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domenica 3 gennaio 2021

#LINGUA_ITALIANA / Il 'neostandard' italiano (Vera Gheno)

 Al di là di quanto studiato a scuola, insomma, il parlante tenderà [nella sua lingua di tutti i giorni] a non usare costrutti, parole, tempi e modi verbali, congiunzioni ecc. complessi e sentiti in qualche modo come poco utili o poco economici. 
Questo fenomeno diviene evidente tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, tanto che negli Ottanta i linguisti sentono il bisogno di portare a sistema queste novità, che non potevano più essere considerate semplicemente una deviazione dalla norma, data la loro enorme diffusione nella lingua realmente usata dalle persone. 
Questo «nuovo italiano», che non corrisponde perfettamente alla norma studiata a scuola (fondamentalmente uguale a sé stessa da secoli), ma che ormai non si può dire sbagliato, viene definito italiano neostandard da Gaetano Berruto, dell’uso medio da Francesco Sabatini e tendenziale da Alberto Mioni. 

Comunque si decida di chiamarlo, il «nuovo standard» comprende fenomeni come la semplificazione del sistema verbale, con caduta in disuso di tempi come il trapassato remoto o il futuro anteriore, l’impiego del presente pro futuro (come in "domani vado" invece di "domani andrò") o dell’imperfetto di cortesia ("volevo del pane" invece di "vorrei del pane") o, ancora, dell’indicativo al posto del congiuntivo ("penso che è una buona idea"); la semplificazione del sistema pronominale, con lui, lei e loro come soggetto invece di egli, ella, essi (chi è che impiega mai egli «dal vivo», in una conversazione reale, fuori dall’astrazione dell’ambiente scolastico?); l’oblio delle congiunzioni più complesse come affinché, acciocché, poiché, tutte tendenzialmente sostituite da perché. In più, emerge una serie di fenomeni tipici del parlato, come le dislocazioni a destra e sinistra ("il biglietto l’ho preso ieri") o il riflessivo apparente ("mi bevo un caffè") o quel "ci" che non si sa mai come scrivere ("ci ho fame/c’ho fame"). Forse l’esempio più noto di italiano neostandard, che nonostante la sua diffusione fa tuttora venire i brividi alle persone più sensibili, è il testo della canzone Ragazzo fortunato di Lorenzo Jovanotti Cherubini, che contiene versi come "sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno" (un bell’esempio di "che polivalente", laddove sarebbe piú corretto "non c’è niente di cui ho bisogno") oppure "a me mi fai impazzire" (il già discusso pleonasmo, in realtà comunissimo nel parlato: "mi fai impazzire" ha sicuramente un impatto molto differente, non comunica lo stesso pensiero nello stesso modo). 

Che cosa pensiamo di questo neostandard? Per molti è indigeribile: che si avallino queste devianze dalla norma è visto come una specie di «alto tradimento» nei confronti della «bella lingua». Per i linguisti è segno della vitalità dell’italiano, del fatto che finalmente sia usato da una grande quantità di parlanti. Certo, è un problema se una persona non riesce a elevarsi da questo livello di uso della lingua ad altri più formali; per ora, diciamo che l’affermarsi del neostandard mostra, senza ombra di dubbio, che l’italiano è diventato la lingua degli italiani, e che questo ha provocato una serie di cambiamenti molto veloci resi ancora piú evidenti dal fatto che per secoli la lingua dove il sì suona era rimasta di fatto imbalsamata, non sfruttata pienamente. 

Occorre ricordare, ci piaccia o meno, che le lingue non sono solitamente create a tavolino, e che il sistema della norma, pur dovendo senz’altro molto alle indicazioni dei linguisti, si realizza prima di tutto tramite l’uso vivo delle persone, come si è già detto.

*** Vera GHENO, sociolinguista, Potere alle parole, Einaudi, 2019, estratto da facebook, 2 gennaio 2021, qui


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mercoledì 18 novembre 2020

#LINGUA_ITALIANA / Ma che significa che il ruolo è neutro? (Vera Gheno)

"Eh ma io dico rettore perché il ruolo è neutro".

Il.ruolo.è.neutro.

Cosa vuol dire, esattamente? E maestra, regina, segretaria, operaia, cassiera, infermiera o uno qualunque di tutti i ruoli e mestieri che decliniamo normalmente al femminile, in che cosa differiscono da rettrice o ministra o ingegnera?
Chi eccepisce in questo modo, di solito pensa di dire una cosa scientificamente sensata: eh, il ruolo è neutro... Ma raramente si sofferma sul vero senso delle proprie parole.

Certo che il ruolo, quando se ne parla in maniera astratta, può essere nominato per brevità al maschile: il ruolo di re, il compito del professore, i doveri del ministro. Per brevità, per chiarezza, per convenzione (quando non è possibile un circonlocuzione magari semanticamente neutra). 

Altro è quando ci si riferisce a una persona specifica, di cui si sa il genere, o almeno lo si presume: il ruolo di re prevede questo e quello, la regina Elisabetta ricopre egregiamente tale ruolo. La poltrona di sindaco di Roma è in questo momento occupata dalla sindaca Raggi. Non è difficile. 

Secondo me, appellarsi alla neutralità del ruolo non ha nessun senso rispetto all'uso dei femminili previsti dalla nostra lingua.
Ribadisco: a mio avviso, l'unica differenza tra infermiera e ingegnera e tra maestra e ministra è che ai primi siamo  abituati, ai secondi no.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 17 novembre 2020, qui


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venerdì 13 novembre 2020

#LINGUA_ITALIANA / I femminili professionali (Vera Gheno)

[Un commento recente che ho letto: "Io non uso i femminili professionali, se non quelli che esistono tradizionalmente in italiano. La storia della nostra lingua è importante!"]

Vogliamo appellarci alla storia della lingua? Allora studiamola. Sin dal latino, passando attraverso i secoli fino all'italiano, è documentata la presenza di nomi "di agente" al femminile. Alcuni esempi? Ministra e gubernatrix in latino classico, tinctrix nel latino tardo, giudicessa nel Medioevo, architettrice nel '600, sindaca spontaneamente dagli anni Settanta, là dove c'erano sindache, ecc. 

Che cosa ci dice la storia? Che i nomina agentis al femminile sono stati impiegati nel corso dei secoli quando la persona a cui ci si doveva riferire era di sesso femminile. Nessuna rivendicazione, nessuna questione politica: è il funzionamento della nostra lingua (e del latino prima di essa). 

Nessuno ha problemi a parlare di maestra, sarta, cassiera, regina, imperatrice o papessa (quella dei tarocchi), femminili a cui abbiamo fatto l'orecchio, mentre le difficoltà sono per avvocata, minatrice o ingegnera, ruoli lavorativi nei quali fino a tempi recenti non si è usata la parola al femminile per... oggettiva mancanza di donne in quell'ambito. Ma anche in passato, mi ripeto, i femminili sono emersi "alla bisogna", quando compartiva una donna in una certa posizione lavorativa o in un certo ruolo.

Quindi, dopo questa panoramica storica, cosa mi sento di concludere? Che dal punto di vista storico, il costume linguisticamente più consono alla nostra "tradizione linguistica" sarebbe quello di usare i femminili. E la resistenza a farlo, secondo me, dipende soprattutto dall'abitudine a sentire o meno una certa parola. Ma siccome passare per abitudinari è brutto, ci inventiamo le peggio castronerie: "suona male", "il ruolo è neutro", "i problemi sono ben altri" eccetera.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, facebook, 7 novembre 2020, qui


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giovedì 13 agosto 2020

#LINGUA_ITALIANA / Il filo rosso dell''argomento fantoccio' (Vera Gheno)

C'è un filo rosso che a mio avviso lega "petaloso", "presidenta", "esci il cane" e la questione dello schwa di questi giorni. Si chiama "argomento fantoccio" (in inglese "straw man argument"); consiste nel prendere una qualsiasi istanza, distorcerla portandola all'estremo, rendendola così davvero irricevibile e, conseguentemente, "darle fuoco", così da demolirla con facilità. Ecco i quattro esempi che cito.

- PETALOSO: "Eh, ma allora se tutte le parole che tutti inventano verranno registrate nel vocabolario, dove andremo a finire!" 
FALSO: Tutti possono inventare parole, ma nel vocabolario finiranno sempre e solo quelle che verranno realmente usate da un numero molto grande di persone per un tempo sufficientemente lungo e possibilmente in contesti differenziati. Per far questo, le opere lessicografiche si avvalgono di strumenti statistici, non scelgono in base al gusto di questo o quel linguista. Non a caso, "petaloso" nei dizionari non c'è.

- PRESIDENTA: "Ecco, Laura Boldrini ha avuto la pretesa di cambiare la lingua italiana con questa forma inventata! Che schifo i femminili che distorcono l'italiano!" 
FALSO: Boldrini ha sempre e solo chiesto di essere chiamata "la presidente" o "signora presidente". "Presidenta" è una forma inesistente in italiano, coniata apposta per prendersi gioco di Boldrini e dell'intera istanza dei femminili professionali: Nessuna persona a favore dell'uso dei nomina agentis al femminile ha mai pensato di usare o introdurre nell'italiano "presidenta" (che pure esiste in spagnolo, per es.).

- ESCI IL CANE: "Ormai i linguisti hanno sdoganato anche 
 'esci il cane', che credibilità possono avere?"
FALSO: qualsiasi linguista ha solo ribadito che l'uso transitivo di verbi che per la norma nazionale sono intransitivi è ben attestato in molti dialetti italiani (e, di conseguenza, è passato anche in molti italiani regionali). Questo significa che in contesti informali o "regionali" non c'è nulla di male a uscire la macchina dal garage o scendere la borsa dal treno: semplicemente, occorre ricordare che ci sono contesti più formali (o fuori dalla regione in cui queste forme sono in uso) nei quali è più rilevante seguire la norma dell'italiano, pena tutta una serie di giudizi negativi sul parlante/scrivente.

- SCHWA: "Si vuole stravolgere l'italiano abolendo i generi e introducendo un unico genere indistinto! Si vuole creare una neolingua orwelliana!"
FALSO: nessuno punta ad abolire i generi; casomai si invita a riflettere su come rendere l'italiano ancora più inclusivo. La riflessione sullo schwa (e l'asterisco, e la chiocciolina, ecc.) riguarda due ambiti estremamente circoscritti, ossia come rivolgersi a una moltitudine mista (invece di "tutte e tutti") e come appellare una persona che non si identifica con il maschile e il femminile. Questa riflessione (che per molti parrà campata in aria, e lo comprendo) non va a toccare la morfologia dell'italiano "come lo conosciamo", ma casomai mette in luce alcuni aspetti che diamo spesso per scontati; per esempio, l'automatismo che ci porta a considerare naturale il maschile sovraesteso (anche se in un consesso c'è un solo maschio a fronte di una frotta di femmine) e altrettanto naturale il binarismo di genere (rispetto al quale mi è stato molto utile incontrare persone che si definiscono non-binarie, devo dire la verità).  
Il problema dell'argomento fantoccio è che, nella sua estremizzazione, porta a reazioni di indignazione (che, se le cose stessero in quei termini, sarebbero anche sacrosante, diciamocelo); le reazioni indignate, però, sono per definizione poco ponderate. L'ulteriore problema è che una volta che una notizia ha iniziato a circolare in certi termini, sollevando un polverone, è quasi impossibile riuscire a controbatterla col buonsenso. La versione originaria, per quanto distorta, sopravvive a qualsiasi tentativo di correzione o confutazione. La sensazione è che a molte persone faccia quasi piacere avere qualcosa per cui indignarsi vibratamente.
E la soluzione, quindi, quale sarebbe? Per me è solo spiegare, spiegare, chiarire, approfondire, spiegare ancora. Per ognuno di questi argomenti posso fornire fonti che confermano quanto ho scritto. Se siete interessati, basta chiedere. Da parte di ogni "utente della lingua" c'è, invece, la possibilità di fermarsi un secondo di più a chiedersi se quanto scritto corrisponde davvero alla realtà dei fatti, o se qualcuno può invece trarre qualche vantaggio da una loro distorsione. Almeno, è l'atteggiamento che io provo a tenere davanti a *qualsiasi* notizia, soprattutto quando mi rendo conto che tale notizia sta titillando in me un certo interesse morboso.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, facebook, 10 agosto 2020, qui


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mercoledì 20 maggio 2020

#LINGUA_ITALIANA / Come se uno chef stellato (Vera Gheno)

Mi cade l'occhio sulla condivisione di un'iniziativa culturale di altissimo livello, legata al mondo della scuola e della formazione, nella quale è coinvolto uno studioso di lingua italiana di altissimissimo livello. Nel titolo dell'articolo condiviso campeggia un bel "perchè".

Ora. Lungi da me essere grammarnazi. Partiamo dal presupposto che la lingua è un codice, che funziona in base a una serie di convenzioni e che le convenzioni possono cambiare, anzi, tendono a cambiare. Prendiamo anche atto del fatto che se un "errore" diventa la forma largamente prevalente, presto o tardi le grammatiche ne terranno conto (è successo tante volte, dal latino a ora, e continuerà a succedere: ad esempio, "lastrico" deriva da "astracum" con concrezione, cioè inglobamento, dell'articolo). Non è una prospettiva che mi sconvolge più di tanto.

Tuttavia, in questo momento storico, "perché" si scrive tendenzialmente con l'accento acuto (per motivi di pronuncia, legati a loro volta a questioni etimologiche, ecc. ecc.). Quindi, benché non vada in giro a sventolare il mio ditino alzato per far notare l'errore, vederlo nella condivisione di un evento legato al mondo della scuola e della linguistica mi fa un effetto strano.

Come se uno chef stellato avesse cucinato un piatto ricercatissimo, con materie prime di alta qualità, lo avesse impiattato di tutto punto e poi lo servisse personalmente al commensale del locale di lusso con il pollice infilato nel condimento.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 17 maggio 2020, qui


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mercoledì 17 luglio 2019

#LINGUA_ITALIANA / 'Non' (Vera Gheno)

"A me mi" NON è per forza pleonastico.
I femminili professionali NON sono uno stupro dell'italiano.
I giovani d'oggi NON parlano peggio dei giovani di una volta.
I lessicografi NON scelgono le parole da inserire nel vocabolario in base al loro gusto.
I neologismi NON sono segnale della morte di una lingua, ma della sua vita.
I social NON sono la rovina dell'italiano.
Il dialetto NON è "sbagliato", va solo usato nei contesti giusti.
In italiano la doppia negazione NON equivale a un'affermazione.
Iniziare una frase con una congiunzione NON è sbagliato.
La grammatica NON è immutabile.
La risposta a un quesito linguistico NON è quasi mai semplicemente "è giusto" o "è sbagliato".
L'italiano NON sta morendo.
NON è detto che quello che abbiamo studiato trent'anni fa sia ancora valido, soprattutto in campo linguistico.
Se personalmente NON abbiamo mai sentito una certa parola, NON vuol dire che NON esista.
Sostituire l'italiano con l'inglese NON ci farà parlare meglio nessuna delle due lingue.
Un dialetto NON è la versione corrotta dell'italiano.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, facebook, 16 luglio 2019, qui



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domenica 5 maggio 2019

#LINGUA_ITALIANA / Se c'è nel dizionario, allora è corretto? (Vera Gheno)

Nell’ambito dello studio di una lingua, si parla spesso della presenza di due approcci differenti: quello prescrittivo e quello descrittivo.

L’approccio prescrittivo [dal latino praescriptivu(m), da praescriptu(m), participio passato di praescrībere ‘prescrivere’, propriamente ‘scrivere avanti o prima’, 1673] punta a fornire le regole secondo le quali una lingua deve funzionare: enuncia, per esempio, quale sia la scelta corretta e quale quella scorretta, magari nella forma “si dice così e non si dice così”: “si dice pudìco, non pùdico”. Sono per necessità tendenti verso il prescrittivo (anche se con i dovuti distinguo) le grammatiche scolastiche (a scuola, del resto, occorre studiare le regole… per poi eventualmente trasgredirle) e alcuni manuali che sono, fin dal titolo, piuttosto espliciti nelle intenzioni, come il mitico “Si dice o non si dice?” di Aldo Gabrielli.

L’approccio descrittivo [dal latino tardo descriptīvu(m), da descrīptus ‘descritto’, participio passato di descrībere ‘scrivere da un modello, trascrivere, copiare’ 1374] funziona, apparentemente, all’opposto: il linguista, il grammatico, il lessicografo osservano la realtà della lingua – ossia il modo in cui essa viene usata – e in base a ciò che hanno osservato enunciano una regola. I vocabolari, per fare un solo esempio, sono tendenzialmente descrittivi, vengono cioè compilati in base all’uso reale delle parole che viene riscontrato tramite strumenti statistici (ne riparleremo in un altro post): in altre parole, se nel dizionario è finito il lemma dronìsta ‘pilota di droni’ non è per un capriccio del compilatore del dizionario, ma perché quel termine ricorre nell’uso vivo dei parlanti in quantità statisticamente rilevante.

Poiché il dizionario è generalmente uno strumento descrittivo, questo significa che potranno esservi riportate anche forme magari non corrette secondo la norma, ma che hanno un’alta incidenza nell’uso. Questo, ovviamente, di solito sarà esplicitato in qualche modo. Facciamo un esempio: nello Zingarelli si trova il lemma salsìccia e, accanto, anche salcìccia; questo non significa che la seconda forma sia corretta quanto la prima, ma piuttosto che questa variante è talmente diffusa da meritare menzione nel vocabolario. A guardare con attenzione, accanto alla forma salcìccia è riportata l’abbreviazione pop. cioè popolare, che indica termini molto comuni nell’uso, ma che sarebbe meglio riservare a contesti di medio-bassa formalità (è meglio evitarli in un tema a scuola o in un curriculum vitae, insomma).

A ben guardare, la questione prescrittivismo vs. descrittivismo linguistico ripropone una falsa dicotomia. La realtà sta da qualche parte nel mezzo: le regole linguistiche, infatti, si sono in buona parte create e si creano in base a un uso che, a un certo momento, diventa norma. Il sistema funziona, generalmente, in base a una sorta di “buon senso linguistico” della massa dei parlanti, che usando la lingua tendono ad adattarla alle loro esigenze.

Potremmo affermare, come fa lo scrittore David Foster Wallace, che la lingua nasce e si evolve per motivi quasi “biologici”: «Teniamo a mente che la lingua non è nata perché i nostri pelosi antenati se ne stavano seduti […] senza niente di meglio da fare. La lingua è stata inventata per servire certi scopi specifici: “Quel fungo è velenoso”; “Se batti insieme queste due pietre puoi accendere un fuoco”; “Questo riparo è mio!” e così via. È evidente che, poiché le comunità linguistiche si evolvono nel corso del tempo, esse scoprono che certi modi di usare la lingua sono migliori di altri – non migliori a priori, ma migliori relativamente agli scopi della comunità.» [D.F.W., Autorità e uso della lingua, in Considera l’aragosta e altri saggi, Einaudi, Torino 2006]. Già: la lingua si evolve, si modifica, e di conseguenza muta anche la norma, anche se magari più lentamente. E tutto questo è perfettamente normale, e accade in ogni lingua viva.

A conti fatti, non ha senso né essere ciecamente prescrittivisti (“È così perché me lo ha insegnato la mia maestra trent’anni fa!”; “Non si dice a me mi!”) né essere totalmente descrittivisti, considerando a priori inutili le regole della lingua e facendo dipendere tutto dall’uso. Occorre trovare una via di mezzo: un’aderenza alla norma linguistica (che è sensata perché, alla fine, permette di capirci nel migliore dei modi) sposata a un certo grado di elasticità rispetto a una serie di tollerabili devianze (per esempio, comprendendo che ci sono contesti in cui se lo sapevo mi comportavo diversamente “funziona” meglio di se lo avessi saputo mi sarei comportato diversamente, pur non essendo altrettanto “corretto”). E spesso il ruolo del linguista è valutare quando un uso possa aspirare a diventare regola, rendendo di conseguenza necessario l’aggiornamento di tale regola.

Per finire, tornando al dizionario: un vocabolario sincronico o dell’uso, come lo Zingarelli, “fotografa” un momento preciso del lessico dell’italiano elencando le parole statisticamente rilevanti nell’uso vivo di quel periodo. Le parole che vi sono riportate non hanno tutte statuto uguale, come abbiamo visto nel caso di salsiccia vs. salciccia. Questo significa che, consultando il dizionario, non basta verificare se un termine vi è registrato o meno, ma occorre anche leggere con attenzione se siano riportate indicazioni particolari riguardo all’uso di una parola o di una grafia rispetto a un’altra. Insomma, la presenza nel vocabolario non è di per sé garanzia assoluta di correttezza linguistica; per quello, è meglio consultare uno strumento diverso, con finalità apertamente prescrittive, come per esempio una grammatica scolastica.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, Se c’è nel dizionario, allora è corretto?, 'dizionaripiù.zanichelli.it', 30 aprile 2019, qui


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giovedì 28 febbraio 2019

#LINGUA_ITALIANA / Non maltrattare gli accenti (Vera Gheno)

Vedi quel trattino sopra alcune lettere? Si chiama "accento". In italiano ce ne sono di due tipi: quello GRAVE, che è inclinato verso sinistra, come su "è" voce del verbo "essere", e quello ACUTO, che è inclinato verso destra, come su "perché".

I due accenti non si mettono in maniera casuale: il primo indica una e aperta, come in "cioè", "caffè" o "peppereppè"; il secondo indica una e chiusa, come in "affinché", "trentatré" o "alé".

Non ti far fuorviare dalle pronunce in uso nella tua regione: per quanto nel parlato siano poche le zone d'Italia dove le persone sentono istintivamente la differenza tra aperte e chiuse (pésca 'atto del pescare' e pèsca 'frutto'), nello scritto questa differenza rimane e deve rimanere [EDIT: almeno per il momento. Poi, un giorno, chissà].

Purtroppo, quando scriviamo a mano tendiamo a fare un segno indistinto, il cosiddetto "accento a barchetta", per cui poi ci dimentichiamo di questa fondamentale differenza e quando scriviamo al computer facciamo pastrocchi: il verbo "essere" che diventa "é", "perchè" scritto con l'accento grave invece che acuto... per non parlare delle altre lettere accentate, malmenate anche più violentemente.

Sii gentile, non maltrattare gli accenti.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 26 febbraio 2019, qui


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lunedì 11 febbraio 2019

#LINGUA_ITALIANA / Il plurale dei forestierismi (Vera Gheno)

I forestierismi integrali acclimatati in italiano non si dovrebbero declinare al plurale. Quindi non "*i bars" o "*gli influencers" o "*gli youtubers" ma "i bar" e "gli influencer" e "gli youtuber". La ragione è molto pratica: non conosciamo tutti i modi che hanno le altre lingue di formare i plurali, per cui, onde evitare di creare dei "mostri" come "il land" tedesco che qualcuno, tempo fa, a un TG, declinò al plurale come "*i lands" invece che "i länder", è meglio lasciare che tutti termini stranieri rimangano invariati.

Il latino, in tutto questo, è un discorso a sé, perché esistono alcuni termini che possono venire declinati al plurale, come corpus-corpora o curriculum-curricula; in questi casi, non è comunque sbagliato se li lasciamo invariati.

Rispetto a quanto detto, l'espressione "fake news" non diventa "*fake new", al singolare, perché in inglese "news", nel senso di "notizie", non possiede il singolare "new" (cioè è plurale nella forma ma singolare come accordo, cfr. https://www.merriam-webster.com/dictionary/news), tanto che gli anglofoni casomai dicono "a piece of news" per sottolineare che stanno parlando di una sola notizia.

Che poi, tendo proprio a evitare di usare l'espressione "fake news", perché la trovo un po' vuota. Ma questa è un'altra storia.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 7 febbraio 2019, qui

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lunedì 28 gennaio 2019

#LINGUA_ITALIANA / Beneficienza o beneficenza? (Antonio Aglietti)

DOMANDA
Ho scritto “benificienza”. Mi è stato fatto notare che è sbagliato. Si scrive “beneficenza”. Ma è davvero un errore?

RISPOSTA
Il Vocabolario della lingua italiana Treccani e il Devoto-Oli non hanno dubbi: oggi s’ha da dire e da scrivere beneficenza senza i, conformemente all’etimologia. Si tratta di un prelievo libresco dal latino beneficentia (m), attestato per la prima volta in Andrea da Grosseto (1268; TLIO), che, peraltro, a testimonianza di iniziali oscillazioni, aveva beneficienzia (ma in testi coevi e di poco posteriori si ha sempre benefice-).

Certo, si capisce la tentazione di comportarsi per analogia come nel caso di deficienza (che mantiene però la i etimologica della forma tardolatina deficientia [m]) e di efficienza (dove però si fa sentire, sovrapposto al vocalismo latino di efficientia[ m], l’influsso del più recente modello dell’inglese efficiency, da cui viene il significato moderno di efficienza ‘rispondenza o adeguatezza di uno strumento o di un’organizzazione alla propria funzione’).

La più recente edizione dello Zingarelli, dando come corretta la forma beneficenza, avverte di evitare la forma beneficienza: si tratta di un significativo segnale che l’uso della forma scorretta è effettivamente piuttosto diffuso. Ciò nonostante, la norma dà come forma corretta beneficenza e a questa ci si atterrà.

*** Antonio AGLIETTI, Domande e risposte di grammatica, 'treccani.it', qui


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mercoledì 14 febbraio 2018

#LINGUA ITALIANA / Po', con l'apostrofo


Manolo Trinci, Gram-modi
facebook, 12 febbraio 2018, qui

Po' è la forma abbreviata di "poco”, e deve essere scritta con l'apostrofo.

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giovedì 4 gennaio 2018

#LINGUA_ITALIANA / Neologismi 'presunti' (Vera Gheno)

Nuvola neologismi 
segnalati alla Accademia della Crusca

La "nuvola" dei presunti neologismi più segnalati alla Crusca dai suoi utenti. 
Una parte nei dizionari c'è già, una parte (per fortuna) è sconosciuta ai più. Una parte, invece, è puro intrattenimento. 
La nostra cloud è la più bella del mondo. I nostri utenti, pure.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 21 dicembre 2017, qui

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martedì 2 gennaio 2018

#LINGUA_ITALIANA / "Qual è", e non "qual'è" (Raffaella Setti)

L'esatta grafia di qual è non prevede l'apostrofo in quanto si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione). 
Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell'italiano antico), ecc. 
È vero che la grafia qual'è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare.

*** Raffaella SETTI, a cura di, redazione consulenza linguistica dell'Accademia della Crusca, 'accademiadellacrusca.it', 30 settembre 2002, qui

Manolo Trinci, Gram-modi
facebook, 11 dicembre 2017, qui

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giovedì 21 settembre 2017

#LINGUA_ITALIANA #LINK / Spa, l'origine (Vera Gheno)

Chiunque abbia mai avuto a che fare con una spa, sia nel senso di stazione termale sia in quello più ampio di centro benessere (con o senza una fonte termale), ha sicuramente sentito menzionare che il significato della parola spa sarebbe legato alla locuzione latina salus (o sanitas) per aquam (o per aquas), cioè 'salute attraverso l'acqua/le acque'. Secondo questa interpretazione (accolta anche nel GRADIT e citata nel Devoto-Oli, seppure come secondaria), il termine spa sarebbe un acronimo, e anche per questo motivo lo si trova sovente scritto tutto maiuscolo: SPA.

Questa affascinante ricostruzione etimologica, tuttavia, va considerata una specie di etimologia popolare, ossia una ricostruzione a posteriori della storia di una parola: si parte dal suo significato attuale per costruire una narrazione che giustifichi tale significato. (...)

*** Vera GHENO, linguista, Ci rilasssiamo alla 'spa'?, 'Accademia della Crusca', 19 settembre 2017,

LINK articolo integrale qui


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mercoledì 2 novembre 2016

#LINGUA_ITALIANA / Stage e tirocinio (Matilde Paoli e Raffaella Setti)

Può sembrare che le due parole abbiano sostanzialmente lo stesso significato: tirocinio è 'l'addestramento compiuto da un principiante, per lo più sotto la guida di un esperto, necessario per imparare a esercitare un'attività, una professione, un'arte o una disciplina'; stage è 'il periodo di formazione o perfezionamento professionale trascorso presso un'università o un'azienda, in particolare per acquisire la preparazione professionale necessaria a svolgere un'attività'. In realtà non si tratta di sinonimi del tutto sovrapponibili e questo risulta evidente dall'origine di ciascuna delle due parole.

Tirocinio deriva dal latino tirocinium, composto da tirone(m), 'recluta', 'principiante' e dal suffissoide -cimium (da canere), ed è stato coniato in ambiente militare sul modello di tubiciniu(m) 'suonatore di tuba(m), tromba', con il significato di 'sveglia delle reclute' e quindi 'apprendimento, iniziazione, inesperienza'.

La forma stage (estage) affonda le proprie radici nel latino medievale di area francese: stagium facere - dove stagium indicava la dimora e l'atto del risiedere (dal latino stare) - significava 'habiter le lieu auquel est rattaché un benefice [aver dimora in un luogo al quale è legato un beneficio]'. In ambiente feudale l'espressione indicava la permanenza di un vassallo presso la dimora del signore, allo scopo di assolvere servizi legati all'ottenimento del beneficio feudale. E infatti con stagium concedere, dove concedere vale 'condonare', si intendeva 'donare a un beneficiario il permesso di non risiedere'. Così ancora oggi stage (ma non tirocinio), può indicare, ad esempio, un 'breve corso tenuto da un artista o un maestro ad un gruppo di dilettanti appassionati di una determinata arte', mentre tirocinio potrebbe riferirsi all"addestramento delle reclute', solo se lo utilizzassimo nella descrizione di un esercito dell'antica Roma. Lo stesso francese estage ha dato origine all'inglese stage con i significati di 'momento, periodo o fase di un processo', 'piano di un edificio' e 'palcoscenico'.

Proprio da qui sorge il problema della pronuncia in italiano: la maggioranza dei vocabolari suggerisce come preferibile la pronuncia francese, ma allo stesso tempo registra come ammissibile e frequente quella inglese. Se in Italia ci si può ragionevolmente attendere di essere compresi pronunciando stage sia alla francese sia all'inglese, è però sconsigliabile pronunciarlo all'inglese in Gran Bretagna; a meno che con make a stage non si voglia intendere, in un inglese a dire la verità approssimativo, 'allestire un palcoscenico'. Se in Francia infatti lo stage è pressappoco un tirocinio (fatte salve le differenze legislative), in Gran Bretagna la stessa attività è indicata dal termine internship.

Attualmente la prassi di effettuare uno stage o un tirocinio allo scopo di acquisire competenze lavorative è molto diffusa in Italia e all'estero e negli usi linguistici di ambito giuridico e universitario stage e tirocinio sono sinonimi e designano attività svolte "al fine di realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro e di agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro". Si nota però una netta prevalenza dell'uso della forma tirocinio.
Il buon radicamento di stage (comunque lo si pronunci) è dimostrato dalla formazione del derivato stagìsta con il suffisso -ista, tra i più utilizzati per i nomi di chi svolge un'attività.

*** Matilde PAOLI, linguista, e Raffaella SETTI, storica della lingua italiana, Stage e tirocinio, da l'Italiano, 1. Bada a come scrivi, Accademia della Crusca - la Repubblica, 2016

lunedì 17 ottobre 2016

#LINGUA_ITALIANA / Uso del congiuntivo (Mara Marzullo)

Nonostante le frequenti dichiarazioni sulla presunta morte del congiuntivo nelle frasi dipendenti nell'italiano contemporaneo, esso è ancora vitale; in alcuni casi, però, per i parlanti è poco economico (nel senso linguistico del termine, ovvero difficile da gestire) e quindi viene sostituito con l'indicativo. Tale regresso si nota, sembrerebbe, soprattutto alla seconda persona singolare del presente: non sono infrequenti frasi come "credo che hai capito", "non voglio che fai storie" (sarebbe meglio dire, e soprattutto scrivere: che abbia capito, che faccia storie) (cfr. LEONE 2002: 130). 
Si può dunque sottoscrivere la raccomandanzione di Altieri Biagi: "se, [...] dopo aver studiato il congiuntivo, e sapendolo usare, voi deciderete di «farne a meno», di sostituirlo con altri modi, questa sarà una scelta vostra. Ciò che importa, in lingua, non è scegliere il modo più elegante, più raffinato, ma poter scegliere, adeguando le scelte alle situazioni comunicative" (ALTIERI BIAGI 1987: 770). (..)

*** Mara MARZULLO, consulente linguistica, Uso del congiuntivo, 'accademiadellacrusca.it', 9 giugno 2003

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domenica 16 ottobre 2016

#LINGUA_ITALIANA / Archetipo, prototipo, stereotipo (Riccardo Cimaglia)

La parola archetipo (pronuncia: archètipo, dal lat. archetypum, a sua volta dal gr. archetypon, composto di arche- e typos) è già attestata, come aggettivo, nell’italiano antico (un esempio è nel Tesoro di Brunetto Latini volgarizzato da Bono Giamboni: "E questa imaginazione è appellata mondo archetipo, ciò è a dire mondo in similitudine") e si diffonde nel Rinascimento nel significato di 'modello, primo esemplare', come si può vedere in questo contesto dell’opera di Vannoccio Biringuccio De la Pirotechnia (edita per la prima volta a Venezia nel 1540): "Può essere el suo archetipo di marmo, di bronzo, di piombo, e d’ogni altro metallo, e così anco di legno, di cera". (...)

Stando al GRADIT di De Mauro, il termine prototipo (pronuncia protòtipo, dal gr. protótypos, composto di proto- 'primo' e typos) è attestato dal 1598. Nel suo significato originario indica, al pari di archetipo, il primo esemplare, il modello di una serie di realizzazioni successive. Nella critica letteraria, in storia dell’arte e archeologia, può, infatti, essere impiegato come sinonimo di archetipo, ma con significato più generico, per indicare «l’esempio più antico, noto o ricostruito, a cui si può ricondurre una tradizione, un filone narrativo, illustrativo ecc.; quindi l’esemplare più caratteristico di un genere letterario. Es. “L’Orlando furioso è il prototipo del romanzo cavalleresco”» (Vocabolario Treccani, s.v.); tuttavia, prototipo si usa soprattutto con riferimento al primo modello di un congegno o macchina, su cui si basa poi la costruzione in serie.

Quindi, a chi ci chiede se sia legittimo adoperare come sinonimi archetipo e prototipo, possiamo rispondere che, in generale, i termini possono essere sinonimi (attenzione, non nella critica testuale, dove va usato archetipo); tuttavia, volendo essere più precisi, in ambito scientifico, è consigliabile impiegare archetipo. (...)

Introdotto nel 1800 (GRADIT), il termine stereotipo (pronuncia stereòtipo, dal francese stéréotype) può essere adoperato come aggettivo e come sostantivo. Come aggettivo indica, in tipografia, ciò che si realizza con la tecnica della stereotipia; in generale, si dice di ciò che è inespressivo, impersonale. Come sostantivo, in psicologia, indica un modello convenzionale di atteggiamento, di discorso, oppure un’opinione precostituita, semplicistica, generale, in quanto ripetuta meccanicamente, senza una valutazione personale. (...)

*** Riccardo CIMAGLIA, docente a contratto di italianistica, Archetipo, prototipo, stereotipo,  'accademiadellacrusca.it', 30 settembre 2016

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giovedì 6 ottobre 2016

#LINGUA_ITALIANA / 'Configlio', non è 'figliastro' (Paolo D'Achille)

Già prima che il dibattito parlamentare sulle unioni civili determinasse la massiccia presenza, sui giornali, alla radio e alla televisione, dell’espressione 'stepchild adoption', tradotta come ‘adozione del figlio del partner’, in redazione erano arrivati molti quesiti su come tradurre in italiano il termine inglese stepchild evitando figliastro. La proposta di usare il neologismo configlio, avanzata da Francesco Sabatini alla tv, poi fatta propria dal gruppo Incipit e accolta, tra gli altri, da Michele Ainis e da Enrico Mentana, ha provocato ulteriori domande. Torniamo pertanto sull’argomento, anche per rispondere ai dubbi espressi da alcuni lettori su questo neologismo e per discutere di altre possibili alternative. 

Bisogna segnalare anzitutto, come ha rilevato lo stesso Sabatini, che anche il termine inglese stepchild ha una connotazione negativa perché lo step iniziale non ha niente a che vedere con step ‘tappa, passo’, ma ha una base etimologica che implica uno ‘strappo’. È verissimo, in ogni caso, che la sua resa in italiano con figliastro/figliastra (che pure si sente usare, talvolta, nel doppiaggio) appare improponibile, non solo perché questi termini sono, oltre che desueti (sul piano giuridico i figliastri non esistono più), anche connotati negativamente (si usa l’espressione figli e figliastri per alludere a ingiuste disparità di trattamento, per esempio sul piano pensionistico o della tassazione), ma anche perché risalgono a una fase storica in cui un nuovo matrimonio era possibile solo dopo la perdita del coniuge e quindi implicavano la morte di uno dei due genitori; si poteva dunque essere figliastri rispetto a un patrigno o una matrigna che prendeva il posto, in famiglia, di un padre o una madre scomparsi ed essere quindi fratellastri o sorellastre dei figli nati da questo secondo matrimonio (o anche dei figli che il patrigno o la matrigna, se vedovi anch’essi, avevano avuto dalla precedente unione coniugale). (...)

*** Paolo D'ACHILLE, professore ordoinario di linguistica italiana, Il 'configlio' non è un 'figliastro', 'accademiadellacrusca.it', 2 agosto 2016

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sabato 24 settembre 2016

#LINGUA_ITALIANA / Sobrio, superlativo? (Vittorio Coletti)

Tanti chiedono qual è il superlativo di sobrio, girando anche a noi un dibattito molto vivace su internet. C’è chi suggerisce sobrissimo e chi soberrimo e chi niente. 
Scartiamo subito soberrimo, che è richiamato da certi superlativi dotti latineggianti, come misero / miserrimo, integro / integerrimo, che, per altro, non escludono in italiano un più normale superlativo con suffisso regolare: aspro / asperrimo / asprissimo, che a volte, anzi, è l’unico ammesso: liberissimo, poverissimo. Ma questi aggettivi avevano in latino un nominativo in -er che spiegava poi la forma speciale del superlativo (e spiega in italiano perché cambi la consonante rispetto al grado zero derivato dall’accusativo: acre / acerrimo). 
Sobrio non è di questo tipo. Anzi, a guardare la sua base latina si vede che è uno di quegli aggettivi che, avendo una vocale prima della desinenza (sobrius, idoneus), in latino realizzavano (non tutti però) il superlativo solo perifrasticamente con maxime (e il comparativo con magis). 
Ma questa restrizione non è obbligatoria in italiano, dove è normale idoneissimo, per cui, accanto al correttissimo molto sobrio, preferibile perché più… sobrio, si può, volendo, fare altrettanto correttamente il superlativo sobrissimo.

*** Vittorio COLETTI, 1948, linguista, lessicografo, consigliere dell'Accademia della Crusca, 'accademiadellacrusca.it', 20 settembre 2016, qui