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mercoledì 4 ottobre 2023

#MOSQUITO / Il suicidio, gli scacchi, il silenzio (Massimo Ferrario)

Scrive Viktor Frankl, 1905-1997, psichiatra austriaco, fondatore della 'logoterapia', internato ad Auschwitz, Dachau e altri campi di sterminio e sopravvissuto anche grazie alla forza espressa dalla sua visione ottimistica sulla vita, autore di numerosi saggi, tra cui il famoso L'uomo in cerca di senso: uno psicologo nei lager, 1967-2017: 

«Proviamo a immaginare un giocatore che, posto di fronte a un problema scacchistico, non trovi la soluzione. Cosa fa a quel punto? Rovescia i pezzi della scacchiera. È una soluzione al suo problema? Certamente no. Ma è proprio così che agisce il suicida: getta via la sua vita pensando di aver condotto a soluzione un problema che gli appariva insolubile. Non sa che in tal modo non rispetta le regole del gioco della vita, proprio come lo scacchista del nostro paragone non si attiene alle regole del suo gioco, all'interno delle quali un problema si risolve con un salto del cavallo, un arrocco o in qualche altro modo, ma comunque con una mossa, non certo con il comportamento descritto. Ora, anche il suicida viola le regole del gioco della vita; queste regole non ci richiedono di vincere a tutti i costi, ma ci richiedono di non abbandonare la partita.» (Viktor FranklSul senso della vita, Conferenza 1^, Significato e valore della vita, 1946, [2019], Mondadori, 2020, pp. 38, traduzione di Elena Sciarra). 

Massimo rispetto per la competenza, l'autorevolezza e la terribile esperienza di vita di Viktor Frankl. 
Ma altrettanto rispetto, io credo, è dovuto a chi si trova nel drammatico stato di chi medita il suicidio per un insopportabile dolore esistenziale e decide alla fine di passare all'atto perché ritiene di non avere altra scelta.

"Regole della vita", dice Frankl. Ma quali regole? E chi le stabilisce? 

Se è Dio che le ha fissate, questo non riguarda chi è ateo. Ma non riguarda neppure chi è credente e non ce la fa più a vivere, perché se sta rifiutando la vita nessuna regola di vita lo può interessare. E comunque, se esistono 'regole della vita' (con l'iniziale minuscola, per evitare confusioni con il trascendente che vale solo per chi accetta il trascendente), nessuno ha stabilito, regole o non regole, che sia obbligatorio giocare il gioco della vita. 

L'esempio degli scacchi è del tutto fuori centro: il suicida non rovescia i pezzi della scacchiera. Semplicemente non ha (più) nessun interesse a giocare, non vuole ottenere nulla, si limita ad andarsene. E così come nessuno può imporre a nessuno di giocare a scacchi, nessuno può imporre a nessuno il gioco della vita. 
Peraltro, non  è certo il messaggio doveristico, di per sé intrinsecamente minaccioso e persecutorio, per cui ci sono regole che impediscono l'abbandono di partita, che può convincere chi vuole smettere e lasciare la partita a continuare a stare al banco e giocare. 

Ho sempre pensato che una delle poche cose nella vita che richiedono silenzio assoluto, quando si verificano, per la inspiegabilità profonda e misteriosa che circonda il singolo e specifico atto di chi ne è soggetto più o meno consapevole, sia il suicidio. 

Mi piacerebbe che tutti, anche i più illustri 'esperti' di umanità, quando toccano certi temi stessero in posizione rispettosamente 'china': rigorosamente attenti a non proferire parola. E meno che meno sentenze. 
Perché, in questo caso, ogni parola è violenza.

*** Massimo Ferrario, Il suicidio, gli scacchi, il silenzio, per 'Mixtura', 


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lunedì 4 settembre 2023

#MOSQUITO / 'Sentire' l'etica, il test infallibile (Massimo Ferrario)

Sono stimolato da due recenti letture occasionali: una riflessione di Nando Dalla Chiesa, sociologo che da una vita studia criminalità organizzata e insegna legalità, e un estratto del celebre Discorso agli Ateniesi di Pericle trascritto da Tucidide nel 451 a. C. 

Sono ambedue pezzi brevi e li trascrivo.
Aggiungo in chiusura  una mia reazione sullo 'spirito del tempo' in cui siamo da tempo.

1 - Nando Dalla Chiesa
«Andare a cena con un boss mafioso perché "non posso fare le analisi del sangue a ogni mio elettore", difendere il diritto al posto di lavoro di chi se ne è servito per rubare, arruolare fedelissimi incompetenti in ruoli istituzionali che richiedono competenze, praticare pubblicamente prostitute, paragonare i magistrati ai terroristi, umiliare persone innocenti, sono tutti comportamenti che, anche quando formalmente legali, sfregiano lo spirito di legalità fino a stremarlo, rendendolo a lungo andare insostenibile per una democrazia. 
È d'altronde a causa di questi striscianti processi di ri-classificazione valoriale che nella società italiana si è assottigliata più che in altre società europee - nessuna delle quali, sia chiaro, esente da scandali - la sfera della morale. E al contrario si è espanso oltre ogni ragionevole misura lo spazio del diritto penale nella regolazione dei costumi e dei giudizi, trasformando di fatto i tribunali nell'unica sede riconosciuta di produzione della morale pubblica.» (Nando Dalla Chiesa, La legalità è un sentimento. Manuale controcorrente di educazione civica, Bompiani, 2023, pp. 192-193)

2 - Pericle
«Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. 
Qui ad Atene noi facciamo così. 
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell'eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento. 
Qui ad Atene noi facciamo così. 
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l'uno dell'altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. 
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private. 
Qui ad Atene noi facciamo così. 
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. 
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. 
Qui ad Atene noi facciamo così.» (Pericle, Discorso agli ateniesi, 431 a.C., così come riportato in Tucidide, Storie, II, 34-36)

3 - Spirito del tempo
Provare disgusto, intenso e profondo, per un personaggio politico come Silvio Berlusconi e per i troppi che gli somigliano e non smettono di santificarlo anche da morto, è un test semplice per verificare non certo se siamo onesti e legalitari (nessuno è innocente), ma se almeno abbiamo acquisito l’etica, nei suoi fondamentali, come ‘sentimento’ da avvertire acuto e imprescindibile dentro di noi: compagno di vita necessario per abitare in società con l’onore e la dignità che la Costituzione richiama. 

Questo, ovviamente, non basta per essere etici. E meno che meno per credere di esserlo. Ma ne è la precondizione. 

Senza la realizzazione di questa precondizione, infatti, continueremo a produrre quella melma (di principi, valori, ideali: cultura insomma) che è alimento perfetto per una società corrotta, indifferente al bene comune e tutta rinserrata nel proprio affarismo, particolare e familista (‘idiota’, direbbero etimologicamente gli antichi greci, a indicare il trionfo del 'privato'): la stiamo producendo, questa insopportabile melma, almeno dagli anni 80 (Craxi docet) e ora vi stiamo definitivamente sprofondando. 

Sì, senza la realizzazione di questa precondizione, nessuna democrazia potrà essere rigenerata. E noi, per quanto ci riguarda, abbiamo esaurito anche il ‘post’ della ‘postdemocrazia’: la formula in fondo rassicurante, nella sua voluta imprecisione, per allontanare lo sfascio incombente, già ben visibile all'orizzonte al tempo del suo conio. 

Vale per l’Italia. Ma se ci guardiamo un giro, vale anche per molti paesi con cui abbiamo in comune valori che ogni giorno, anche sul piano etico, si pervertono in disvalori che gridano indignazione. Grazie ai tanti ‘berluscloni’ che proliferano, dentro e fuori i confini patri. 

Perché se Berlusconi, qui da noi, ha fatto ciò che ha fatto ed è diventato un simbolo, per la maggioranza positivo, del fare politica (ma anche imprenditoria), questo ha potuto avvenire non tanto grazie a lui, che altrove o in altri tempi sarebbe stato subito sanzionato socialmente e ‘bandito’ con ignominia dal contesto, ma grazie alla società: la quale, quando non l’ha applaudito, comunque non l’ha fermato. E la società, benché spesso faccia comodo dimenticarlo, siamo noi cittadini: come singoli e come collettività. 
Noi che dimentichiamo che nessuno da solo riesce a imporsi se chi non vuole e disprezza decide di non accettare l'imposizione. 

*** Massimo Ferrario, 'Sentire' l'etica, il test infallibile, per 'Mixtura', 


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domenica 20 agosto 2023

#MOSQUITO / Gli idioti, ieri e oggi (Massimo Ferrario)

Scrive Fernando Savater, filosofo e saggista spagnolo (°): 

«Gli ateniesi ebbero la felice intuizione di obbligare tutti i cittadini a partecipare alla vita pubblica. E se qualcuno si chiamava fuori, lo bollavano con una parola che, sia pure con diverso significato, usiamo ancora oggi: idiota. L'idiota era l'egoista, colui che si crede autosufficiente, che non pensa ad altri che a sé stesso, che si disinteressa della contesa politica.» 

Mi permetto di aggiungere. 

Oggi, in Italia e non solo, l’idiota può anche interessarsi della contesa politica. E persino andare a votare. Ad esempio, in Italia gli idioti possono votare per quelli che difendono gli idioti. 
E nonostante paroloni come patria e nazione, vuote come l’aria fritta che smuovono, hanno l’impudenza di chiamare le tasse ‘pizzo di stato’. 

Sono i nuovi 'patrioti'. Al sacro servizio della 'nazione'.

*** Massimo FERRARIO, Gli idioti, ieri e oggi per Mixtura, 20 agosto 2023 - (°) Fernando Savater, 1947, filosofo e saggista spagnolo, Piccola bussola etica per il mondo che viene, Laterza, 2013, traduzione di Andrea Benedetti, estratto, versione digitale posizione 1.053 e segg. 


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martedì 18 luglio 2023

#MOSQUITO / Un anno di calendario (Massimo Ferrario)

Secondo i più recenti studi scientifici, l’Universo  ha un’età di 13,8 miliardi di anni e i primi segnali di vita sulla Terra risalgono a 3,8 miliardi di anni fa. 
Homo Sapiens pare essere comparso circa 200 mila anni fa: prima in Africa e poi, con migrazioni successive, in ogni punto del globo.

13,8 miliardi. 3,8 miliardi. 200mila. 

Sono numeri difficili da fare propri: le loro dimensioni ce li rendono troppo lontani. Concettualmente inafferrabili.

Per visualizzarli meglio, possiamo riportare tutto al calendario di 1 anno.
Con questa metafora possiamo fissare almeno 5 eventi storici fondamentali:
* il Big Bang dell’intero Universo si colloca al 1 gennaio;
* il 20 settembre si hanno i primi germogli di vita sulla Terra: batteri unicellulari e alghe azzurre;
* il 25 dicembre si diffonde Homo Sapiens;
* il 31 dicembre, 1 minuto prima della mezzanotte, si affermano industrializzazione e capitalismo;
* sempre il 31 dicembre, 5 secondi prima della mezzanotte, Internet fa i suoi primi passi sui nostri computer.

Il calendario di 1 anno sarebbe un riferimento utile da non dimenticare. Anche per tentare di tenere sotto controllo, ogni volta che ci ricordassimo questi pochi dati, l’hybris onnipotente che ci caratterizza e che a troppi fa anteporre la D al proprio Io.

Già: siamo esseri insignificanti. 
Come umani, abbiamo fatto e facciamo cose incredibili. 
Ma siamo un pulviscolo invisibile nel Tutto: immersi in un Universo dal diametro di 93 miliardi di anni luce.
E questo almeno per quella parte di Universo che riusciamo ad osservare. 
Perché alcune speculazioni teoriche sul Multiverso di cosmologi e fisici ipotizzano che il nostro Universo sia solo uno tra i molti che possono esistere. 

Un Tutto che non finisce mai. 
E noi un infinitesimale, miserevole e trascurabile, di cui.

*** Massimo FERRARIO, 1946, Un anno di calendario, ‘Mixtura (masferrario.blogspot.com’), 18 luglio 2023


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martedì 23 maggio 2023

#MOSQUITO / "Dio-Patria-Famiglia": il fascismo e Mazzini (Roberto Balzani)

Lo slogan di cui sopra è indubitabilmente fascista (sta scritto sui muri di molti edifici italiani, risalenti al Ventennio). Ed è una torsione ipernazionalista di alcuni concetti (non di un motto) mazziniani, espressi nei "Doveri dell'Uomo". 

Mazzini, tuttavia, antepone ai doveri verso la patria e la famiglia quelli verso l'Umanità. E aggiunge: 
"Quei che v'insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla Famiglia o alla Patria, v'insegnano, più o meno ristretto, l'egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro uno maggiore che li contiene [l'Umanità]". 

Che cosa invece pensasse Mussolini dell'Umanità, lo si può leggere nel programma del Partito Nazionale Fascista (1921): "Il PNF afferma che nell'attuale momento storico la forma di organizzazione sociale dominante nel mondo è la Società Nazionale e la legge della vita nel mondo non è l'unificazione delle varie Società in una sola immensa Società: "L'Umanità", come crede la dottrina internazionalistica".

Certo, Mussolini si riferiva in particolare all'internazionalismo socialista e comunista; ma Mazzini per primo (1847) aveva guardato all'internazionalismo per affratellare le nazioni in nome della comune appartenenza all'Umanità. La stessa idea di Dio, per Mazzini, aveva senso all'interno di una grande "religione dell'Umanità", trascendente le religioni positive. 

Idee romantiche, tipiche del primo Ottocento? Certamente. Per questo, lasciamole a quei tempi andati. E non utilizziamole per nobilitare progetti che, con l'umanitarismo mazziniano, nulla hanno a che vedere.

*** Roberto BALZANI, 1961, professore ordinario di Storia contemporanea dell'Università di Bologna, 'Dio-Patria-Famiglia' (e Mazzini), 'Facebook', 18 maggio 2019, qui


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domenica 23 aprile 2023

#MOSQUITO / L'estrema destra ha fame (Alessandro Gilioli)

Un giorno si dice che i rastrellatori nazisti nella Roma occupata erano solo musicisti in pensione.

Un altro giorno si dice che i martiri delle Fosse Ardeatine sono stati uccisi perché italiani, e non perché antifascisti ed ebrei.

Un altro giorno si dice che bisogna preservare l’Italia da persone di etnia diversa.

E un altro giorno ancora si diluisce il 25 aprile in una data come tante altre, la proclamazione del Regno sabaudo, la strage di Acca Larenzia, il ricordo delle foibe e così via.

Potremmo prendere il tutto come una catena casuale di gaffe, di “sgrammaticature istituzionali”, di errori storici e di semplice ignoranza, come quella rivendicata dal ministro Lollobrigida.

Oppure possiamo intuire quello che è più probabile: l’estrema destra, andata al potere, ha  fame.

Fame di liquidare il 25 aprile come un giorno qualsiasi, fame di sdoganare una pari dignità politica tra partigiani e nazifascisti, fame di riscrivere la storia assolvendo chi va condannato.

Avrebbero potuto chiedere scusa del ventennio e tentare di essere una destra moderna, come provò a fare Gianfranco Fini.

Hanno preferito la rivendicazione delle loro radici, dei loro busti e dei loro miti; hanno preferito ingaggiare una battaglia quotidiana di dichiarazioni e revisionismi. E nascondono ipocritamente il tutto sotto l’ombrello della parola "riconciliazione", fingendo di ignorare che ogni riconciliazione parte dalla distinzione chiara delle ragioni e dei torti.

E no, i nazifascisti di ragioni non ne avevano.

*** Alessandro GILIOLI, giornalista, direttore di radiopopolare.it, 'Facebook', 21 aprile 2023


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mercoledì 19 aprile 2023

#MOSQUITO / Congiura ebraica e sostituzione etnica (Enrico Finzi)

Sì, lo riconosco: sono ebreo. Non religioso e non sionista ma al 100% ebreo: con 2 genitori, 4 nonni, 8 bisnonni, 16 trisavoli, 32 tataranonni. Un ebreo purissimo, senza matrimoni misti alle spalle. E sono favorevole alla sostituzione etnica: come Soros (che non conosco), peggio di Soros. 

Non me la sento, infatti, di difendere un'inesistente etnia italiana, figlia di un guazzabuglio di 'razze', invasori, staterelli, mescolanze varie.
E non credo al valore dell'omogeneità: sin dagli studi di genetica e di antropologia ho appreso che l'umanità ha progredito grazie ai frequenti incroci di diversi.

So che la storia è stata ed è vicenda di meticciati, di contaminazioni di DNA e di culture.
So che il mix di etnie distinte (e in genere esse stesse 'impure') garantisce un miglior sviluppo dell'umanità, talché ho fatto figli - come mio fratello - con donne non ebree, evitando l'endogamìa, tanto cara anche agli israeliti ortodossi.
Vedo con favore, di conseguenza, un'Italia con tanti immigrati: neri, gialli, olivastri, albini e bianchi; cristiani, islamici, giudei, animisti, buddisti, shintoisti, atei, incerti; biondi, castani, rossi, neri, calvi.
E l'identità? La sogno multipla, cangiante, confusa e perciò più sana, ricca, imprevedibile, talora indefinibile.

Pochi ricordano che dal 1938 il fascismo cercò di non far più cantare "Faccetta nera", pur popolarissima, perché lasciava ipotizzare coiti e figli color caffelatte tra i cosiddetti italiani e le "belle abissine", portate a Roma per civilizzarle e amarle. E così mi trovo a non dispiacermi per questo motivetto, pur colonialista: sono per sostituire quelli dei barconi ai Lollobrigida e ai Salvini poiché può darsi che i nuovi esponenti dell'Italia meticcia saranno migliori di coloro che ci governano. 

Scusate, devo smettere: mi sta chiamando l'ebreo Soros...

*** Enrico FINZI, 1946, scrittore, saggista, giornalista, Congiura ebraica e sostituzione etnica, per 'Mixtura'


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venerdì 17 marzo 2023

#MOSQUITO / Come neutralizzare la politica critica (William Davies)

 Al giorno d’oggi, numerosi psicologi positivi consigliano alle persone di provare a cambiare il modo in cui reagiscono e quello che provano, se non riescono a modificare la causa della propria sofferenza. È stato anche il modo in cui la politica critica è stata neutralizzata. Con questo non si vuole affermare che modificare le strutture economiche e sociali sia semplice. È frustrante, imprevedibile e, spesso, profondamente deludente. 

Tuttavia, è difficile negare che ciò diventi praticamente impossibile da fare se le istituzioni e gli stessi individui sono così ossessionati dalla misurazione e dalla manipolazione dei sentimenti e delle scelte individuali. Se ci devono essere soluzioni sociali e politiche ai problemi che causano l’infelicità, allora il primo passo deve essere quello di smettere di considerarli in termini esclusivamente psicologici. 

Eppure le visioni utilitaristiche e comportamentiste di un individuo prevedibile, malleabile e controllabile (finché sia data una sorveglianza sufficiente), non hanno trionfato solo grazie al crollo delle alternative collettiviste. Sono state ripetutamente promosse da élite scientifiche, in nome di precisi scopi politici ed economici, e in questo momento stanno godendo di un’ulteriore e importante raccomandazione politica.

*** WILLIAM DAVIES, 1976, giornalista e saggista inglese, L’industria della felicità. Come la politica e le grandi imprese ci vendono il benessere, 2015, Einaudi, 2016, edizione digitale, estratto, posizione 3.661, traduzione di Chiara Melloni


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martedì 31 gennaio 2023

#MOSQUITO / L'uomo d'affari e lo statista (Harold J. Laski)

E' significativo che in tutta la storia della democrazia parlamentare non ci sia stato in alcun paese un grande statista che fosse un uomo d'affari. 

Uomini come Bonar Law in Inghilterra, Loucheur in Francia hanno coperto dei posti elevati, e magari altissimi, ma non si sa che ve ne siano stati i quali siano riusciti ad esercitare sui loro contemporanei l'influsso che esercitarono uomini della statura Washington, Lincoln, Gladstone, Bismarck, o Cavour. 

La ragione, io direi, è semplicemente questa, che l'opinione pubblica non ha mai potuto ammettere la pretesa del capitalista di essere il fiduciario dell'interesse pubblico. Essa l'ha sempre considerato per quello che è, come uno specialista nel far danaro, e non ha mai effettivamente creduto che abbia senso di responsabilità fuor dell'ambito ristretto della sua classe. Egli non ha mai considerato la legge come un complesso di principi che stanno al di sopra del gretto interesse che lo concerne, ed ha sempre cercato, con mezzi leciti o illeciti, di farla interpretare ai suoi propri fini. Certo, per la sua strada egli ha dimostrato di essere tutto dedito al suo compito e coscienzioso, e non v'è ragione di dubitare della sua sincerità quando crede che il suo benessere privato combaci col bene pubblico. Quando, come in America, egli ha comprato giudici, governatori di Stato, e magari i presidenti stessi, l'ha fatto convinto che il renderli pieghevoli strumenti ai suoi fini era per il popolo americano il meglio. Egli si difese nell'unico modo che credeva adatto, perché egli credeva effettivamente nel suo diritto divino di comandare.

*** Harold J. LASKI, 1893-1950, esponente della sinistra del Labour Party e professore alla London School of Economics, Democrazia in crisi (George Allen & Unwin, 1933), 1935. Citato da Maurizio Viroli, La libertà dei servi, Laterza, 2010, nota p. 18


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lunedì 23 gennaio 2023

#MOSQUITO / Oh i bei cretini di una volta! (Leonardo Sciascia)

E' ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino. Ma di intelligenti c'è stata sempre penuria; e dunque una certa malinconia, un certo rimpianto tutte le volte ci assalgono che ci imbattiamo in aretini adulterati, sofisticati. Oh i bei cretini di una volta! Genuini, integrali. Come il pane di casa. Come l'olio e il vino dei contadini. 

*** Leonardo SCIASCIA, 1921-1989, scrittore, giornalista, saggista, Nero su nero, Einaudi 1979, Adelphi, 2014. 


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giovedì 12 gennaio 2023

#MOSQUITO / Scuola (George Bernard Shaw)

Ciò che non può l'iniziativa privata dei genitori, può essere fatto ben più efficacemente per mezzo di educatori organizzati in grandi istituzioni create a tale scopo. Poiché, quando se lo possono permettere, i genitori consegnano i figli alla scuola. Ma non c'è, nel complesso, niente al mondo, per dei poveri innocenti, tanto orribile quanto la scuola. Tanto per cominciare è una prigione, ma sotto certi aspetti è anche più crudele. In prigione, per esempio, non siete obbligati a leggere libri scritti da secondini e direttori (che naturalmente non sarebbero secondini e direttori se sapessero scrivere libri leggibili), né siete picchiati o altrimenti tormentati se non sapete ricordarne il contenuto, del tutto impossibile da mandare a memoria. In prigione non siete obbligati a sedere e ad ascoltare carcerieri che trattano, senza fascino o interesse, argomenti che non capiscono e non apprezzano, e sono pertanto incapaci di farveli capire o apprezzare. In prigione possono tormentare il vostro corpo, ma non torturano il vostro cervello e potete difendervi dalla violenza e dall'oltraggio dei compagni di prigione. A scuola non avete questi vantaggi. Con gli scaffali di tutto il mondo, carichi di libri affascinanti e ispirati, vera manna mandata dal cielo per nutrire le vostre anime, voi siete forzati a leggere l'odiosa impostura chiamata «testo scolastico», scritto da un uomo che non sa scrivere; un libro da cui nessun essere umano può imparare alcunché, un libro che, sebbene lo possiate decifrare, non sapete leggere con altro profitto se non questo, che lo sforzo che vi viene imposto vi farà detestare la semplice vista di un libro per tutto il resto dei vostri giorni. Con i milioni di acri di boschi, di valli e colline, con il vento, l'aria, gli uccelli, i ruscelli, i pesci e ogni genere di cose istruttive e sane facilmente accessibili, o con alla porta le strade, le vetrine dei negozi, le folle, i veicoli e ogni tipo di delizie cittadine, voi siete forzati a sedere, non in una stanza abbellita con una certa grazia e confortevolmente arredata, ma in un serraglio con un mucchio di altri bambini, puniti se parlate, puniti se vi muovete, puniti se non vi è possibile dimostrare, rispondendo a una domanda idiota, che anche quando siete scappati dal canile e dallo sguardo del carcere eravate ancora agonizzanti su finti libri detestabili, invece di osare a vivere. 

*** George Bernard SHAW, 1856-1950, scrittore e drammaturgo irlandese, premio Nobel per la Letteratura nel 1925, estratto da School, Prefazione a Misalliance, 1910, in George Bernard Shaw, Manuale del rivoluzionario. Libertà significa responsabilità. Ecco perché la maggior parte degli uomini la teme, estratto da Il taccuino del rivoluzionario, II, Sull’educazione, Piano B Edizioni, 2014, traduzione di Alessandro Miliotti 


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mercoledì 9 novembre 2022

#MOSQUITO / Quella intossicazione vischiosa (Piero Calamandrei)

Bisogna fare di tutto perché quella intossicazione vischiosa non ci riafferri: bisogna tenerla d’occhio, imparare a riconoscerla in tutti i suoi travestimenti. In quel ventennio c’è ancora il nostro specchio. Solo guardando ogni tanto in quello specchio possiamo accorgerci che la guerra di Liberazione, nel profondo delle coscienze, non è ancora terminata.

*** Piero CALAMANDREI, 1889-1956, politico, avvocato, accademico, Il fascismo come regime della menzogna, Laterza, 2014


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giovedì 15 settembre 2022

#MOSQUITO / Esercitare potere (George Orwell)

«Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?»

Winston rifletté. «Facendolo soffrire» rispose.

«Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo a essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna. Progresso, nel nostro mondo, significherà progredire verso una forma di sofferenza più grande. Non ci sarà forma alcuna di amore, ad eccezione dell'amore per il Grande Fratello. Non ci sarà forma alcuna di riso, ad eccezione della risata di trionfo sul nemico sconfitto. Non ci sarà forma alcuna di arte, di letteratura e di scienza. Se vuoi un'immagine del futuro, pensa a uno stivale che calpesti un volto umano in eterno»

*** George ORWELL, 1903-1950, giornalista, saggista, scrittore e attivista britannico, da 1984, romanzo, 1948


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martedì 23 agosto 2022

#MOSQUITO / Un mutamento antropologico, sembrano uomini (Franco Battiato)

Vede, sto bene con me stesso. Vivo in questo posto meraviglioso sulle pendici del Mongibello. Dalla veranda del mio giardino osservo il cielo, il mare, i fumi dell’Etna, le nuvole, gli uccelli, le rose, i gelsomini, due grandi palme, un pozzo antico. Un’oasi. Poi purtroppo rientro nello studio e accendo la tv per il telegiornale: ogni volta è un trauma. Ho un chip elettronico interiore che va in tilt per le ingiustizie e le menzogne. Alla vista di certi personaggi, mi vien voglia di impugnare la croce e l’aglio per esorcizzarli. C’è un mutamento antropologico, sembrano uomini, ma non appartengono al genere umano, almeno come lo intendiamo noi: corpo, ragione e anima.

*** Franco BATTIATO, 1945,  cantautore, regista, pittore, intervistato da Marco Travaglio, Intervista a Franco Battiato, requiem per la politica, il cantautore siciliano e i “rincoglioniti” al governo, 'il Fatto Quotidiano', 30 ottobre 2009, qui


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lunedì 22 agosto 2022

#MOSQUITO / No alla perfezione (Carl Gustav Jung)

La perfezione è irraggiungibile. Inoltre, se potessimo differenziare in egual misura le quattro funzioni [Intuizione, sensazione, sentimento, pensiero], otterremmo soltanto il risultato di renderle accessibili alla conoscenza. Perderemmo allora il collegamento assai prezioso con l’inconscio attraverso la funzione inferiore, che è invariabilmente la più debole: la nostra debolezza e inadeguatezza sono il nostro unico ponte con l’inconscio, col mondo inferiore degli istinti, con gli altri esseri umani. 

Le nostre virtù ci consentono soltanto di essere indipendenti. In quella sfera non abbiamo bisogno di nessuno, siamo sovrani, mentre nella nostra inferiorità siamo collegati all’umanità e al mondo degli istinti. Non costituirebbe alcun vantaggio disporre di quattro funzioni perfette, perché una tale condizione equivarrebbe a una totale distanza dagli altri. Non ho mai avuto la mania della perfezione. 

Il mio motto è: per amor del cielo, non siate perfetti, ma sforzatevi con ogni mezzo di essere completi... qualsiasi cosa significhi a livello individuale.

*** Carl Gustav JUNG, 1875-1961, medico e psicoanalista svizzero, fondatore della psicologia analitica, da Introduzione alla Psicologia analitica. 5 conferenze, 3^ conferenza, Bollati Boringhieri, 2013



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mercoledì 17 agosto 2022

#MOSQUITO / A chi cresce servono adulti stabili (Alberto Pellai)

Per un adolescente, gli adulti rappresentano l’esempio vivente di ciò che lui diventerà. Per questo noi adulti abbiamo il compito (e anche la responsabilità educativa) di testimoniare la bellezza e la pienezza dell’adultità. 

Non vuol dire fingere di avere vite perfette. Bensì, l’esatto contrario. Significa essere consapevoli che la vita va rispettata, celebrata, abitata sapendo che spesso “accade” nel modo più imprevisto e faticoso. Ma ciò nonostante, che rappresenta la più grande occasione che abbiamo per evolverci e dare senso a ciò che siamo. 

Oggi l’adultità viene da molti vissuta come un tempo di eterna adolescenza. Si celebra il “ricominciamento” come un valore assoluto raccontandolo spesso come un mandare all’aria tutto ciò che c’era e c’è stato prima, per inventare un nuovo “se stesso” più soddisfacente e appagante. I social, in questo senso, diventano palcoscenici mai spenti su cui si mette in scena il proprio “giorno nuovo”. 

Fa bene questo a chi sta crescendo? Probabilmente no. 

Da sempre l’adultità è un tempo di “sana stabilità” in cui tutte quelle incertezze sperimentate da adolescente (non so chi sono né chi diventerò, ce la farò?, la vita ha un posto per me?) trovano il loro “posto nel mondo” in una versione stabile e consapevole di se stessi. Ora so chi sono, so cosa ci sto a fare nella mia vita: questo è essere adulti. Non vuol dire produrre una versione rigida di sé. 

Vuol dire semplicemente sapere chi si è, lavorando affinché la propria identità adulta coincida il più possibile con l’idea di chi si sarebbe voluti diventare. Più queste due dimensioni sono vicine e contigue tra loro, meno c’è bisogno di ricominciamenti. 

Oggi, troppe persone raccontano che nella loro adultità sono diventate diverse dalle persone che avrebbero voluto essere. Così smontano l’adulto che sono per inventarne un altro. E poi un altro ancora. E magari un altro ancora. La società liquida di cui parlava Baumann è fluida e senza certezze. E’ tutta un ricominciamento. 

Nessuno però afferma l’enorme valore della stabilità, che troppi oggi raccontano come grigiore, noia, routine. La persona stabile invece è spesso una persona consapevole e molto responsabile. Sa chi è. E ama stare lì, in quel posto esatto in cui ha imparato a collocarsi. Perché è lì che è riuscita a diventare esattamente la persona che voleva essere. Per cui non ha alcun bisogno di ricominciamento. 

Gli adolescenti oggi soffrono anche perché gli adulti sono troppo instabili. Sono così incerti su ciò che vorrebbero essere e desiderano, da non divenire più riferimenti stabili per chi cresce. Nessuno parla di quanto male faccia l’instabilità adulta a chi sta crescendo. Tutti celebrano il ricominciamento. A chi cresce non servono adulti ricomincianti. 

Servono adulti stabili.  Se pensi che possa essere utile, condividi questo messaggio con altri adulti. Riflettere sul bisogno di stabilità del mondo adulto può essere molto utile a chi appartiene alla comunità educante.

*** Alberto PELLAI, 1964, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano, saggista, A chi cresce servono adulti stabili, 'facebook,', 16 agosto 2022, qui

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lunedì 8 agosto 2022

#MOSQUITO / Elogio della sconfitta (Rosaria Gasparro)

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…

A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

«Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…», Pier Paolo Pasolini, 'Vie Nuove', 28 ottobre 1961

*** Rosaria GASPARRO, maestra elementare, 23 gennaio 2014, citata da Gianni Marconato, 'Comune-info.net', 7 novembre 2015, qui 
NB: Il testo qui sopra è stato attribuito a Pier Paolo Pasolini e tuttora gira in rete con questa attribuzione: ma di Pasolini è soltanto la citazione finale


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domenica 7 agosto 2022

#MOSQUITO / Non ci sarà riscossa materiale se prima non v'è rivolta morale (Errico Malatesta)

Diciamolo francamente: fascisti ve ne sono anche fuori del partito fascista in tutte le classi e in tutti i partiti: vi sono cioè dappertutto delle persone che pur non essendo fascisti, pur essendo antifascisti, hanno però l’animo fascista, lo stesso desiderio di sopraffazione. Ci accade, per esempio, d’incontrare uomini che si dicono e si credono rivoluzionari e magari anarchici, i quali per risolvere una qualsiasi questione affermano con fiero cipiglio che agiranno fascisticamente, senza rendersi forse conto che ciò significa insomma agire da camorrista e da poliziotto… Purtroppo è vero: si può agire, spesso si agisce fascisticamente senza aver bisogno d’iscriversi tra i fascisti; ma non sono certamente coloro che così agiscono quelli che potranno provocare la rivolta morale, il senso di schifo che ucciderà il fascismo… Non vi potrà essere riscossa materiale se prima non v’è rivolta morale.

*** Errico MALATESTA, 1853-1932, anarchico, saggista, da Davide Turcato (a cura), con un saggio di Paolo Finzi, Fronte Unico Proletario. Il biennio rosso, ‘Umanità Nova’ e il fascismo (1919-1923), Editore Zero in condotta, 2021


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mercoledì 3 agosto 2022

#MOSQUITO / Anime libere? (Francesco De Sanctis)

Chiameremo noi forse uomini liberi quei contadini ignoranti delle province napoletane […] la cui anima non appartiene a loro? No, non sono uomini liberi costoro, la cui anima appartiene al confessore, al notaio, all’uomo di legge, al proprietario, a tutti quelli che hanno interesse di volgerli, di impadronirsene. Provvedere all’istruzione popolare sarà la mia prima cura. Noi saremo contenti quando l’ultimo degli italiani saprà leggere e scrivere.

*** Francesco DE SANCTIS, 1817-1883, scrittore, critico letterario, politico, Ministro della pubblica istruzione e filosofo italiano, discorso alla Camera, 13 aprile 1861

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martedì 2 agosto 2022

#MOSQUITO / Sicurezza come conformismo (Erich Fromm)

La nostra cultura tende a creare individui che non hanno più coraggio e non osano più vivere in modo eccitante e intenso. Veniamo educati ad aspirare alla sicurezza come unico scopo della vita. Ma possiamo ottenerla solo al prezzo di un completo conformismo, e di una completa apatia.

*** Erich FROMM,  1900-1980, psicoanalista e sociologo tedesco, I cosiddetti sani. La patologia della normalità, 1991, Mondadori, 1996


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