lunedì 2 febbraio 2026

#SPILLI / Referendum, la questione cruciale per noi cittadini (Massimo Ferrario)

Non sono un esperto di diritto. 

Sono un ‘normale’ cittadino che cerca di mantenersi informato e capire ciò che la politica, da ormai parecchi anni, ci propina quotidianamente in modo più o meno quasi sempre ingannevole, attraverso una propaganda sempre più seducente che maschera le dichiarazioni e spaccia un contenuto per un altro. 

Tipo il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere. 

Una truffa vera e propria. Venduta come panacea per una ‘giustizia giusta’ (come se oggi, in Italia, la giustizia fosse ingiusta), ma che non cambia nulla, in termini di risultati effettivi, rispetto al vero problema di cui la giustizia, in Italia, soffre da decenni. E che è la lentezza eterna dei processi, non la qualità delle sentenze. La mancanza assoluta di efficienza, non di efficacia. Nettamente migliorabile, questa inesistente efficienza, anche con l’ottimizzazione delle procedure, ma soprattutto con l’incremento di personale (magistrati e cancellieri) che adegui finalmente i numeri reali a quelli previsti dalle piante organiche, nei fatti sempre più disallineate rispetto ai bisogni. 

Gli esperti, in ogni disciplina e non solo in codici e codicilli, sono indispensabili se vogliamo capire la complessità delle questioni tecniche che siamo chiamati ad affrontare e, sperabilmente, a risolvere. Hanno tuttavia quasi tutti un grande difetto, e non sono certo io a svelarlo: difficilmente si fanno capire dai non esperti. Questo non è un danno quando la soluzione dei problemi è di loro esclusiva competenza e responsabilità: non è importante, cioè, quando un idraulico deve sistemare il water, che egli spieghi al cliente il perché e il percome lui interviene nel modo in cui ha deciso di intervenire. Lui sa, il cliente non sa: spetta a chi sa trovare la soluzione e il cliente valuterà alla fine, in base al risultato prodotto, la competenza del professionista in termini di soluzione efficace del problema.

Questo approccio è invece esiziale quando, come avviene in democrazia nella maggior parte dei casi, dovrebbe essere il cittadino comune a dire la sua e decidere cosa e come ottenere ciò che si vuole ottenere per il meglio di tutti, magari aiutato da chi, conoscendo i risvolti tecnici delle soluzioni adottabili, ti fa comprendere meglio i pro e i contro delle varie opzioni in campo.

Sul tema specifico della separazione delle carriere ogni giorno ascoltiamo, insieme alla quantità industriale di fuffa mista a panzane di politici e pseudo-opinionisti (del genere: la riforma impedirà nuovi ‘casi Tortora’, o contenziosi giuridici simili alla ‘casa del bosco’ o al ‘caso Garlasco’, già arbitrariamente catalogati come scandali di mala-giustizia o addirittura di giustizia negata), pareri argomentati di autorevoli conoscitori del diritto: magistrati, accademici, anche avvocati. Per questo, non credo ci sia qui bisogno che io ripeta ciò che altri hanno saputo dire meglio di me.

Penso invece sia utile sottolineare un aspetto cruciale di questa pseudo-riforma, pericolosa per noi cittadini se al referendum il sì dovesse prevalere.

In verità, anche questo punto è stato trattato dagli ‘esperti’, ma a me pare che in genere sia finito tra parentesi, nel contesto di tanti altri inconvenienti, più o meno preoccupanti, che si presenterebbero qualora il referendum approvasse la legge in discussione.

Voglio quindi qui fare fuoco su questa unica specificità. E mi riferisco al ruolo, basilare, del pubblico ministero (pm).

Bastano poche righe, mi pare oggettivamente indiscutibili e capibili anche da chi non sa una virgola di diritto, per segnalare  il cambio pesantemente negativo che la funzione di pm subirebbe, rispetto ad oggi, qualora il referendum approvasse la riforma passata in Parlamento.

In base alla riforma eventualmente approvata dal voto elettorale, ciò infatti avrebbe conseguenze negative non tanto sulla vita dei pm, che si limiterebbero a dover prendere atto di una modifica del loro possibile perimetro di azione, quanto su noi cittadini.

Certo, quando venissimo eventualmente indagati per qualche reato che potrebbe esserci attribuito, finiremmo, come avviene oggi, sotto la loro prima e ineliminabile lente. Ma c’è un ma. A riforma approvata, infatti, in questo non augurabile caso, ci troveremmo meno garantiti rispetto ad oggi proprio da chi continuerà a essere chiamato a esercitare giustizia e dovrà esprimere su di noi (sul nostro comportamento e sul nostro eventuale reato) una valutazione fondamentale, foriera di conseguenze penali anche gravi.

Il perché è semplice: lo  spiego velocemente perché temo non sia ancora così consapevolizzato quanto dovrebbe.

Oggi il pm è l’avvocato dello Stato. Perciò, in base alla eventuale notizia di reato che ci dovesse riguardare, prima di eventualmente accusarci del reato stesso, il pm ha come sua prima responsabilità quella di verificare la notizia. Egli, cioè, è tenuto a raccogliere elementi per capire se esistono condizioni oggettive per procedere a indagarci, accusandoci, o invece elementi in grado di suggerire l’archiviazione della possibile accusa nei nostri confronti, assolvendoci e escludendo sin dall’inizio la nostra ‘imputazione’.

Domani, se diremo SI’ al referendum, il pm sarà invece l’avvocato dell’accusa: e di conseguenza potrà solo accusarci. Non sarà più educato, come oggi avviene, alla cultura della giurisdizione: perché ‘crescerà’ dentro carriere e CSM separati e, anche se il suo ruolo non finirà ‘sotto’ il governo del governo, o dei politici più o meno di maggioranza (evenienza per nulla fantapolitica: accade in genere dove esiste la separazione delle carriere), avrà, come finalità generale e obiettivo specifico (traducibile pure in un conseguente target numerico da centrare mese per mese, come da anni accade nelle aziende ad ogni manager commerciale che voglia ottenere successo), la messa in stato di accusa dell’imputato, e, possibilmente, la sua condanna: comunque possano presentarsi i fatti ad uno sguardo meno certo e più dubitante, meno parziale e più neutrale. Il pm, dunque, in caso di perplessità sull’attribuzione del reato, non dovrà più cercare prove a discarico, come oggi avviene, per decidere se eventualmente archiviare, ma, essendo valutato sulla sua sostanziale conformità a questa nuova funzione esclusivamente inquisitoria e accusatoria, sarà spinto a fare tutto il possibile per vincere nel processo (verbo che oggi molto piace alla gente che più piace) contro l’avvocato della difesa. Insomma, per il pm immaginato dalla riforma, perseguire e affermare la verità al di là di ogni ragionevole dubbio’, almeno per la parte che gli compete e che è realisticamente e doverosamente possibile perseguire da parte di ogni magistrato, requirente o giudicante che sia (la verità ‘vera’ e indiscutibilmente ‘oggettiva’ non è mai umanamente raggiungibile), sarà una questione, in teoria, ancora importante, ma, in pratica, decisamente secondaria se non obsoleta.

Per quanto sopra, credo che, al di là delle tante disquisizioni tecniche, anche rilevanti, da tenere presente per votare in modo consapevole al referendum, questo problema del cambio di ruolo del pm sia la questione che dovrebbe interessarci di più.

Ovviamente, ognuno voterà come meglio crede. Per il piccolo potere di cui dispongo, per questo soprattutto (e senza nulla togliere alla validità di ogni altra ragione per disapprovare questa riforma), voterò No con una convinzione mai tanto granitica.

E’ il minimo che possiamo fare. L’impotenza generalizzata è un sentimento, oggi prevalente, che sta affossando le moderne democrazie, che sempre più procedono in modo elitario o ‘castale’, senza il coinvolgimento (l’ascolto, la partecipazione, il controllo diretto) di noi cittadini: una volta tanto che abbiamo la libertà di contrastare questa deriva con un voto ‘diretto’, fuori dalla logica dei giochi di partito, dovremmo assolutamente evitare di nasconderci nell’astensione, magari con la convinzione che si tratta di una questione tecnica da delegare (scaricare?) appunto ai tecnici.

Facciamoci dunque gli auguri.

Non perché potrebbe verificarsi l’Apocalisse se vincessero i SI’. Ci sono altre e più definitive minacce al mondo che incombono, ai cui ‘oggettivi’ segnali ci mostriamo o sordi o ciechi: secondo l’Orologio del 'The Bulletin of the Atomic Scientists' siamo passati da 89 secondi a mezzanotte di fine 2024 a 85 secondi di fine 2025 (-4 secondi di ulteriore avvicinamento al momento fatale). Ma i piccoli, continui, progressivi degradi di un regime politico che quotidianamente sta deprimendo il quadro di una convivenza civile ispirata a una democrazia di sostanza, e non di facciata, non vanno sottovalutati, perché sono capaci di produrre, almeno sul medio periodo (e siamo già a un pessimo punto) un effetto finale catastrofico tanto quanto una vera e propria Apocalisse definitiva. Se avessimo qualche dubbio sul piano inclinato verso cui stiamo scivolando ricordiamoci la favola, troppo dimenticata, della ‘rana bollita’: caduta in una pentola piena d’acqua, non si accorge del rialzo termico continuo che la sta cuocendo e finisce così, sempre più gradualmente intontita e incapace di lasciare la pentola, perfettamente ‘cotta’ a puntino. 

Facciamoci gli auguri perché tutti noi (e non solo chi voterà SI’) potremmo ritrovarci domani (per paradosso: proprio grazie a chi da sempre si autodefinisce garantista e accusa chi non si dichiara tale di essere un giustizialista o un manettaro), nella condizione spiacevole di fare i conti, con la legge che uscisse dal referendum anche per colpa sua, con uno spazio ben minore di garanzie giuridiche e, di conseguenza, con qualche probabilità in più di finire imputati condannati pur essendo innocenti, o comunque non colpevoli.    

*** Massimo Ferrario, Referendum costituzionale, la questione cruciale per noi cittadini, 'Mixtura (masferrario.blogspot.com), 2 febbraio 2026


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