venerdì 23 ottobre 2026

FAVOLE & RACCONTI / Stringere i pugni (Massimo Ferrario)

Era appena iniziata la riunione del pomeriggio. 

Wu Zhi, senza dare spiegazioni, chiese ai novizi di tenere i pugni chiusi con tutta la forza possibile fino a quando non avesse dato l’ordine contrario. 

I monaci obbedirono. 

«Mi raccomando», aggiunse il maestro. «I vostri pugni devono essere assolutamente chiusi. Concentratevi e stringete le mani più che potete. Vi faranno male. Ma voi non desistete». 

Dopo poco le dita di tutti dolevano, i polsi si erano irrigiditi, i muscoli delle braccia erano tesi come corde. 

Un novizio non resistette: titubò a lungo, ma poi ruppe il silenzio: «Per quanto ancora, maestro?».

Wu Zhi gli lanciò un’occhiataccia di rimprovero e fece capire che era stato un intervnto fuori posto. 

Trascorsero altri cinque minuti. I giovani monaci erano stremati. 

Ad un certo punto il maestro diede l’ordine tanto atteso: «Ecco, ora stop». 

Il sollievo fu immediato. Tutti aprirono e richiusero più volte le mani, rilassando i pugni e sfregandosi più volte le braccia, come a rilassarle.

Era chiaro che nessuno aveva capito il senso di quello che era stato chiesto loro di fare. 

Wu Zhi anticipò tutti: «Vi domanderete: perché vi ho dato questo comando?».

Le facce interrogative parlavano stando zitte. 

«Provate a immaginare», incitò il maestro.

Il silenzio fu rotto da Lin Piao, l’allievo più disinvolto. Azzardò: «Ci siamo comportati male e avete voluto punirci?».

Wu Zhi sorrise e storse la bocca. «Non amo le punizioni, non mi piace far soffrire: sadismo e spiritualità non vanno d’accordo. E poi, se qui qualcuno sbaglia, è solo perché stiamo tutti imparando e neppure i saggi veri, se esistono, sono esenti da errori».

Li Ming sorrise: forse era come lui pensava. Decise di rischiare: «State per passarci un messaggio importante. E volete che questo insegnamento ci rimanga ben impresso. Non dimenticheremo il fastidio e il dolore provato con questi pugni serrati tanto a lungo».

Wu Zhi accennò un battito di mani. Il gesto era lento e leggero, accompagnato da un volto che si mostrava sinceramente felice per aver ricevuto la risposta giusta. 

«Ben detto, Li Ming. Volevo proprio questo. E adesso, avete capito cosa volevo insegnarvi?»

Non volava una mosca. Si sentivano i cervelli in movimento. Ma anche gli allievi più promettenti, non riuscivano a immaginare la risposta.

«Allora vi dico io cosa ho voluto trasmettervi. E’ semplice. E infatti le cose semplici, come mi avete sentito ripetere più volte, sono le più difficili: non rammaricatevi, quindi, se non ci siete arrivati da soli. L’apprendimento che volevo promuovere in ognuno di voi è che molti sono così. Molti vivono come i pugni stretti fino a farci male. Per la verità, non dovremmo riferirci agli altri: dovremmo dire noi. Sì, noi viviamo così. Magari non sempre, ma talvolta proprio noi che pure, rispetto ad altri che passano le giornate asgobbare per procurarsi materialmente da vivere, dovremmo avere strumenti culturali per non cadere in certi trabocchetti. Infatti, cosa accade? Accade che pensieri, ruoli, paure ci coinvolgano a tal punto che ne diventiamo prigionieri. Ci stringono come abbiamo tenuto stretti i pugni. Al punto che potremmo anche assuefarci al dolore. Ecco, questo, nella vostra breve esperienza, ve l’ho risparmiato. Vi ho detto di riaprire i pugni quando ancora vi facevano male. Ma se non vi avessi detto basta, voi avreste continuato fino al punto di non sentire (quasi) più il dolore. E magari vi sareste tanto abituati, che avreste potuto pure dimenticarvi di come si fa per aprire i pugni. Capita: ci si lascia sopraffare così a lungo da pensieri, ruoli, paure che giungiamo a dimenticare che aprire è sempre possibile. In fondo, è facile adattarsi: ci si accomoda pure al dolore. Anche senza essere masochisti. Semplicemente, l’abitudine ci fa scordare che aprire è possibile. Forse almeno voi, grazie alla lezione di oggi, ve lo ricorderete: lasciar andare – aprire i pugni – è sempre possibile. Doveroso, anzi».

Ma Wu Zhi non aveva ancora terminato. E volle lasciare la sua frase finale: «Sì, adesso è il momento giusto per dirlo: andiamo in pace. Anche la pace  si fa aprendosi: chiudendosi, si è solo pronti per la guerra».

*** Massimo FERRARIO, Stringere i pugni, da 'Mixtura', 24ottobre 2026, sezione 'Favole & Racconti', libera riscrittura di un testo zen.


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#FAVOLE & RACCONTI / Il bambino e la luna nel secchio (Massimo Ferrario)

Era la prima volta che la nonna faceva uscire di sera il nipotino di un anno, che ancora si reggeva in piedi a fatica, per andare a prendere acqua nel giardino di casa. 

Mentre la nonna spazzava il sentiero, che si era riempito di foglie d’autunno cadute durante la gioronata, nel secchio  riempito d’acqua si specchiava la luna.

Il piccolo era estasiato: non aveva mai visto la luna dentro un secchio e continuava a emettere gridolini di giubilo, cercando di comunicare alla nonna la cosa incredibile che stava vedendo. 

La nonna, che aveva appena finito di spazzare le foglie, sorrideva divertita.

Il nipotino fece capire che voleva portare a casa il secchio per metterlo nella sua cameretta insieme con la luna.

Ma la nonna lo deluse: «Certo che adesso andiamo a casa con il secchio, ma la luna, vedrai, non verrà con noi».

Il bambino iniziò a piangere: voleva la luna.

La nonna interruppe il suo pianto con voce dolce: «Osserva adesso cosa succede».

La donna alzò il secchio per incamminarsi e l’immagine della luna prima tremò e poi finì in mille pezzi. Rimase solo acqua. E il bambino riprese a piangere.

La nonna rimise a terra il secchio. Dopo qualche secondo, la luna tornò a specchiarsi nell’acqua. 

Il nipotino era felice: aveva gli occhi spalancati e fissi sul riflesso nel secchio. 

La nonna allora diede una carezza sulla nuca del nipotino e commentò: «Devi sapere, caro il mio bambino, che le cose più belle non sempre si possono possedere. Si possono però condividere. E a volte si possono solo contemplare. Talvolta solo per pochi momenti».

Il piccolo non capì del tutto: tornò a guardare la luna nel secchio: era felice. 

La nonna attese almeno un minuto. 

Poi, con piglio deciso, disse: «Comincia a fare freddino: adesso è ora che tu dia la buona notte alla luna. Lei tornerà in cielo, così tutti la potranno ammirare: domani sera la rivedremo».

Il piccolo dovette fare i conti con una delle sue prime frustrazioni della vita.

 *** Massimo FERRARIO, Il bambino e la luna nel secchio, ‘Mixtura’, 23 ottobre 2026, libera riscrittura di un testo di ispirazione zen.

Immagine di Chat GPT per 'Mixtura' 

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