Non sono un esperto di diritto.
Sono un ‘normale’ cittadino che cerca di mantenersi informato e capire ciò che la politica, da ormai parecchi anni, ci propina quotidianamente in modo più o meno quasi sempre ingannevole, attraverso una propaganda sempre più seducente che maschera le dichiarazioni e spaccia un contenuto per un altro.
Tipo il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere.
Una truffa vera e propria. Venduta come panacea per una ‘giustizia giusta’ (come se oggi, in Italia, la giustizia fosse ingiusta), ma che non cambia nulla, in termini di risultati effettivi, rispetto al vero problema di cui la giustizia, in Italia, soffre da decenni. E che è la lentezza eterna dei processi, non la qualità delle sentenze. La mancanza assoluta di efficienza, non di efficacia. Nettamente migliorabile, questa inesistente efficienza, anche con l’ottimizzazione delle procedure, ma soprattutto con l’incremento di personale (magistrati e cancellieri) che adegui finalmente i numeri reali a quelli previsti dalle piante organiche, nei fatti sempre più disallineate rispetto ai bisogni.
Questo
approccio è invece esiziale quando, come avviene in democrazia nella maggior
parte dei casi, dovrebbe essere il cittadino comune a dire la sua e decidere
cosa e come ottenere ciò che si vuole ottenere per il meglio di tutti, magari
aiutato da chi, conoscendo i risvolti
tecnici delle soluzioni adottabili, ti fa comprendere meglio i pro e i contro delle
varie opzioni in campo.
Sul
tema specifico della separazione delle carriere ogni giorno ascoltiamo, insieme
alla quantità industriale di fuffa
mista a panzane di politici e
pseudo-opinionisti (del genere: la riforma impedirà nuovi ‘casi Tortora’, o contenziosi
giuridici simili alla ‘casa del bosco’ o al ‘caso Garlasco’, già
arbitrariamente catalogati come scandali di mala-giustizia
o addirittura di giustizia negata),
pareri argomentati di autorevoli conoscitori del diritto: magistrati,
accademici, anche avvocati. Per questo, non credo ci sia qui bisogno che io ripeta
ciò che altri hanno saputo dire meglio di me.
Penso
invece sia utile sottolineare un aspetto cruciale di questa pseudo-riforma,
pericolosa per noi cittadini se al referendum il sì dovesse prevalere.
In
verità, anche questo punto è stato trattato dagli ‘esperti’, ma a me pare che in
genere sia finito tra parentesi, nel contesto di tanti altri inconvenienti, più
o meno preoccupanti, che si presenterebbero qualora il referendum approvasse la
legge in discussione.
Voglio
quindi qui fare fuoco su questa unica specificità. E mi riferisco al ruolo,
basilare, del pubblico ministero (pm).
Bastano
poche righe, mi pare oggettivamente indiscutibili e capibili anche da chi non
sa una virgola di diritto, per segnalare
il cambio pesantemente negativo che la funzione di pm subirebbe,
rispetto ad oggi, qualora il referendum approvasse la riforma passata in
Parlamento.
In
base alla riforma eventualmente approvata dal voto elettorale, ciò infatti avrebbe
conseguenze negative non tanto sulla vita dei pm, che si limiterebbero a dover
prendere atto di una modifica del loro possibile perimetro di azione, quanto su
noi cittadini.
Certo,
quando venissimo eventualmente indagati per qualche reato che potrebbe esserci
attribuito, finiremmo, come avviene oggi, sotto la loro prima e ineliminabile
lente. Ma c’è un ma. A riforma approvata, infatti, in questo non augurabile
caso, ci troveremmo meno garantiti rispetto ad oggi proprio da chi continuerà a
essere chiamato a esercitare giustizia e dovrà esprimere su di noi (sul nostro
comportamento e sul nostro eventuale reato) una valutazione fondamentale,
foriera di conseguenze penali anche gravi.
Il
perché è semplice: e temo non sia ancora così consapevolizzato quanto dovrebbe.
Domani, se diremo SI’ al referendum, il pm sarà invece l’avvocato dell’accusa: e di conseguenza potrà solo accusarci. Non sarà più educato, come oggi avviene, alla cultura della giurisdizione: perché ‘crescerà’ dentro carriere e CSM separati e, anche se il suo ruolo non finirà ‘sotto’ il governo del governo, o dei politici più o meno di maggioranza (evenienza per nulla fantapolitica: accade in genere dove esiste la separazione delle carriere), avrà, come finalità generale e obiettivo specifico (traducibile pure in un conseguente target numerico da centrare mese per mese, come da anni accade nelle aziende ad ogni manager commerciale che voglia ottenere successo), la messa in stato di accusa dell’imputato, e, possibilmente, la sua condanna: comunque possano presentarsi i fatti ad uno sguardo meno certo e più dubitante, meno parziale e più neutrale.
Il pm, dunque, in caso di perplessità sull’attribuzione del reato, non dovrà più cercare prove a discarico, come oggi avviene, per decidere se eventualmente archiviare, ma, essendo valutato sulla sua sostanziale conformità a questa nuova funzione esclusivamente inquisitoria e accusatoria, sarà spinto a fare tutto il possibile per vincere nel processo (verbo che oggi molto piace alla gente che più piace) contro l’avvocato della difesa.
Insomma, per il pm immaginato dalla riforma, perseguire
e affermare la verità al di là di ogni
ragionevole dubbio, almeno per la parte che gli compete e che è
realisticamente e doverosamente possibile perseguire da parte di ogni
magistrato, requirente o giudicante che sia (la verità
‘vera’ e indiscutibilmente
‘oggettiva’ non è mai umanamente raggiungibile), sarà una
questione, in teoria, ancora importante, ma, in pratica, decisamente secondaria
se non obsoleta.
Per
quanto sopra, credo che, al di là delle tante altre ragioni che appaiono tecniche
ma sono limpidamente politiche, perché in sostanza tendono a ridurre l’autonomia
della magistratura, questo problema del cambio di ruolo del pm sia la questione
che dovrebbe interessarci di più.
Ognuno
voti come meglio crede. Per il piccolo potere di cui dispongo, voterò No con
una convinzione mai tanto granitica.
L’impotenza
generalizzata è un sentimento, oggi prevalente, che sta affossando le moderne
democrazie, che sempre più procedono in modo elitario o ‘castale’, senza il coinvolgimento
(l’ascolto, la partecipazione, il controllo diretto) di noi cittadini: una
volta tanto che abbiamo la libertà di contrastare questa deriva con un voto
‘diretto’, fuori dalla logica dei giochi di partito, dovremmo assolutamente evitare
di nasconderci nell’astensione, magari con la convinzione che si tratta di una
questione tecnica da delegare (scaricare?) appunto ai tecnici.
Facciamoci
dunque gli auguri.
Non perché potrebbe verificarsi l’Apocalisse se vincessero i Sì.
Ci sono altre e ben più definitive minacce che incombono sul mondo, alle quali
prestiamo poco o nullo ascolto. Ad esempio: secondo l’Orologio del 'The
Bulletin of the Atomic Scientists' siamo passati da 89 secondi a mezzanotte di
fine 2024 a 85 secondi di fine 2025 (4 secondi di ulteriore avvicinamento al
momento fatale).
Facciamoci gli auguri perché tutti noi potremmo ritrovarci domani (per paradosso: proprio grazie a chi da sempre si autodefinisce garantista e accusa chi non si dichiara tale di essere un giustizialista), nella condizione spiacevole di fare i conti con uno spazio ben minore di garanzie giuridiche e, di conseguenza, con qualche probabilità in più di finire imputati, e condannati, pur essendo innocenti, o comunque non colpevoli.
*** Massimo Ferrario, Referendum costituzionale, la questione cruciale per noi cittadini, 'Mixtura (masferrario.blogspot.com), 2 febbraio 2026
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