrocio da cui partivano tre sentieri e non sapeva quale prendere. Allora gridò: “Ehi, mi sono perso. C'è forse qualcuno qui vicino?”. Eco rimase nascosta dietro i cespugli e subito, al colmo della felicità, rispose al ragazzo con un lungo e dolce “... qui vicinooo…!”. Il giovane, rinfrancato, si guardò in giro, ma non vide nessuno. Urlò con prepotenza: “Vieni fuori!”. E si sentì rispondere con un "... vieni fuoriii!" languido e invitante. Narciso insistette, sempre più irritato: “Ma dove sei? Perché mi sfuggi?”. Ed Eco al solito ripeté le domande; il giovane rimase in silenzio per qualche minuto, sempre volgendo la testa attorno alla ricerca di chi avesse risposto. Quando poi, come fosse un comando, gridò “Incontriamoci!”, Eco interpretò il verbo come il coronamento del suo sogno d'amore e, entusiasta e con sempre maggiore struggimento, prima rispose “… incontriamociii!” e subito dopo uscì dal cespuglio per correre incontro a Narciso a braccia aperte e abbracciarlo. Il giovane, però, appena la vide, si ritrasse disgustato: mai aveva e avrebbe abbracciato qualcuno; il suo desiderio, peraltro finora insoddisfatto, era quello di abbracciare solo sé stesso. 
«La ninfa, con il cuore spezzato, fuggì via: nessuno l’aveva mai umiliata così. Si nascose nelle caverne più profonde e nei luoghi più remoti delle montagne e da quel giorno non volle più vedere nessuno. Il suo dolore fu così devastante che il suo corpo iniziò a consumarsi: la pelle si seccò, le membra diventarono magrissime e le ossa si tramutarono in roccia, fondendosi con la montagna. Rimase solo la sua voce: costretta a rispondere a chiunque la chiamasse, ripetendo fedelmente le ultime sillabe pronunciate.»
Leo aveva ascoltato con la massima attenzione: la storia della ninfa l’aveva affascinato e l’indomani, lunedì, l’avrebbe raccontata a scuola al suo migliore amico. Ma il nonno lo stuzzicò ancora. 
«Però, a proposito dell’esperienza dell’eco che hai appena fatto, si può dire altro. Eco non è solo una ninfa: può essere qalcosa di diverso, anche se di simile.» 
«Davvero?», chiese subito Leo, incuriosito e tirando per una seconda volta la mano del nonno verso di sé.
«Sì, magari non è una storia affascinante come questa, ma la ninfa, con il suo eco, me l’ha fatta venire in mente. E’ un possibile insegnamento, piccolo eppure grande e prezioso, che merita almeno un accenno prima che arriviamo al rifugio e ci abbuffiamo con le salsicce che ti piacciono tanto.» 
«Allora racconta, nonno», incoraggiò decisamente Leo.
«E’ un sapere antico, in genere dimenticato o poco tenuto presente, che anche i bambini, specie se svegli come te, possono subito capire. Se facciamo attenzione, oltre all’eco, c’è un altro fenomeno invisibile che ci attornia e che agisce su di noi: se vivessimo meno ciechi al mondo ce ne accorgeremmo».
«Un’altra ninfa?»
«No. In questo caso dobbiamo lasciare la Grecia e andare in Oriente. Magari per incontrare non più una ninfa, ma una cosa, molto precisa e concreta, che si chiama Karma e che è parte intrinseca della vita. In una lingua antichissima, la radice di questa parola rimanda a azione, atto, e si rifà ai comportamenti umani. Risale ad almeno un millennio prima di Cristo e nel tempo questo termine ha indicato concetti diversi, soprattutto importanti per le religioni e le filosofie di vita orientali. Dal V secolo avanti Cristo, possiamo dire che Karma significa una legge della vita ritenuta naturale: quella di causa ed effetto. Gli orientali la applicano sul piano etico e spirituale e credono che a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Non te la faccio troppo complicata: avrai modo studiare e approfondire, se vorrai, quando diventerai grande. Per ora ti basti sapere che così come Eco restituisce le parole che riceve, il Karma restituisce i sentimenti che esprimi e i comportamenti che tieni. Se comunichi affetto a persone o cose che incontri, il Karma ti restituirà affetto. Se invece urli rabbia, avrai come ritorno rabbia. Se vuoi il bene dell’altro e agisci di conseguenza, in cambio avrai il bene dall’altro e se vuoi il suo male riceverai male. Il cosmo nel quale tutti siamo inseriti – il cielo sotto il quale viviamo, la terra che calpestiamo – è come una cassa di risonanza della nostra voce interiore che ci guida nel mondo, suggerendoci i sentimenti e i comportamenti più diversi. In poche parole: la vita ti ridà sempre ciò che tu le dai, perché è uno specchio delle tue azioni. Vuoi amore? Dalle amore. Vuoi più gentilezza? Dalle più gentilezza. Vuoi comprensione e rispetto? Offri comprensione e rispetto tu stesso. Se desideri che la gente sia paziente e rispettosa nei tuoi confronti, sii tu per primo paziente e rispettoso. Molto semplice, non ti pare?.»
Nonno e ragazzino erano arrivati nello spiazzo antistante al rifugio: nell’aria un profumino di salsicce invitava a entrare e Leo, che pure stava rimuginando su quanto appena ascoltato, non intendeva farsi pregare. Però si trattiene dal correre all’entrata, anche perché vuole far capire al nonno che non ha perso una battuta e ha apprezzato le due storie. Così non rinuncia a esprimere il suo commento finale.
«In definitiva, nonno, il Karma ci dice che, nel bene e nel male, si riceve sempre ciò che si dà. E’ un bell’insegnamento. Vuol significare che tutto dipende da noi: da come ci comportiamo. E questo ci rende responsabili delle nostre azioni, no?».
Il nonno è soddisfatto: il nipotino ha colto l’essenza di ciò che è il Karma.
«Proprio così, figliolo. Hai compreso perfettamente il nocciolo della questione. Che è confortante, credo: non siamo in balia del fato e neppure dipendiamo dagli altri. Siamo noi a decidere. E certo, se così è, siamo sempre noi a essere responsabili delle nostre scelte: di quelle passate e di quelle future. Non possiamo scaricare ad altri ciò che ci compete: il gioco, comodo e assolutorio, del ‘capro espiatorio’, non regge più. Non esiste alcun ‘destino cinico e baro’ che ci perseguita: chi ci perseguita, spesso, siamo solo noi. Perché quello che ci accade è spesso un ritorno di quanto abbiamo fatto.»
Leo si mostra pensieroso: sul viso gli compare un filo di preoccupazione. Il nonno se ne accorge e gli sorride: gli dà una vigorosa pacca sulla spalla. Ora vuole evitare che una interpretazione troppo rigida e fondamentalista del Karma si trasformi in un incubo. Soprattutto vorrebbe mettere in guardia il bambino dal confondere due concetti che pure spesso vengono confusi: la responsabilità è una cosa, la colpa è un’altra.
«Coraggio, ragazzino: adesso però non facciamola più drastica di come è. Nella valutazione del nostro comportamento, soprattutto a posteriori, non deve mai mancare un’intelligente analisi di cause e concause. Ricordiamoci sempre che il Karma non ci vuole mettere in croce: non intende funzionare da spauracchio che ci minaccia o da giudice che sentenzia e condanna, ma da ‘bussola etica’ che ci aiuta ad ‘agire bene’; non nasce per punirci, ma per orientarci. E poi fammi dire una cosa importante: essere responsabili non necessariamente significa essere colpevoli
Leo, che pure sta pregustando le salsicce e la polenta, è colpito. 
«Stai dicendo che responsabilità non significa automaticamente colpa?».
«Certo», risponde subito il nonno, il quale così ha la conferma che il bambino stava riflettendo, con un pizzico di inquietudine, proprio sul tema della responsabilità. «Ti cito 3 esempi velocissimi, se vuoi. Poi però ci saremo guadagnati davvero il pranzo del rifugio e ti propongo di rimandare ad un altro momento l’approfondimento di tutto quello che ci siamo detti.» 
Elio annuisce: al momento gli argomenti di cui stanno parlando da tutta la mattina lo attraggono addirittura più delle salsicce e questo discorso dei tre esempi lo vuole vedere completato. 
Così il nonno, rinfrancato dall’assenso, riprende.
«Sarò velocissimo, Leo. Il primo esempio è un neonato abbandonato. Immaginiamo che tu l’abbia trovato su una panchina in un punto solitario di un giardino: mica sei colpevole di averlo abbandonato. Però tu, dal momento che l’hai trovato, sei responsabile di agire subito per salvarlo, consegnandolo a un pronto soccorso di un ospedale. Il secondo esempio è un cameriere che incespica e rovescia addosso al cliente un piatto intero di spaghetti al sugo. Il proprietario del ristorante ha la responsabilità di gestire il cliente, scusandosi e risarcendolo per il vestito rovinato, ma non ha colpa per l’accaduto. Infine: il caso di un’auto che io ho preso in prestito da un amico. Sto guidando in un viottolo di campagna, con i finestrini abbassati perché è estate e un’auto che incrocio finisce di schianto e in velocità dentro una pozza enorme di fango proprio mentre le scorro accanto in direzione opposta. Mi arriva così addosso un’ondata di acqua e melma che mi entra dentro l’abitacolo, rovinando tutta la tappezzeria. Io non sono colpevole per il danno, ma certo sono responsabile di restituire l’auto al mio amico nelle condizioni in cui lui me l’aveva data. Che dici, ti tornano questi tre casi da cui si vede che responsabilità e colpa vanno tenute ben separate?».
Elio ha il cervellino pieno. Sa che dovrà riprendere le chiacchiere col nonno, per capire meglio e approfondire, però per ora è molto soddisfatto: prova un piacere che non immaginava. Gli viene in mente l’ultima partita alla 'playstation' con l’amico del cuore. Deve ammettere quel che non credeva di dover mai ammettere: anche ‘pensare’ ha il suo fascino perché, se davvero si ‘pensa’, magari anche insieme a qualcuno che ti aiuta, ‘si scoprono pensieri che fanno pensare.’
Il nonno sente che il nipotino sta esaurendo la carica positiva dei neuroni della mattinata e si affretta a concludere con l’ironia che gli è abituale.
«Bene, Elio. Mi pare che siamo arrivati al punto giusto: non so cosa tu pensi di tutte le chiacchiere che ti ho buttato addosso fino a questo momento, ma adesso io penso una cosa sola: che sia l’ora, meritata, delle salsicce. Visto che abbiamo fatto la fatica di arrivare al rifugio, noi abbiamo la responsabilità di scegliercele dal menu se vogliamo soddisfare la nostra fame e la nostra sana voglia e il proprietario del rifugio, se per caso non dovesse averle messe in lista, sarà colpevole di questo grave crimine. Non ti pare?».
Leo si lascia andare a una bella risata, ma al pensiero che nel menù possano mancare le salsicce non si trattiene: «Sì, però, nonno, sappi che se per malaugurata sorte non dovessimo trovare le salsicce, Karma o non Karma, io non posso rinunciare a mettere in fila tutta la serie di parolacce che conosco pensando al proprietario del rifugio… ».

***Massimo FERRARIO, Quando Eco riecheggia il karma, 'Mixtura', 13 settembre 2026

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