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sabato 28 agosto 2021

#MOSQUITO / I responsabili dell'Olocausto (Zygmunt Bauman)

L'ipotesi secondo cui i responsabili dell'Olocausto rappresentano una ferita o una malattia della nostra civiltà e non il suo prodotto terrificante ma coerente sfocia non soltanto nella consolazione morale dell'autoassoluzione, ma anche nella tremenda minaccia dell'inerzia morale e politica. Tutto è avvenuto «fuori di qui», in un altro tempo e in un altro paese. [...]

La civiltà moderna non è stata la condizione "sufficiente" dell'Olocausto, ma ha rappresentato senza alcun dubbio la sua condizione "necessaria". Senza di essa l'Olocausto sarebbe impensabile. [...] Dal punto di vista della società moderna il genocidio non è né un anomalia, né una disfunzione. Esso dimostra ciò di cui è capace la moderna tendenza alla razionalizzazione e all'ingegneria sociale se non viene controllata e mitigata.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds,  Modernità e olocausto, Il Mulino, 2010, in 'libriantichionlione.com', qui


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sabato 28 novembre 2020

#MOSQUITO / Il progresso come 'gioco delle sedie' (Zygmunt Bauman)

Il progresso è diventato una sorta di "gioco delle sedie" senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d'oro, il "progresso" evoca un'insonnia piena di incubi di "essere lasciati indietro", di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.

*** Zygmunt BAUMAN, Modus vivendi, Laterza, 2020


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mercoledì 21 novembre 2018

#CIT / Poveri, da sorvegliare (Zygmunt Bauman)

Zygmunt BAUMAN, 1925-2017
sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds
via facebook, 19 novembre 2018, qui

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venerdì 31 agosto 2018

#MOSQUITO / Nazionalismo come scialuppa di salvataggio (Zygmunt Bauman)

... in fin dei conti il nazionalismo offre la tanto agognata scialuppa di salvataggio (il meccanismo di resurrezione?) per quel poco di autostima che (forse) sopravvive. È la stessa cosa che accadde ai cosiddetti white trash, cioè il sottoproletariato bianco del sud rurale americano che, anziché scivolare in un’autodenigrazione lacerante e autolesionista, trovò un’ancora di salvezza nella presenza dei negroes, visti come esseri subumani cui era negato persino l’unico privilegio che essi invece pensavano di poter vantare: la pelle bianca.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, Stranieri alle porte, Laterza, 2018




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lunedì 6 agosto 2018

#MOSQUITO / Siamo giocatori o la palla? (Zygmunt Bauman)

Nel dare forma alla nostra vita, siamo la stecca da biliardo, il giocatore o la palla? Siamo noi a giocare, o è con noi che si gioca?

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, L'arte della vita, Laterza, 2008, 


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venerdì 3 agosto 2018

#MOSQUITO / Rivoluzione, un'idea banalizzata (Zygmunt Bauman)

Se oggi si può ancora parlare di «rivoluzioni» lo si può fare solo a posteriori – quando, guardando indietro, ci rendiamo conto che si sono accumulati tanti cambiamenti piccoli e apparentemente insignificanti, ma sufficienti a produrre una trasformazione qualitativa, e non solo incrementale, della condizione umana. Privata dei suoi originari referenti, l’idea di «rivoluzione» è stata banalizzata: la usano e ne abusano quotidianamente gli autori di spot pubblicitari, per presentare come «rivoluzionario» ogni prodotto «nuovo e migliorato».

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, L'arte della vita, Laterza, 2008. 


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lunedì 16 luglio 2018

#MOSQUITO / Vita come opera d'arte (Zygmunt Bauman)

La vita, se è vita umana - la vita di un essere dotato di volontà e libertà di scelta - non può non essere un'opera d'arte. Volontà e scelta lasciano la propria impronta sulla forma di vita, per quanto si tenti di negarne la presenza e/o di nasconderne il potere attribuendo il ruolo di causa alla presunta presenza schiacciante di forze esterne che impongono l'"io devo" dove avrebbe dovuto esserci l'"io voglio" e restringono in tal modo il ventaglio delle scelte plausibili.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, L'arte della vita, Laterza, 2008. 


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sabato 20 gennaio 2018

#MOSQUITO / Società, la sua qualità umana (Zygmunt Bauman)

Normalmente si misura la tenuta di un ponte a partire dalla solidità del suo pilastro più piccolo. La qualità umana di una società dovrebbe essere misurata a partire dalla qualità della vita dei più deboli tra i suoi membri. E poiché l'essenza di ogni morale è data dalla responsabilità nei confronti dell'umanità degli altri, questa è anche l'unità di misura degli standard morali di una società. È questo, a mio avviso, l'unico tipo di misura che un sistema di welfare si possa permettere, ma è anche l'unico di cui abbia davvero bisogno. È una misura che può non bastare a garantirgli il sostegno sociale dal quale dipende la sua sopravvivenza; ma è anche l'unico tipo di misura che parli, in modo perentorio e privo di ambiguità, a favore del welfare state. 

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi,Erikson, 2007


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giovedì 11 gennaio 2018

#MOSQUITO / La violenza 'autotelica', insensata (Zygmunt Bauman)

La morbosa forza d’attrazione esercitata dalla violenza sta nell’offrire un temporaneo sollievo al proprio umiliante senso d’inferiorità (debolezza, sventura, indolenza, irrilevanza): il tipo di sollievo suggerito da Esopo duemila anni fa attraverso l’allegoria della lepre, perennemente impaurita, sempre in fuga da animali più grandi e più forti, che finalmente si sente rassicurata e confortata accorgendosi che, al primo segnale del suo arrivo, la rana è stata colta dal panico ed è corsa a nascondersi. 
La violenza autotelica sarà anche una «valvola di sicurezza» che alleggerisce la pressione, ma può fare poco o niente per impedire che il vapore torni ad addensarsi fino a raggiungere il livello critico di pressione capace di provocare un’esplosione. È facile farsi valere con chi è più debole e sprovveduto, e questa facilità è un vantaggio, ma al tempo stesso un limite, in quanto nega all’autore del gesto la gratificazione di «un lavoro ben fatto», l’attestato della sua superiorità di capacità e poteri, e con ciò la riconquista dell’autostima, del rispetto di sé, della fiducia in sé stessi. Da questo punto di vista, la violenza autotelica è anche una violenza insensata; e la cosa peggiore di tutte è che tende a esserlo – dolorosamente e disonorevolmente – per chi la commette. Ciò che perde in qualità, cerca di recuperarlo in quantità. La violenza priva di senso tende ad autopropagarsi e autoamplificarsi. 
Approfittare del proprio potere per aggredire e distruggere qualcuno palesemente più debole è una specie di umile e meschino surrogato di un «vero test» della capacità, del valore e del coraggio, e soprattutto della statura e dell’importanza dell’aggressore. Perché l’atto di violenza assurga o almeno si avvicini a quel genere di test, chi lo compie ha bisogno di un avversario potente da sfidare, colpire e sconfiggere: più potente è, meglio è. Per l’autodenigrazione provocata dal senso di umiliazione, opporsi alla malvagità islamica e ricacciare indietro l’invasione musulmana che minaccia di distruggere «tutto ciò che ci è caro e in cui crediamo» è una cura molto più efficace che dar fuoco alla bancarella di un immigrato pakistano.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, Retrotopia, traduzione di Marco CupellaroEditori Laterza, 2017
https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman


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domenica 5 febbraio 2017

#MOSQUITO / Consumare, sensazioni sempre nuove (Zygmunt Bauman)

Lo scopo del gioco del consumo non è tanto la voglia di acquisire e possedere, né di accumulare ricchezze in senso materiale, tangibile, quanto l'eccitazione per sensazioni nuove, mai sperimentate prima. I consumatori sono prima di tutto raccoglitori di sensazioni: sono collezionisti di cose solo in un senso secondario e derivato. 

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, Dentro la globalizzazione, 1998, Laterza, 2001
https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman



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lunedì 23 gennaio 2017

#MOSQUITO / 'Populista', ogni buon partito dovrebbe esserlo (Zygmunt Bauman)

“Populisti” in politica sono sempre gli altri, gli avversari. In realtà ogni buon partito dovrebbe essere “populista”, cioè ascoltare cosa pensano e cosa chiedono le persone ordinarie, i semplici cittadini. Invece nel dibattito pubblico la parola viene usata in senso dispregiativo. No, non sono preoccupato per la presunta minaccia del “populismo”, ma per la possibile risposta autoritaria alla crisi della democrazia.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche, docente emerito all’università di Leeds, intervistato da Alessandro Gilioli, Zygmunt Bauman: "E' il carnevale della democrazia", 'L'Espresso', 15 febbraio 2016, qui


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venerdì 20 gennaio 2017

#MOSQUITO / La globalizzazione negativa, e la profezia (Zygmunt Bauman)

Possiamo profetizzare che, a meno di essere imbrigliata e addomesticata, la nostra globalizzazione negativa, che oscilla tra il togliere la sicurezza a chi è libero e offrire sicurezza sotto forma di illibertà, renderà la catastrofe ineluttabile. Se non si formula questa profezia, e se non la si prende sul serio, l'umanità ha poche speranza di renderla evitabile. L'unico modo davvero promettente di iniziare una terapia contro la crescente paura che finisce per renderci invalidi è reciderne le radici: poiché l'unico modo davvero promettente di continuarla richiede che si affronti il compito di recidere quelle radici. Il secolo che viene può essere un'epoca di catastrofe definitiva. O può essere un'epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità. Speriamo di poter ancora scegliere tra questi due futuri. 

*** Zygmunt BAUMAN, 1925-2017, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, Paura liquida, 2006, Laterza, 2009


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mercoledì 11 gennaio 2017

#VIDEO / Tecnologie e social network, l'impatto sulla società (Zygmunt Bauman)

Incontro con Zygmunt BAUMAN
1925-2017 
sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds
https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman
Impatto delle tecnologie e dei social network sulla società
Milano, Meet The Media Guru, 9 ottobre 2013
http://www.meetthemediaguru.org/lecture/zygmunt-bauman-ita/
video 96min02

Un intervento di un'ora e mezza, con traduzione simultanea, sulle tendenze in atto nella società attuale: un'analisi critica, profonda e stimolante, delle nuove tecnologie e del loro impatto sulla nostra convivenza sociale.
Naturalmente è dato per scontato il contributo positivo delle recenti innovazioni tecnologiche: il fuoco del discorso è piuttosto sugli aspetti di rischio offerti da internet e dai social network e dai pericoli di una pressione conformizzante implicita nei nuovi strumenti.
Nonostante il filtro della traduzione, la relazione si sviluppa con chiarezza e con uno stile colloquiale che coinvolge.
Il tempo investito è ripagato dalla ricchezza delle riflessioni suscitate. (mf)


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martedì 10 gennaio 2017

#MOSQUITO / Disoccupati, criminali, sottoclasse, esclusi (Zygmunt Bauman)

Non avere un posto di lavoro viene sempre più percepito come uno stato di «esubero» (essere scartati, etichettati con il marchio di superflui, inutili, non impiegabili e condannati a rimanere «economicamente inattivi») invece che come una condizione di «disoccupazione» (termine che indica un allontanamento dalla norma, che è quella dell’«essere occupato», un disturbo temporaneo che può e deve essere curato). Essere senza lavoro significa poter essere smaltiti, forse essere già smaltiti una volta per tutte, assegnati agli scarti del «progresso economico» – quel cambiamento che si riduce in ultima istanza nel fare lo stesso lavoro e nell’ottenere gli stessi risultati economici ma con meno personale e con «costi del lavoro» più bassi che in passato.
Soltanto una linea sottile separa oggi i disoccupati, in modo particolare i disoccupati di lungo periodo, dal buco nero della «sottoclasse»: uomini e donne che non rientrano in nessuna suddivisione sociale legittima, individui lasciati fuori dalle classi e che non possiedono nessuna delle funzioni riconosciute, approvate, utili e indispensabili svolte dai membri «normali» della società; persone il cui apporto alla vita della società è nullo, delle quali la società potrebbe fare a meno e dalle quali guadagnerebbe sbarazzandosene.
Non meno tenue è la linea che separa i «superflui» dai criminali: la «sottoclasse» e i «criminali» non sono altro che due sottocategorie degli esclusi, dei «socialmente inadatti» o addirittura degli «elementi antisociali», diversi gli uni dagli altri più per la classificazione sociale e per il trattamento ricevuto che per l’atteggiamento e la condotta. Proprio come le persone senza lavoro, i criminali (cioè quelli messi in prigione, incriminati e in attesa di giudizio, sotto il controllo della polizia, o semplicemente schedati dalla polizia) non sono più visti come esclusi momentaneamente dalla vita sociale normale e destinati a essere «ri-educati», «riabilitati» e «restituiti alla comunità» alla prima occasione, ma come individui emarginati in via permanente, inadatti a essere «riciclati socialmente» e destinati a rimanere a lungo lontano dai guai, separati dalla comunità dei cittadini rispettosi della legge.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925 - 9 gennaio 2017, sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche, docente emerito all’università di Leeds, Il demone della paura, La Repubblica-Laterza, 2014
https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman


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lunedì 7 novembre 2016

#CIT / Vero dialogo (Zygmunt Bauman)

Zygmunt BAUMAN, 1925
sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds
citazione tratta da qui


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mercoledì 11 maggio 2016

#MOSQUITO / Democrazia, è educazione alla cittadinanza (Zygmunt Bauman)

La democrazia non può sopravvivere a lungo con cittadini passivi per ignoranza e indifferenza politica. Le libertà dei cittadini non sono proprietà acquisite una volta per tutte, non sono averi messi al sicuro dentro una cassaforte. Sono piantate e radicate nel terreno sociopolitico, che deve essere fertilizzato ed innaffiato giornalmente e che si secca e si sgretola se non viene curato giorno per giorno dalle azioni informate di un’opinione pubblica accorta ed impegnata.
Non sono soltanto le competenze tecniche a dover essere continuamente aggiornate, non è soltanto la formazione finalizzata al lavoro a dover essere continua. Lo stesso va fatto, e molto più urgentemente, per l’educazione alla cittadinanza.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, L’etica in un mondo di consumatori, Editori Laterza, 2010


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martedì 16 febbraio 2016

#RITAGLI / Democrazia, malata (Zygmunt Bauman)

Internet rende possibili cose che prima erano impossibili. Potenzialmente, dà a tutti un comodo accesso a una sterminata quantità di informazioni: oggi abbiamo il mondo a portata di un dito. In più la Rete permette a chiunque di pubblicare un suo pensiero senza chiedere il permesso a nessuno: ciascuno è editore di se stesso, una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Ma tutto questo - la facilità, la rapidità, la disintermediazione - porta con sé anche dei problemi. Ad esempio, quando lei esce di casa e si trova per strada, in un bar o su un autobus, interagisce volente o nolente con le persone più diverse, quelle che le piacciono e quelle che non le piacciono, quelle che la pensano come lei e quelle che la pensano in modo diverso: non può evitare il contatto e la contaminazione, è esposto alla necessità di affrontare la complessità del mondo. La complessità spesso non e un’esperienza piacevole e costringe a uno sforzo. Internet è il contrario: ti permette di non vedere e non incontrare chiunque sia diverso da te. Ecco perché la Rete è allo stesso tempo una medicina contro la solitudine - ci si sente connessi con il mondo - e un luogo di “confortevole solitudine”, dove ciascuno è chiuso nel suo network da cui può escludere chi è diverso ed eliminare tutto ciò che è meno piacevole.

[D: Ci sono però interi movimenti politici che sono nati dalla Rete o si sono diffusi grazie a essa. Le primavere arabe, ad esempio, ma anche Podemos in Spagna e il Movimento 5 Stelle in Italia...]
«È una questione ricca di ambivalenze. In generale però le ricerche sociali mostrano che la maggior parte delle persone usa Internet non per aprire la propria visione ma per chiudersi dietro degli steccati, per costruire delle “comfort zone”. Un po’ come quei quartieri fuori città circondati da cancelli, da guardie armate e da telecamere a circuito chiuso, dove le persone vivono in una sorta di mondo immaginario, senza controversie, senza conflitti, senza esporsi alle differenze. Poi, certo, grazie alla Rete oggi puoi convincere le persone del tuo network ad andare in piazza a manifestare contro qualcosa o qualcuno, ma l’incidenza sul reale di queste mobilitazioni nate nelle “comfort zone” è un altro discorso. Lei ad esempio mi citava le primavere arabe: non mi sembra che abbiano mai portato a un’estate.


[D: Quindi secondo lei non c’è un collegamento tra la diffusione della Rete e la protesta antisistema?]
Certo che c’è, ma Internet non ne è la causa, ne è solo un veicolo. Le cause delle proteste antisistema vanno cercate invece nella crisi di fiducia verso la democrazia. E questa a sua volta deriva dal fatto che viviamo in un pianeta globalizzato e con una grandissima interdipendenza, ma gli strumenti che abbiamo a disposizione per gestire questa nuova condizione sono quelli ereditati dai nostri nonni e propri dello Stato nazionale: quando cioè una decisione presa in una capitale aveva realizzazione nel territorio di quel Paese e non valeva cinque centimetri più in là. Adesso invece l’interdipendenza è mondiale e gli Stati nazionali sono incapaci di gestirla. Così oggi i governi sono sotto una doppia pressione: da un lato devono rispondere agli elettori, i quali pretendono che i politici realizzino ciò per cui li hanno votati; dall’altra parte, la realtà globale interdipendente - i mercati, le borse, la finanza e altri poteri mai eletti da nessuno - impediscono che questi impegni vengano mantenuti. La crisi di fiducia nasce da questa doppia pressione. Sentiamo tutti che ormai le democrazie non funzionano, ma non sappiamo come aggiustarle o con che cosa rimpiazzarle.

[D: Di qui nascono i movimenti antisistema?]
Direi piuttosto che da qui nascono i sentimenti antisistema: attenzione a parlare di movimenti. Che sono un concetto sociologico, mentre il sentimento è un concetto psicologico.

[D: E questi sentimenti non si traducono in movimenti?]
Le persone si scambiano reazioni emotive sui social network e magari da lì si organizzano per andare in piazza a protestare. Gridano tutti gli stessi slogan, ma in realtà ciascuno ha interessi diversi e aspettative deluse diverse. Poi si torna a casa contenti della fratellanza con gli altri che si è creata in piazza, ma è una solidarietà falsa. Io la chiamo “carnival solidarity” perché mi ricorda appunto quegli eventi in cui per quattro o cinque giorni ci si mette la maschera, si canta e si balla insieme, fuoriuscendo per un tempo definito dall’ordine delle cose. Ecco, quelle proteste consentono l’esplosione collettiva di problemi diversi e istanze individuali per un arco di tempo breve, come a carnevale, ma la rabbia non si trasforma in un cambiamento condiviso.

[D: Alcuni partiti che quanto meno incanalano questi sentimenti però esistono, seppur molto diversi tra loro. Cosa ne pensa?]
Si trovano anche loro di fronte alla crisi della democrazia di cui abbiamo parlato. E a questa crisi rispondono chi provando a rafforzare la democrazia, chi invece proponendo un “uomo forte” o qualche forma di fondamentalismo politico-religioso. Del resto, se le democrazie non riescono a realizzare le aspettative, non è strano che si cerchi qualcuno a cui attribuire una funzione salvifica, l’uomo “di polso” che sembra in grado di realizzare ciò che le democrazie non sanno mantenere. Un esempio recente è Donald Trump: oggi molti elettori americani possono restare sedotti da chi attacca le istituzioni democratiche e ne deride le rappresentanze. In più il miliardario Trump rappresenta il trasferimento dei consensi dalla leadership al management: dove la leadership è la capacita di fare le cose giuste, “to do right things”, mentre il management è semplicemente la capacità di fare le cose bene, “to do things right”. C’è una grande differenza.

[D: Questo crollo di fiducia verso la democrazia spiega anche la caratteristica “populista” che viene spesso attribuita ai movimenti antisistema? E lei è d’accordo con questa definizione?]
“Populisti” in politica sono sempre gli altri, gli avversari. In realtà ogni buon partito dovrebbe essere “populista”, cioè ascoltare cosa pensano e cosa chiedono le persone ordinarie, i semplici cittadini. Invece nel dibattito pubblico la parola viene usata in senso dispregiativo. No, non sono preoccupato per la presunta minaccia del “populismo”, ma per la possibile risposta autoritaria alla crisi della democrazia.

[D: Ma perché in alcuni Paesi la protesta antisistema si è declinata a destra, come in Francia, e in altri a sinistra, come in Spagna?]
Perché siamo in un interregno, per citare Gramsci quando diceva che “se il vecchio muore e il nuovo non nasce, in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. Oggi i vecchi strumenti non funzionano più ma quelli nuovi non ci sono ancora. Destra e sinistra erano concetti pieni di significato fino a pochi decenni fa, ma lo sono molto meno nella complessità policentrica del presente».

[D: In che cosa consiste questa complessità policentrica?]
Dopo la caduta del Muro di Berlino, alcuni pensatori ipotizzarono la fine della storia, la conclusione del conflitto politico all’interno di un pacifico e definitivo sistema liberal-capitalistico. Si sbagliavano. Il pianeta è molto più diviso e conflittuale di prima, pieno di scontri locali più difficili da capire rispetto a quelli che opponevano tra loro i due blocchi: pensi solo a quello che sta succedendo in Asia centrale, dove arabi musulmani uccidono altri arabi musulmani. Ecco, questo policentrismo complesso sta anche nella politica, dove si intrecciano istanze scollegate tra loro, spesso difficili definire come “di destra” o “di sinistra”. Prima il confronto era tra conservatori e progressisti, tra chi voleva una società basata sul profitto e chi sulla cooperazione: oggi i conflitti sono anche maggiori, ma meno semplici e meno netti.

[D: Quindi anche quegli apparenti segnali di “ritorno alla sinistra” come Jeremy Corbyn nel Regno Unito o Bernie Sanders negli Stati Uniti sono solo effetti ottici?]
Sanders rappresenta un fenomeno nuovo e interessante, ma ci sono Paesi in cui la sinistra non esiste più, come nell’est europeo. In generale, il problema contemporaneo della sinistra è la sua “constituency”, il suo blocco elettorale. Una volta era la classe dei lavoratori, che la sinistra difendeva. Oggi però, con i capitali che si muovono in fretta da un paese all’altro, anche gli strumenti con cui prima si tutelavano gli interessi delle classi più basse sono tra quelli che non funzionano più, a iniziare dagli scioperi: se i lavoratori incrociano le braccia, un secondo dopo il proprietario trasferisce la produzione in un Paese in via di sviluppo dove trova gente contenta di guadagnare un paio di dollari al giorno. In questo contesto, molti politici eredi della sinistra sono spaventati dall’idea di irritare le Borse, i mercati, la finanza, insomma i poteri che possono mandare gambe all’aria un Paese in un giorno. Quindi parlano d’altro: ad esempio, si autodefinisce di sinistra la parte politica favorevole ai matrimoni omosessuali. Bello, giusto, d’accordo, ma cosa c’entra con il significato della sinistra? Cosa c’entra con la giustizia sociale, che era la ragion d’essere della sinistra? Poi sì, ci sono anche altri, come Sanders, che invece vogliono rappresentare la protesta contro le leggi globali dei mercati e si candidano per sfidarle. Ne ho molto rispetto, ma non vorrei che si creassero troppe aspettative su quello che si può davvero fare con gli strumenti non più funzionanti propri dell’era dell’interregno. Altrimenti si rischia di restare delusi in fretta, come è avvenuto con Tsipras in Grecia.

*** Zygmunt BAUMAN, 1925, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, intervistato da Alessandro Gilioli, Parla Bauman, democrazia malata, blog' piovono rane', 15 febbraio 2016, qui


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venerdì 2 ottobre 2015

#MOSQUITO / Amore, un duro lavoro (Zygmunt Bauman)

Per farla breve: l’amore non è qualcosa che si possa trovare, non è un’objet trouvé o un ready-made. E’ qualcosa che richiede di essere e creato e ricreato ogni giorno, ogni ora; che ha bisogno di essere costantemente risuscitato e riaffermato e richiede attenzione e cure. In linea con la crescente fragilità dei legami umani, con l’impopolarità degli impegni a lungo termine, con l’eliminazione dei «doveri» dai «diritti» e l’elusione di ogni obbligo che non sia «verso se stessi» («me lo devo», «me lo merito», e via dicendo) si tende a vedere nell’amore qualcosa che è perfetto dall’inizio oppure è fallito, e che dunque è meglio abbandonare e sostituire con esemplari «nuovi e migliorati», si spera davvero perfetti. Un simile amore non sopravvivrà al primo piccolo litigio, e tanto meno al primo serio disaccordo e scontro. 
La felicità - per richiamare la diagnosi di Kant - non è un’ideale della ragione, ma dell’immaginazione. E lo stesso Kant avvertì che dal legno storto dell’umanità non si sarebbe mai potuto ricavare nulla di dritto.
John Stuart Mill parve riunire entrambe le nozioni in un avvertimento: chiediti se sei felice e cesserai di esserlo. Gli antichi probabilmente già lo sospettavano ma, guidati dal principio ‘dum spiro, spero’ - finché c’è vita, c’è speranza -, sostenevano che senza duro lavoro la vita non offrirebbe nulla che abbia valore. Duemila anni dopo, questo suggerimento non ha perso affatto la sua attualità. 

*** Zygmunt BAUMAN, 1925, sociologo polacco, docente emerito all’università di Leeds, L’arte della vita, Laterza, 2009




In Mixtura 1 contributo di Zygmunt Bauman e una mia recensione al suo ultimo libro (coautore Ezio Mauro, Babel, laterza, 2015) qui

venerdì 29 maggio 2015

#LIBRI PREZIOSI / Babel, di Zygmunt Bauman e Ezio Mauro (recensione di M. Ferrario)

Zygmunt BAUMAN e Ezio MAURO, "Babel", Laterza, 2015
160 pagine, € 16,00, ebook € 9,99

Uno scambio a due sui temi di fondo della società attuale: da una parte uno dei massimi sociologi dei nostri tempi, Zygmunt Bauman; dall'altra, il direttore di 'Repubblica', che dimostra di saper maneggiare alla pari con l'interlocutore, con competenza e vivacità di stile espressivo, la complessità dei problemi.

Una conversazione di alto livello, approfondita, ampia e senza pietà: che lancia domande sulla nostra democrazia all'epoca della globalizzazione e della internettizzazione invadente, dell'indebolimento delle sovranità nazionali, della de-responsabilizzazione crescente dei cittadini, del ruolo della stampa nel cercare di restituire al flusso informativo in cui siamo immersi un quadro interpretativo che collochi i fatti nel contesto, dando loro un 'senso': nella duplice accezione di 'significato' e 'direzione'.
Due punti di vista che si integrano, rilanciandosi con abilità la palla e rinforzando i reciproci pensieri. Riferimenti storici puntuali, rimandi concettuali frequenti a sociologi e politologi, presenti e passati, citazioni note e meno note: tutto serve per scavare il presente, problematizzando le questioni che toccano l'esigenza di un nuovo 'con-vivere', meno passivo, rassegnato e assente, ma finalmente padroneggiato da tutti noi, singoli e gruppi, non più sudditi.

Spesso l'analisi sembra portare a una conclusione senza scampo. Siamo nelle mani di un mondo che ci sovrasta e determina: sballottolati dalle ondate, possiamo solo attendere un annegamento che sembra ineluttabile. Ma ambedue gli interlocutori mantengono aperto almeno uno spiraglio di speranza, intravvedendo, tutto sommato e ancora, una volontà e una possibilità di autodeterminazione. Come afferma Ezio Mauro, nelle pagine finali: «Vale la pena di rifarsi ad un passaggio fondamentale del Maestro e Margherita, che durante la dittatura sovietica veniva letto in Russia come una profezia, nonostante tutto: nonostante il peso della realtà, i rapporti di forza, il dominio di un potere costruito per resistere nell’eternità: "Tutto può ancora accadere, perché nulla può durare per sempre". Questa frase di Bulgakov basta per schiudere l’orizzonte.»
Anch'io vorrei che questa frase bastasse a 'schiudere l'orizzonte'. Anche se devo confessare che la mia personale 'speranza', se era 'disperante' prima della lettura di questo bel saggio, ha qualche ragione in più per essere al lumicino. Ma forse, dati i tempi, dobbiamo accontentarci del lumicino, pur timido e tremolante. E del resto, finché ci saranno persone che sanno 'pensare' come i due interlocutori del libro e non smettono di farlo, con inquietudine testarda per poter davvero 'intelligere' (secondo l'etimologia che richiama il saper 'cogliere i nessi'), non tutto è perso. 
Almeno ad una condizione, però, ovviamente: che i due non rimangano due.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Come Richard Sennett ha suggerito di recente, un dialogo che voglia favorire una coabitazione reciprocamente benefica che aiuti a eludere i trabocchetti della prossimità delle differenze dev’essere, nella sua disposizione di fondo, informale, aperto e cooperativo (come opposto di contestativo o combattivo). Informale: dev’essere avviato senza un’agenda predeterminata e regole procedurali, con la speranza che l’una e le altre emergano nel corso del dialogo stesso. Aperto: dev’essere avviato con la volontà da parte di ognuno di assumere il ruolo di discenti oltre a quello di docenti, accettando così la possibilità di scoprirsi sul versante dell’errore. Cooperativo: dev’essere considerato come un gioco a somma più che zero, poiché il suo scopo non dev’essere di dividere i partecipanti in vincenti e perdenti, ma di permettere a ognuno di venirne fuori arricchito di conoscenza e sapienza. 
La formula di Sennett è una cosa tutt’altro che facile nell’applicazione concreta; non è assicurata contro gli errori di conduzione e il suo successo non è affatto garantito. Ma date le condizioni, che noi non abbiamo scelto, l’opzione di quella formula e il serio tentativo di farla funzionare è ciò che può fare la differenza sul lungo termine fra il sopravvivere insieme e il perire insieme. Ed è anche, comunque, la prima vocazione, dovere e responsabilità di tutti e singoli i cittadini di un paese democratico. (Zygmunt Bauman, Babel)

In realtà anche la parola viene sempre più spesso ridotta a segno, o almeno a segnale: pensa all’abuso di acronimi. Se ieri il medium era il messaggio, ora il medium può fare a meno del messaggio. I ragazzi si scambiano col cellulare segnali vuoti per salutare, sollecitare, confermare, e l’impulso riassume definitivamente la parola e il vuoto, sostituendoli. D’altra parte se la tua identità è quella di un punto in una rete e il tuo sistema è fatto di nodi, la questione vitale diventa quella di pulsare, partecipare al grande battito più che al vecchio dibattito, non perdere il ritmo, non uscire dal cerchio. Sentire è necessario più che capire, è una facoltà e non uno sforzo. Al centro della rete – ognuno è al centro e alla periferia del web – io vivo connesso alle emozioni altrui, alle sensazioni degli amici, alle reazioni di sconosciuti, alle informazioni del flusso, alle selezioni prodotte dai social network, alla «folla delle impressioni vaganti e volatili», come dici tu. Io sento, dunque sono. Io sono in rete, dunque sento. (Ezio Mauro, Babel)
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mercoledì 18 marzo 2015

#EXLIBRIS / Società-camping e cittadini-roulottisti (Z. Bauman)

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Il genere di ‘ricettività alla critica’ tipico della società moderna nella sua forma attuale è paragonabile al modello invalso nei camping per roulotte. Il camping è aperto a chiunque possegga una roulotte e il denaro per pagare la quota di soggiorno. Gli ospiti vanno e vengono; nessuno presta molta attenzione al modo in cui è gestito il posto, purché a ciascun cliente sia garantita una piazzola sufficientemente grande, le prese elettriche e i rubinetti dell’acqua siano funzionanti e gli abitanti delle roulotte a fianco non facciano troppo chiasso e tengano basso il volume di radio e televisore portatile dopo una certa ora. Gli ospiti portano nel parcheggio le proprie case agganciate alle auto, equipaggiate di tutto il necessario per il soggiorno, che comunque si sa già deve essere breve. Ciascun turista ha il proprio itinerario e programma di viaggio. Ciò che tutti loro pretendono dai responsabili del camping è poco più (ma anche niente di meno) che essere lasciati in santa pace e non essere disturbati. In cambio, essi promettono di non contestare l’autorità dei responsabili e di pagare quanto dovuto. Poiché pagano, pretendono anche. Si mostrano irremovibili in merito al diritto di usufruire dei servizi promessi, ma per tutti gli altri versi se ne stanno per i fatti propri e si infurierebbero se qualcuno osasse vietarglielo. Occasionalmente, possono reclamare un servizio migliore, e se lo fanno con piglio sufficiente possono anche ottenerlo. Qualora si sentano defraudati o ritengano che i responsabili siano venuti meno alle promesse fatte, i roulottisti possono reclamare il rimborso, ma non si sogneranno neanche di mettere in discussione e rinegoziare la filosofia manageriale del posto, e tanto meno di assumersi la responsabilità di dirigerlo essi stessi. Al massimo, possono decidere di non mettervi più piede e di sconsigliarlo agli amici. Una volta partiti per la tappa successiva, il camping rimane esattamente com’era prima del loro arrivo, in nulla cambiato dalla permanenza dei precedenti campeggiatori e in attesa di altri pronti ad arrivare, sebbene possa accadere che, in caso di lamentele costanti e reiterate da parte dei turisti, la direzione decida di cambiare qualcosa, in modo da evitare in futuro il ripetersi delle proteste. 
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*** Zygmunt BAUMAN, 1925, sociologo e filosofo polacco di origine ebraica, professore emerito di sociologia alle università di Leeds e Varsavia, Modernità liquida, 2000, Laterza, Roma-Bari, 2002. Traduzione di Sergio Minucci.