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giovedì 20 settembre 2018

#SPILLI / Stili di collaborazione, tra teoria e pratica (Massimo Ferrario)

Nel 1990, quando ho scritto l'articolo che qui sotto riproduco ('L'Impresa', gennaio 1990), il tema del 'collaborare', almeno in Italia, non era trattato. Anche all'estero non era molto esplorato, nonostante girasse, nella solita cultura anglosassone, qualche testo sull'argomento. 
Sono trascorsi oltre 25 anni e, francamente, non mi pare che lo scenario, su questo specifico punto, sia molto mutato. 
Continuiamo ad essere invasi da libri e saggi vari sulla 'leadership': anche se pochi ormai sono quelli che hanno qualche idea che mette conto di essere letta, la maggior parte essendo costituiti da fuffa, forse anche ben confezionata, che ripete cose già ripetute. 
Ma sulla problematica che riguarda il 'collaborare' c'è poco o nulla.

Eppure, io credo che la questione sia sempre più all'ordine del giorno di un cambiamento culturale impellente: se vogliamo migliorare davvero, senza retorica, l'efficacia delle organizzazioni di lavoro, oltre che il benessere di noi individui, rendendoci meno 'dipendenti', nei contesti di lavoro, e meno 'sudditi' e più 'cittadini', nella convivenza sociale e in politica. 
Nella mia attività di consulenza in materia di sviluppo organizzativo, in questi anni, io, nel mio piccolo, non ho mancato seminario, con manager e professional anche di parecchie multinazionali, in cui non toccassi il tema. E più volte mi è capitato di centrare un intero corso solo su questo, avendo come traccia di fondo proprio l'articolo che qui ripropongo.

Credo che, con il senno di adesso, modificherei un paragrafo e cancellerei un accenno.

* Il paragrafo che modificherei è sullo stato attuale. La valutazione che davo nel 1990 era già assai critica, ma oggi, a me sembra indubbio, anziché essere migliorati (come tra le righe credevo potesse succedere), siamo nettamente peggiorati. Il regresso è consistente e pesante. E una 'cultura di interdipendenza', nel lavoro e nella società (i due contesti sono ovviamente più che comunicanti), mi pare, per il momento, una 'speranza quasi disperante'.

* L'accenno da cancellare è all'etica. Nell'articolo si richiama la 'moda' di quegli anni. Confermo: l'etica era diventata un''etichetta'. Tutti la ossequiavano. E qualcuno aveva pure pensato di lanciare un'associazione e una rivista di 'Etica degli Affari', incontrando subito un fallimento miserevole. Bene: oggi non è più di tendenza neppure la parola 'etica'. E chi la pronuncia viene immediatamente stigmatizzato come il solito predicatore moralista.

Nel complesso, comunque, mi sembra che il contenuto di questo documento continui a 'funzionare': almeno come impostazione 'teorica' di fondo. 
E possa suscitare, ancora, spunti vari di discussione. Magari pure, in combinata con la presentazione (provocatoria) che ne sto facendo, di sana polemica. (mf)

° ° °

Il diritto di collaborare
Nelle organizzazioni di lavoro, esiste un ruolo che ci accomuna, che ognuno di noi è costretto a portare e che in qualche modo gestisce: quello di «collaboratore». Non tutti, infatti, siamo capi; però tutti - anche i capi - sono collaboratori. Compresi gli amministratori delegati: dipendenti da quel consiglio di amministrazione che li ha nominati e da cui traggono autorità.
Si tratta di una condizione di egualitarismo oggettivo: evidente, incontestabile. Eppure, poco consapevolizzata. Non si spiegherebbe altrimenti il volume di riflessione che anima da sempre libri e articoli in tema di comportamento organizzativo e percorre con insistenza le aule dei seminari più o meno manageriali: una riflessione tutta incentrata attorno alla figura del capo. Il ruolo del capo. I capi e la gestione dei collaboratori. Il capo e la leadership. Il capo e le sue responsabilità nel motivare, orientare, guidare, controllare e valutare i collaboratori.
Lungi da me contestare l'importanza della gerarchia. Tuttavia, credo sarebbe ora di riequilibrare il fuoco: incrementando l'interesse e attenzione per l'altro polo - il collaboratore, appunto - e cominciando a porsi domande su cosa il collaboratore, in quanto tale, possa e debba fare per governare al meglio la sua relazione con il capo e migliorare in generale la propria efficacia.di comportamento dentro l'organizzazione.
Penso che il riequilibrio sia opportuno e urgente per almeno tre motivi. 
Il primo è che lo esige la forza dei numeri, o del target: collaboratori, si è detto, siamo tutti. 
Il secondo trae origine dall'osservazione non edulcorata della realtà: «girano» modi differenti di prestare collaborazione e la maggior parte di essi, a me sembra, ha ben poco a che vedere con una autentica collaborazione. 
La terza ragione, infine, è anche psicologica: parlare sempre e soltanto del capo conferma e rinforza il già sin troppo diffuso stereotipo per cui tutte le responsabilità di un corretto - utile, efficace - gioco organizzativo fra capo e collaboratore, stanno sulle spalle del primo. Una convinzione che si fonda su un'onnipotenza che chiunque sa inesistente, ma che è anche rassicurante, per tanti collaboratori solo presunti, fingere esistente, per giustificare le troppe e comode impotenze.
Naturalmente, neppure si vuole qui sostenere che chi è chiamato a collaborare possa tutto o che le parti in rapporto si equivalgano per «oneri e onori». Affermo solo la necessità di un franco ripensamento: chi collabora ha spazi che non usa o ha spazi che usa male. Non sempre, ben inteso; ma spesso: e più spesso di quanto si sia disposti a concedere.
Se collaborare, oltre e più che un dovere, è un diritto, è un diritto che non si assegna, ma si conquista. Ed è una mezza verità affermare che ogni capo ha il collaboratore che si merita: perché la verità intera si ottiene aggiungendo, a questa affermazione, il suo reciproco.

Gli stili di collaborazione
I modi con cui in concreto può essere prestata collaborazione sono riconducibili a una classificazione abbastanza nota, che gioca attorno al termine «dipendenza». 
La riprendo qui, per passare velocemente in rassegna ogni modello e per poi insistere, più ampiamente, sull'unico stile che a mio parere ha la dignità di essere qualificato di collaborazione. Gli stlii cui mi riferisco sono quattro: di dipendenza, di contro-dipendenza, di indipendenza e di inter-dipendenza.

(1) - Il modello della dipendenza ruota tutto attorno a un motivo, quello del «sì»
Un sì pronunciato a chiare lettere o appena fatto intuire, ma comunque sempre incondizionato, indiscusso, totalmente concesso. Certo, la gamma dei comportamenti effettivamente esprimibili è ampia: quando lo stile è esasperato, il richiamo alla figura rozza e caricaturale di Fantozzi è facile e immediato. Però, non sempre è necessario ricorrere alle tinte forti: le mani sudaticce, le dita che si intrecciano. Esistono modi più signorili e forbiti, peraltro conosciutissimi, di affermare una nobile e pacata sudditanza, di ribadire un ossequio e un conformismo distinti e appassionati: senza necessità di sbattere i tacchi - facendo capire a tutti che si sta ubbidendo - e mantenendo, almeno sul piano fisico, la schiena diritta. 
Ad esempio, un «no problem» ben detto - al momento giusto e con riuscita convinzione e compunzione - può servire ottimamente allo scopo. 
Alla collaborazione, questo stile preferisce dunque l'abdicazione. Anche quando il capo non ha ragione, si fa come se l'avesse. E se proprio non viene detto sì, nemmeno viene mai opposto un no: con una prontezza e una disponibilità a eseguire, che fa le persone senz'altro «diligenti», anche se quasi mai «dirigenti».

(2) - Lo stile di contro-dipendenza costituisce l'opposto del precedente. 
Il motivo conduttore non è più un sì, ma un «no». Un no insistito, sempre e comunque esibito: gettato lì con rabbia oppure lanciato contro in modo capriccioso. Senza spiegazioni: assoluto, conclusivo, inappellabile. 
Anche qui, la mappa dei comportamenti concreti ammette varie tonalità e alcune di esse tendono a vendere, almeno sul piano formale, una maggiore o minore apertura relazionale. La sostanza, tuttavia, non muta: al posto della collaborazione, c'è solo rifiuto, opposizione, contestazione di rapporto. In definitiva, un Fantozzi rovesciato: probabilmente, il sogno ricorrente di chi, stufo di ritrovarsi le dita intrecciate e le mani sudaticce, spera una buona volta di poter menare le mani e far vedere, finalmente, «chi è lui» e di «cosa è capace». Per sfogarsi: e non certo per avviare un nuovo modo di collaborare.

(3) -  Lo stile di indipendenza si sviluppa invece lungo l'asse dell'assenza. 
Chi dovrebbe collaborare non c'è perché ritiene di poter essere auto-sufficiente: fa per conto suo, agisce come se il capo non esistesse. Nella presunzione che «tanto, lui solo sa come fare». 
È chiaro, anche qui, che la forma può differenziare i modi: da quelli più evidentemente distanti, talora ostentati, come per comunicare a tutti l'intenzionalità del comportamento - a quelli più formalmente vicini e controllati - per contenere la violenza di una scelta di isolamento, alla lunga incompatibile con la logica di un'organizzazione fondata, fra gli altri, sul principio della gerarchia.

(4) - Ma veniamo all'ultimo stile, quello dell'inter-dipendenza
Appare subito evidente la ragione per cui questo è l'unico che possa fregiarsi della qualifica di realmente collaborativo
Le differenze dei tre stili precedenti sono nette sul piano della forma, assai meno su quello della sostanza: in tutti, ciò che manca è la relazione. Una relazione genuina, almeno: viva, feconda, che presupponga l'altro e che intenda «lavorare con» l'altro. 
La dipendenza, infatti, istituisce un rapporto di falso rispecchiamento: rimandando un'immagine che l'altro si presume voglia ricevere. E si è come si pensa che l'altro voglia si sia. La contro-dipendenza rappresenta un'oscillazione sul polo opposto: si traveste da non-dipendenza, rimanendo schiacciata sotto il peso di un'autorità cui si sa solo rispondere, coattivamente, con un no. 
L'indipendenza, infine, nasce su un'opzione, chiara e non nascosta, di estraneità e di auto-sufficienza: la relazione è negata all'origine. 
Resta l'inter-dipendenza: come unica configurazione che domanda e persegue una tensione di rapporto. Lo stile interdipendente parte infatti dalla consapevolezza che collaborare implica fare i conti con l'altro - il capo, appunto -. E che al capo vanno detti - sempre e proprio per dare significato al collaboratore - tutti i sì e tutti i no che servono. Non solo gli uni e non solo gli altri; ma gli uni 'e' gli altri. Senza cadere né nella sudditanza - sempre i sì - né nel ribellismo agitatorio e inconcludente - sempre i no -. E, soprattutto, avendo come finalità primaria quella di preservare - anzi, alimentare e far evolvere - il rapporto: che resta l'essenza - la materia costituente, ma anche l'unico carburante - di ogni genuina e fertile collaborazione.

Lo stato attuale
Temo che lo stato attuale delle realtà di lavoro - le imprese, per non parlare del pur vario mondo delle organizzazioni pubbliche - non sia molto confortante.
La cultura italiana non ha ancora risolto, dentro sé, il nodo profondo del rapporto con l'autorità. La nostra diseducazione, sotto questo profilo, emerge vistosa e spessa, sia quando siamo chiamati a gestire autorità che quando ci confrontiamo con essa da posizioni di dipendenza.
La dipendenza «funzionale», appunto, si traduce troppo spesso in dipendenza «psicologica»: e prevalgono conformismo o ribellismo sterile; quando non avviene la deviazione, di tipo difensivo, verso l'indifferenza, più o meno tinta di burocratismo, e l'auto-ripiegamento solitario.
Negli ultimi anni, almeno le organizzazioni di lavoro più attive - prevalentemente private, ma certamente tutte quelle che hanno dovuto imparare a governare tecnologie, prodotti e mercati in incessante cambiamento - hanno aperto processi di rinnovamento culturale: che stanno intaccando anche i tradizionali atteggiamenti di autoritarismo, da una parte, e di frequente eccessiva cortigianeria, dall'altra.
Ma una formazione in questo senso è lunga e faticosa, perché deve smontare apprendimenti - certo poco razionalizzati e tutti affidati alla sfera affettivo-emotiva - vecchi e consolidati: rinforzati, peraltro, nel corso degli anni, da esperienze plurime positive di successo.
Da quanto tempo, infatti, si sta dichiarando che l'obbedienza non è più una virtù? Che essere diligenti non basta per conquistarsi merito? Che alla fedeltà è preferibile le lealtà, ma che neppure la lealtà è sufficiente, se non si accompagna a competenze effettive e a risultati tangibili prodotti?
E al di là del dichiarato - dei convegni, dei seminari, degli articoli -, in quante organizzazioni si premia «davvero» la capacità di critica, la voglia di confronto, il gusto della creatività, il desiderio di innovazione, il pensiero divergente?
Insomma: siamo sicuri che il collaboratore - l'inter-dipendenza - sia, oltre che uno stile descritto nei modelli di management, anche un valore preciso, scelto, affermato, perseguito, premiato nelle organizzazioni?
Ho risposte non ottimistiche. Tuttavia, sono convinto - e so di non possedere una convinzione originale - che la tendenza a modificare lo stato attuale sia inarrestabile: la scelta essendo più nelle cose che nell'ideologia.
La complessità montante esige un'intelligenza diffusa: abilità locali, decentrate, autonome, di analisi e intervento. Dunque, competenze forti e solide, congiunte a sensibilità e atteggiamenti aperti: dialettici, flessibili. Che mettano in discussione, inseriscano il dubbio, rifiutino le prescrizioni.
Capi più realmente «dirigenti»: che sappiano assumersi il rischio dell'interpretazione, della valutazione, della decisione. E collaboratori finalmente tali: che non sappiano soltanto ricevere - o trasmettere ancora più in basso - le istruzioni dall'alto, ma che sappiano - anche e soprattutto - «mandar su» segnali: i vincoli assolutamente immodificabili, le opportunità meno immediatamente evidenti, le alternative più sottili e convenienti, le proposte e i pareri meno usuali e più costruttivi.
Insomma, non un'obbedienza scontata e tranquilla, né una disobbedienza preconcetta e capricciosa. «Semplicemente», una collaborazione: appunto.

Le parole chiave del collaboratore
Ho provato a riassumere in un piccolo elenco in sei punti le parole-chiave attorno cui credo possa articolarsi un discorso genuino di collaborazione.
Naturalmente, niente regole; ma solo qualche linea per un ragionamento e alcuni spunti per un'attenzione al tema meno fredda e più orientata.

(1) - Competenza - La prima parola che penso debba essere inserire è certamente quella di «competenza». Non esiste possibilità di vera collaborazione se mancano conoscenze e capacità precise, aggiornate, funzionali ai risultati che si devono conseguire. Non esiste possibilità di reale confronto senza informazioni concrete e pertinenti; senza conoscenze, teoriche e pratiche, adeguate ad affrontare i problemi; senza un saper-fare puntuale, in grado di far fruttare i metodi e gli strumenti disponibili.
Il sapere rappresenta la condizione indispensabile perché un collaboratore sia riconosciuto nel suo diritto di esistere in quanto collaboratore. Costituisce la sua legittimazione a interloquire: a dire la propria, a controbattere, a proporre, a difendere le proprie scelte. Fornisce autorità autorevole. Ed è grazie alla competenza - dimostrata, verificata sul campo - che scatta, anche per l'interessato, la sfida: la voglia di misurarsi - di competere - con se stesso, con l'obiettivo assegnato, con gli altri, con il capo medesimo. Competenza, dunque, come condizione indispensabile, ma anche come canale attraverso cui passa un rapporto di collaborazione. Nelle relazioni di lavoro, il confronto non può essere astratto: ma è sulle questioni, tecniche o gestionali, che attengono il lavoro. E lo strumento di base che consente di governare il lavoro è appunto la competenza. Solo chi la possiede, possiede il linguaggio - utile, accettato - per parlare e per parlarsi reciprocamente.

(2) - Fiducia - La seconda parola è probabilmente «fiducia». In sé, innanzitutto. Un collaboratore poco convinto delle proprie competenze - dubbioso, timido - tenderà facilmente a esporsi il minimo indispensabile: ad assecondare le opinioni del capo, a non sforzarsi di trovarne di proprie. Dunque, a cedere alla dipendenza: facendosi presto sedurre dal fascino di carismi veri o improbabili.
Collaborare implica invece possedere una sicurezza di base capace addirittura di produrre e alimentare dubbi: perché solo chi ha fiducia nelle proprie capacità di trovare risposte può permettersi di farsi e di fare domande. Ed allora, ecco l'argomentazione contraria, la voglia tutta professionale di sperimentare l'altra strada, il gusto di rimettere in discussione dati, ipotesi e alternative. Con la certezza che, comunque, dal nuovo «intrico» si verrà fuori e che l'ultima soluzione sarà migliore - se non altro perché sarà stata più immediata e verificata - della prima.
Tuttavia, perché il confronto con il capo si avvii, occorre un secondo tipo di fiducia: quella appunto riposta nel proprio capo.
Questa sottintende due cose: la legittimazione della sua professionalità - della sua competenza in quanto tecnico e in quanto capo - e la convinzione della sua lealtà. Non si intavola una discussione con un interlocutore di cui si svaluta in partenza la capacità specifica di affrontare l'argomento. Ma neppure si cerca il confronto con chi si teme faccia poi cattivo uso delle nostre obiezioni: oppure è a caccia della nostra più piccola debolezza, o caduta di ragionamento, per stilare giudizi definitivi.
Il confronto deve essere onesto, il gioco pulito: al diritto-dovere di prestare una collaborazione non finta, deve corrispondere il dovere di saper accettare dubbi e dissensi in chiave produttiva e di utilizzare, se mai, mancanze o inefficienze in chiave formativa.

(3) - Responsabilità - «Responsabilità» è la terza parola-chiave. Rimanda a una consapevolezza troppo spesso labile o appannata: quella che ci dovrebbe rammentare l'indissolubilità di un legame, in base al quale siamo chiamati a rispondere. O, meglio - come suggerisce l'etimologia- «continuiamo a rispondere». L'organizzazione è un fatto collettivo: in essa non viviamo soli, maturiamo diritti, siamo titolari di obblighi. Abbiamo ruoli da osservare, parti da giocare. E ne dobbiamo render conto. In 'auto-nomia', ma non in 'auto-sufficienza'.
Ne consegue un corollario: ovvio sul piano razionale, meno accettato sul piano emotivo. Le situazioni in cui siamo, 'ci riguardano': non vi siamo estranei, ma partecipi.
Può esser comodo assumere il ruolo di spettatore, ma è fuga, o tradimento, farlo, quando siamo implicati come attori. La confusione è frequente. Molta de-responsabilizzazione nasce da questo equivoco invitante: che scambia il 'film' con il 'cinema'. Il concetto di responsabilità dovrebbe invitarci a non uscire dalla pellicola: e a farci tenere addosso gli oneri e i rischi derivanti dalle parti che ci sono state assegnate: che ci siamo assunti, che abbiamo accettato o anche, quando accade, che non abbiamo al momento libertà di rigettare.

(4) - Rigore - La quarta parola, «rigore», ha due significati: uno più tecnico e uno più comportamentale.
Il primo sottolinea l'indispensabilità di un agire disciplinato, metodico: secondo criteri di sistematicità e di razionalità. In questo senso, il rimando alla competenza è evidente.
Il secondo significato introduce invece, in maniera piena e aperta, un richiamo etico. Rigore, infatti, è qui inteso come impegno, serietà, coinvolgimento genuino e non parziale, da parte di chi presta collaborazione, nel proprio ruolo, nella situazione, nella relazione con 'gli altri'
Un antidoto alla superficialità, all'approssimazione, alla schizofrenia tranquillamente accettata: in base alla quale si fa esattamente il contrario di "quanto si dichiara, senza neppure tentare di realizzare quel minimo di tensione necessaria per minimizzare le incoerenze fisiologiche e massimizzare la coincidenza fra parole e fatti. Da questo punto di vista, rigore implica il costo di un investimento non leggero: che si paga 'mettendosi dentro', non abbandonandosi all'estro e alla improvvisazione, misurandosi ogni volta con standard professionali sempre più ambiziosi. Per consentire risposte - e una responsabilità - sempre più puntuali, complete, adeguate: in una ricerca di miglioramenti - l'eccellenza - costruita su piccoli ma continui 'sforzi.

(5) - Rispetto - La quinta parola-chiave è «rispetto», e con le due precedenti costituisce il trittico delle parole più 'forti' - perché esigenti, soprattutto sotto il profilo dell'eticità domandata - dell'elenco.
I contenuti sono vari: non c'è rispetto se manca volontà - capacità, sensibilità - di ascolto; se è assente il gusto del confronto - autentico, non rituale -; se vengono violate le regole della chiarezza, della trasparenza, della onestà del rapporto; se l'altro è piegato - strumentalizzato, manipolato ai fini personali - nascosti, travestiti - di una parte.
Collaborazione significa, apertura, disponibilità genuina a discutere, confrontarsi, operare con l'altro. Il gioco non ammette trucchi: informazioni non condivise, dati sottratti, remore non comunicate, promesse irrealistiche. Il termine confronto evoca due condizioni indispensabili: lo sforzo di razionalità espresso da più 'fronti che si mettono insieme' e la pulizia di comportamento che segue a più 'fronti/facce che si guardano'. Rammentare questo aiuterebbe a portare più rispetto a una parola - rispetto, appunto - che viene spesso poco rispettata: ad esempio, tutte le volte in cui si finge di dichiarare all'altro un accordo inventato, oppure si evita di esplicitare - argomentandolo, fornendo all'altro elementi per capire ed eventualmente cambiare opinione - il nostro dissenso.

(6) - Rischio - L'elenco si chiude con una considerazione sul «rischio».
Lo status di collaboratore non è «ascritto», né è trasmesso meccanicamente per virtù di legge organizzativa. Va guadagnato: costantemente esercitato, negoziato, conquistato. Dunque, non è gratuito: lo si può assumere, lo si può perdere - almeno quello 'effettivo', non necessariamente coincidente con quello sanzionato negli organigrammi.
Ancora una volta, dunque, noi 'siamo dentro': attori, e non spettatori. Possiamo girare un film interessante - vivo, di azione, con una trama coinvolgente -; oppure un film noioso - freddo, fermo, con una trama stanca e povera di emozioni -. Nel primo caso, la componente rischio è inevitabile: dovremo esporci - agire, parlare, dissentire, argomentare, persuadere -. Far valere la nostra competenza, dimostrare la nostra intelligenza: 'misurarci con'. Valutare, ma anche essere valutati: entrare nelle situazioni, gestire i processi. E i risultati non sono garantiti.
Rischiare, dunque, è verbo ineludibile: possiamo evitare di coniugarlo - forse più nella vita, che nelle organizzazioni di lavoro - solo abdicando. Ma in questi casi, avendo optato per il 'cinema', non dovremmo poi troppo protestare se non abbiamo più parte nel 'film'.

Professionalità, ma anche etica
Non credo certo di aver esaurito la problematica del collaborare ricorrendo a un vocabolario in sei punti. Penso però di aver proposto una griglia - parziale, ma finalizzata - che può consentire di tener sotto controllo alcuni dei termini potenzialmente a maggior impatto.
So che il problema non si risolve con un dizionario: né di sei né di seimila vocaboli. Tuttavia, consola sapere che qualunque pratica, prima di essere tale, è teoria.
Ho già dichiarato che il delta attuale, fra fatti e intenti, è sensibile. Collaborare piace, ma non è sempre piacevole. E allora - spesso almeno - pare preferibile far finta: assolvendosi in partenza per l'impossibilità strutturale di fare altrimenti e colpevolizzando contesto e capi per la loro incapacità, o non volontà, di consentire cambiamenti. Però, l'esigenza di avvicinare i fatti agli intenti resta, e anzi si fa ogni giorno più netta e pungente.
Chi vuole collaborare, in questa situazione, non deve esser lasciato solo: è ingiusto - perché fa violenza a ogni analisi di realtà - prescindere dai condizionamenti esterni. L'acqua - la sua temperatura, il suo tasso di limpidità o di inquinamento - influenza certamente la vitalità degli organismi che la abitano. E anche qui, come in altre realtà del tutto fuor di metafora, molte azioni di bonifica si renderebbero urgenti e necessarie.
Tuttavia, sappiamo anche che spesso si sottolinea il 'contesto' per lasciare in ombra il 'contenuto': le sue possibilità di azione, le sue responsabilità. Le parole chiave sopra accennate vorrebbero non far dimenticare appunto il ruolo' che - comunque - chi è implicato ha e può avere.
Quando si insiste troppo nel ripetere che si hanno le mani legate, spesso non si è fatta la verifica: e le mani sarebbero libere, se non venissero date per prigioniere. Alludo, evidentemente, agli auto-vincoli: frequenti proprio perché tranquillizzanti. E che si spezzano - o si sciolgono come neve -, appena si recupera un minimo di consapevolezza: un po' di fiducia, un po' di senso di responsabilità.
Competenza, rigore, rischio sono qui parole persino sprecate: da conservare per i vincoli veri. A cui vanno applicate seriamente e senza illusioni di risultati garantiti; ma con la convinzione che qualcosa è sempre possibile fare, perché le probabilità di una trasformazione - il contenimento di taluni vincoli, la scoperta di talune opportunità, l'incremento complessivo dei gradi di discrezionalità - non sono mai uguali a zero.
Per questo, il richiamo all'etica, nel titolo di questo pezzo, non è una concessione alla moda (*). - Sono convinto che nuovi modi di collaborazione non nasceranno soltanto per un rinvigorimento - peraltro sempre da affinare - delle tecniche e delle competenze oggi in mano a chi collabora. Questo, come già detto, costituisce una condizione imprescindibile: ma una semplice pre-condizione.
Il resto, ciò che dovrebbe permettere di realizzare il 'colpo di reni' capace di far uscire molti rapporti dallo stallo attuale, ha a che vedere con fattori non tecnici: ma comportamentali, anche etici.
Possono suonare espressioni retoriche.- e purtroppo lo sono spesso, perché sono rimaste troppe volte soltanto tali -; ma senza un coinvolgimento rinnovato - sincero, convinto, teso - di ognuno di noi, nessun cambiamento di modello sarà praticabile.
Tomo alla metafora cinematografica.
I fotogrammi già impressi sulla pellicola formano la nostra storia: sono tanti e non sempre dei più utili, gradevoli, interessanti. Però c'è ancora pellicola. E senza cedere né all'onnipotenza né all'impotenza, anche noi possiamo contribuire - un po' attori, un po' registi - a costruire il film. Dobbiamo solo scegliere: se, quanto e come collaborare.
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(*) Vedi le mie brevi considerazioni nella presentazione dell'articolo.

*** Massimo Ferrario, Etica e professionalità nel collaborare, 'L'Impresa', n. 1, 1990.

lunedì 7 settembre 2015

#ARK / Formazione e Relazione Formatore-Utente, 1983 (M. Ferrario)

Sembra davvero preistoria.
Avevo del tutto dimenticato il contributo che qui presento. Un po', forse, perché giace nel passato da oltre trent'anni e trent'anni possono essere un macigno nei ricordi anche senza che si sia affetti da alzheimer; e un po' (ma questo l'ho capito solo quando mi sono riletto l'articolo) perché il taglio 'utopicheggante' che lo caratterizza forse ha contribuito, anche inconsapevolmente, a farmelo evaporare dalla memoria.
Colpevole del ritrovamento è stato il libro, appena uscito, scritto e regalatomi da un collega-amico. Si tratta di un volume, poderoso e ponderoso, ricco di contenuti intelligenti che ogni formatore farebbe bene a compulsare per meglio capire il mestiere che ha deciso di svolgere: raccoglie gli scritti, in tema di 'formazione & dintorni', dal 1984 ad oggi di Massimo Bellotto, Pensieri su la formazione sociale. Dal 1984 al 2015, Thesy editore, 2015. 
In un suo saggio dell'epoca, ripubblicato nel libro, il collega citava anche questo mio vecchio testo all'interno di una lunga bibliografia con autori assai più illustri.

Ho faticato a ritrovare in archivio la rivista su cui questo 'pezzo' era uscito, ma alla fine il mio 'ordine disordinato' ha avuto la meglio: me lo sono riguardato e ho deciso di riformattarlo per Mixtura, come sempre senza apporvi alcuna correzione. 
Forse merita ancora un'occhiata e può suggerire qualche riflessione.
Se il disallineamento rispetto alle prassi di quegli anni, denunciato nell'articolo, era già problematico allora, figuriamoci oggi: c'è il rischio di aver perso, in tutti questi anni, perfino il vocabolario necessario per cogliere e interpretare i modelli e i concetti sottolineati.
Eppure lo ripropongo. Per tre ragioni:
° Per sottolineare il tipo di dibattito che poteva occupare, allora, l'ambiente degli addetti ai lavori. 
° Perché nella sostanza, una certa ingenuità utopistica che percorre queste pagine la conservo con convinzione anche oggi. A oltre trent'anni di distanza. 
° E infine, per valutare quanto i tempi siano andati in direzione lontana o contraria e, quindi, per 'misurare' il grado di 'disincanto' in cui siamo 'precipitati'. (mf)

venerdì 5 giugno 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Manipolare: illusione, collusione, delusione, 1993 (M. Ferrario)

Amo il rischio. E per questo propongo un mio saggio del 1993 in tema di manipolazione.
Il rischio è dato dal fatto che il pezzo richiede una lettura non breve e certamente non superficiale (anche se il linguaggio vuole evitare arzigogoli criptici e vuole essere chiaro ed esemplificativo). Ma ho deciso di correrlo perché l'argomento, se è nel piatto da tempo (come è confermato anche dalla datazione, che risale a oltre vent'anni fa), oggi in questo piatto non abbiamo più solo le mani, ma, a me pare, ci siamo dentro interi. 
Tutti. 
E quanto per scelta e volentieri o quanto per caso o insipienza, è tutto da stabilire.

La problematica descritta in questo testo ha per sfondo chi si occupa di consulenza e, in particolare, di formazione degli adulti, nelle imprese e, più in generale, nelle organizzazioni di lavoro. 
Ma credo risulti chiaro fin dalle prime note che il modo in cui la questione è trattata va al di là delle specificità di un contesto o di una professione. E gli spunti di analisi del 'meccanismo-manipolazione' e i suggerimenti per adottare (sempre che si voglia farlo)  una strategia che contenga o minimizzi i rischi di manipolare e di essere manipolati riguardano ognuno di noi, nelle relazioni che quotidianamente instauriamo, sul lavoro e nella vita comune. 

Lo scritto è tratto da un libro collettaneo che ha per titolo 'Manipolazione' ed era stato curato da una collega del tempo (Valeria Chioetto). 
Come si vede dai nomi indicati nella figura di copertina, riprodotta qui sotto al termine del saggio, vi hanno collaborato specialisti illustri, senz'altro più famosi del sottoscritto. 
Il volume naturalmente è oggi introvabile ed è scomparsa anche la casa editrice (Anabasi), che lo aveva editato, specializzata in collane di saggistica.

Spero che il testo, qui pubblicato senza correzioni  né di forma né di sostanza, possa dare qualche stimolo di riflessione. 
Le mie idee di fondo non sono mutate e rifirmo tutto: se mai, oggi sono più drastico nel sottolineare taluni fenomeni che vent'anni fa potevano intravvedersi come debole inizio di una tendenza. (mf)

giovedì 28 maggio 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Mentore e rapporto di mentorato, 1995 (M. Ferrario)

Ancora un testo recuperato dal mio archivio: che ripropongo tale e quale, a parte due righe obsolete , tagliate all'inizio, che riguardavano il mio curriculo lavorativo.
Si tratta di un piccolo 'saggio' di vent'anni fa (1995) e indaga una delle figure di aiuto allo sviluppo (più 'umano' che 'professionale') già contenute nella mappa che avevo 'disegnato' in una pubblicazione dell'epoca (e riprodotta in questo blog qui)
La figura è quella del mèntore: termine, e funzione, ormai conosciuti e affermati anche in Italia sotto la solita 'spinta' (purtroppo sempre troppo 'modaiola') prodotta dalla cultura manageriale anglosassone. Naturalmente l'accezione di mèntore oggi prevalsa, almeno nelle prassi (benché sempre più decantate che realmente diffuse) delle organizzazioni di lavoro e delle imprese multinazionali in particolare, ha un'impronta più pragmatico-organizzativa che esistenzial-umanistica. E, forse anche per questo, quanto qui scrivevo nel tratteggiare il modello, assai diverso, cui io invece faccio riferimento, può avere tuttora senso: per indicare che 'un altro modo', almeno in teoria, esiste.
Rileggendo il testo a distanza di un ventennio anche stavolta ho provato una duplice sensazione. 
Da una parte, mi ritrovo, senza titubanze, a 'sentire' come tuttora più che valida l'impostazione 'teorica' qui descritta. 
Ma, dall'altra parte, devo ammettere che l'analisi di quello stato socio-culturale di metà anni 90, che, mentre dichiaravo non dei più felici per poter applicare il modello, pure intravvedevo al contempo qui e là 'screpolato' e potenzialmente 'aperto' a cambiamenti migliorativi, peccava (e molto) di 'wishful thinking'. 
Mi pare indubitabile che alcuni segnali già allora valutati 'negativi' si siano oggi pesantemente rafforzati. Come ad esempio: l'opacità dell''individuo' in quanto tale, sempre più 'mangiato' e 'intruppato' dalla dimensione conformistica della 'gente'; la debolezza del codice 'fraterno' , contro l'affermazione invadente di una relazionalità sempre più giocata in chiave 'top-down'; la carenza di 'tempo' e l'impazienza nei 'tempi' con cui agiamo, con la conseguente 'frenesia da prestazione subito' che rappresenta ormai una nostra sindrome conclamata.

Il testo, come dice la nota in calce, riprende un intervento discusso con universitari dell'istituto di pedagogia dell'università statale di Milano, nel febbraio 1995, nell'ambito di un seminario, appunto sul 'mèntore', coordinato da Paolo Mottana, docente di filosofia dell'educazione. 
Il libro in cui è stato successivamente inserito, sempre curato da Paolo Mottana, edito da Clueb, è ormai difficilmente reperibile anche per la messa in liquidazione, dal 2014, dell'editore. 
Segnalo, oltre all'autorevolezza dei contributori cui sono stato affiancato (Delia Duccoli, Duccio Demetrio, Costanza Sorrenti, Angelo Franza, Riccardo Massa, Antonio Prete, don Gino Rigoldi), la qualità del saggio introduttivo del curatore: uno dei più intelligenti e critici pedagogisti italiani, oggi coordinatore di un indirizzo - la 'pedagogia immaginale' - 'potente' nella sua impostazione non solo per la carica anticonformista che lo caratterizza. (mf)


giovedì 21 maggio 2015

#ARK #HUMOR / L'imprevedibile (M. Ferrario)

- Ambiziosissimo. Di un’intraprendenza unica. Con il gusto del rischio nel sangue.
- Davvero: un manager nato. Solido. Preparatissimo. Con un curricolo di studi e di esperienza incredibile. Tutta una vita che si preparava. Non poteva rifiutarla.
- Cosa?
- La sfida, dico.
- Beh, certo. Solo che purtroppo ha fallito.
- Eppure ce l’aveva messa tutta.
- L’immagino.
- Un peccato.
- E come mai?
- La vendetta.
- I colleghi?
- Macché.
- La moglie?
- Figurati, è un single fervente.
- E chi allora?
- Proprio lei: la sfida.
- Non capisco.
- Un semplice cambio di lettera. Una “g” improvvisa. Non pianificata. Imprevedibile.

*** Massimo Ferrario, L'imprevedibile, in Formatore? No, grazie, in “Rivista Aif”, n. 2, dicembre 1987.

martedì 19 maggio 2015

#ARK #SPILLI / Dialogo tra un Manager e un Consulente (Massimo Ferrario)

Ci sono almeno due espressioni che 'assicurano', a un consulente che le sappia usare bene, lunga vita al mestiere.
Una è quella che il manager rinfaccia al consulente nel finale del dialogo qui sotto: leggete e scoprirete.
L'altra è una domanda, posta all'interlocutore nel modo più serio e 'auto-riflessivo' possibile: «Sì, ma in che senso, scusi?». 
Quanto più questa domanda è a valle di un'affermazione ovvia, chiara e indiscutibile dell'interlocutore, tanto più 'funziona'. Perché l'interlocutore, invitato a trovare un senso in ciò che non può avere un altro senso rispetto a quello che lui ha immaginato dicendo ciò che ha detto, può avere un piccolo sbandamento psicologico: chiedendosi quali altri maledetti sensi ci possono essere in ciò che di così banalmente lapalissiano ha appena finito di dire, e giustamente non trovandoli, si sente un po' in colpa, credendosi in difetto di 'intelligenza'. E va in dipendenza dal consulente.
Naturalmente il risultato non è garantito: dipende anche dal tipo di interlocutore; e poi, come sempre,ogni regola ha le sue eccezioni.
E naturalmente c'è dell'ironia in quello che sto dicendo. 
Ma l'ironia, come sappiamo, non inventa la realtà: suggerendo un sorriso, la sottolinea.

Il dialogo che qui trascrivo sta in un articolo semiserio del 1993. Nel quale, come mi capita da una vita, mi divertivo a pungere con lo spillo l'ambiente in cui da sempre ho lavorato: quello della consulenza e della formazione.
Ogni riferimento anche all'oggi non è puramente casuale. (mf)


° ° °
Dialogo tra un Manager (M) e un Consulente (C).

M:   «Va bene: e adesso, cosa faccio?».
C:   «Non lo chieda a me».  
M:   «Bell'aiuto mi dà...».
C:   «Il manager è lei. Io faccio il consulente: le ho dato gli strumenti, le ho insegnato il processo decisionale. Ora spetta a lei. Decida». 
M:   «Già. Ma...».
C:   «... ma?». 
M:   «Non so, sono confuso...».
C:    «Provi a ripensare alle cose che ci siamo detti. Oppure devo concludere che non sono riuscito ad insegnarle nulla?». 
M:   «Al contrario».
C:    «E allora?». 
M:   «Temo proprio di aver imparato troppo».
C:    «Non capisco». 
M:   «Vuole  una  prova?
C:    «Provi a darmela...»
M:   «Se  lei  fosse  al  mio  posto...».
C:   «Spiacente, dottore, ma non ci posso essere. Le ripeto, il manager è lei». 
M:   «Certo certo, lei fa il consulente. Ma facciamo finta, per un attimo, che sia lei il manager e sia lei  a  dover  decidere».
C:    «Una  pura  finzione...».  
M:   «Naturalmente. Ma soltanto per confermarle che non ho perso una parola del suo insegnamento. Allora: cosa farebbe?».
C:   «Dipende». 
M:  «Appunto. Vede che ho imparato...? Lei non dice altro. Ed è quello che mi sto ripetendo da mezz'ora».

*** Massimo Ferrario, Dialogo tra un manager e un consulente, M. Ferrario, da Punture di spillo di un formatore, in 'SL', Rivista AISL, Associazione italiana studio del lavoro, n. 1, marzo 1993


In Mixtura ark #Spilli di Massimo Ferrario qui

lunedì 18 maggio 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Il comportamento manipolativo, 1980 (M. Ferrario)

All'epoca in cui l'articolo che segue è stato scritto la questione della 'manipolazione' era all'ordine del giorno: nelle imprese e nella società.
Gli anni caldi della contestazione si erano spenti, ma il tema era rimasto sensibile: non si ripeteva più che ogni relazione, di per sé, fosse automaticamente manipolazione, ma ogni relazione di influenzamento (e ogni relazione, com'è ovvio, non può che essere di influenzamento) continuava a venire guardata con sospetto.
Al di là di questo, però, già all'epoca si annunciava ciò che poi sarebbe dilagato: un modo 'effettivamente' manipolatorio di relazionarsi, soprattutto da parte di chi, per ruolo, era chiamato a esercitare autorità.
Questo scritto, che risale a 35 anni fa, cercava di offrire una possibile 'definizione' del concetto di manipolazione e suggeriva qualche attenzione pratica per evitare di praticarla.
Credo che le considerazioni, anche banali, che qui sono svolte non smettano di avere una qualche utilità. Specie oggi, in cui siamo avvolti dalla manipolazione: ovunque. 
Forse inconsapevolmente. O forse perché in fondo ci piace: manipolare ed essere manipolati.
Qui sta la ragione della ripubblicazione del testo: nella forma in cui era uscito nel 1980. (mf)

° ° °
Premessa
Capita spesso, quando in azienda si tocca il tema della "cultura", degli "stili di leadership", degli schemi di comportamento in genere, di sentire che ancora oggi modi di agire di tipo manipolativo sono abbondantemente presenti e spesso addirittura dominanti nelle più diverse situazioni di lavoro.
Magari vengono usati termini differenti, come "paternalismo" o "relazioni umane"; magari si aggiunge che le pratiche di manipolazione si sono raffinate, al punto da divenire oggi di più diffìcile evidenziazione, magari si ammette l'esistenza, accanto ad esse, di sistemi di gestione più franchi e dialettici. Almeno nella maggior parte dei casi, comunque la confessione è unanime: lo stile manipolativo, quasi fosse un dato strutturale immodificabile o una condanna biblica caduta addosso a chi sta dentro le organizzazioni, rappresenta una categoria insuperata di rapporto capo-dipendente. 
Non esistono ovviamente ricette per risolvere il problema, troppo profonde e complesse essendo le cause che lo originano o i fattori che ne assecondano la persistenza.
Nelle pagine che seguono intendiamo solo proporre un modello di analisi di interpretazione del fenomeno e suggerire operativamente alcune linee di "attenzione" alla questione che, se seguite, forse potrebbero favorire il sorgere di stili di azioni alternativi più aperti e meno strumentali. 
Toccheremo dunque i seguenti punti:
• cosa significa manipolare;
• quali sono le caratteristiche di un processo di manipolazione;
• come fare per evitare, o contenere, i nostri eventuali comportamenti manipolati vi.

Cosa significa manipolazione
Una possibile definizione di manipolazione è la seguente:
«manipolazione significa agire in maniera tale da portare altri a dire o fare cose che essi liberamente o scientemente non farebbero o non direbbero.» 
Quali sono gli elementi fondamentali che conno¬tano una simile situazione? Almeno due, ci sembra:
• violenza
• mistificazione

a) La violenza
La violenza emerge dal condizionamento esercitato sulla persona manipolata. La libertà, la consapevolezza dell'individuo sono ristrette. Se egli fosse libero o pienamente cosciente, probabilmente non agirebbe come è spinto ad agire.

b) La mistificazione
Il comportamento dell'altro è estorto attraverso una modificazione artefatta, realizzata dalla persona che mette in atto la manipolazione, della situazione in cui l'altro si trova. Il manipolato è offuscato nella sua consapevolezza dai dati di realtà inquinati con cui si trova a fare i conti. Le sue decisioni partono da premesse false: l'altro gli ha cambiato di nascosto, le carte in tavolo. I due tratti sono combinati insieme, anche se il secondo, come si intuisce, è quello che maggiormente colora il tutto.

La manipolazione, tuttavia, non è un dato, ma una relazione. Introdurre il concetto di processo, quindi, serve meglio a cogliere la sua caratteristica di "fenomeno che si realizza nel tempo", prodotto dal gioco incrociato di azioni e reazioni di tutti i soggetti coinvolti. Ciò non significa negare a chi manipola il maggior potere di influenzamento del comportamento altrui, ma solo ricordare che anche chi subisce tale condizionamento contribuisce, volente o nolente, a tenere in piedi il meccanismo di manipolazione - talvolta, pur senza poter fare altrimenti, magari anche rinforzandolo.

Le caratteristiche del processo di manipolazione
Ma dove si esercitano questa mistificazione e questa violenza?
Sostanzialmente verso due direzioni:
• l'altro, cioè il soggetto (o i soggetti) da manipolare
• la realtà oggettivamente data.

a) La manipolazione esercitata sul soggetto da manipolare
La strategia è finalizzata a inquinare, attraverso un certo uso della relazione con l'altro, l'atteggiamento e la disponibilità di fondo di questo verso il soggetto che intende manipolare. 
Le modalità possono variare: tutte partono comunque da una falsa attenzione manifestata ai bisogni e ai problemi dell'altro. La collusione, la seduzione, il falso interessamento sono le leve principali utilizzate. Io colgo i lati deboli dell'altro e li sfrutto: se è persona che ama sentirsi gratificata, soddisfo il suo narcisismo; se è individuo che preferisce sentirsi in posizione dominante nei miei confronti, accetto, e anzi accentuo, un mio ruolo di dipendenza.
Insomma, attraverso la gestione sottile di un "certo clima" fingo la concessione all'altro di un potere almeno eguale a quello che io amministro e di fatto invece, proprio utilizzando l'atteggiamento di apertura all'altro che riesco a indurre, accresco il mio potere reale nei suoi confronti.

b) La manipolazione esercitata sulla realtà oggettivamente data
In questo caso il rapporto con l'altro non è toccato, almeno direttamente, perché l'azione di falsificazione è condotta sulla situazione oggettiva in cui l'altro si trova.
Ancora una volta le tattiche possono essere le più varie: la menzogna, la sottrazione alla conoscenza dell'altro di alcuni dati di realtà, la loro confusione, la trasformazione occulta di dati soggettivi -opinioni personali, valori, giudizi, ecc. — in dati oggettivi. Il fine è comunque quello di presentare all'altro un quadro di "cose" non vere, perché egli decida — valuti, agisca — in modo coerente con gli obiettivi di chi sta manipolando. 
Più in dettaglio, la situazione di manipolazione, così descritta, sembra presentare i seguenti connotati:
• innaturalità - La relazione con l'altro è strumentale, inficiata alla base da mancanza di franchezza; l'altro non conta, se non "dentro" gli scopi di chi manipola;
• sperequazioni di potere - Chi manipola ha "in mano" la relazione; il margine di potere dell'altro è ridottissimo, talvolta nullo;
• passivizzazione - Il soggetto manipolato deve "strutturalmente" subire la situazione, perché la manipolazione tanto più riesce quanto più chi manipola è capace di rendere passivo e "inerte" chi è manipolato;
• violenza psicologica - Chi è manipolato è "psicologicamente" dipendente da chi manipola. Le sue capacità critiche sono offuscate e il recupero di una soggettività autonoma e consapevole è difficile perché è proprio su tale vuoto di consapevolezza che è basato il successo della manipolazione;
• assenza di libertà - Se io non conosco gli obiettivi che spingono l'altro a comportarsi con me in un certo modo e ho una conoscenza mistificata della realtà oggettiva sulla base della quale mi muovo e decido, non posso conoscere quanto accade e quindi neppure sono libero di fare le scelte che più ritengo convenienti per me;
• dipendenza dei ruoli - Non solo c'è dipendenza nel soggetto che viene manipolato, ma anche in chi esercita manipolazione. Chi manipola infatti, se vuole raggiungere i risultati che si è prefissato, deve si costringere l'altro in stato di soggezione, ma nel far questo deve recitare appunto il ruolo di manipolazione. Il legame che si instaura, quindi, è bloccante per tutti: innescato il processo, i comportamenti sono prescritti - ovviamente, sinché chi manipola intende continuare a farlo;
• oggettificazione - Dove c'è violenza, ci sono oggetti. Se un rapporto non è libero, ma fissato nei fini e nei ruoli per volontà di una delle parti, l'altro, perdendo ogni autonomia, diviene puro strumento, dunque "cosa".

Per non manipolare
Abbiamo già detto che è impensabile fornire regole. Individuiamo dunque solo alcune linee di riflessione. Qual è il tema centrale attorno cui ruota tutto il discorso di manipolazione? Lo si è evidenziato: l'ignoranza, da parte di uno degli interlocutori della relazione, degli obiettivi "reali" dell'altra parte.
Una strategia di non manipolazione dovrebbe quindi muoversi tenendo conto di ciò: accentuando la diffusione di tutte quelle informazioni che possono meglio chiarire la sostanza "vera" dei fini che una delle parti si propone di raggiungere. Più specificamente, lo sviluppo logico di una modalità di comportamento non manipolativo potrebbe fondarsi sulla seguente strategia:
• dichiaro i miei obiettivi,
• presento la realtà così com'é (come mi appare),
• cerco un rapporto inter-soggettivo. 
Cerchiamo di illustrare meglio. 

a) Dichiaro i miei obiettivi
Si tratta di definire con chiarezza cosa intendo raggiungere, cosa mi aspetto dalla relazione che instauro con l'altro, quale contributo, nella specifica situazione, ritengo di poter dare o di dover chiedere all'altro, come e con quali tempi penso di muovermi per ottenere gli obiettivi che mi propongo.
Ovviamente, un simile approccio implica l'apertura di un "contratto" con l'altra parte, cioè di una relazione paritaria in cui si realizzi in modo esplicito una ricerca sincera fra due soggetti che cercano insieme le aree di dissenso e le possibilità di consenso.

b) Presento la realtà così com'è 
Un'altra condizione indispensabile è un atteggiamento di estrema lealtà verso i fatti. Sappiamo che l'oggettività è un'utopia perché i nostri filtri ideologici, culturali, di personalità ce ne impediscono il pieno raggiungimento. Ma è una sfida da tentare: separare il nostro presunto o auspicato dall'effettivo può essere un modo per capire meglio e soprattutto spiegare meglio agli altri, nel momento in cui noi li interessiamo in qualche progetto, i vincoli e le opportunità esistenti. Spesso questa operazione viene trascurata; talvolta per timore - si ha la paura della reazione dell'altro - talvolta per calcolo - si fida sulla incapacità di analisi altrui - talvolta per insipienza - non si ha noi stessi chiara la situazione - si lascia intendere una realtà tutta possibile e niente vincoli - salvo poi ammettere, una volta guadagnato il coinvolgimento di chi ci interessa, che "certe cose non si possono fare". Da qui spesso nascono le accuse di manipolazione: ci si sente "traditi" perché immersi in un gioco che, se si fossero saputi prima i limiti, forse non si sarebbe accettato.

c) Cerco un rapporto inter-soggettìvo 
Abbiamo accennato a come è ingabbiato dentro ruoli bloccanti il rapporto di manipolazione. Uno sforzo per far affiorare i soggetti nella relazione con l'altro è un ottimo antidoto contro comportamenti strumentali. Trattare l'altro come persona, che agisce e reagisce in maniera autonoma e cosciente e non come un qualcosa - magari anche "risorsa" - da impiegare a piacimento, significa evitare quella violenza che è insita nel modello di manipolazione.
Nessuno pensa che i ruoli possano venire aboliti. Il problema è impedire che il rapporto sia solo un dialogo tra di essi e che questi, anziché essere al servizio di coloro che ne sono proprietari, soffochino i titolari levandogli di fatto la parola.
"Intersoggettività" è un'espressione che vuole sottolineare appunto questo aspetto: capacità di parlarsi "attraverso" i ruoli, con chiarezza e coscienza di ciò che si vuole e si può fare e dei limiti impliciti in ogni situazione.
Mettersi in discussione ne costituisce il logico corollario. Non c'è vera comunicazione se i soggetti interessati non hanno disponibilità reale a comprendersi; ma comprendersi significa anche provare a condividere, e ciò conduce frequentemente a porre in gioco le proprie certezze, magari per cambiarle con altre e rinnovare i propri sistemi di riferimento cambiando se stessi.

Conclusione
Lo schema sotto riportato cerca di ripercorrere visivamente e in estrema sintesi il percorso seguito in queste pagine.
Il modello d'analisi qui velocemente descritto, non vuole certo esaurire l'argomento ma solo proporsi come stimolo per 'approfondimenti concettuali e operativi di più largo respiro.


Un punto tuttavia vogliamo rimarcare ancora una volta: l'importanza di un'analisi di realtà. Troppo spesso la si da per fatta o per nota, ma gli altri - questi "altri" che poi spesso siamo "noi" - non sempre conoscono ciò che noi conosciamo.
Definire i vincoli, le regole del gioco, cosa è consentito e cosa no, può essere spiacevole, specie se si tratta di limiti troppo stretti per coloro cui ci rivolgiamo.
Ma se non è possibile una loro contrattazione, almeno un loro chiarimento e una loro comunicazione, benché non sempre risolvano il problema di una loro piena condivisione, possono comunque essere sufficienti per controllare il rischio di manipolazione.
A tutti forse piacerebbe agire in libertà assoluta, ma tutti noi, in genere, siamo guidati da quel principio di realtà che ci dice che non tutto è possibile: per questo, se non altro, è utile sapere cosa è permesso e cosa no.

*** Massimo Ferrario, Il comportamento manipolativo: uno schema di analisi, 'Impresa e Società', X, 12, 30 giugno 1980. Testo riproducibile citando autore e fonte.



mercoledì 13 maggio 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Mappa delle figure di aiuto/orientamento, 1995 (M. Ferrario)

A metà degli anni 90 cominciava a girare, negli ambienti di chi si occupava di formazione e di sviluppo di persone e organizzazioni, un nuovo vocabolario, che alludeva a nuovi ruoli e funzioni.
Molti termini, come sempre accade, erano rubati al mondo anglosassone e il loro impiego, spesso, era superficiale e ambiguo. 
A ciò si aggiungeva la solita 'pulsione' di marketing, che sempre spera di conquistare attenzione, e mercato, spingendo sulla novità delle parole anche indipendentemente dal loro contenuto. 
Il risultato era una certa sovrapposizione e confusione di significati. 
Questa tendenza è esplosa col tempo: ora è generale e tocca ogni campo. 
Oggi i 'contenitori' prevalgono decisamente sui 'contenuti': pare sia fondamentale che i primi 'suonino' bene (è dagli anni 80 che l''estetica' vince sull''etica'). E comunque ciò che conta è che le parole (che poi formano il 'blabla corrente') siano, o appaiano essere, 'nuove'. Cosa poi davvero significhino è secondario.
Solo per fare un esempio: ormai i termini 'formazione', e 'formatore', sono stati rottamati. Tutto è (deve essere) 'coaching'. Anche quando non lo è. Perché 'coaching' è parola (creduta) nuova e formazione è parola (creduta) preistorica.
Questo 'pezzo', recuperato dal mio archivio, è del 1995. 
E tenta di razionalizzare, con una mappa a forma di matrice, le funzioni di aiuto e orientamento che stavano entrando in campo in quel periodo.
E' stato pubblicato in un libro, ormai pressoché introvabile, a cura di Massimo Bellotto e Lucia Zago (vedi riferimenti in calce al testo) ed è la trascrizione di un intervento ad un corso di Psicologia dell'università di Padova; al temine riporta anche alcuni interventi degli studenti che chiedono chiarimenti e approfondimenti. 
Ripropongo il documento nella sua forma originaria, perché forse, nonostante sia aumentata la chiarezza, i termini che qui costituiscono la mappa delle funzioni di aiuto continuano a girare, anche impropriamente, e l'argomento, mi pare, non ha perso una certa utilità. (mf)

mercoledì 6 maggio 2015

#ARK #SPILLI / Eppure (M. Ferrario)

Se non ci fosse una certa parolina oggi in disuso (ai giovani addirittura sconosciuta), nelle poche righe scherzose che riporto qui sotto, non ci accorgeremmo che sono passati quasi trent'anni.
Eppure, basterebbe solo che al suo posto ce ne fosse un'altra, inglese naturalmente, oggi profusa in convention e seminari tra un effetto speciale e l'altro, e saremmo perfettamente nell'oggi.
Anzi, ci siamo.
E a voi trovare le due paroline: quella in italiano, ormai arcaica e qui usata, e quella inglese, che oggi sostituisce quella arcaica... (mf)

° ° °

Eppure
dovevano essere pochi concetti.
Brevi considerazioni. Un semplice contributo 
per la discussione.

Quarantadue.  Quarantatrè. Quarantaquattro.
E se non gli bastassero cinquanta lucidi?

Eppure bisognerebbe dirglielo 
che siamo tutti già a tavola.

*** Massimo Ferrario, Eppure, in Consulente? Dipende, “Impresa e Società”, n. 4, luglio-agosto 1988.



martedì 28 aprile 2015

#ARK #SPILLI / Culture di impresa (M. Ferrario)

Ho sintetizzato l'episodio qui raccontato (e vissuto in diretta in un seminario di una banca) in un articolo più ampio del 1993, di cui do i riferimenti in calce al testo.
Ormai siamo nel 2015.
E dovrei sperare che la data del calendario dica un progresso.
Ma avrei qualche dubbio. 
La simpatia dilagante prodotta dal 'marchionnismo' potrebbe avere allargato il campo: dalle banche a tutto il resto. 
Siamo abituati a credere nelle 'magnifiche e progressive sorti': e il 2015 viene dopo il 1993. 
Ma la 'cultura' delle imprese e di una società spesso ha sorti regressive. E non magnifiche. (mf)

° ° °
Banca. Seminario neo-funzionari: giovani di età e di azienda.  
Mattinata  di  apertura:  solita  presentazione  di obiettivi, argomenti, modalità di lavoro, relatore e partecipanti. 
Il consulente insiste sull'importanza di svolgere, nei tre giorni di corso, un'attività non formale: ogni parere, idea, giudizio sui temi toccati debbono avere cittadinanza. Viene chiarito che formazione non è solo passarsi nozioni o concetti, ma soprattutto riflettere attraverso il confronto. Dirsi i propri punti di vista. Analizzare le cose che vanno e quelle che non vanno. Trovare nuovi modi per farle funzionare meglio. 
Fa caldo. Sul tavolo del consulente svettano due bottiglie di acqua minerale.  Sui tavoli dei partecipanti, né bottiglie né bicchieri. 
La procedura non lo prevede. 
Il consulente si versa da bere. Qualche partecipante vede e deglutisce: la sete non rispetta le procedure.
 Il consulente provoca: «Nessuno di voi ha sete?». 
Un partecipante fa capire che solo il consulente può chiedere l'acqua: senza limiti né di bottiglie né di bicchieri. 
Il consulente chiama un commesso. 
Il quale entra profondendosi in inchini e chiamando professore il consulente che non lo è. 
«Scusi, riesce a recuperarmi qualche altra bottiglia di acqua minerale, per favore?».  
«Certo,  professore».  
«E magari anche qualche bicchiere... sa, eventualmente di quelli di plastica, ha presente?». 
«Senz'altro, professore. Subito, professore». 
Arrivano bottiglie e bicchieri. Che il consulente distribuisce benevolmente a tutti. 
C'è un attimo di silenzio. 
Poi, un funzionario - uno di quelli che dall'inizio della mattinata più aveva dato segnali di smarrimento - sbotta: «Scusi, dottore, mi vuoi spiegare cosa c'è dietro tutta questa democrazia?».

*** Massimo Ferrario, da Punture di spillo di un formatore, in 'SL', Rivista AISL, Associazione italiana studio del lavoro, n. 1, marzo 1993

mercoledì 22 aprile 2015

#ARK #IMPRESA & SOCIETA' / Serietà dell'ironia, 1990 (Massimo Ferrario)

Se c'è qualcosa da cambiare in questo testo di venticinque anni fa (1990), credo riguardi le considerazioni su quello che all'epoca era lo stato attuale. 
L'aggiornamento al 2015 dovrebbe peggiorare di molto la valutazione data ieri: e non per quel pessimismo che, secondo qualcuno,  trasforma molti in 'gufi' polemicamente ostili ad un presente che invece dovrebbe essere sempre più considerato potenzialmente radioso, ma per banale rispetto della realtà.
Si sta affermando (e qui sono ottimista, usando un verbo 'in progress') un 'monopensiero monolitico' che esige conformità assoluta: e chi dissente rischia di passare per sovversivo, quando non per disfattista. 
L'ironia, come spiego nell'articolo (ed è un'analisi di cui oggi non penso vada mutata neppure la punteggiatura), non si sviluppa su questo terreno. 
Se mai, si presenta in forma perversa e deviata, come qualunquismo e sarcasmo
Per non parlare della prassi, crescente, dell'insulto a 'go-go': non solo nel triste anonimato dei social network. (mf)

° ° °

No, non fa male credere. Fa molto male credere male.
(Giorgio Gaber)

L'origine etimologica è incerta, ma il suo significato è preciso e il suo uso ha nobili origini: affonda addirittura nella filosofia socratica. Ironia, infatti, sta per simulazione: indica il comportamento di chi dice il contrario di quello che pensa. Come quando Socrate, nei suoi dialoghi famosi, poneva domande al suo interlocutore fingendosi ignorante: per fargli ammettere come vera una contraddizione mascherata e poterlo poi prendere in castagna, vittima del suo presunto sapere.
Da qui, dunque, ironia come derisione, canzonatura, scherzo, presa in giro: strumento per colpire, ma soprattutto per svelare. Far emergere ciò che è sotto, nascosto: ciò che i più non vedono, o non vogliono vedere. Un modo per dire la verità: o almeno, per tentare di far emergere l'altra faccia della realtà, quella più insolita, e perciò spesso data per inesistente.
Basterebbero questi spunti, credo, per sollecitare in chi si occupa di formazione - e dunque di apprendimento - un po' di attenzione al concetto. Forse non sarebbe male scavarne meglio i contenuti, ma soprattutto verificarne le potenzialità di utilizzo. E domandarsi anche, nel caso di una diagnosi non proprio ottimistica sullo stato delle capacita ironiche dell'attuale nostra società, come fare perché questo seme germogli, proliferi e soprattutto fruttifichi.

Il meccanismo del distanziamento
Alla base dell'ironia, agisce un meccanismo fondamentale, che possiamo chiamare di 'distanziamento'. Grazie ad esso, il soggetto che pratica l'ironia si dis-loca: o, meglio, si bi-loca. Infatti, pur restando dentro la realtà, se ne allontana: è 'dentro', ma contemporaneamente è 'fuori'. Un fuori vicino, almeno psicologicamente parlando: che conserva un rapporto stretto, empatico, con l'oggetto, e appunto per questo genera una visione pili comprensiva, perché più larga e grandangolare.
Succede come per l'obiettivo di una macchina fotografica: si aggiustano le misure e quindi aumenta il fuoco. Però, a differenza di quanto accade per la macchina fotografica, qui le misure si modificano in continuazione, ritarandosi in contemporanea su più piani; cosi che il fuoco arriva perfetto, in qualunque prospettiva, su più fondali, consentendo una visione sempre sfaccettata in un campo che si estende, ma nello stesso tempo si approfondisce. 
E' evidente la funzione benefica di un simile meccanismo. Senza distanziamento, sono possibili almeno quattro rischi.

(1) - Di andare insieme con le cose. 
Il rapporto con la realtà si appanna: il soggetto tende ad un'ad-esione totalizzante. Manca la consapevolezza di una separazione: si e nella realtà al punto tale che si 'e' la realtà. La visione si confonde: in assenza di un punto di vista, nessuna vista è possibile. Si vede, ma senza poter vedere.

(2) - Di non discernere gli elementi intrinseci delle cose.
Discende come logico corollario del punto precedente. Non vedendo, tutto diventa impossibile: anche la critica. Ossia la capacità di cogliere gli elementi intrinseci della realtà, le sue potenzialità, i suoi limiti: i suoi punti torri e i suoi punti deboli.

(3) - Di non relativizzare le cose.
L'assenza di misure impedisce il corretto dimensionamento di un oggetto con l'altro: tutto diviene fondamentale. Assolutismo e dogmatismo ne sono la facile conseguenza, intolleranza e arroganza i comportamenti più congruenti.

(4) - Di restare in balia delle cose.
Viene a mancare la capacità di governare la realtà: se ne rimane prigionieri. Le cose avvengono e noi con loro: si riduce la possibilità di farle succedere, di orientarle, di controllarle.

L'ironia non è certo l'unico modo per creare distanziamento, ma è senz'altro uno strumento potente di messa a fuoco e di controllo di sé e della realtà esterna. Se opportunamente impiegato, probabilmente combatte almeno tre atteggiamenti, tutti accomunati da una patologica anemia: la seriosità, la rigidità e la sicumera

La serosità e spesso contrabbandata per serietà, ma di essa non è che la deriva burocratica. Nasce infatti come obbedienza liturgica ad una forma: a ciò che della serietà rappresenta l'involucro esterno. E astrattezza, noia, tristezza.

La rigidità è talora confusa con il rigore. Ma anche qui, mentre il rigore implica un arieggiamento vivo - impegnato nella sostanza, finalizzato a un obiettivo -, la rigidità è rito, fissazione, morte.

Infine, la sicumera: una sicurezza di sé ipertrofica, artificialmente alimentata. Non la fiducia in sé che dà solidità di equilibrio - quel giusto ancoraggio indispensabile per affrontare le sfide della vita -, ma un'autostima tronfia, vacua, esibita: sicuro sintomo di un'insicurezza sostanziale irrisolta e probabilmente irrisolvibile.

Tre atteggiamenti degradati, perché finti: che indicano un soggetto opaco, vuoto, inconsapevole di sé. Contro i quali l'ironia può agire come strumento di igiene mentale: tenendo aperto il dubbio e la riflessione; evitando il montarsi la testa (il buttar giù con il riso proprio del de-ridere); irridendo alla forma per evidenziare la sostanza.

Una sana schizofrenia
Già, ma da dove nasce l'ironia? Come fecondarla? 
Mi pare che l'ironia sia il prodotto di una fertile ambiguità, di una sana schizofrenia, basata su tre congiunzioni: beneficamente produttive proprio perché suonano, alla logica, del tutto impossibili.

(1) - La prima può venir sintetizzata nell'affermazione: ci credo 'e' non ci credo.
La fede si sposa poco con l'ironia - e infatti tutte le fedi hanno sempre pesantemente combattuto chi le ha attaccate con lo scalpello del sorriso e della canzonatura. Allo stesso modo, tuttavia, l'ironia non si accorda con l'indifferenza: anzi, senza lo scatto che segue ad una morale sentita intaccata dai comportamenti correnti, difficilmente si produce la scintilla dell'ironia. La 'e' sopra evidenziata indica dunque la necessità di un atteggiamento doppio, consapevolmente contraddittorio: in cui fede e indifferenza non si elidano, ma si rinforzino a vicenda. 'Ci credo il giusto', verrebbe da concludere.

(2) - La seconda affermazione non rimanda più ad un atteggiamento, bensì ad una collocazione spaziale, oltre che psicologica: sono dentro 'e' sono fuori. E' il distanziamento di cui sopra si diceva: l'essenza stessa del meccanismo ironico.

(3) - La terza affermazione richiama ad un'aspirazione di produttiva eresia: mentre guardo una faccia, guardo - voglio guardare - 'anche' l'altra. Anche qui il soggetto cerca la scissione: non si accontenta di un punto di osservazione, ma ne pretende insieme un altro, quello dal quale si possa com-prendere un orizzonte più ampio, in cui l'insolito, o l'ignoto, sia finalmente scoperto e preso in considerazione.

I rischi dell'ironia
Ovviamente, nulla è senza rischi e l'ironia non sfugge alla regola.
Mi paiono possibili almeno due deviazioni. Per ambedue, la causa e dovuta all'intrusione di un fattore suppletivo, l'acidità: è questa che si insinua nell'operazione di smascheramento propria dell'ironia e ne corrode le finalità genuine. 
La prima deviazione, però, è più mirata ad un oggetto, mentre la seconda ha un indirizzo generalizzato: alludo, rispettivamente, al sarcasmo e al qualunquismo.
La virata verso l'una o l'altra forma di ironia perversa è facile: comune, come nell'ironia, è il distanziamento dalla realtà, ma peculiare è qui il surplus di atteggiamento contro. Alla posizione fuori, vissuta in maniera finalmente libera e sganciata da qualunque sforzo, anche debole, di mantenersi dentro, si affianca una chiara e netta posizione contro: espressa, in genere anche esibita, senza inibizioni e prudenze.
E infatti. Nell'atteggiamento sarcastico - in coerenza con il significato etimologico del termine sarcasmo, che richiama lo spaccare le carni - l'intenzione aggressiva è esplicita e diretta: la leggerezza della canzonatura - che punge, ma non ferisce; sbilancia, senza far cadere - è abbandonata in favore della ruvida pesantezza dello scherno. In gioco non è più lo svelamento di un altro pezzo di realtà - un livello non còlto, un aspetto trascurato, una caratteristica sottaciuta -, bensì il singolo oggetto: che diviene unico bersaglio di una messa alla berlina senza scrupoli, violenta e inferiorizzante.
Differentemente agisce il qualunquismo: la posizione fuori-contro si assolutizza - fuori da tutto, contro tutto e tutti -, dando pieno corso ad un'acidità aggressiva non più parziale, ma indiscriminata. Il sorriso dell'ironia, diretto ad un oggetto determinato, cede ad un sogghigno generalizzato, che mira al mondo intero: per sporcarlo e poi condannarlo, senza appello, in un processo già deciso, dal quale esce assolto, immacolato e virtuoso, soltanto chi l'ha intentato.
Sarcasmo e qualunquismo mancano di potenzialità euristiche: non forniscono né stimoli né piste per nuovi apprendimenti. Sono meccanismi che sanzionano il presente: nonostante la virulenza con cui lo possono attaccare, non lo mettono in discussione, perché ne presuppongono una conoscenza conclusa, ormai estraniata. Tradiscono un'autocentratura inossidabile: gli altri, il mondo, non meritano attenzione, ma solo una valutazione sprezzante, dall'alto in basso.
Scontati risultano essere gli effetti. 
Quand'anche i contenuti della critica fossero corretti, la relazione entro cui vengono veicolati induce rifiuto; l'eventuale processo di apprendimento che si volesse instaurare muore sul nascere, per indisponibilità, o assenza, dell'interlocutore. 
Lo sconfinamento dal terreno leggero e scivoloso dell'ironia è frequente e può avvenire anche quasi inavvertitamente. Il fioretto - l'ironia - pretende grazia, oltre che destrezza, ed ha certo un suo fascino sottile; ma pure il brandire e il roteare pubblicamente la scimitarra - il sarcasmo - possono talora apparire gratificanti. Del resto anche l'uso di un buon ventilatore, opportunamente rifornito di piccole ma insistenti dosi di fango - il qualunquismo -, può esercitare un'attrattiva non indifferente: gli schizzi a trecentosessanta gradi che ne conseguono hanno un effetto di rassicurazione incredibile per chi, manovrando il ventilatore, riesce a mantenersi la camicia pulita, dimostrando quanto invece tutt'attorno cresca lo sporco. 

Contro i rischi di cui sopra, esistono tuttavia dei possibili antidoti. 
Ne indico almeno tre.

(1) - Il primo, intuitivo, è dato dall''autocontrollo: che si esprime in una buona regolazione del processo di distanziamento.
La posizione 'fuori' va zavorrata, e comunque i piedi vanno tenuti ben bilanciati: uno in essa e uno a terra - anzi 'dentro': la realtà, la relazione. Si tratta, come già detto, di governare un equilibrio dinamico e fisiologicamente precario, che però consente la fertile bi-sociazione ed evita la comoda dis-sociazione: dimensione quest'ultima appropriata per agire sia l'aggressione sarcastica che la deresponsabilizzazione qualunquistica.

(2)  - Il secondo antidoto sta in una pratica ferrea di una consistente dieta giornaliera di autoironia.
E' una terapia sicura: combatte la sterilità di apprendimento dovuta sia a una gracile permalosità che a una flaccida prosopopea. E se lo sforzo può essere costoso, è sempre ricompensante. Basta pensare all'immagine fisica del prendersi in giro: per farlo, ci è indispensabile prima di tutto imparare a uscire da noi - altrimenti non possiamo correre attorno a noi, per prenderci. E questo, già di per sé, data la nostra scarsa abitudine all'auto-osservazione e all'auto-ascolto, costituisce apprendimento di fondamentale valore. Ma poi, sempre per prenderci in giro, dobbiamo imparare a giocare con noi: e quello del capire le giuste misure - ad esempio, per distinguere la forma dalla sostanza ed essere seri senza divenire seriosi - è un'altra acquisizione senza prezzo.

(3)  - Un terzo antidoto è rappresentato da una posizione ben ancorata di rigore: che si esprime - e qui anche la metacomunicazione è fondamentale - sia attraverso comportamenti di autoresponsabilità, che attraverso atti i quali testimoniano volontà effettiva di rispetto dell'altro.
L'efficacia di un atteggiamento impegnato è ovvia: nei confronti dell'interessato agisce da contenitore dei suoi slanci alla di-vagazione ironica, mentre verso l'interlocutore veicola un'immagine di sostanziale riconoscimento e di presa in considerazione.

Come si capisce, si tratta di risposte da dare congiuntamente e non in alternativa: chiedono consapevolezza, sia di sé che del contesto particolare in cui si agisce. 
L'ironia non è una pianta selvaggia, che germoglia e si sviluppa senza cure: va alimentata, ma anche orientata e controllata, perché non traligni: e i fiori, gustosi proprio per il loro sapore asprigno, sempre fresco e diverso, non inacidiscano e rinsecchiscano, sollecitando smorfie anziché sorrisi.

Lo stato attuale
Non mi pare che nella nostra società l'ironia abbia oggi largo corso. Sono volutamente provocatorio, ma vedo tre ragioni fondamentali in questo.

(1) - La prima è data dalla scarsa abitudine a guardare la realtà con intelligenza.
Uso il termine nel suo significato più genuino: la capacità di cogliere i nessi - in orizzontale, all'interno di uno stesso piano, ma anche in verticale, tra un piano e l'altro, come è ancora più necessario per sviluppare una qualche disponibilità ironica - mi pare debolmente diffusa. Privilegiamo la vista corta, che punta all'immediato: sia come tempo, che come spazio. E rimaniamo spesso prigionieri di piccole nicchie, dalle quali osserviamo spicchi di realtà, illudendoci di aver compreso tutta la realtà.

(2) - La seconda ragione sta nella frettolosita: la cifra del nostro vivere quotidiano.
Non abbiamo tempo e passiamo oltre. E passiamo oltre perché fermarsi - ad ascoltare, pensare, collegare, domandare, scoprire - vuol già dire attardarsi. E noi abbiamo bisogno di stimoli sempre nuovi, di-vertenti, rapidi e seducenti. Ma l'ironia, se si sprigiona anche per insight, ha bisogno di momenti di riflessione: il frastuono, lo stordimento non ne favoriscono l'incubazione e le luci stroboscopiche e gli effetti speciali, se colpiscono, tuttavia non toccano.

(3) - Il terzo motivo è costituito dalla voglia di branco: il sentimento oscuro che spinge alla conformità, quando non al conformismo.
L'ironia nasce sempre da uno scatto individuale: da un io che avverte lo star bene con sé stesso, oltre che con gli altri. Non da una autosufficienza, ma certo da una autonomia. E inaridisce in tempi in cui le domande di omologazione si sprecano, in una gara gomito a gomito con le offerte.

Ma miriamo ancor più la provocazione e zumiamo al mondo manageriale, assai frequentato dalla formazione istituzionale.
Porrà essere uno schizzo drastico, ma ho l'impressione che i punti seguenti colgano il cuore di molti comportamenti.

(1) - Un primo impegno comune sembra essere dedicato a difendere con perseverante ossessività le posizioni formali acquisite.
Titoli e simboli di status vengono derisi solo per comunicare un anticonformismo di facciata: di fatto, la loro ricerca, e la loro difesa, è accanita e incessante. Varia lo stile, da contesto a contesto: ma non sempre l'ambiente stereotipatamente pensato burocratizzato è il più geloso custode della ritualità del grado; altrimenti non si spiegherebbe la proliferazione, anche in società di consulenza che vendono meritocrazia, di titoli di vice (presidenti e direttori generali) e di ogni altro simbolo che la sociologia di Villaggio ha cosi ben illustrato.

(2) - Contro una spontaneità sempre proclamata un'attenzione professionale quasi maniacale è prestata alla recita dei ruoli.
La funzione ha schiacciato il funzionario - che, nella etimologia, suona giustamente passivo: 'colui cui è stata data una funzione'. Ma il funzionario, dirigente o quadro o impiegato che sia, ha schiacciato la persona. E quando la vita diventa un palcoscenico e l'attore prende il posto dell'uomo, ciò che più conta non è l'essere, ma l'apparire
'Presidiare i ruoli', ripete la retorica managerial-consulenziale: ma parrebbe ormai, molto spesso, che siano i ruoli a presidiare noi.

(3) - Se anche lo yuppismo non è più 'in', risultare vincenti rimane aspirazione generalizzata.
Chi non corre, ha già perso: e perdente è eventualità terrorizzante, per scongiurare la quale qualunque mezzo è lecito e qualunque costo è leggero. Ma a chi corre, il tempo non basta mai e le pause sono precluse:
lo sguardo è fisso al traguardo e ogni occhiata in giro - e figuriamoci a se stessi - è distrazione. Qui la terra è secca e l'ironia non attecchisce; ma se cosi non fosse, occorrerebbe disperdere il seme da subitò: caso mai, germogliando, smascherasse il vuoto contrabbandato per pieno.

(4) - Si è già detto del conformismo diffuso, non esclusivo appannaggio del mondo manageriale. La sua traduzione, in questo contesto, passa attraverso l'opacità dei rapporti di collaborazione: ancora troppo imbevuti di dipendenza e di desiderio di compiacere.
L'ironia è critica, messa in discussione, voglia di sostanza. Non ama il sussieguo e canzona il birignao. Non si arresta di fronte alle mostrine e alle onorificenze: accetta l'autorità, ma soltanto quella autorevole. Va d'accordo con collaboratori veri: detesta gli attendenti.

(5) - Altro nemico dell'ironia è l'indifferenza
L'abitudine a non ascoltare produce sordità: e sembra che talora, anche nel mondo del lavoro, la sordità non sia prodotta solo dal frastuono delle macchine, ma attentamente progettata da un comportamento autocentrato, che con la scusa dell'obiettivo perde di vista tutto il resto.
E' la nostra comune esigenza di fondo a vincere: la rassicurazione. 
Siamo come incistati nelle nostre nicchie: a coltivare, con cura meticolosa, la nostra sordità. Per non reagire diversamente dall'usuale, per non - eventualmente - modificare credenze, concetti, opinioni, valori, scelte. "Taci, il nemico non ti ascolta", ha detto recentemente qualcuno che riesce ancora a non restare indifferente alla nostra indifferenza.

In sintesi
L'ironia è un anticorpo fastidioso e benefico insieme: perché punge e destabilizza. La sua intolleranza è preziosa, perché impedisce che i conti quadrino e i cerchi si chiudano. Fertilizza il pensiero: rigenerandolo continuamente e comunque tenendolo sempre in effervescenza, sospeso tra un dubbio e una convinzione. Rinnova il comportamento: perché induce autoconsapevolezza e dunque consente i riaggiustamenti di tiro che conseguono agli apprendimenti più fecondi.
Ci suggerisce un monito: il miglior modo per essere seri è proprio quello di non esserlo troppo.

*** Massimo Ferrario, Serietà dell'ironia. Un meccanismo per apprendere meglio, 'Rivista Aif', Associazione Italiana Formatori, n. 11, dicembre 1990.