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sabato 27 marzo 2021

#EX LIBRIS / Buono, eh, ma quando si mangia? (Alessandro Robecchi)

Decidono di andare a cena. Carlo propone un cinese di lusso dalle parti di Porta Venezia, un posto con le bacchette d’oro dove puoi mangiare un raviolo da trenta euro, ma buonissimo, se arriva con lo champagne da duecento. Bianca dice che non ha la mise adatta e la Cirrielli la guarda con un sorrisino, perché lei è vestita da metalmeccanico polacco di Solidarność. Decidono di andare a scandalizzare le geishe che servono ai tavoli e la clientela danarosa. Épater le bourgeois è facile, se puoi pagare il conto. Alle dieci sono di nuovo a casa di Carlo, lui un po’ più povero, e tutti con la stessa fame con cui erano entrati e usciti dal ristorante. Buono, eh, ma quando si mangia?

*** Alessandro ROBECCHI, 1960, giornalista e scrittore, Flora, Sellerio, 2021



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mercoledì 22 aprile 2020

mercoledì 10 luglio 2019

#MOSQUITO / Tutto mischiato nei tempi nuovi (Alessandro Robecchi)

Tutto mischiato, brave persone che diventano delinquenti, occasioni che diventano tentazioni irresistibili. Una volta quel crinale tra guardie e banditi, tra bene e male, era sottilissimo, una lama, e ora è come un sentiero di montagna, largo abbastanza da passarci agevolmente, e lo percorreva anche gente normale, gente perbene, spinta fin lì dalle ingiustizie e dalla rabbia. Lo fanno tutti, girano un sacco di soldi, e sto fuori solo io? I tempi nuovi sono anche questo: si dicono in pubblico parole che una volta ci si vergognava a pensare in privato, il «perché no?» sostituisce il «perché no».

*** Alessandro ROBECCHI, 1960, giornalista, scrittore, I tempi nuovi, Sellerio, 2019


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lunedì 17 giugno 2019

#EX_LIBRIS / Siamo una squadra (Alessandro Robecchi)

È l’ora dell’organizzazione, è il momento dei tempi e metodi, del plurale aziendale, signorina facciamo le fotocopie, signorina prendiamo quella pratica, signorina avvertiamo l’avvocato, che significa signorina fai, signorina prendi, signorina avverti, siamo una squadra, siamo sulla stessa barca, signorina porti pure i caffè. 
Ah, questo no, questo lo dico allo stagista.

*** Alessandro ROBECCHI, 1960, giornalista e scrittore, I tempi nuovi, Sellerio, 2019


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sabato 9 giugno 2018

#MOSQUITO / La teoria del gocciolamento, la rapina del secolo (Alessandro Robecchi)

Questa “teoria del gocciolamento” per cui se i ricchi diventano schifosamente ricchi qualche briciola cadrà dal tavolo e finirà ai poveri e quindi “ci guadagnano tutti” è la rapina del secolo, ma vedo molti rapinandi battere le mani e chiamarsi “popolo”.

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, twitter, 7 giugno 2018, qui


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mercoledì 7 marzo 2018

#BREVITER / Post-Renzi (Alessandro Robecchi, mf)

MasFerrario, Alessandro Robecchi, twitter, 7 marzo 2018, qui

° ° °

MasFerrario, facebook, 7 marzo 2018

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venerdì 12 gennaio 2018

#LIBRI PIACIUTI / "Follia maggiore", di Alessandro Robecchi (recensione di M. Ferrario)

Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore"
Sellerio, 2018
pagine 390, € 15,00, ebook € 9,99 

Un vecchio, un grande amore, la potenza di un rimpianto
Il termine 'serie' non rende giustizia alla brillantezza dei romanzi con cui molti autori sanno affascinarci: evoca una struttura ripetitiva che è il contrario di quella fantasia estrosa che cerchiamo nelle trame.

Con Alessandro Robecchi possiamo andare sul sicuro: è uno scrittore che non tradisce. Non solo per la puntualità delle uscite dei suoi titoli (anche quest'anno è bene inaugurato dal suo quinto, Follia maggiore, appena diffuso in libreria), ma soprattutto per la qualità delle storie (sempre originali, complesse, spiazzanti), l'incisività dei personaggi e la scrittura, unica davvero, per capacità di giocare su più registri (dal serio all'ironico-frizzante, dal freddo-razionale all'emotivo-metaforico, dal prosastico addirittura al quasi poetico).
Certo, come in ogni grande racconto a più episodi, ricorrono alcune figure fisse, che contribuiscono a creare un'atmosfera rassicurante e familiare: Carlo Monterossi, l'ex autore di successo della televisione trash ora in fase di riscatto professionale e alla ricerca di nuove idee di lavoro, si trova sempre a fare da filo conduttore alle storie, aiutato dal suo amico investigatore Oscar Falcone, solo apparentemente improvvisato e svagato e invece sempre puntuale ed efficace nello scoprire fatti e connessioni. E poi c'è la coppia di poliziotti, Ghezzi e Carella, più interessati ai risultati e agli aspetti umani che all'osservanza delle regole burocratiche, i quali ogni volta si trovano a intrecciare le indagini, in modo più o meno casuale, con le vicende in cui sono implicati Carlo e Oscar: e queste vicende, per bizzarre coincidenze, si rivelano spesso al limite della legge.

Ma in questo Follia maggiore il vero protagonista è un vecchio settantenne, che ha chiuso ormai da anni con la carriera di grande finanziere capace di costruire giochi sofisticati, e non sempre limpidi ma altamente remunerativi, per clienti potenti e danarosi.
Una mattina legge dell'uccisione di una donna ormai di mezza età su un marciapiede di Milano e si ritrova di colpo ributtato indietro, a rivivere, e rimpiangere, l'unico vero grande amore del passato. Il vecchio scopre l'esistenza della figlia, di cui non aveva notizie: la giovane, con la morte improvvisa della madre, vede economicamente distrutta la sua aspirazione a intraprendere la carriera di cantante lirica, per la quale pure sembra avere un talento naturale; e lui allora si propone come tutore e mecenate, usando patrimonio e relazioni per facilitare la sua partecipazione ad un concorso internazionale cruciale per il suo futuro.
Senza nulla togliere alla espressività dei tanti personaggi in campo, la figura del vecchio è dominante: non solo colpisce e intriga, ma offre lo spunto per qualche riflessione saporita, e mai noiosa, sulla vita e le occasioni perse.

Ovviamente, come in ogni poliziesco, l'attesa per il finale cresce pagina dopo pagina: pure in questo episodio, come nei precedenti casi, la bravura di Robecchi sta nell'allontanare il momento della risoluzione con sapienza, creando piste divaganti. Ed è così che la sorpresa è assicurata.
Chi poi non si accontenta dell'effetto 'thrilling', ma è attratto anche dalla vena critica applicata al sociale che costituisce la cifra leggera, anche scanzonata, ma mai superficiale di Robecchi, ha modo di essere pienamente soddisfatto.
Insomma, pure per questo aspetto, l'autore non tradisce.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Il vecchio si chiamava Umberto Serrani, aveva settantadue anni ed era – il figlio lo aveva detto quasi con un sospiro di rassegnazione – in forma perfetta, sveglio e mobile, indipendente. Vivo, insomma, ma questo lo aveva pensato Oscar, perché le parole dell’uomo erano state un po’ diverse. 
Oscar aveva fatto le solite domande, incassando le risposte che si aspettava, cioè mezze frasi e nessuna sincerità. Non si capiva bene dove finisse l’amore filiale per il padre scomparso senza una telefonata – e senza rispondere alle sue – e dove iniziasse la preoccupazione dell’erede. O si capiva fin troppo. Che non si compri una tenuta in Islanda, che non regali una villa a qualche ballerina, che non si metta nei guai, era la sostanza, a cui il cliente aveva aggiunto per decenza un «almeno sapere che sta bene», che era l’ultimo dei suoi pensieri, ma doveva dirlo. (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

«È una cosa che riguarda le ossessioni... e l’ipocrisia del mondo... Per tutta la vita metti da parte molte cose, le sospendi, le rimandi, le accatasti in un angolo: le farò da vecchio, ma sì, un giorno avrò tempo. Paradossalmente la cosa è socialmente incoraggiata finché lavori, produci denaro... poi suona male. Uh, è andato a Budapest! Uh, è andato a Napoli. Non è più in sé, poveretto, non ci sta con la testa!... È come se la libertà, ma anche soltanto il libero arbitrio, andassero bene in fase di progettazione e speranza. Dici: un giorno farò questo e quest’altro, tutti annuiscono, approvano, ma poi quando finalmente lo fai non va più tanto bene... mah!». 
«Sta parlando di suo figlio?». 
«Sì, anche di lui». (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

In un grande ristorante di lusso, con decine di posate, cristalli e camerieri che ti rabboccano il vino come l’acqua del radiatore, avevano avuto una piccola discussione. Giulia lamentava che lui non fosse geloso, ma lo faceva per provocazione, per gioco. 
Lei aveva un vestito nero ed era... luccicante. Loro, erano luccicanti. 
Quel tavolo dove erano appena arrivati gli antipasti e lo champagne brillava, gridava a tutti come un banditore del circo: ehi, gente! Qui c’è qualcosa in ballo, signori, venite a vedere! Qui c’è passione, tormenti, schermaglie amorose, c’è odore di sesso! 
Sì, scintillavano, scintillavano davvero. 
«Potrebbero sbattermi come una troia di strada e non ti interesserebbe». 
«Sei ingiusta, non è vero, e lo sai, Giulia... Ho una famiglia, una casa, non posso permettermi di essere geloso... I sentimenti necessitano di piccole... reciprocità, ecco... poi saresti gelosa anche tu e sarebbe l’inferno... perderemmo quello che abbiamo». (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)

Così si erano incamminati per le piccole vie dietro corso Magenta, fino a via De Amicis e al parco delle Basiliche. Ad ogni passo lui sentiva qualcosa sciogliersi, come se vuotasse per la via, a poco a poco, un grosso sacco pieno di pesi inutili. Lei sacchi non ne aveva, o così sembrava. Avevano parlato di loro, cercando di analizzare cosa gli stava succedendo, cos’era quella febbre, quell’agitazione. 
«Voglia», aveva detto lui. 
«Ah, ma non solo». 
«Allora non lo so». 
«Tu non sai mai niente e poi viene fuori che sai tutto... sono solo attimi, sprazzi, Umberto, un giorno te li ricorderai confusi, vaghi, qualcosa di bello che non saprai dire cos’era». 
«Non lo so nemmeno ora». 
«Oh, sì che lo sai, sono attimi d’oro con cui ti farai una corona da re». 
Tornati in albergo lui le aveva parlato a lungo, in un sussurro, appoggiandole le labbra a un orecchio, dopo averla spogliata piano, pianissimo, come se fosse un cristallo che poteva scheggiarsi da un momento all’altro. Lei poi era diventata violenta, frenetica, il suo piacere glielo aveva quasi urlato. Erano stanchi, svuotati. 
«Sono pazza di te». 
Lui non aveva saputo cosa dire, travolto e tramortito dalla sensazione che non ci fossero vie possibili, strade praticabili, se non farsi quella corona di attimi e mettersela in testa, proprio come un re. (Alessandro ROBECCHI, "Follia maggiore", Sellerio, 2018)
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lunedì 25 settembre 2017

venerdì 21 luglio 2017

#SENZA_TAGLI / Bravo Recalcati, curiamo 50 milioni di matti (Alessandro Robecchi)

Sì, ma le cure? Voglio dire: ottima, davvero notevolissima per rigore scientifico e fluidità d’intuizione la diagnosi del professor Recalcati, pubblicata sulla rivista scientifica Repubblica. Meticolosa l’anamnesi, sopraffina l’analisi, univoca la diagnosi: tutti quelli a cui sta sulle balle Matteo Renzi sono matti. Chi non vuole bene a Matteo e non lo ricorda nelle sue preghiere è matto. Chi dubita di lui è matto. In poche parole: sono tutti matti.

Ora, io ho da fare, ho degli impegni, una vita mia, e vorrei evitare di finire in un ospedale psichiatrico guardato a vista dalla Serracchiani, e quindi mi dichiaro subito renziano di ferro. Dottore, mi dica cosa devo applaudire e io applaudo, giusto per non essere scambiato per matto. Chiarita la posizione personale, veniamo ai problemi tecnici. Io credo che con questa faccenda dei matti si possa davvero rilanciare il Paese. Ecco come.

Censimento dei matti. Prima di affrontare il problema dei matti è meglio sapere quanti sono. Il 4 dicembre si sono autodenunciati 19.419.507 matti. Poi ci sono i matti che non hanno votato al referendum, quelli che non sanno nemmeno chi sia Matteo Renzi e persino molti che hanno votato sì e sono diventati matti dopo. Parliamo di una cinquantina di milioni di persone come minimo. Assumere medici, infermieri, capisala per curare adeguatamente questa massa poderosa di matti assicurerà il rilancio del Paese. Senza contare l’industria del mobile e falegnameria, che dovrà produrre milioni di lettini per analisi. Poi il personale amministrativo, e un fotografo nuovo per Recalcati, che nel suo sito compare ruvido e fascinoso mentre si trattiene gli occhiali, perché ha paura che un matto glieli rubi.

Profilassi e prevenzione. Contrariamente a quel che crede Matteo Renzi, non è che la gente pensi continuamente a Matteo Renzi, e quindi parla male di Renzi (mostrando sintomi di follia) solo quando si parla di politica, sinistra, diritti, economia, lavoro e quelle cose lì. Uno al bar con gli amici può chiacchierare di tutto, dal calciomercato alla pittura fiamminga, e magari solo per un momento dice “Uh, Renzi, che palle!”. Come cogliere il paziente nell’esatto momento in cui dimostra di essere matto? Secondo i miei calcoli, basterebbero tre-quattro milioni di persone dislocate in mercati, pizzerie, musei, balere, scuole, palestre, insomma ovunque. Al primo accenno di follia, il funzionario si qualifica e per il matto scatta l’identificazione, la segnalazione alla Asl di competenza, eventualmente il ricovero coatto.

Psicofarmaci. E’ ovvio che nei casi più gravi, e nelle sindromi acute (la sinistra rivoluzionaria che vuole la terra ai contadini e le armi al popolo, quella di Bersani, insomma) si dovrà ricorrere ai farmaci. Con un rapido calcolo, penso che servirebbero dalle ottocento alle mille tonnellate di Xanax da distribuire o somministrare in vario modo, a D’Alema, per esempio, sparate in siringoni con un fucile da rinoceronti. Per sedare alcuni milioni di elettori del Pd che se ne sono andati (per forza! Sono matti!) si useranno diverse formule, da “Ce lo chiede l’Europa”, (dosaggio Monti), a “Te lo giuro, è di sinistra!”, (protocollo Renzi), fino allo sbarazzino “Il primo Xanax mandorlato”, (ricetta Farinetti).

Problemi tecnici. So cosa state pensando: con cinquanta milioni di matti ci sarebbe un ingorgo burocratico. Controllare che tutti quelli che non amano Matteo Renzi vadano alle sedute, prendano le pillole, non saltino le visite periodiche del dottor Recalcati richiede una quantità immensa di dipendenti. Questo è il vero nodo della questione: per controllare i matti che non amano Renzi saremmo costretti ad assumere anche molti matti che non amano Renzi, essendo questi la stragrande maggioranza del paese. E’ un effetto collaterale non da poco. Pensiamoci, professore! 

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Bravo Recalcati! Curiamo 50 milioni di matti e così rilanciamo l’Italia, 'Il Fatto Quotidiano', 19 luglio 2017, qui


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mercoledì 14 giugno 2017

#MOSQUITO / Uomofortismo, lo contrasta il senso del ridicolo (Alessandro Robecchi)

Tutto può sopportare il satrapo tranne che si rida di lui, perché questo gli toglie credibilità, in qualche modo ne mina la virilità, l'autorevolezza. Più gente ride dell'Uomo Forte e più l'uomofortismo fatica a imporsi.
E non si tratta del vecchio adagio - oh, quanto rassicurante! - di una risata che vi seppellirà. No, non proprio. Ma piuttosto di una resistenza umana alle soluzioni facili, al «ghe pensi mi» come pensiero primario, alla delega in bianco. Quando Chaplin girò Il Grande Dittatore (1940) questa mossa eversiva, questa resistenza, fu evidente e clamorosa.
Ridere dell'Uomo Forte - peggio! renderlo ridicolo - contrasta il montare dell'uomofortismo tra la popolazione. E l'ironia, lo sberleffo, tendono a fare caricatura del reale, a rendere paradossale, esagerato, ciò che ci circonda. Insomma, più della politica è il senso del ridicolo a vedere lontano. A riconoscere l'uomofortismo da piccoli indizi senza importanza. 

*** Alessandro ROBECCHI, 1960, giornalista e scrittore, Piccoli indizi di uomofortismo, estratto, 'FQ Millennium', n. 2, giugno 2017
https://it.wikipedia.org/wiki/Alessandro_Robecchi


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giovedì 27 aprile 2017

#MOSQUITO / Idee, come funzionano (Alessandro Robecchi)

Voi lo sapete come funziona con le idee, no? Si affacciano per un istante e poi scompaiono appena le colpite con una raffica di «no, no, ma che mi viene in mente». Poi fanno ciao con la manina e si sporgono un po’ di più. Poi tu fingi di non vederle e loro sono lì a dirti: «beh, e a me non ci pensi?».

*** Alessandro ROBECCHI, 1960, giornalista e scrittore, Torto marcio, Sellerio, 2017


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venerdì 13 gennaio 2017

#LIBRI PIACIUTI / "Torto marcio", di Alessandro Robecchi (recensione di M. Ferrario)

Alessandro ROBECCHI
"Torto marcio"
Sellerio, 2017
pagine 298, € 15,00, € 9,99

Non un semplice 'poliziesco'
Anticipo subito che ho un debole per Alessandro Robecchi. Ed è un debole che diventa sempre più forte soprattutto seguendo i 'noir' che dal 2014 si susseguono con cadenza annuale.

È di questi giorni l'uscita del quarto romanzo, Torto marcio: e il mio pregiudizio positivo per questo autore è ormai diventato un postgiudizio sempre più convinto e argomentato.
Pensavo fosse difficile superare sia il fascino delle tre trame precedenti, tutte complesse eppure lineari, asciutte e coinvolgenti nei loro incastri sorprendenti, che la seduttività della scrittura, mai banale, sempre rapida, nervosa e stuzzicante, ricca di immagini e calda di ironia, ma a tratti capace di commuovere senza la minima caduta nello stucchevole. Invece non solo è avvenuto, ma si sono confermate una volta di più l'inconsistenza, e la riduttività pericolosa, di certe distinzioni di genere: come sempre, quando lo spessore e l'intensità di una storia si uniscono alla abilità di uno scrittore di razza, il quale non solo sa 'giocare' il suo originale stile linguistico, ma, ancor più, in questo caso, sa 'sconfinare', mescolando e problematizzando con maestria fatti di criminalità e questioni sociali, così sollecitando chi legge a sane e non usuali riflessioni.
Questa ultima vicenda, mi pare, assegna a pieno titolo la qualità di 'romanzo-senza-aggettivi' alla storia qui raccontata: più di quanto già non fosse avvenuto nella puntata precedente della serie (Di rabbia e di vento), il tratto poliziesco è l'occasione per toccare temi fondamentali quali l'emarginazione, il disagio sociale, la giustizia, questa volta anche gettando uno sguardo problematico e critico verso l'epoca buia degli anni del piombo terroristico di metà 900.
Ne esce, specie negli ultimi capitoli, un quadro potente e provocante, che interroga la coscienza di chi legge sulle questioni drammatiche e non risolte di una società divisa e sempre più ineguale ed escludente, di cui Milano (città in cui è ambientata la serie) rappresenta un simbolo evidente: un modo intelligente di far pensare, senza appesantimenti seriosi, all'interno di una trama che non vuole solo incuriosire e coinvolgere per la tensione dei fatti che si susseguono e sorprendere per le soluzioni spiazzanti delle pagine finali.

Chi ha letto i precedenti romanzi ritrova i personaggi cui si è affezionato. Innanzi tutto Carlo Monterossi, finalmente prossimo a chiudere con il mestiere di autore televisivo di una trasmissione di successo che sta degradando sempre più verso il 'trash' più sfacciato e anche stavolta casualmente trascinato in uno degli episodi centrali della vicenda. Poi il suo amico Oscar Falcone, burbero e accattivante proprio per questo suo tratto solitario e scontroso, detective improvvisato, ma sempre acuto nelle intuizioni ed efficientissimo nel raccogliere le informazioni apparentemente più introvabili. E infine i due poliziotti Ghezzi e Carella, diversi per sensibilità, ma entrambi tignosi nell'inseguire ostinatamente la verità, anche a dispetto delle convenienze e delle procedure.

L'avvio della vicenda prende spunto dal furto di un anello prezioso, di valore storico, che Monterossi si impegna a recuperare con il suo amico Falcone e che è stato sottratto da un furfantello alla vecchia madre della sua agente, ma poi la narrazione si sviluppa tutta attorno a tre misteriosi omicidi, che non sembrano avere in comune altro che un sasso lasciato sul corpo di ogni cadavere.

Le pagine scorrono, senza mai una caduta di tono, anche grazie a dialoghi veloci, frizzanti, spesso conditi da uno humor sottile. La trama cresce con continuità, senza tempi morti o inutili divagazioni, e le descrizioni, benché secche e rapide, sanno dare squarci gustosi di realtà, anche fotografando momenti preziosi di clima umano: come ad esempio la relazione, tenera, fra il poliziotto Ghezzi e la moglie o il dialogo finale, brillante e sconcertante insieme, fra Monterossi e la moglie dell'ultimo assassinato.

Insomma, la serie è ormai pienamente collaudata e le storie, i personaggi, la scrittura hanno raggiunto la completa maturità: unico problema sarà mantenere le attese, ulteriormente cresciute con questo quarto volume, anche per il futuro. Perché diamo per scontato che la fantasia di Robecchi non si sia esaurita. E di questo, siamo convinti, lo scrittore non ci potrà accusare di avere torto marcio.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
«Eh, ma questa è speciale, è una fiorentina da un chilo e passa... perché, quanto costa una bistecca?», aveva detto lui prima di rendersi conto che stava aggiungendo disastro a disastro. 
Poi lei aveva sgranato gli occhi, sempre fissi sullo scontrino, e aveva lanciato un gemito da capretto al macello: 
«Hai pagato quattordici euro per tre pomodori? Tarcisio!». 
Sì, questo lo aveva notato anche lui. Ma lì, in quella gioielleria del fu Gotti buonanima, trattato come un principe, circondato da signore che sembravano vestite da sera anche se dicevano «me le faccia sottili, Franco, mi raccomando», parlando di fettine diafane come Desdemona già strangolata, non aveva resistito. Aveva visto quei pomodori cuore di bue, grossi come i pugni di un peso massimo, così assurdamente fuori stagione che sembravano buonissimi, ne aveva avuto voglia, li aveva davvero bramati, ecco. E ora non sa far altro che balbettare come gli imputati che interroga lui: 
«Vengono dalla Spagna». 
«Tarcisio, per costare così ci sono venuti in taxi, dalla Spagna!». 
Ora lui sa qual è il gioco delle parti: deve passare al contrattacco, se no saranno giorni e giorni di muso, mezze frasi, silenzi. 
«E dai, Rosa, per una volta trattiamoci bene, no?». 
Ma questo aveva peggiorato le cose, e aperto, ma no, spalancato, peggio, mandato in frantumi, il vaso di Pandora. 
«Tarcisio, centocinque euro per una bistecca e tre pomodori di serra che sono maturati sul camion... e io che sto qui a fare i salti mortali per mettere insieme il pranzo con la cena... ma lo sai che io faccio anche tre chilometri a piedi, tutti i giorni, per correre dietro alle offerte? Lo sai che è da gennaio che batto i mercati per comprarmi le scarpe e rimando, rimando, perché sono care?».
Ora, lo vedete anche voi il conflitto interiore del vicesovrintendente Ghezzi seduto al tavolo della cucina, pover’uomo. Da un lato la tentazione di attivare la modalità «orecchie da marito», con le parole di lei che entrano ed escono senza lasciare traccia; dall’altro lato la volontà di difendersi e giustificarsi, mentre vede sfumare lo scenario che aveva immaginato: mangiare quella carne d’oro zecchino con la sua signora, per una volta a un’ora decente, aprire una bottiglia, gustare piano quei pomodori che dovrebbero stare in un caveau, un filo d’olio e... (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)

Tutti, in coro, si chiedono cosa sta succedendo nella «capitale morale». Il tono è sempre quello del «dove andremo a finire, signora mia», ma le varianti sono infinite. I giornali della destra puntano il dito sull’immigrazione: «troppi quartieri fuori controllo», cosa decisamente incongrua, se si pensa che i delitti sono avvenuti in zone benestanti, addirittura ricche, della città. Qualcuno chiede misure straordinarie. Altri sono andati a intervistare gli abitanti delle due vie sporcate di sangue. Là in via Mauri, l’omicidio Gotti, hanno raccolto paura e insofferenza per lo Stato «che non ci difende», insieme al solito orgoglio calvinista del «qui siamo gente che lavora», come se si appellassero al buonsenso, come se dicessero: spararci è antieconomico. 
In via Sofocle, dove è morto il Crisanti, i cronisti hanno fatto più fatica, perché lì gli abitanti se ne stanno dietro cancelli, telecamere, cani feroci e antifurti raffinatissimi. Così hanno ripiegato sulla servitù: autisti, domestiche, badanti per i vecchi ricchi, raccogliendo le solite cose: molto dispiacere, qualche preoccupazione, la confusione di polizia e lampeggianti, e l’architetto Crisanti che sì, lo conoscevano tutti, andava e veniva senza orari da quella bella casa. 
Manca solo il «salutava sempre», ma non è una distrazione dei cronisti, è che proprio non lo dice nessuno, anche perché probabilmente il Crisanti non si metteva a salutare i domestici per la strada, né i suoi né quelli degli altri, ed era un vero stronzo, anche se questo, di un morto, non si dice mai. (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)

Lui la guarda. Come al solito la trova bellissima, anche se adesso ha gli occhi rossi e i capelli tutti scompigliati. È bellissima lo stesso. 
Tutto bene? vorrebbe dirle. Ma guardaci, cazzo. 
Tutto bene? Una topaia, niente lavoro, bisogna strisciare per farsi pagare due lire incarichi merdosi di sei mesi fa, bisogna farsi vendere dai calabresi i mezzi di produzione – intende il Mac nuovo. Dal venti del mese vai a pranzo da mamma perché qui non c’è niente. Tutto bene? Tutto bene, porca puttana? 
Vorrebbe dirle che cosa ha visto negli ultimi giorni. Delle case, delle macchine, dei vestiti che hanno quelli là, quelli che stanno nell’altra Milano, quelli che la lotta di classe l’hanno vinta alla grande, mentre loro stanno lì a fare i comunicati per due stronze che si sistemano con le loro mani la casa popolare che cade a pezzi, e se ne vantano pure. 
Poi vorrebbe dirle del tono di disprezzo che ha sentito in quelle parole del nero: «monsieur le communiste». E che c’era dentro tutto il sarcasmo del mondo, una cosa che non meritava nemmeno di diventare odio, era solo scherno. Uno sputo in faccia. 
Le guarda la nuca mentre lei appoggia una guancia sul suo petto che si alza e abbassa piano per il respiro. 
«Scopiamo», dice lui. 
«No, caro. Lavori in corso, impraticabilità del campo». 
«Allora tocca a te», dice lui abbassando la lampo dei jeans. 
«Sei un porco, signor Girardi», dice Chiara. E ride che pare felice. (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)

«Insomma, i dati che ho sono dal 2002 al 2012, prima è difficile sapere qualcosa. Il sov mi ha chiesto nomi e motivo della condanna, ma il tipo dell’associazione, lì, un radicale o qualcosa del genere, mi ha detto che i reati non li ha, per loro uno morto in galera è uno morto in galera, e non gli importa quello che ha fatto per finire dentro». 
«E allora?», stavolta è Carella che preme. 
«E allora, senza quelli morti nei centri per stranieri o ai domiciliari, escludendo le overdose e i suicidi... abbiamo quasi duecento morti per malattia in galera, sov, in dieci anni, precisamente 183... il tipo dice che ci sono un altro centinaio di casi per cui è stata aperta un’inchiesta, ma insomma, quelli sicuri morti di malattia in galera sono questi qua». Mostra dei fogli stampati scritti fitti. 
La signora Rosa si copre gli occhi con le mani. Quasi duecento morti di malattia. Capisce anche lei cosa significa: non curati, lasciati crepare. 
Ghezzi e Carella si guardano. Ora lo scazzo di prima non c’è più, e nemmeno la tensione. C’è solo l’enormità di quel numero. E loro due, che sono poliziotti, non boia o giustizieri, ne capiscono la portata. Loro li catturano, si fanno il sangue marcio per prenderli, ci perdono il sonno e la salute, ma non vogliono essere complici di omicidio, e se non curi un malato, quello è: omicidio. Lo pensano tutti e due e se lo dicono con uno sguardo lungo.
«Porca puttana, ma sono tantissimi!», dice Selvi. 
«Il venti per cento dei morti in galera», dice Sannucci, «gli altri sono quasi tutti suicidi, quelli sì che sono tanti». (Alessandro Robecchi, "Torto marcio", Sellerio, 2017)
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In Mixtura le mie recensioni precedenti
* Di rabbia e di vento, Sellerio, 2016, qui
* Dove sei stanotte, Sellerio, 2015, qui

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mercoledì 14 dicembre 2016

#SENZA_TAGLI / Merito?, vince chi fa cazzate (Alessandro Robecchi)

Osservare il governo Gentiloni sarà come guardare la televisione con Renzi che tiene il telecomando. Però – anche se può spegnersi da un momento all’altro – non sottovalutiamo lo spettacolo dell’unico governo nella Galassia in cui il ministro dello Sport nominerà i vertici di Eni, per dirne una. Bizantinismi del potere renziano. Ma quello che è giusto è giusto e bisogna ringraziare il governo Gentiloni di una cosa: nel giro di poche ore ha fatto piazza pulita di tutte le retoriche puttanate che sentiamo da anni a proposito di “premiare il merito”.

Questa annosa questione di “premiare il merito” ci viene recitata in accorate novene, allarmati appelli e invocazioni ad ogni discorso pubblico. Il pippone didattico-darwinista che chi è bravo deve andare avanti, che il talento va premiato, che bisogna battersi con la vita come leoni nella savana, è un classico imperituro di un paese che è molto nepotista e molto ereditario. E’ una specie di regola, per cui più si parla di una cosa e meno la si pratica, vale per lo sport, per il sesso, e pure per il merito. Ora il nuovo governo mette un punto decisivo sulla questione: tutte fregnacce, si può essere molto mediocri ed essere premiati lo stesso. Si può cannare completamente il compito assegnato ed essere promossi con lode. Immaginate lo sconcerto di uno che va a scuola e si ritrova in classe, al primo banco, cocca della prof, quella biondina bocciata l’anno scorso con tutti quattro in pagella.

Grazie, grazie, grazie, finalmente cade il velo su quella assurda questione che per fare qualcosa bisogna saperla fare. E invece la nuova compagine ministeriale libera lo spirito ardimentoso che è in noi, e ognuno penserà: beh, se dopo il disastro causato a colpi di voucher e licenziamenti Poletti può fare ancora il ministro del lavoro, perché io non posso costruire un missile, aggiustare una caldaia, fondare una corrente pittorica?

Insomma, l’ascensore sociale è bloccato, le scale sono insaponate, ti fanno il bel discorsetto sul merito e sul meritarsi le cose. Dopo una giornata in cui ti sei fatto un merito così, vai a casa, accendi la tivù e vedi Marianna Madia, che ha appena preso quattro nella sua materia, che viene promossa e ri-giura da ministro. Di Maria Elena Boschi non serve quasi dire: la sua è una promozione clamorosa, un’incoronazione, una specie di giubileo in ode alla sconfitta. Come stappare lo spumante dopo Caporetto, come promuovere il comandante Schettino a capo della Marina, davvero incomprensibile. Con il che si capisce che non solo il merito (e vabbé), ma pure la sconfitta, personale, tecnica e politica, non c’entrano più nulla con l’essere promossi o bocciati. Se la signora Finocchiaro, che è stata relatrice al Senato di una riforma presa a ceffoni dagli italiani, giura come nuovo ministro delle riforme, allora vale tutto. E si spiega in un solo modo: le ruote hanno perso aderenza, si sbanda di brutto, la distanza tra quel che sente il paese e chi lo governa è così siderale, vertiginosa, incolmabile, che non basterà qualche trucchetto della narrazione. Chi si fosse addormentato sabato 3 dicembre e svegliato ieri, avrebbe detto: “Oh, cazzo, ha vinto il Sì, ma dov’è Matteo, manca solo lui”. Il giuramento del governo Premiare-il-merito, in quel meraviglioso salone quirinalizio, aveva questa volta un sapore di decadenza vera. Una solenne cerimonia, a Versailles, nell’estate del 1789, mentre fuori impazza lo scontento, la rabbia, il disamore. I vecchi notabili, i piccoli impiccioni di corte, le mezze figure che hanno potere vero, le contessine delle riforme bocciate che ancora guidano il minuetto. Matteo sta sul divano con il telecomando in mano. Guarda questo film in costume pronto a spegnere quando conviene a lui e di quelli fuori da Versailles chi se ne frega. Se ne faranno una ragione (cit).

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Con la meritocrazia abbiamo scherzato: vince chi fa cazzate, 'Il Fatto Quotidiano', 14 dicembre 2016, qui


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mercoledì 7 dicembre 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum, realtà batte narrazione 60 e 40 (Alessandro Robecchi)

Non è la prima volta che lo dico: farsi convincere dalla propria stessa propaganda è un errore idiota, da comunisti. E si direbbe l’ultima cosa comunista rimasta da queste parti.

Il primo pensiero sulla Waterloo renzista è questo: la narrazione ha fallito. Era sbagliata. Era stupida. Offensiva. Disegnava scenari inesistenti di sorti luminose e progressive per coprire una realtà di crisi e sofferenza. Un leader sconfitto che dice “Non credevo che mi odiassero così tanto” (il Corriere, oggi) è un leader che parla solo coi i suoi servi, che visita solo le fabbriche degli amici finanziatori e non quelle in crisi, che delegittima sempre l’avversario, perdendolo per sempre, trasformandolo in un nemico.

Chi semina vento raccoglie tempesta.

Questo fatto di vedere in primo piano la débacle della narrazione – me ne scuso – è una specie di deformazione professionale. Ma di questo, sul mio giornale (e qui), mi sono occupato soprattutto in questo anno: segnalare la distanza tra lo storytelling renziano e l’Italia. Non si può dire che non li avevamo avvertiti, ecco.

In cambio, in cambio di quel “ehi, vi state sbagliando!”, sono arrivati insulti e contumelie, prima eravamo gufi, poi rosiconi perché Lui vinceva, poi (fascisticamente, le parole sono importanti) “disfattisti”. Irridere i lavoratori e i sindacati (il gettone del telefono…), sposare una modernità da startup un po’ pirata con il mito della velocità che trasforma i diritti in zavorre e le regole in fastidiosi condizionamenti. Questo è stato il renzismo, se gli levate le storielle dei narratori. E precariato alle stelle, lavoro mortificato, tasse mascherate, bugie vergognose, tagli alla sanità. Tutto il contrario di quello che narravano le loro favolette di “futuro” e “italiariparte” e “grande potenza culturale”. Il No al 51 sarebbe stato un “no grazie”, al 55 un “No, e piantala”, al 60 è un “No e vaffanculo”. Spiace che questa nobile espressione popolare sia diventata lo slogan di un partito che non mi è simpatico, ma sia: si certifica almeno che non c’è copyright sul vaffanculo.

Ci mancheranno le bischerate toscane, le foto in bianco e nero dell’agiografia ufficiale, gli slogan infantili dei cantori a tassametro, la malafede di quelli che “il segretario ha sempre ragione”. Tra questi – una prece – i giovinetti burbanzosi della “nuova politica”, ordinati e devoti come balilla al servizio del capo, storditi, oggi, nell’apprendere finalmente quanto (tanto) il capo fosse detestato. Ora assisteremo ai riposizionamenti, ai distinguo, ai “Io? Mai stato renziano”. E’ il momento di avere buona memoria.

Ma al di là di questo – che non è contorno ma nemmeno sostanza – c’è il più disastroso fallimento politico del dopoguerra italiano. L’idea di poter perdere i propri voti di sinistra (spacciando quella perdita per modernizzazione) perché tanto arrivano quelli di destra era un calcolo sbagliato. Berciare per anni sui giovani a cui le generazioni precedenti “rubano il futuro” e poi essere votati solo dalle generazioni precedenti e non dai giovani. Mettere in circolo il veleno della guerra tra generazioni e perdere pure quella. Sostituire diritti con regali pensando che la gente non se ne accorga. Andare a elemosinare voti e consensi con il peggior clientelismo possibile (i De Luca, il pellegrinaggio di Lotti dai capataz cosentiniani, i favori a banchieri e mercati, l’occupazione del potere in ogni angolo…).

Mi diceva un amico rumeno che ad ogni comparsa di Ceausescu, molta gente si avvicinava al leader con bigliettini che dicevano: grande leader, succede questo, succede quello… Pensavano che lui non sapesse, lo credevano in buona fede, lo avvertivano. Con Renzi si è fatto lo stesso: lo si avvertiva che il paese di cui parlava non era quello reale. E lui – e i suoi – rispondevano a insulti.

Il fallimento politico del renzismo è il fallimento clamoroso, il crollo indegno, di un disegno che il paese non vuole. Il partito della nazione, una macchina statale più veloce e controllabile per favorire “la velocità dell’economia”, che significa piegarsi a regole decise nei consigli di amministrazione e non dalla politica e dalla democrazia. Tutto questo non va bene. A tutto questo è stato detto No. E proprio ora che c’è incertezza nel futuro si capisce bene che tenersi una Costituzione così, che ci ha salvato in larga parte persino da Berlusconi, è una cosa preziosa, da non stravolgere per il plebiscito di un singolo.

Il plebiscito c’è stato, comunque: 60 a 40 non è una sconfitta, è un disastro.
Ci sarà tempo di pensare a quello che è diventata l’informazione, grandi giornali, tutte le tivù, tutti schierati dalla parte della sconfitta bruciante, è un vaffanculo  un po’ anche per loro. Ma non tanto sull’inchinarsi al potente di turno, quando sull’incapacità, anche loro, persino loro, di vedere il paese reale e di preferire le favolette belle della propaganda. Approfitto per dire che sono molto contento del mio giornale, Il Fatto Quotidiano, di chi ci scrive, di come ha condotto questa battaglia di autodifesa degli italiani.

Ora è il tempo di ricominciare a parlare di politica, non delle visioni lisergiche di un ragazzotto con problemi di ipertrofia dell’ego e dei suoi camerieri.

Via, e subito, e presto, anche dal Pd, se si vuole un partito vagamente di sinistra in Italia. E via subito anche i suoi uomini nei posti chiave, per evitare che un potere perdente si aggrovigli alle strutture e faccia ulteriori danni. Il paese che si voleva “velocizzare” ha perso un anno intero dietro alle paturnie di una sedicente classe dirigente, la più mediocre che si sia mai vista.

Della signorina Boschi non è il caso di parlare, questa singola riga è già troppo per il suo spessore.

E’ l’ora del “Che fare?”, ma siamo qui per questo, no?

E’ sempre l’ora del “Che fare?” se non ti va di essere suddito, ardito o balilla.

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Realtà batte narrazione 60 a 40. E ora è il momento del “Che fare?”, 'blog 'alessandrorobecchi.it', 5 dicembre 2016, qui


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giovedì 19 maggio 2016

#SENZA_TAGLI / Gramsci, la 'connessione sentimentale' e il partito della (mezza) nazione (Alessandro Robecchi)

Le amministrative sono qui, il referendum-fine-di-mondo è là, sullo sfondo, e ci aspetta. In mezzo ci sarà un lunghissimo estenuante match di propaganda, colpi bassi, gomitate, ginocchiate nelle palle, falsità e o-vince-il-sì-o-moriremo-tutti. Va bene, questo si sa.

Ma intanto è bene controllare se chi propone la famosa riforma costituzionale ha ben presente il polso del paese, se, insomma, ha allacciato con l’Italia un’intesa ideale. Qualche tempo fa i guru della comunicazione di Matteo Renzi spingevano assai su questo tasto: creare una “connessione sentimentale” con i cittadini. E’ una bellissima sintesi, questa della “connessione sentimentale”, e infatti mica è loro, ovvio, è di Antonio Gramsci che ne parlava a proposito del rapporto tra intellettuali e popolo-nazione. Rubata in fretta e furia a Gramsci quella bandierina, si prese ad agitarla freneticamente e oggi forse – quasi due anni e mezzo dopo l’incoronazione del premier – si può verificare se quella “connessione sentimentale” c’è stata o no, se qualcosa è cambiato, se quel senso di nuovo dinamico e berluccicante che twittava “arrivo, arrivo” dalle stanze del Quirinale si è “connesso” con il paese.

Parrebbe di no.

Lentamente, inesorabilmente, il nuovo è un po’ invecchiato. La fiducia nei politici e nella politica in generale non sta messa meglio di prima, anzi. La sensazione che si siano intaccati certi privilegi non esiste, il concetto di rinnovamento della classe dirigente (rozzamente definito “rottamazione”) si infrange sulla ghigna verdiniana. Sul jobs act si sono date cifre false ed esagerate e qualcuno comincia a pensare che con 19 miliardi si sarebbe potuta aumentare l’occupazione in modi più efficaci. In compenso i vecchi lavoratori precari (precariato più volte dichiarato abolito dal premier) macinano voucher come antichi cottimisti delle filande.

Si potrebbe continuare, passare per la buona scuola, o per lo straordinario volano economico che l’Expo avrebbe messo in moto, che però non si vede, o per la famosa questione morale. O si potrebbe dire dell’incauto innamoramento governativo per la classe imprenditoriale, tutta quella retorica su il “fare impresa” e il “made in Italy”. Bello, rubare frasette a Gramsci e programmi a Confindustria, fa molto Partito della Nazione. Ma poi si scopre (notizia un po’ silenziata) che 60.000 aziende hanno truffato l’Inps per avere incentivi dal Jobs act, che i soliti noti hanno i soldi chissà dove (ma non qui), per tacere della ministra Guidi. Ecco, anche questa narrazione si è un po’ arenata contro quello scoglio insormontabile che è il principio di realtà.

Ora, se ti dicono che non sei più precario e ti ritrovi precario come o peggio di prima, fai un po’ fatica ad avere ‘sta famosa “connessione sentimentale”.

Ma non è finita. Il lavoro di costruzione della nostra Costituzione (1947) è stato un delicato, perfetto, precisissimo lavoro di cesello. Anche se nel Paese i Don Camillo e i Peppone si prendevano ancora sonoramente a legnate, una connessione sentimentale tra il paese e la sua legge principale – e con l’assemblea che faticosamente la scriveva – c’era eccome. Per la Costituzione che si propone ora no. La sua scrittura pare sciatta e frettolosa, gli argomenti con cui la si sostiene sono impostati come un testa o croce sul premier attuale. In poche parole: il paese è diviso, queste riforme sono divisive e quelli che cianciavano di “connessione sentimentale”, comunque vada, avranno di fronte un paese diviso e incattivito dallo scontro. Chi teorizzava, avvolto in una bella frase gramsciana, un’armonica unità d’intenti del paese e un abbraccio di amorosi sensi tra cittadini e “nuovo corso”, ha finito per dividere e lacerare. Insomma, un’altra narrazione farlocca per il Partito della (mezza) Nazione.

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista, scrittore, Gramsci, la connessione sentimentale e il Partito della (mezza) Nazione, 'Il Fatto Quotidiano', 18 maggio 2016, qui 



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lunedì 4 aprile 2016

#VIDEO / Martin Luther King (Erica Vitellozzi, Peter Freeman, Alessandro Robecchi)

[ Oggi di 48 anni fa moriva assassinato Martin Luther King (1929-1968).



Martin Luther KING, 1929-1968
pastore protestante statunitense, leader dei diritti civili
Figu, album di persone notevoli, Rai3.
Programma tv di Peter Freeman e Alessandro Robecchi (a cura di Erica Vitellozzi)
montaggio di Stefano Nisti
caricato da Stefano Nisti, 14 ottobre 2013
video 5min36