Visualizzazione post con etichetta _De Masi Domenico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta _De Masi Domenico. Mostra tutti i post

giovedì 26 marzo 2020

#VIDEO / Cosa stiamo imparando? (Domenico De Masi)

VIDEO , 4min04
Domenico De Masi, 1938
sociologo, professore emerito dell'università La Sapienza di Roma, saggista, 
  “Cosa stiamo imparando? 
L’importanza delle competenze e dello Stato. 
E che i sovranismi sono arcaici”
intervista di Peter Gomez, 
'Sono le venti', 'Nove', 25 marzo 2020

Dalla presentazione:
Secondo il sociologo Domenico De Masi “sta cambiando praticamente tutto”. Ma questo non è per forza un aspetto negativo, anzi. La società può trarre tanti insegnamenti da questa situazione. “Stiamo imparando, ad esempio, che mondo è un unico villaggio – ha detto in collegamento con gli studi di Sono le Venti – e che i sovranismi sono arcaici e velleitari. Ma anche che le competenze sono importanti, altro che ‘uno vale uno’. Oggi attraverso i medici stiamo recuperando le competenze. E stiamo finalmente capendo che lo Stato è necessario”

In Mixtura i contributi di Domenico De Masi qui
In Mixtura ark #Video qui

mercoledì 29 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / I laureati, perché partono, perché non tornano (Domenico De Masi)

Quanti ne partono, quanti ne arrivano? I dati recenti dell’Istat sono inequivocabili: solo nel 2018 gli italiani emigrati sono stati 117mila, in dieci anni 816mila. È come se si fosse svuotata una città più grande di Bologna. Nel decennio compreso fra il 2009 e il 2018 gli italiani che se ne sono andati sono 483mila in più rispetto a quelli che sono arrivati. Nel decennio precedente (1999-2008) il saldo negativo era meno di 50mila. Tra tutti gli emigrati nel decennio, 182.000 sono forniti di laurea. Tre i problemi sul tappeto: sono molti o sono pochi 182.000 laureati fuggiti altrove negli ultimi dieci anni? perché molti sono quelli che partono e pochi quelli che arrivano? È bene invertire la tendenza, e come farlo?

Sono molti o sono pochi? Se paragoniamo la situazione attuale a quella di cento anni fa, occorre riconoscere che la situazione è enormemente migliorata. Agli inizi del Novecento emigrarono dall’Italia milioni di contadini poveri che, oltre al loro dialetto, non conoscevano neppure la lingua italiana. Ma emigrarono anche molti tra i pochi laureati: Nel primo decennio, tra il 1901 e il 1910, solo 395.100 giovani riuscirono a laurearsi e ne emigrarono 195mila, quasi la metà. Negli ultimi dieci anni si sono laureati circa 3,2 milioni di giovani e ne sono emigrati 182mila, poco più del 5%. Dunque, rispetto al passato, emigrano pochissimi laureati.

Perché partono? In Europa, secondo il Pocket World in Figures del 2019, ben 15 Stati hanno un Pil pro-capite superiore al nostro. In 16 paesi europei si vive più felicemente che in Italia, secondo il World Happiness Report 2018 con cui le Nazioni Unite classificano 156 paesi in base all’indice di felicità. Poiché oggi, rispetto a cento anni fa, non ci sono barriere tra stato e stato, la moneta è unica, molti laureati conoscono le lingue straniere e parecchi hanno fatto l’Erasmus, non si vede perché dovrebbero restare in Italia quando hanno a portata di mano paesi più ricchi e più felici. Questo divario di ricchezza e di felicità a sfavore dell’Italia, spiega pure perché quelli che arrivano sono molto meno di quelli che partono.

Ma oggi si emigra già prima di laurearsi: un tempo i figli dei ricchi si laureavano nella propria città e poi andavano a specializzarsi alla Bocconi di Milano; oggi si laureano alla Bocconi e vanno a specializzarsi alla London School of Economics. 

È bene che tornino? Lo Stato italiano spende 30.000 euro l’anno per ogni studente universitario e la famiglia vi aggiunge 4.000 euro (10.000 se il figlio studia fuorisede). Se un giovane, dopo essere costato almeno 170.000 euro per laurearsi, poi utilizza la sua laurea all’estero, per l’Italia è una perdita secca. Tanto più che nel nostro paese la media dei cittadini laureati è scandalosamente bassa: 26% (contro il 66% della California). Sarebbe dunque un gran bene se, dopo aver fatto un’esperienza all’estero, i nostri laureati tornassero in patria.

Se è bene che tornino, come farli tornare? Per farli tornare basta che l’Italia diventi più ricca e più felice di tutti gli altri paesi in Europa. Tutto qui.

*** Domenico DE MASI, sociologo, professore emerito dell'università La Sapienza di Roma, saggista, I laureati, perché partono, perché non tornano, 'linkedin.com/pulse', 26 gennaio 2020, qui


In Mixtura i contributi di Domenico De Masi qui
In Mixtura ark #SenzaTagli qui

mercoledì 1 agosto 2018

#SENZA_TAGLI / Decreto Dignità, vuole ridurre il precariato, non l'occupazione (Domenico De Masi)

Secondo l’intento esplicito di chi lo ha proposto, il ”Decreto dignità” non vuole ridurre la disoccupazione ma il precariato. Come si ricorderà, nel 2001, quando era premier Berlusconi e ministro del lavoro Maroni, il nostro tasso di occupazione era molto basso: 57,1%. Quel governo, e i successivi, ritennero di elevare il tasso ricorrendo a dosi sempre più massicce di flessibilità. In base a questa taumaturgica parola d’ordine – flessibilità – è stata varata la legge Biagi, è stato ridotto il cuneo fiscale, è stata azzerata l’Irap, sono stati introdotti i voucher. Poi il governo Renzi si è spinto oltre: con il Jobs act ha elargito alle aziende 16,7 miliardi per incoraggiarle ad assumere e per ridurre il precariato attraverso tutele crescenti. Così, in diciassette anni, l’Italia è diventato il Paese europeo con maggiore flessibilità nel settore privato, con crescente flessibilità nel settore pubblico, con un costo del lavoro che, tasse comprese, è inferiore a quello di Germania  e Francia, e che è intorno alla media di tutti i paesi euro. Dopo tre lustri di questo complesso armeggiare con leggi e decreti, conflitti e scioperi, il tasso di occupazione è salito di un solo punto, attestandosi all’attuale 58,4% mentre in Germania è al 79%. Intanto la disoccupazione è scesa appena dall’11,5 al 10,8% ma, in barba alle tutele crescenti, dal 2016 a oggi i contratti a tempo indeterminato sono diminuiti del 5.2% mentre quelli a tempo determinato sono aumentati del 26%.

Il Decreto dignità intende scoraggiare l’uso di contratti a termine, con relativi sussidi e sgravi fiscali, riducendo il numero dei rinnovi ed esigendone la motivazione. Dopo quattro tornate di sei mesi l’una, cioè dopo due anni di contratti a termine, è legittimo supporre che un datore di lavoro abbia capito se il lavoratore è bravo o meno, se gli serve o no. A questo punto, messo di fronte all’alternativa se perderlo o assumerlo con contratto a tempo determinato, è probabile che lo assuma. Per questo si può sperare che il Decreto non faccia perdere posti di lavoro o che ne faccia perdere meno degli 8.000 previsti da Boeri. Ciò non toglie che Boeri ha tutto il diritto di fare i suoi calcoli e ha tutto il dovere di renderne pubblici i risultati senza incorrere nelle minacce ingiustificate e inopportune del Ministro del lavoro. Anche questa è dignità.

*** Domenico DE MASI, 1938, sociologo, professore emerito dell'università La Sapienza di Roma, Il decreto Di Maio vuole combattere il precariato, non la disoccupazione, blog 'domenicodemasi.it', 25 luglio 2018, qui (tratto dall’Agenzia InPiù)


In Mixtura i contributi di Domenico De Masi qui
In Mixtura ark #SenzaTagli qui

lunedì 2 luglio 2018

#MOSQUITO / Cina, un capitalismo cinico e spregiudicato (Domenico De Masi)

La spinta forsennata al consumismo e al capitalismo rampante sta creando in Cina quella stessa sfacciata divisione in classi e quello stesso cinico sfruttamento che connotò il proto-capitalismo industriale dell’Ottocento inglese e che tuttora, con l’incapacità di distribuire la ricchezza e il lavoro, rappresenta il massimo problema del capitalismo occidentale. Il contenimento dei salari e la pressione produttivistica hanno trasformato molte fabbriche cinesi in altrettanti lager infernali. I contratti di lavoro sono quasi tutti a tempo determinato; nel settore calzaturiero si arriva a lavorare undici ore al giorno senza un giorno di vacanza e spesso i salari sono pagati con grave ritardo. Le grandi multinazionali – da Timberland a Walt Disney, da Apple a Nike – hanno trovato in Cina la massima disponibilità allo sfruttamento più spregiudicato: lavoro minorile, orari massacranti di diciotto ore al giorno, assenza di ferie, assoluta mancanza di sicurezza sul lavoro e di garanzie sindacali, reparti gestiti con la stessa violenza delle carceri, paghe orarie di pochi centesimi, incidenti anche mortali, inquinamento e intossicazioni, maltrattamenti, divieto di andare in bagno e di bere. Nelle sole miniere di carbone muoiono almeno seimila lavoratori ogni anno.

*** Domenico DE MASI, sociologo, saggista, docente emerito dell'università La Sapienza di Roma, Il lavoro nel XXI secolo, Einaudi, 2018


In Mixtura i contributi di Domenico De Masi qui
In Mixtura ark #Mosquito qui

lunedì 25 giugno 2018

#MOSQUITO / La 'ricaduta favorevole', una teoria mai confermata (Domenico De Masi)

In questo contesto alcuni ancora difendono le teorie della «ricaduta favorevole», secondo cui ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. La cultura del benessere ci anestetizza e perdiamo la calma se il mercato offre qualcosa che non abbiamo ancora comprato, mentre tutte queste vite stroncate per mancanza di possibilità ci sembrano un mero spettacolo che non ci turba in alcun modo.

*** Domenico DE MASI, sociologo, saggista, docente emerito dell'università La Sapienza di Roma, Il lavoro nel XXI secolo, Einaudi, 2018


In Mixtura i contributi di Domenico De Masi qui
In Mixtura ark #Mosquito qui

giovedì 19 ottobre 2017

#SENZA_TAGLI / Alternanza scuola-lavoro, difficile (Domenico De Masi)

“Gli italiani – diceva Longanesi – sposano un’idea e subito la lasciano con la scusa che non ha fatto figli”. Non è questo il caso della legge sull’alternanza scuola-lavoro che, introdotta dalla Moratti nel 2005, ha avuto ben 12 anni per essere messa a punto ma che, in base a una recente inchiesta su 15.000 studenti, fa ancora acqua. La legge prevede che gli allievi delle scuole professionali dedichino 400 ore all’esperienza lavorativa e quelli delle altre scuole 200 ore. Nasce il problema organizzativo nelle aziende che accolgono gli stagisti: cosa far fare agli studenti? La ministra Fedeli afferma che non si tratta di apprendistato ma di esperienza formativa e che gli eventuali costi (viaggi, vitto, ecc.) debbono essere sostenuti dagli istituti scolastici, che, a loro volta, sono privi di fondi causa tagli di 8 miliardi negli ultimi anni.

Difficile capire la differenza tra apprendistato ed esperienza formativa. Comunque l’inchiesta dimostra che, nel 40% dei casi, i diritti assicurati agli stagisti non vengono rispettati dalle aziende e che spesso gli stagisti sono impiegati per sostituire i lavoratori che, risultando superflui, vengono licenziati. D’altra parte, la domanda studentesca di alternanza, che fino allo scorso anno scolastico riguardava 600mila studenti, quest’anno è salita a 1,4 milioni. Più o meno il numero degli studenti che hanno manifestato nelle piazze. E ciò dimostra che non viene rifiutata la legge, ma il modo sbilenco in cui viene applicata. C’è poi l’atteggiamento delle famiglie che accompagnano i figli alle scuole elementari e a volte alle medie. Poi, al liceo e all’università, si disinteressano del loro destino.

La querelle sull’alternanza scuola-lavoro è un’ennesima occasione persa per cementare la solidarietà e arricchire la dialettica tra genitori, figli e insegnanti. Ma quale peso deve avere il lavoro nei programmi scolastici? Un giovane di 16 anni ha davanti a sé 70 anni di vita, 613.000 ore. Che farà delle sue ore di vita? Se lavora 2.000 ore all’anno per 40 anni, fanno 80.000 ore. Ne restano 533.000 per dormire, curare se stesso, la famiglia, gli amici e la comunità. Il lavoro rappresenta appena 1/7 della vita che attende quel giovane. Eppure tutte le agenzie di socializzazione – famiglia, scuola, media – non fanno altro che parlargli di lavoro. Non sarà forse questo il motivo per cui l’economia ricomincia a crescere mentre società e politica continuano a collassare?

*** Domenico DE MASI, sociologo, saggista, docente emerito dell'univeristà La Sapienza di Roma, La difficile alternanza scuola-lavoro, 'linkedin.com/pulse, 18 ottobre 2017, qui


In Mixtuira altri contributi di Domenico De Masi qui
In Mixtura ark #SenzaTagli qui

sabato 22 luglio 2017

#SENZA_TAGLI / Occupazione, le cinque anomalie italiane (Domenico De Masi)

I dati più recenti sul mercato del lavoro pubblicati dalla Commissione Ue inclinano all’ottimismo. In Europa i lavoratori occupati hanno raggiunto i 234 milioni. Dal 2013 in poi sono stati creati 10 milioni di posti netti per cui il tasso di disoccupazione è tornato al livello del 2008. Anche in Italia le cose sono lievemente migliorate rispetto al 2015, ma restano cinque anomalie: 
1) il nostro tasso di disoccupazione è il più alto d’Europa dopo quello di Spagna e Grecia. 
2) da noi è molto alto il divario tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile, a sfavore di quest’ultimo. 
3) Il 22,6% degli occupati sono lavoratori autonomi, cioè appartengono alla categoria in cui più si annidano i lavori precari. 
4) La nostra situazione è allarmante soprattutto tra i giovani di età compresa fra i 15 e i 24 anni. In questa fascia d’età il 37,8% è disoccupato e il 19,9% non studia e non cerca lavoro perché ha perso ogni speranza di trovarlo. Si tratta, dunque, di un giovane su cinque, mentre nel resto d’Europa è un giovane su dieci. 
5) Tra i lavoratori compresi nella fascia di età 25-39 anni il 15% lavora con contratti atipici.

Sulle cause della nostra maggiore percentuale di disoccupazione si continua a sottacere che l’orario di lavoro in Italia è di 1.725 ore annue contro le 1.425 della Francia e le 1.341 della Germania. Dunque, se anche la nostra economia crescesse come quella dei nostri confinanti, comunque non potremmo mai avere i loro stessi tassi di occupazione (oggi il nostro tasso è del 57% contro il 79% della Francia e il 79% della Germania). Altra circostanza che si continua a sottacere è che quando un giovane frequenta l’università non è considerato disoccupato, per cui il tasso di disoccupazione giovanile dipende notevolmente dalla percentuale di giovani iscritti all’università. Da noi sono appena il 40%, contro percentuali molto più alte degli altri paesi europei. Dunque, un modo doppiamente utile per ridurre la disoccupazione giovanile sarebbe quello di incentivare l’istruzione universitaria: la percentuale di disoccupazione giovanile crollerebbe e avremmo una maggiore percentuale di cittadini laureati (oggi raggiungono appena un imbarazzante 23%).

*** Domenico DE MASI, sociologo, docente emerito dell'università La Sapienza di Roma, Occupazione: le cinque anomalie italiane, 'linkedin.com/pulse', 18 luglio 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Domenico De Masi qui

mercoledì 26 aprile 2017

#SENZA_TAGLI / Francia, tra neo-liberismo e social-democrazia (Domenico De Masi)

La soddisfazione per l'argine di Macron (23,8%) alla destra antieuropea di Le Pen (21,6%) mette in sordina il significato della secca sconfitta del socialista Hamon (6,3%). Fassino ha esultato: "Con Macron anche in Francia è nato il centrosinistra… In qualche modo con Macron nasce in Francia ciò che in Italia è sorto con il Pd". Appunto. Ma oggi il dilemma nelle politiche occidentali è tra uno schieramento che privilegia la minoranza ricca ispirandosi al neo-liberismo e uno schieramento capace di dare la voce alla maggioranza povera ispirandosi alla socialdemocrazia.

Come ha sottolineato Thomas Piketty, Hamon era il solo candidato che ha fatto proposte reali di democratizzazione e cambiamento parlando anche di autonomia e formazione dei giovani. Ma la classe disagiata, gli operai, le periferie che avrebbero tratto vantaggio dal suo programma hanno votato Le Pen. Il programma di Macron, invece, è spiccatamente neo-liberista: propone una tassazione regressiva a tutti i livelli, anche sui patrimoni, ed esenta dall'imposta patrimoniale le attività finanziarie, ben sapendo che i grandi patrimoni sono composti al 90% da attività finanziarie.

Cinque anni di Macron produrranno gli stessi effetti prodotti in Italia da Renzi, e Le Pen si prenderà la rivincita. Da noi le 10 famiglie più ricche hanno raddoppiato la loro ricchezza e i poveri sono passati da 3 a 6 milioni. Il corollario, in termini elettorali, è che oggi il Pd, votato soprattutto dai vecchi dei Parioli, è al 27%, mentre il M5S, votato soprattutto dai giovani del Pigneto, è al 33%. Per fortuna il M5S non è il Front Nationale e può essere ancora recuperato alla costruzione di un’Europa socialdemocratica, capace garantire la pace sociale.

Per evitare esiti violenti occorre ridurre (non aumentare) le distanze tra ricchi e poveri, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e immigrati ridistribuendo il lavoro, la ricchezza, il potere, il sapere, le opportunità e le tutele. "Vasto programma!" direbbe De Gaulle. Ma l'alternativa porta a un aumento esponenziale dei disperati che, allo stato, nessuno mobilita meglio di Le Pen. Il fatto è che il liberismo ha saputo rinnovarsi elaborando il neo-liberismo, mentre la socialdemocrazia è rimasta ancorata ai suoi vecchi linguaggi senza più appeal.

Così ai Renzi e ai Macron, privi di un modello di società da contrapporre a quello liberale, non resta che fare proprie alcune parole d'ordine liberali (come l’abolizione dell'art.18) che neppure i liberali difendono. A questo punto la parola passa ai cosiddetti intellettuali di sinistra, che debbono rimboccare le maniche dei loro cervelli e produrre un modello teorico di società europea e socialdemocratica, capace di restituire ai disperati fiducia e speranza.

*** Domenico DE MASI, sociologo, professore emerito dell'università La Sapienza di Roma, La Francia tra neo-liberismo e social-democrazia, 'linkedin.com/pulse', 24 aprile 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Domenico De Masi qui

domenica 26 febbraio 2017

#VIDEO / Doni, da donare a se stessi e agli altri (Domenico De Masi)


Domenico DE MASI
sociologo, professore emerito università La sapienza Roma
Doni, da donare a se stessi e agli altri
Lectio magistralis
Università Studi Scienze Gastronomiche
Inaugurazione anno accademico 2016-2017
'facebook', 24 febbraio 2017
video 6min51

Socialdemocrazia, tecnologia, lentezza, pressapoco, senso, ozio creativo, lavoro, indignazione, visione, bellezza, follia. I doni da donare a noi stessi, agli altri, all'umanità. 
Questi i temi della Lectio Magistralis di Domenico De Masi all'Inaugurazione dell'Anno Accademico dell'Università degli studi di Scienze Gastronomiche
(dalla presentazione)


In Mixtura altri contributi di Domenico De Masi qui

domenica 27 novembre 2016

#RITAGLI / Migliora la soddisfazione, ma è assuefazione al peggioramento (Domenico De Masi)

La notizia: 
"Per la prima volta dopo 5 anni, nel 2016, migliorano le stime relative al giudizio delle famiglie sulla soddisfazione per le condizioni di vita". (Istat, qui)

---
[D: Cosa non la convince?]
«Un conto è esaminare indicatori oggettivi, tipo il patrimonio, il reddito, ma anche quante volte si è andati al cinema o per quanti giorni si è stati in vacanza, una cosa diversa è la percezione di soddisfazione o insoddisfazione soggettiva, che può essere influenzata da mille fattori».

[D: Per esempio?]
«Che so, uno è momentaneamente infelice per motivi sentimentali o di salute e viceversa. Magari il giorno prima dell’intervista la sua squadra ha vinto e lui è contentissimo. Insomma la sensazione di benessere ha poco valore rispetto agli indicatori oggettivi. E non gli darei tutta questa importanza, tanto più che siamo a ridosso del referendum e facilmente qualcuno può attribuirsi il merito di questo presunto miglioramento».

[D: Pensa che il governo abbia condizionato l’Istat?]
«Ma no, però guardiamo alle cose come stanno. L’Istat ha fatto questa indagine lo scorso marzo su un campione di ben 24mila famiglie. Dal punto di vista della dimensione, niente da dire. Io in 40 anni di ricerche non ho mai avuto i mezzi per lavorare su un campione così ampio. Però, che tra lo scorso Natale e febbraio si siano prodotti eventi tali da migliorare la situazione delle famiglie, non mi pare proprio. Tanto più se il paragone è sugli ultimi cinque anni. Ci sono dati oggettivi a dimostrarlo».

[D: Quali?]
«Per esempio, i poveri sono raddoppiati. Oppure vogliamo parlare della disoccupazione e dei giovani istruiti che non trovano lavoro?».

[D: E allora come spiega il miglioramento della soddisfazione?]
«Con l’assuefazione al peggioramento. Ci si abitua, per esempio, al crescere dell’insicurezza».

[D: Sta dicendo che ci si dimentica di quando si stava meglio?]
«In sociologia usiamo una parola, alienazione, per descrivere lo stato in cui si sta oggettivamente peggio ma non lo si avverte. È uno stato pericoloso anche psicologicamente, perché si abbassano le difese e la capacità di conflitto».

*** Domenico DE MASI, professore emerito di sociologia del lavoro all'uiniversità La Sapienza di Roma, intervistato da Enrico Marro, De Masi: «I poveri crescono. C’è assuefazione al peggioramento», 'corriere.it', 22 novembre 2016, qui


In Mixtura altri 20 contributi di Domenico De Masi qui

mercoledì 23 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Cordate aziendali (Domenico De Masi)

Le aziende predicano la meritocrazia ma praticano le cordate. Ogni nuovo top manager si porta dietro una serie di suoi fidi che occupano le poltrone prima occupate dai fidi del top manager disarcionato. Nominato un top manager, e, esaurita una cordata, affida la felicità alla speranza di un miglioramento che dovrebbe arrivare con la cordata successiva. Nel famoso coro dell’Adelchi, “Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti…” ricordate il Manzoni? il poeta parla di un subalterno popolo medievale che, all’improvviso arrivo di un nuovo esercito, “intende l’orecchio, solleva la testa” e “sogna la fine del duro servir”, sogna una libertà che gli dovrebbe venire non dalla propria ribellione al vecchio padrone, ma dalla generosità dei nuovi conquistatori.

Così oggi, di tanto in tanto, dagli uffici, dai corridoi, dalle mense aziendali, un volgo disperso d’impiegati e manager, percosso da nuovo crescente rumor, intende l’orecchio, solleva la testa e assiste timoroso o speranzoso all’arrivo del nuovo boss.

Una società è democratica quando il popolo sceglie i suoi governanti. Ma le imprese, per loro natura costituzionale, sono gerarchiche, piramidali, autoritarie: i loro capi non vengono eletti dal basso ma vengono nominati dall’alto e, spesso, dal di fuori. Ai dipendenti (persino a quelli di altissimo rango) non resta che prendere atto delle nuove nomine, apprendendole non dall’azienda ma dalle pagine del “Sole 24 Ore” o del “Financial Times”.

Se, dopo alcuni secoli dalla scoperta della democrazia, gli Stati democratici funzionano ancora malissimo, è proprio perché essi, come grandi sfere riempite di piccole piramidi, dentro un involucro egualitario nutrono gruppi ancora gestiti dittatorialmente. Quale fedele ha mai eletto il proprio parroco? quale studente o quale professore ha mai eletto il proprio preside? La partecipazione, sancita per i riti solenni come l’elezione del parlamento o del sindaco, è bandita dalle organizzazioni quotidiane, quelle che davvero contano per la nostra felicità.

Il geniale Alexis de Tocqueville, quando nel 1830 dalla Francia monarchica approdò all’America repubblicana, rimase stupito dalle libertà costituzionali del nuovo mondo ma si accorse subito delle magagne che esse celavano. In quel capolavoro insuperato che è La democrazia in America, egli scrisse: “Credo che la libertà sia meno necessaria nelle grandi che nelle piccole cose, perché è nel particolare che è pericoloso asservire l’uomo. Significa contrariare ogni momento l’individuo, snervarlo, e fargli presente a ogni piè sospinto la sua condizione... Una costituzione che sia repubblicana nel cervello e ultra-monarchica in tutte le altre parti, mi è sempre apparsa un mostro effimero. I vizi dei governanti e l’imbecillità dei governati non tarderebbero a condurla in rovina”.

L’ultra-monarchia delle aziende comporta che, ogni tanto, a ondate, si sparge per i corridoi la voce che il monarca in carica comincia a vacillare. Allora, giù giù per i rami dell’organigramma, tutti quelli che hanno goduto delle sue grazie cominciano a tremare, mentre tutti gli altri, esclusi dalla sua cordata, sollevano le loro teste e, col misero orgoglio d’un tempo che fu, arrotano i coltelli delle loro vendette notturne.

Ogni cambio di guardia al vertice dei grattacieli direzionali provoca terremoti che, prima di assestarsi, proiettano i loro effetti sismici fino ai piani sottostanti dei direttori, a quelli ancora inferiori dei manager e degli impiegati, a quelli infimi dei commessi e degli uscieri.

In alcune stanze cinicamente si brinda ai nuovi padroni, mentre in altre cala il terrore: qualcuno tenta di occultarsi in attesa di oblio e di tempi migliori; qualche altro cerca di cambiare bandiera correndo in aiuto dei vincitori; qualche altro ancora si dimette.

Tutto avviene in modo felpato e silente. Se qualcuno parla ai livelli alti, lo fa concedendo una signorile intervista ad “Affari & Finanze” o a “Forbes”; se qualcuno parla ai livelli bassi, lo fa bisbigliando nei corridoi. Mai nessuno che chieda ai nuovi padroni le credenziali e le competenze; mai nessuno che li affronti di petto, per contrattare il proprio destino o almeno per soccombere a testa alta.

Manager che hanno costruito la loro carriera lavorando sodo per anni, rinunziando alle gioie della famiglia, della cultura e del tempo libero per accumulare una debordante professionalità, accettano supinamente di essere diretti dai nuovi arrivati, assolutamente ignoranti di tutto ciò che si progetta, si produce e si vende nel loro nuovo regno, guadagnato non per meriti specifici ma per fedeltà a un ministro, a un segretario di partito, a una loggia massonica, a una congrega religiosa.

“Tutto sommato – acutamente osserva il profetico Tocqueville – mi pare che l’aristocrazia industriale di oggi è tra le più dure che siano mai esistite… È da questa porta che la democrazia deve temere un ritorno all’ineguaglianza sociale”.

*** Domenico DE MASI, sociologo, Cordate aziendali, 'linkedin.com/pulse', 21 novembre 2016, qui


In Mixtura altri 19 contributi di Domenico De Masi qui

mercoledì 19 ottobre 2016

#SENZA_TAGLI / Digitali, avanzano (Domenico De Masi)

Microsoft è del 1975, il Web è del 1991, Google è del 1997, Facebook del 2004, Twitter del 2006. Dunque, oggi, chi è nato con Microsoft ha 41 anni, chi è nato con il Web ne ha 25, chi è nato con Google ne ha 19, chi è nato con Facebook ne ha 12, chi è nato con Twitter ne ha 10. Praticamente siamo in mezzo al guado, tra un passato, appannaggio degli “analogici”, e un futuro, appannaggio dei “digitali”.

L’azienda Sharp ha avuto la buona idea di fotografare, come nel fotogramma di un film, a che punto è l’avanzata delle nuove tecnologie nel mondo degli impiegati d’ufficio incaricando la Censuswide di intervistarne 6.000 in nove Paesi europei, compresa l’Italia. I problemi esplorati riguardano l’uso delle tecnologie, il tempo che esse fanno perdere o guadagnare, la loro incidenza sulla produttività, sulla motivazione, sulla collaborazione, sulla sicurezza dei dati.

I risultati quantificano sia il ritardo culturale di molti impiegati che stentano a utilizzare le nuove tecnologie, sia il ritardo tecnologico e organizzativo di molte aziende che si ostinano a impiegare tecnologie obsolete e procedure antiquate.

Solo il 47% degli impiegati italiani (contro il 67% degli altri europei) ritiene che il suo posto di lavoro sia dotato di tecnologie di ultima generazione. Se gli uffici avessero tecnologie aggiornate, il 68% degli italiani (contro il 53% degli altri) dichiara che si sentirebbe più produttivo; il 46% degli italiani (contro il 34% degli altri) si sentirebbe più motivato; il 40% degli italiani (contro il 28 % degli altri) avrebbe più tempo per proporre nuove idee.

Alla fine dei conti, ogni anno si perdono 27 giorni di lavoro a causa della tecnologia obsoleta. Per supplire ai ritardi tecnologici della propria azienda, il 53% degli italiani intervistati (contro il 39% degli altri europei) finisce per usare anche in ufficio dispositivi personali come il Pc e il cellulare.

D’altra parte, il 30% di tutti gli intervistati riconosce che non è in grado di utilizzare la tecnologia che dovrebbe sapere usare. Il 42% degli italiani (contro il 25% degli altri europei) denunzia che i propri colleghi non sanno utilizzare stampanti, scanner e dispositivi audio-video.

Rispetto ai colleghi europei, gli italiani si sentono più sicuri nel praticare operazioni semplici come sostituire il toner o caricare la carta della stampante, ma si confessano molto meno sicuri nel compiere funzioni complesse come configurare i dispositivi audio-video di una sala riunioni o gestire una riunione a distanza con la condivisione di documenti sullo schermo.

Parimenti numerose e diffuse (circa il 40% sia in Italia che nel resto d’Europa) sono le cattive abitudini come dimenticare le password, non condividere informazioni importanti, parlare sovrapponendosi l’un l’altro durante le riunioni.

Ciò nonostante il 70% di tutti gli intervistati è consapevole che le tecnologie offerte dal progresso sono in grado di facilitare la condivisione di idee e di informazioni e, quindi la collaborazione tra colleghi sia nel proprio ufficio, sia in altre aree del business, sia da remoto.

*** Domenico DE MASI, sociologo e saggista, professore emerito di Sociologia del Lavoro Università “La Sapienza” di Roma, L'avanzata dei digitali, 'linkedin.com/pulse', 17 ottobre 2016, qui


In Mixtura altri 18 contributi di Domenico De Masi qui

domenica 21 agosto 2016

#SENZA_TAGLI / Tecnologie e lavoro bianco (Domenico De Masi)

Il sistema economico e il mercato del lavoro, così come sono stati finora congegnati, mi sembrano sempre più due mostruosi gemelli generati da un medesimo ovulo neoliberale a sua volta fecondato da uno spermatozoo postindustriale.

Questi gemelli, messi insieme, hanno la capacità di trasformare in disastri persino le opportunità. Scienziati e ingegneri sfornano ogni giorno macchine in grado di produrre beni e servizi sempre più a basso costo, con produzioni a ciclo continuo e senza la possibilità di sottostare a scioperi o a incidenti. Per di più la globalizzazione permette la diminuzione dei costi di materie prime e di fabbricazione.
Pertanto, si produce di più impiegando meno lavoro umano. Una buona notizia, dunque, se fosse accompagnata da una ridistribuzione del lavoro rimanente a tutta la popolazione attiva, permettendo a ogni cittadino di guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro decrescente e di coltivare la propria vita intellettiva e culturale nel tempo libero crescente.

Invece questi perversi gemelli hanno deciso che i genitori continuino ad ammazzarsi di lavoro fino allo spasimo e i figli restino del tutto disoccupati. Sicché i figli, nulla guadagnando, poco consumano, e contribuiscono così, paradossalmente, a quella deflazione che gli stessi gemelli temono. Mario Draghi, nell’ultimo rapporto BCE, ha sottolineato come il problema della disoccupazione giovanile in Europa oggi colpisca la generazione più istruita di sempre, ponendo le preoccupanti basi per una lost generation.
I governi non riescono a risolvere questo ormai dilagante problema. Dunque, cosa possono fare i disoccupati, vittime innocenti di questa generale inadempienza?

Innanzitutto vediamo quanti sono i disoccupati. Secondo l’International Labour Organization (Ilo) il tasso di disoccupazione contempla le persone senza lavoro e coloro che, nelle ultime quattro settimane, l’hanno cercato attivamente senza trovarlo.

“2,8 miliardi di lavoratori – 197 milioni di disoccupati” - Secondo l’Ilo, i lavoratori salariati nel mondo sono 2,8 miliardi, pari dunque al 45% circa della popolazione globale. I disoccupati sono invece 197 milioni pari al 6 per cento circa della popolazione attiva. In Europa i lavoratori sono 225 milioni e i disoccupati rasentano i 26 milioni con l’aggiunta di altri 18 milioni di sottoccupati, divisi tra scoraggiati a trovare un’occupazione e lavoratori part-time che vorrebbero diventare full-time. I disoccupati sotto i 25 anni in Europa sono circa 5,5 milioni pari al 22 per cento, con punte del 40% in Italia, del 50% in Spagna e in Grecia.

Queste cifre oscillano in su e in giù ogni semestre, ma la sostanza del problema non cambia: la meccanizzazione distrugge più posti di lavoro di quanti sia in grado di crearne. Dunque la situazione occupazionale è destinata ad aggravarsi nel tempo.

Eppure…

C’è qualche possibilità che una frattaglia atomizzata di 197 milioni di disoccupati riesca a imporre il proprio diritto di lavorare ai governi, alle imprese e ai lavoratori occupati? Per dare loro un’occupazione e un salario basterebbe ridurre di pochissimo l’orario di lavoro dei 2,8 miliardi di salariati. In Europa, dunque, basterebbe ridurre in misura irrisoria l’orario di lavoro dei 225 milioni di occupati per ridare dignità a 26 milioni di disoccupati.


Ma questo non è avvenuto (e forse non avverrà mai) a causa di almeno quattro motivi. Primo, le teorie cosiddette liberali e neoliberali non lo contemplano. Secondo, la parte garantita del mercato è impietosa nei confronti della parte non garantita. Terzo, i poveri non hanno lobby. Quarto, come ha scritto Wright Mills “non solo i figli dei ricchi ereditano la ricchezza con tutti i suoi vantaggi, ma anche i figli dei poveri ereditano la povertà con tutti i suoi svantaggi”. Così la società riproduce e amplifica le sue disuguaglianze.

Ma poiché i disoccupati non hanno nulla da perdere tranne la loro disoccupazione, non gli resta altra scelta che scompaginare il sistema gettando sul mercato del lavoro, gratuitamente, tutta la propria massa lavorativa. Se in Europa i 26 milioni di disoccupati offrissero gratuitamente la loro opera a chiunque ne avesse bisogno, in poco tempo tutta la legge della domanda e dell’offerta andrebbe a gambe all’aria.

Mentre il liberismo di Adam Smith e di Richard Cobden ha avuto il neo-liberismo di Ludwing von Mises e Friedrich von Hayek, non si può dire la stessa cosa del comunismo di Karl Marx che purtroppo non ha avuto un neo-comunismo se non nelle forme blande della new left di Wright Mills, della socialdemocrazia di Willy Brandt, del new labour di Tony Blair, che hanno comunque lasciato irrisolta la questione occupazionale.

Oggi quelle stesse tecnologie che sottraggono lavoro, potrebbero aiutare le loro vittime a recuperarne almeno una parte. I disoccupati informatici potrebbero infatti dedicarsi alla creazione di software, di app, di siti capaci di mettere in contatto chi cerca un determinato tipo di lavoratore con il disoccupato in grado di soddisfare la sua domanda gratuitamente. Si creerebbe così una immensa rete ottimale tra milioni di domande e milioni di offerte, come in piccolo ha fatto Uber scompigliando il sistema dei taxi.
Ciò costringerebbe i governi a mettere mano a una nuova normativa del mercato del lavoro grazie alla quale ogni incremento della produttività dovrebbe comportare una equivalente riduzione e ridistribuzione dei carichi di lavoro.

“WHITE WORK” - A differenza del lavoro nero, sotto-pagato e sopra-sfruttato, avremmo così un lavoro bianco, un White Work, un WW volontario e rivoluzionario, puro e senza vittime.

Bianco, come poeticamente ci dice Wikipedia, “un colore senza tinta, acromatico, composto delle frequenze di tutti i colori dello spettro visibile”. Opposto, simbolicamente, del nero e dell’oscurità.

*** Domenico DE MASI, sociologo e saggista, professore emerito di Sociologia del Lavoro Università “La Sapienza” di Roma,  La tecnologia e il lavoro bianco, 10 agosto 2016, 'le macchine volanti', qui


In Mixtura altri 17 contributi di Domenico De Masi qui

sabato 6 agosto 2016

#SENZA_TAGLI / Sud, un anno dopo il miracolo (Domenico De Masi)

Nel 2015 il PIL dell’Unione Europea crebbe del 2,0%, quello del Centro-Nord italiano crebbe dello 0,7%, quello del Mezzogiorno, per motivi arcani, crebbe dell’1%. Governo e media gridarono al miracolo: un anno eccezionale! un giro di boa nella storia del Sud! l’inversione di una tendenza secolare!

Intanto, alla fine del quinquennio 2008-2013, le sacche di povertà che nel centro-Nord erano arrivate al 5,6%, nel Sud sfioravano l’11%. E se, tra il 2008 e il 2015 l’Italia aveva perso 811.000 posti di lavoro, ben 576.000 di quei posti perduti erano nel Sud, dove la disoccupazione aveva raggiunto il 20,2% contro il 4% di Bolzano e il 5% di Verona. Oggi nel Sud, su una popolazione complessiva di 21 milioni di residenti, solo 5,8 milioni sono occupati: il livello più basso dal 1977.

Dunque il miracolo del 2015 consisteva nel fatto che il Sud era cresciuto di tre miseri centesimi più del Nord. Con questo ritmo di crescita, non basteranno 60 anni perché il Mezzogiorno riesca a raggiungere Bolzano, ammesso che Bolzano stia ferma ad aspettarlo.

Ma ieri la Svimez ci ha ricordato che i risultati “eccezionali” del 2015 “appaiono difficilmente ripetibili nei prossimi anni”. Del resto i dati parlano chiaro: dal 2007 a oggi il PIL del Sud si è ridotto di -12,3%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord (-7,1%). Per i prossimi anni – dice la Svimez – non facciamoci illusioni: non sarà la tanto risibile quanto millantata crescita del 2015 a “disancorare il Mezzogiorno da questa spirale di bassa produttività, bassa crescita e, quindi, minore benessere”.

Ora, però, al danno si è aggiunta la beffa di una retorica quotidiana che deborda dai media senza però indignare e nemmeno irritare i meridionali. In pochi mesi Napoli diventerà la capitale hi-tech del Paese! Taranto riuscirà a coniugare la salute con l’occupazione! le discariche, liberate dalle ecoballe, presto diventeranno serre! finalmente il Sud uscirà dal tunnel! “Questi sono fatti non parole”, aggiungono i governanti, ben sapendo che alle parole non seguiranno i fatti dal momento che i 21 milioni di residenti nel Sud, per loro ignavia e per perfidia altrui, rappresentano un capitale umano ormai tarlato da una scolarizzazione scandalosamente bassa e dall’emigrazione disperata dei giovani più intraprendenti e preparati.

Gli esperti parlano di occupational downgrading per cui i posti di lavoro, anche nei rari casi in cui crescono, sono però sempre più dequalificati. L’altro giorno il “Sole 24 Ore” ci ricordava che “le professioni cognitive altamente qualificate hanno perso, tra il 2008 e il 2015, oltre 1,1 milione di unità in Italia (-12,8%), un calo che nel Mezzogiorno è molto più accentuato (-18,7%) rispetto al Centro-Nord (-10,8%).

Negli Stati Uniti, in città come Stanford o Boston, dove la percentuale di lavoratori laureati oscilla tra il 50 e il 60% e dove prevalgono le professioni cognitive, la qualità della vita è eccellente e le retribuzioni dei laureati girano intorno ai 100.000 dollari. In città come Mansfield o Beaumont, dove la percentuale dei laureati resta sotto al 20%, la qualità della vita è pessima, la criminalità è alta e le retribuzioni sono giusto la metà. Nel nostro Sud la percentuale dei laureati è ancora più bassa che a Mansfield e noi sappiamo che un popolo semianalfabeta non è in grado di selezionare una buona classe dirigente al passo coi tempi. Di qui, tutto il resto.

*** Domenico DE MASI, sociologo, Sud, un anno dopo il miracolo, 'linkedin,com/pulse', 4 agosto 2016, qui


In Mixtura altri 16 contributi di Domenico De Masi qui

venerdì 15 luglio 2016

#RITAGLI / Governanti ed economisti, parole criminali (Domenico De Masi)

[D: De Masi, se la ripresa è una balla perché andargli ancora dietro?]
Ti do due dati, uno a livello mondiale e uno tutto italiano. Dieci anni fa 85 persone al mondo secondo Forbes possedevano da sole la ricchezza di tre miliardi e mezzo di persone, la metà dell’umanità intera. Oggi, dieci anni dopo, i poveri hanno la ricchezza non più di 85 persone ricche ma di 65. La tendenza sembra dire che arriveremo al punto in cui una sola persona possederà praticamente tutto. Altro dato, per l’Italia: nel 2007, cioè alla vigilia della grande crisi, dieci famiglie avevano la ricchezza di tre milioni di italiani, dopo otto anni di crisi le stesse famiglie hanno la ricchezza di 6 milioni di italiani, cioè hanno raddoppiato la loro ricchezza mentre raddoppiava il numero dei poveri. Questi dati dimostrano quanto galoppa la disuguaglianza.

[D: Cosa c’è al fondo di questa “caduta”?]
Da quando un modello di vita ha prevalso diventando dominante su altri si è rotto qualcosa. Durante la Guerra Fredda tra Occidente e Oriente, un mondo orientale in nome del socialismo rinunciava alla ricchezza di pochi ma assicurava ai suoi cittadini la sopravvivenza, la scuola e la sanità. Magari imponendo altri prezzi su altri fronti, certo. E’ quello che succede ancora oggi a Cuba, per qualche tempo ancora. Poi c’era un mondo basato sul liberalismo che poneva in primo piano la capacità dei singoli per cui i più capaci hanno di più e i meno capaci hanno di meno. Con la caduta del Muro di Berlino, in effetti, il Comunismo non ha perso ma il Capitalismo non ha vinto. Perché il primo sapeva distribuire la ricchezza senza saperla produrre, il secondo la sa produrre e non sa distribuirla. E’ un paradosso ormai acclarato per tutti i Paesi capitalisti.

[D: Ma il cittadino con chi si deve lamentare?]
Con quegli economisti e quei politici che continuano a dire che c’è una ripresa. Una ripresa dei Paesi ricchi è impossibile perché sono talmente ricchi che non possono aumentare ulteriormente la loro ricchezza. Noi, Italia, su 196 Paesi siamo all’ottavo posto al mondo come Pil. Ogni italiano ha un Pil pro capite di 36mila dollari. I cinesi ne hanno 6000 dollari, gli indiani 1.500. Come facciamo noi ad aumentare ancora?

[D: E quando vengono ancora spese promesse su questo rilancio dell’economia?]
Non sono solo balle, sono al più esternazioni criminali. Sono dichiarazioni di economisti e politici che o non sanno come stanno le cose e allora hanno una colpevole ignoranza oppure sanno come vanno le cose e dicono bugie e sono dei criminali.

[D: E la gente che affolla il Titanic suonando il violino della ripresa?]
E’ la gente che vedi in tv la sera a Ballarò, da Vespa. E’ gente che parla per compiacere il Principe dice che le cose stanno andando meglio, quando sarebbe onesto verso il popolo dire “guardate, siamo cresciuti tanto e non possiamo crescere di più”. Non c’è niente da fare. Possiamo solo sperare di mantenere la posizione in cui siamo e decrescere lentamente con minori diseguaglianze possibili. Per non diminuire la nostra dose di “felicità”, dovendo però decrescere, dobbiamo togliere le cose superflue in modo che quelle necessarie rimangano a tutti.

[D: Le famose spending review che si sono evitate a tutti i costi, arrivando a “tagliare” i commissari incaricati di farle?]
Se pensa che abbiamo una situazione della sanità molto peggiore a quella di quattro anni fa, che oggi il cittadino paga molte più medicine per cui alcuni non potendo comprarle neppure si curano più… Per avere un’analisi clinica da parte di una Asl devi aspettare quattro o cinque mesi e nel frattempo muori… Beh, in un Paese ancora ricco come il nostro è una vergogna.

[D: Allora, che fare?]
L’unica è redistribuire la ricchezza finché di ricchezza ce n’è. Ognuno di noi getta la metà di quello che ha nel frigorifero. Educazione dei cittadini all’autorisparmio, forse. Ma se il voto viene dato ancora oggi a soggetti che portano avanti visioni liberali dell’economia non ne verremo mai a capo. Quelle idee ci porteranno a capo fitto in una terza rivoluzione perché prima o poi la gente si stufa. Vedi quanti episodi ci appaiono folli, le sparatorie, gli attacchi di gente apparentemente uscita di senno. La povertà e la disperazione sono benzina per l’incendio. Non è altro che la punta dell’iceberg di una insoddisfazione globale per l’iniqua distribuzione della ricchezza.

[D: Qualcuno parlando di “decrescita felice” sembra intravvedere perfino del “bello” dietro alle nuove povertà, un po’ come i neorealisti nel cinema del Dopoguerra…]
Macché, di felice c’è ben poco. Quello è sempre il bello visto dalla parte dei ricchi. E’ un racconto della povertà e della Chiesa sui poveri che sono “beati perché loro è il regno dei cieli”. E’ un fatto consolatorio: possiamo dire che nel 2016 queste forme di contenimento sono del tutto desuete e insufficienti? L’unica vera consolazione, se si può dire, è che i poveri trattengono ancora la rabbia. Perché quando esploderà i non poveri avranno da rimettere. Quando ci fu la Rivoluzione francese furono ghigliottinati 23mila nobili. E’ questo – anche nelle forme più civili che una rivolta assumerebbe oggi – che le élite, più di tutto, non vogliono”.

*** Domenico DE MASI, sociologo e saggista, intervistato da Thomas Mackinson, Povertà, il sociologo Domenico De Masi: “Ripresa economica? Le parole di governanti ed economisti sono criminali”, 'ilfattoquotidiano.it', 14 luglio 2016, qui


In Mixtura altri 15 contributi di Domenico De Masi qui

domenica 26 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Brexit, al Regno Unito conveniva restare (Domenico De Masi)

Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale, rielaborati dal Financial Times e dal McKinsey Global Institute, nel quinquennio 1982-1987 la crescita dell’economia mondiale era dovuta per il 29,8% agli Stati Uniti. Tra i primi dieci Paesi che contribuivano alla crescita ve ne erano tre europei: il Regno Unito con il 4.2%; la Germania con il 3.5%; l’Italia con il 2.9%.  Secondo gli stessi dati, nel quinquennio 2012-2017 la crescita sarà dovuta per il 33,6% alla Cina; per il 13,9% agli Stati Uniti. Nessun Paese europeo sarà compreso nei primi dieci. Già oggi, infatti, gli Stati Uniti contribuiscono solo per il 16% al Pil mondiale; i Paesi dell’Eurozona vi contribuiscono per il 12%; la Germania per il 4%; il Regno Unito e la Francia per il 3%; l’Italia per il 2%.

In questa frammentazione dell’economia mondiale, composta dalle economie di 196 Paesi, la decisione inglese di correre da soli è autolesionista. La vittoria del Brexit deriva da un gigantesco “cultural gap” per cui la Gran Bretagna è ormai uno Stato di seconda qualità ma si sente ancora padrona del mondo, in possesso di colonie che vanno dall’India al Canada, dall’Africa all’Australia.

Gli inglesi si sentono mortificati se a Bruxelles si ritrovano alla pari con gli altri europei. Tanto più che si discute in inglese. Questo della lingua è il fattore che più di ogni altro li inganna conferendo loro un super-ego non più giustificato dalla realtà.

E’ già accaduto con Roma nei secoli della sua decadenza, quando tutto il mondo parlava latino e i romani si comportavano ancora come padroni dell’Impero benché ormai non contassero più nulla e le grandi decisioni venissero ormai prese ad Alessandria, a Costanza o a Madrid.

Oggi un cittadino del Regno Unito ha un Pil pro-capite inferiore a quello di un cittadino del Quatar, di Macao, e della Nuova Zelanda. Molte sue ex-colonie hanno un Pil pro-capite superiore a quello degli inglesi. In base all’indice di svilippo umano l’Inghilterra è solo al 14° posto. Per saldo attivo nella bilancia dei pagamenti e per riserve ufficiali l’Inghilterra sta molto peggio dell’Italia.

Il suo debito pubblico è molto maggiore di quello della Polonia, della Slovenia e della Slovacchia. Il suo indice di democrazia è inferiore a quello di 12 Paesi. Nel Parlamento inglese la percentuale di donne parlamentari è inferiore a quella del Ruanda, del Senegal e del Nicaragua. Il Regno Unito è solo all’undicesimo posto nella graduatoria dell’industria manifatturiera (l’Italia è al settimo posto); è al 24° posto tra i produttori di energia; è al 31° posto per speranza di vita; ha il 14,2% di Neet; è al 25° posto per spesa in ricerca e sviluppo (dopo Taiwan, la Slovenia, la Repubblica Ceca e l’Irlanda); è all’11° posto per produzione automobilistica (dopo l’India, il Brasile e il Messico); nella spesa per l’istruzione è superata dal Ghana, dalla Thailandia e dal Costa Rica; nella spesa per la sanità è superata dalla Sierra Leone, dal Ruanda e dalla Serbia; per il numero di cellulari è oltre il trentesimo posto.

Quando ieri abbiamo visto in televisione che le urne elettorali venivano portate di corsa da un seggio all’altro; quando questa notte abbiamo dovuto attendere l’alba per conoscere i risultati elettorali, ci siamo ricordati che in Brasile si vota col sistema elettronico e i risultati si sarebbero saputi dieci minuti dopo la chiusura dei seggi.

A conti fatti, dunque, restare in Europa avrebbe fatto più bene all’Inghilterra che al resto del continente.

*** Domenico DE MASI, sociologo, Al Regno Unito conveniva restare, 'linkedin.com/pulse', 24 giugno 2016, qui


In Mixtura altri 14 contributi di Domenico De Masi qui

giovedì 23 giugno 2016

#SENZA_TAGLI / Cultural gap (Domenico De Masi)

Nel 1969 Alain Touraine pubblicò La società postindustriale e nel 1973 La produzione della società; nel 1977 Francesco Alberoni pubblicò Movimento e istituzione. Questi tre libri di sociologia segnalarono tempestivamente e analizzarono approfonditamente il passaggio degli aggregati sociali dalla fase industriale (durata tra la metà del Settecento e la metà del Novecento) e la fase postindustriali, iniziata con la seconda Guerra mondiale.

Nell’era industriale gli aggregati sociali tendevano a strutturarsi come istituzioni, cioè sistemi rigidi, con un loro statuto fisso, un loro metodo fisso, un loro obiettivo fisso, un loro nemico e un loro alleato fissi. La forma tipica dell’istituzione è il partito, con le sue connotazioni estreme e onnivore raggiunte negli stati totalitari. Il sindacato, soprattutto quando funziona come cinghia di trasmissione di un partito, ne ripete la struttura e il comportamento di istituzione. Quando un lavoratore era iscritto a un sindacato industriale o a un partito, vi partecipava anima e corpo per tutta la vita e in ogni circostanza. Se cambiava tessera, era un trasformista e un voltagabbana.

Tutt’altra cosa sono gli aggregati della società postindustriale, che tendono ad assumere la forma di movimenti: fluidi, transitori, pronti a cambiare di volta in volta gli obiettivi, i metodi, le poste in gioco, i nemici e gli alleati. In questo Renzi e Napolitano – ma, per quanto possa sembrare paradossale, anche gli Scilipoti, i Razzi, i Verdini e, ora, i Marino – sono più postindustriali di Bersani e di D’Alema. 

Man mano che la società transita dalla sua vecchia forma industriale alla sua nuova forma postindustriale, molte istituzioni evolvono in movimenti e molte alleanze trasmutano in funzione degli obiettivi cangianti. Il più delle volte questi cambiamenti non sono progettati in anticipo e perseguiti con sistematicità, non hanno un’origine e una fine ben marcate, sono acefali perché non hanno una leadership precisa che ne guida l’evoluzione. E la loro condotta è dettata da esigenze tattiche più che da progetti strategici. La strategia, se proprio necessario, sarà ricavata a posteriori, come sintesi delle varie azioni tattiche messe in atto.

Per quanto accompagnata certamente da incontri più o meno occulti, la convergenza dei verdiniani con i renziani era nell’ordine delle cose: apparteneva al genere dei movimenti più che a quello delle istituzioni, così come allo stesso genere appartiene la separazione (magari transitoria) tra queste due forze dopo l’esito scoraggiante delle ultime elezioni. 

A maggior ragione la convergenza di una parte degli elettori di Cinque Stelle con i leghisti non ha bisogno di assumere i connotati di un patto istituzionale: è nell’ordine delle cose e appartiene al genere “movimento”. E’ un giro di valzer provvisorio che risponde all’esigenza del momento (il ballottaggio) e al comune intento tattico (disarcionare Renzi). Queste due forze in campo sono accomunate, per un tratto di strada, dall’insofferenza non nei confronti dello Stato e dei partiti, ma nei confronti di “questo” Stato, di “questo” Governo,  di “questi” partiti. Passata questa convergenza naturale in vista del ballottaggio, ci potete giurare che Lega e 5 Stelle andranno ognuno per la propria strada, divisi come sono sull’idea di Europa, di lavoro, di reddito di cittadinanza. 

Cambiati i fenomeni, vanno cambiate anche le loro interpretazioni. Titolare, come ha fatto qualche giornale, “Nasce il Carroccio a 5 Stelle” significa applicare una interpretazione industriale a un fenomeno postindustriale. I sociologi lo chiamano “cultural gap”. Bisogna rassegnarsi: terminata l’era dei matrimoni indissolubili tra forze sociali, dobbiamo abituarci ai divorzi, alle sbandate, persino alle sveltine. E’ la società “liquida”, secondo la definizione tanto banale quanto corteggiata di Zygmunt Bauman.

*** Domenico DE MASI, sociologo e saggista, Cultural Gap, riproduzione integrale, 'linkedin/pulse.com', 21 giugno 2016, qui



In Mixtura altri 13 contributi di Domenico De Masi qui

sabato 14 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Brasile, la cacciata di Dilma Roussef (Domenico de Masi)

Alle 11.00 del 12 maggio, ora italiana, il destino di Dilma Rousseff, presidente della Repubblica Federale del Brasile, il destino del suo Partido dos Trabalhadores (PT) e il destino dell’intero Brasile è segnato.

Dopo una seduta-fiume di 20 ore consecutive, la proposta di impeachement del presidente ha raggiunto 41 consensi, cioè la maggioranza, mettendo una pietra sulla lunga procedura iniziata  nel dicembre 2015. Ora Dilma deve lasciare il potere per 180 giorni, durante i quali sarà istruito contro di lei un lungo processo che terminerà con una nuova votazione del Senato. Se, come tutto autorizza a pensare, anche in questa seconda e ultima votazione i favorevoli alla destituzione saranno più di 41, Dilma sarà messa definitivamente fuori gioco e il PT lo sarà per molti anni.

A partire dalla seconda elezione di Dilma a presidente (2014), la destra ha cercato di trovare in tutti i modi capi d’accusa che la coinvolgessero nello scandalo Petrobras ma non è riuscita a scovare nessuna prova a suo carico. Ha allora ripiegato su un’accusa più generica: la falsificazione dei bilanci dello Stato per mascherare, nel corso della campagna elettorale per la sua rielezione, la recessione del Paese.

Nata in una famiglia di classe medio-alta e laureata in economia, durante la sua giovinezza Dilma maturò posizioni politiche socialiste, partecipò alla lotta armata contro la dittatura militare brasiliana (1964-1985), quando era appena ventitreenne fu imprigionata e rimase in carcere tre anni, resistendo alle torture senza rivelare i nomi dei compagni. “Il destino – ha detto in questi giorni – mi ha sempre riservato grandi sfide. Alcune sembravano insuperabili ma io sono riuscita a superarle. Ho subito torture e ora torno a soffrire il dolore dell’ingiustizia”.

Partecipò alla fondazione del Partito Democratico Laburista e poi all’avanzata del PT fondato nel 1980 da un gruppo di sindacalisti, movimenti sociali urbani, movimenti contadini e cattolici della teologia della liberazione.

E’ una donna ostinata e colta, di gusti raffinati, che ama la letteratura e promuove l’arte. Ministro per i rapporti con il parlamento nel governo Lula, fu eletta la prima volta Presidente nel 2011 (primo presidente donna nella storia del Brasile) e poi di nuovo nel 2014. Insomma, una carriera di alto profilo e di tutto rispetto.

Durante questi mesi il suo principale accusatore è stato il deputato federale Eduardo Cosentino da Cunha, membro evangelico della Chiesa di Dio, pesantemente coinvolto dall’operazione Lava Jato (la nostra “Mani pulite”) nello scandalo Petrobras, riconosciuto reo per riciclaggio di denaro  e milioni di dollari nascosti in Svizzera, appena sospeso dalla Corte Suprema.

Da ora in poi, per un massimo di 18 mesi, i poteri di Dilma saranno esercitati dal suo vice-presidente, l’avvocato Michel Terner, “vero regista del golpe” come lo chiama Dilma, massone molto attivo e autorevole, neo-liberale eletto nel Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB) e per tre volte presidente della Camera dei Deputati, a sua volta accusato di coinvolgimento in questioni illegali e multato per violazioni nelle spese elettorali, con un’interdizione per otto anni dai pubblici uffici.

Appena un anno fa Terner aveva dichiarato: “L’impeachment è impensabile, creerebbe una crisi istituzionale. Non vi è alcun fondamento giuridico o politico per questo”. Il nuovo governo, subito presentato dal “presidente in esercizio”, è composto da 21 ministri, tutti maschi, tra cui spicca José Serra, stimato ex ministro del governo Cardoso, candidato perdente alla presidenza nelle competizioni elettorali con Lula e con Dilma, ora titolare degli Esteri. Secondo i sondaggi, se si votasse oggi e Terner concorresse, non raggiungerebbe neppure il 2% dei suffragi.

Nel suo insieme questa complicata operazione, tessuta con tenace scaltrezza dalla destra e appoggiata pesantemente dai media per non attendere la normale e democratica scadenza elettorale, è poco comprensibile a tutti quelli che la guardano dall’esterno e a molti che la guardano dall’interno, rasentando il golpe, come hanno denunziato il PT e molti intellettuali tra cui Chico Buarque.

Al momento di lasciare il palazzo presidenziale, Dilma ha così riassunto la lunga vicenda: “C’è stata una cospirazione preceduta da un sabotaggio. Hanno impedito il recupero dell’economia per riprendersi con la forza quello che non avevano conquistato con le urne. Poi hanno creato l’ambiente propizio per il golpe”. Ma tutto questo non sarebbe potuto concretizzarsi senza il grande appoggio dei media. Pochi giorni fa, “Reporter Senza Frontiere” ha scritto: “In maniera poco velata, i principali media nazionali hanno invitato il pubblico a contribuire a rovesciare il presidente Dilma Rousseff. I giornalisti che lavorano per questi gruppi di media sono chiaramente soggetti all'influenza di interessi privati e di parte, e questi conflitti di interesse permanenti sono chiaramente molto dannosi per la qualità delle notizie che riportano”.

Lo stillicidio di questa operazione tortuosa ha bloccato l’avanzata economica di un paese che cresceva ininterrottamente da 30 anni e ora lo lascia privo di una rappresentanza prestigiosa proprio alla vigilia di quelle Olimpiadi che Lula e Dilma erano riusciti ad assicurare al Brasile.

E ora? Dopo “Mani Pulite” l’Italia ha avuto Berlusconi per venti anni. Cosa avrà il Brasile? Aécio Neves, il candidato di destra che Dilma sconfisse alle ultime elezioni, è accusato di avere nascosto fondi neri nel Liechtenstein; tre ministri sono indagati per corruzione. The Economist, che ha denunziato l’impeachement come “un pretesto per cacciare un presidente impopolare” appena due settimane fa, parlando di Dilma, aveva avvertito: “Ciò che è allarmante è che coloro che stanno lavorando per la sua rimozione sono, in molti aspetti, peggiori”.

Tutta l’operazione, pensata nel Palazzo e negli studi televisivi, è stata accompagnata da continui risvolti popolari sempre più violenti. La discussione senatoriale dell’11 maggio e la votazione del 12 sono state accompagnate da manifestazioni di piazza che hanno lasciato sul terreno decine di feriti e che non promettono nulla di buono in un paese di fragile e recente democrazia.

*** Domenico DE MASI, sociologo, professore emerito di sociologia dell'università di Roma La Sapienza, saggista, Brasile: tre destini segnati, 'linkedin.com/pulse', 13 maggio 2016, qui


In Mixtura altri 12 contributi di Domenico De Masi qui

mercoledì 4 maggio 2016

#MOSQUITO / Dignità, anche quella pedagogica (Domenico De Masi)

Scuola e dignità sono fenomeni inscindibili. Ci vuole dignità, tanto per i professori quanto per gli alunni. Per spiegarmi meglio, ricorro a un racconto di Borges, La rosa di Paracelso (...). 

Borges dunque racconta che, verso la fine della sua lunga vita, il vecchio Paracelso viveva solo in una casa sulla montagna. Il suo ultimo, grande desiderio era di incontrare finalmente un allievo intelligente a cui trasferire tutto il suo sapere. Un giorno sentì bussare alla porta, corse ad aprire e si trovò di fronte un giovane bellissimo, che gli disse: «Sono venuto da molto lontano perché conosco la tua fama. Tu sei un grande mago, un grande studioso e io, prima che tu muoia, spero di imparare tutto ciò che sai, compreso il segreto per tramutare gli oggetti in oro. In cambio, ti ho portato tutte le mie ricchezze e tutto il mio ardente desiderio di apprendere. Ma per dimostrarmi che vale la pena di essere tuo allievo, dovresti darmi una prova, anche minima, del tuo potere magico». 
Paracelso si fece beffe di lui. Gli disse che il paradiso esiste, ed è questa terra in cui viviamo. Gli disse che esiste anche l’inferno, e consiste nel non accorgersi che stiamo vivendo in un paradiso. Al giovane che insisteva nel pretendere una prova soprannaturale, e che gli chiedeva quale fosse la meta del nostro viaggio terreno, rispose: «Ogni passo è la meta». 
Ma il giovane insistette ancora nella sua richiesta di un prodigio e gliene suggerì uno apparentemente semplice. Prese una rosa da un vaso e la gettò nel fuoco del camino. «Se sei il mago che si dice, non ti costa nulla far sì che la rosa torni a rivivere!». 
Paracelso insistette nel dirsi incapace di un simile miracolo; il giovane raccolse le monete che aveva posato sul tavolo e se ne andò. Solo allora Paracelso si chinò sul camino, raccolse le ceneri del fiore bruciato, vi soffiò sopra e rimise nel vaso la rosa riportata in vita. 

Questa è la più bella metafora della dignità pedagogica, sia dell’allievo che del maestro: essere pronti a sacrificare anche le soddisfazioni e i vantaggi della formazione, pur di non perdere la propria dignità. 
Così deve comportarsi la scuola con gli allievi: stipulare con loro, in modo informale ma fermo, un contratto pedagogico, rispettarlo sino alla fine e pretendere che venga rispettato. È questo il migliore antidoto contro gli eccessi del più sottile e del più potente dei poteri: quello dell’insegnamento. 

*** Domenico DE MASI, sociologo del lavoro, in Frei Betto e Domenico De Masi, Non c’è progresso senza felicità. Un dialogo sui limiti e i vantaggi della globalizzazione, 2002, Rizzoli, Milano, 2004


In Mixtura altri 11 contributi di Domenico De Masi qui

domenica 20 marzo 2016

#SENZA_TAGLI / Brasile, Lula e Dilma (Domenico De Masi)

La repubblica presidenziale del Brasile ha goduto la grande fortuna di avere una sequenza perfetta di ottimi presidenti: due mandati consecutivi (1995-2003) del liberal-democratico Fernando Henrique Cardoso del partito PSDB e due mandati consecutivi (2003-2011) del social-democratico Luiz Inácio Lula da Silva del partito PT.

Nel decennio che va dal 1901 al 2000 il PIL brasiliano è cresciuto di + 2.6%. Nel decennio che va dal 2001 al 2010 è cresciuto di +3.9%. Cardoso avviò alcune riforme sociali ma Lula le ha proseguite e potenziate. Secondo “Le Monde Diplomatique” durante il governo Lula la classe medio-alta è cresciuta dal 10 al 13%; la classe medio-bassa è cresciuta dal 30 al 39%; il proletariato è cresciuto dal 28 al 30% e il sottoproletariato è sceso dal 25 al 10%. Praticamente, ben 42 milioni di brasiliani sono saliti socialmente. Un record assoluto sul pianeta.

Nel 2011 la presidenza è passata a Dilma Vana Rousseff, economista nata in famiglia di classe medio-alta, militante nella lotta armata contro la dittatura, arrestata per tre anni dai militari e torturata, “donna dura, circondata da ministri morbidi” come lei stessa si è definita. Sotto i governi Lula era stata capo gabinetto coordinatore dei ministeri e poi ministro per le miniere e l’energia. Nel 2014 Dilma è tata rieletta presidente dopo una campagna elettorale in cui la destra ha accarezzato l’idea di scalzarla tramite il suo candidato Aécio Neves, su cui ha investito somme ingenti.

Ma già prima era iniziata un’azione intensa contro i migliori collaboratori di Lula e di Dilma, condannati uno dopo l’altro per corruzione dopo processi seguiti con crescente interesse e scandalo da parte dell’opinione pubblica. E’ poi iniziata una versione brasiliana di “Mani pulite” (che in questo caso prende il nome “Lava Jato”) in cui la parte di Di Pietro è svolta dal magistrato Sergio Moro, 43 anni, studioso entusiasta della tangentopoli italiana. Come da noi la madre di tutte le tangenti fu l’Eni, così in Brasile la madre di tutte le tangenti è stata l’azienda petrolifera statale Petrobras, con i cui fondi il PT e i suoi massimi dirigenti si sono ampiamente foraggiati. Lula e Dilma – questa l’ipotesi forse non infondata dei magistrati – non potevano non saperlo, anche se non avessero partecipato direttamente alla spartizione delle tangenti. Scopo ultimo della magistratura (e della destra) è quello di risalire fino a Lula e a Dilma nella scala dei corrotti per mettere l’uno in galera e l’altra in stato di impeachment. In questa loro azione gli accusatori sono aizzati in modo corale e martellante da tutti i media, con l’unica eccezione di una rivista marginale come “Carta capital”.

Oggi l’annunzio di Dilma: a partire dal giorno 22 prossimo, Lula diventa suo capo gabinetto, godendo così dell’impunità riservata ai membri del governo, e potrà concorrere nuovamente alla presidenza nelle elezioni del 2018. Insieme alla nomina sono state annunziate tre altre decisioni di politica economica: più investimenti pubblici, meno tagli al sociale, più crescita. Così Lula, fino all’altro ieri il presidente più amato di tutta la storia brasiliana, ieri fischiato per strada, oggi ricopre un ruolo di prestigio che, di fatto, lo affianca a Dilma nell’esercizio della presidenza.

Alcune considerazioni. Galvanizzato dalla sua tangentopoli, il Brasile si sta avvitando in una crisi che annulla trenta anni di successi economici e sociali. Lo stallo in cui il paese si è inchiodato, coincide con la crisi della Cina, cioè con uno dei principali mercati della produzione brasiliana, e coincide con la tempesta tecnologica che anche in Brasile sta mietendo posti di lavoro. Lo spettro dell’inflazione e la fuga dei capitali stranieri fa il resto. Il tutto, alla vigilia delle Olimpiadi che, nel progetto di Lula, dovevano rappresentare la vetrina su cui il nuovo grande Brasile si presentava al mondo.

Staremo a vedere come va a finire questa brutta storia: se il Brasile saprà finalmente ripulirsi dalla corruzione senza guardare in faccia a nessuno; o se la lotta alla corruzione è usata dalla destra come espediente soprattutto mediatico per scippare il governo alla sinistra. Nel primo caso gli eventi di questi giorni sarebbero un passo ulteriore del Brasile verso la democrazia matura e compiuta. Nel secondo caso sarebbe un’azione controproducente per tutto il Brasile, l’immagine di questo grande paese ne uscirebbe appannata e sui brasiliani calerebbe un’ombra di infantilismo autolesionista non dissimile da quello che, dopo Mani Pulite, procurò agli italiani venti anni di governi Berlusconi.

*** Domenico DE MASI, sociologo, Un Brasile ambivalente, linkedin.com/pulse, 14 marzo 2016, qui


In Mixtura altri 10 contributi di Domenico De Masi qui