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martedì 6 luglio 2021

#EX LIBRIS / La realtà puzza (Antonio Manzini)

 «Che penso della realtà? Puzza». Riaccese la canna che s’era spenta. «Puzza di sudore, di roba andata a male, puzza di gente marcia, che ti tradisce, ammazza, stupra, violenta. Pochi gli odori buoni. La maria, il vino, voi. Stop».

*** Antonio MANZINI, scrittore, Vecchie conoscenze, Sellerio, 2021


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lunedì 27 gennaio 2020

#EX_LIBRIS / La classificazione (Antonio Manzini)

«Vede, ho una personale classificazione delle rotture di coglioni che la vita nella sua indifferenza mi propina giornalmente. Si va dal sesto livello fino al decimo. C’è un po’ di tutto, i tabaccai chiusi, Radio Maria, i calzini che al posto dell’elastico hanno un laccio emostatico, D’Intino, che è un mio agente, battesimi, comunioni, matrimoni, Natale e Capodanno. Ma al decimo livello c’è una sola, solitaria regina, padrona indiscussa del mio destino. E sa qual è?». 
Il medico trattenendo una risata riuscì a rispondere. 
«Ho un sospetto». 
«Già. Il caso sul groppone. È la più grande rottura di coglioni che esista perché lo devo risolvere. Non è sete di giustizia la mia, mi creda, è che non mi piace essere preso in giro. Solo che per capire mi devo trasformare». 
«Non la seguo di nuovo». 
«Devo entrare nel corpo del figlio di puttana che ha decretato arbitrariamente la fine di un’esistenza. Anche qui i nostri lavori si somigliano. Lei entra con le mani nei corpi, taglia cuce e guarisce; io con la mente devo infilarmi nella testa di questa gente, che è una palude, mi creda. Sporcarmi i vestiti, la pelle, diventare una creatura di quegli stagni luridi, fogne a cielo aperto. Lei si toglie i guanti, si disinfetta e torna a casa. A me la sporcizia resta attaccata addosso, non va più via».

*** Antonio MANZINI, 1964, scrittore, sceneggiatore, attore, regista, Ah l'amore l'amore, Sellerio, 2020


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lunedì 17 dicembre 2018

#EX_LIBRIS / Lui arrivava al capolinea (Antonio Manzini)

No, si disse Rocco, il medico non sarebbe stato un lavoro possibile. Lui arrivava a cose fatte, quando la vita se n’era andata e non c’era più da combattere. Si sentiva più uno spazzino, un monatto, di quelli che durante la peste se ne andavano in giro coi carretti a raccattare cadaveri. Non salvava nessuno, non era la speranza di nessuno. Chi corre da un medico ha aspettative. Persone spaventate, ma che guardano avanti, respirando a fatica con la certezza che una soluzione c’è. Va solo trovata. Lui lavorava al capolinea e soluzioni non ne aveva. 
Scavo nel fango e nel fetore della decomposizione, non per restituire la vita, l’aria a qualcuno. Io devo solo trovare la testa di cazzo che con una coltellata, un colpo di pistola, una bastonata ha distrutto tutto, pensò. 
Non ci vuole niente a morire, lo sapeva, eppure, nonostante gli esseri umani vivano su un baratro ogni giorno della loro vita, fanno finta di niente.

*** Antonio MANZINI, Fate il vostro gioco, Sellerio, 2018


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lunedì 1 gennaio 2018

#MOSQUITO / 2018, quattro vorrei (Michela Murgia, Roberto Vecchioni, Antonio Manzini, Valeria Parrella)

VORREI un 2018 antifascista, intendendo per fascista tutto quello che banalizza la realtà con la pretesa di semplificarla, che preferisce il capo che comanda al leader che ispira, che crede che nemico e avversario siano la stessa cosa e che pensa che l'identità sia una cosa che non cambia più.
*** Michela MURGIA, scrittrice, 'Robinson', 31 dicembre 2017

° ° °
VORREI che gli ignoranti fossero additati, quelli 'chissenefrea' e, peggio del peggio, quelli 'ho trovato me stesso', che era meglio se lo perdevano. Vorrei che i ciclisti dei marciapiedi la smettessero di sentirsi minoranza perseguitata. Che i perdenti una volta vincessero Che la tecnologia fosse presa per ciò che è: un barlume che rischiara ombre di verità irraggiungibili.
*** Roberto VECCHIONI, cantautore, insegnante, scrittore, 'Robinson', 31 dicembre 2017

° ° °
PER L'ANNO NUOVO non voglio fare auguri solenni, mi basterebbero due cose molto semplici: che il profitto non sia il fine delle azioni degli esseri umani e che la gente la smetta di rompere i coglioni. E' tutto lì. Guerre, carestie, ingiustizie, malaffare, criminalità, possesso di armi, tutto ciò nasce da queste due inclinazioni umane, eliminate le quali si vivrebbe meglio.
*** Antonio MANZINI, scrittore,  'Robinson', 31 dicembre 2017

° ° °
L'AUGURIO E' che l'anno che verrà sia più dolce ai bambini: che quei 220 mila minori in Italia per cui la mensa scolastica è l'unico pasto della giornata siano sollevati dalla povertà, che quelli che partono da terre lontane arrivino sicuri nei nostri porti attraverso i corridoi umanitari, che quelli nati sul nostro suolo siano automaticamente (non temperatamente) italiani. Sono tre cose facili facili, basta votarle.
*** Valeria PARRELLA, scrittrice,  'Robinson', 31 dicembre 2017


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lunedì 24 ottobre 2016

#LIBRI PIACIUTI / "Orfani bianchi", di Antonio Manzini (recensione di M. Ferrario)

Antonio MANZINI, "Orfani bianchi"
Chiarelettere, 2016
pagine 201, € 16,00, ebook € 9,99

Un sano colpo allo stomaco
Poteva rappresentare un rischio lasciare in sospeso, anche solo per un giro, la serie fortunata delle vicende del vicequestore Rocco Schiavone e buttarsi in campo aperto, a inseguire una storia senza i confini rassicuranti del genere poliziesco. 
Ma il rischio è stato brillantemente superato. Segno che l'autore, Antonio Manzini, è scrittore a pieno titolo: che sa costruire storie convincenti e affascinanti anche al di là dei generi e che i generi, quelli polizieschi in particolare, sono schemi non solo artificiosi, ma anche pericolosi, perché possono confinare e irrigidire il talento narrativo, quando c'è, entro le strettoie un po' troppo rigide di un campo definito, dalle regole risapute e dalla struttura convenzionale.

Scrive Antonio Manzini in apertura di questo suo 'Orfani bianchi': “Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”.

Il romanzo è un colpo allo stomaco. E lo è tanto più in quanto lo stile che accompagna la narrazione, sempre chiaro e invitante, procede asciutto, serrato, spesso aspro e duro solo per la semplice giustapposizione 'oggettiva' dei fatti raccontati: ed è per questo che, senza cedimenti ad alcuna retorica stucchevole, è capace di commuovere anche le 'pance' più difese e riottose. 

La vicenda cattura, da subito. Non si può non provare empatia per Mirta, la badante moldava che ne è la protagonista: una delle tante, dimenticate, giovani donne costrette ad abbandonare in patria genitori anziani e figli piccoli, venendo meno al loro ruolo di cura di figlie e di madri, per emigrare da noi e accudire, in questa parte opulenta di mondo, quei nostri vecchi che, per varie ragioni, noi abbiamo deciso di 'scaricare' nelle loro mani. 
Il tentativo di riscatto di questa donna, la sua vita quotidiana di sofferenza, disperata e dolente, il suo sfruttamento, sempre colorato di un razzismo anche impudentemente sbattuto in faccia, non possono lasciare indifferenti. 

Certo, nessun libro è in grado di cambiare, di per sé, una visione della vita: e del resto nessun autore può darsi un obiettivo tanto assurdamente onnipotente. 
Men che meno possono vacillare, solo per la semplice lettura di questo romanzo, le nostre convinzioni e abitudini, dure e ben radicate, anche perché funzionali al tipo di struttura profonda che abbiamo dato, volenti o nolenti, alla società in cui viviamo. 
Eppure, qualche pensiero 'sanamente' disturbante, e dunque fastidioso e controcorrente, la vicenda di Mirta, nel suo svolgersi grigio e disperato, non può non stimolarlo. Ed è questo che costituisce il vero valore aggiunto del romanzo: lo si paga con una partecipazione, sofferta e mai rilassata, alla storia dolorosa e inquietante di questa madre che ha dovuto abbandonare in patria il figlio ragazzino, disposta a qualunque sacrificio pur di dargli, finalmente, un futuro di benessere economico, autonomia, dignità. Ma è un prezzo - piccolo per chi legge, in confronto con chi vive davvero nella realtà il dramma dell'esclusione e dell'indigenza -, che vale la pena pagare: perché la vicenda ci ricorda cose che abbiamo dimenticato, o addirittura non riusciamo a vedere, come sempre accade quando è più comodo accantonare ciò che è bene non vedere. 
Anche per questo, almeno per quanto mi riguarda, sento il piacere di dover dire grazie ad Antonio Manzini per le tre ore intense, anche se per nulla 'spensierate', che il suo romanzo mi ha regalato.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Olivia se ne sta lì. Se la guardi sembra stia mangiando qualcosa, come una mucca, rumina. Ma non mangia. Con la lingua giocherella col ponte che le si è staccato. Un ponte è un pezzo di plastica che tiene tre denti sull’arcata superiore. Dovrebbe tornare dal dentista, solo che il figlio se ne frega. Io, caro Ilie, ho la sensazione che Pierpaolo vede la mamma come una vecchia auto da riparare e gli sembra inutile spenderci soldi. Tanto non serve più. Sarà così? È una cosa che mi fa tristezza, sai? Vecchia o nuova che sia, per me un’auto è sempre un’auto finché cammina, e va riparata tanto quanto una macchina nuova. Ma qui in pochi la pensano così. Almeno, per quello che posso, le faccio da mangiare le cose che le piacciono. Ma masticare bene non può. Lo fa da una sola parte. 
Quando ce ne andiamo, Pina e il marito salutano sempre così: 
«Arrivederci signora Olivia!». A me neanche mi guardano. Vedi Ilie? 
Questa cosa ci deve far riflettere. (Antonio Manzini, "Orfani bianchi", Chiarelettere, 2016)

Mirta continuava a masticare la focaccia e a guardare fuori dal finestrino. Sandra e Natasha, le due ucraine, se ne stavano sedute sulla soglia del portone del condominio. Fumavano e parlavano fitto. 
Un’amica, ecco la mancanza più dolorosa, dopo quella del figlio, che spesso la notte la faceva lacrimare. Qualcuna con cui guardarsi negli occhi, magari ricordare i posti familiari, le sciocchezze fatte assieme, gli uomini che osservavano sussurrandosi parole ridicole nelle orecchie. 
«Oh, mi senti?» 
Mirta si girò di scatto verso Wendy. «Scusa?» 
«Un marito ce l’hai?» Mirta fece no con la testa. 
«Ma hai un figlio, no?» 
«Ilie.» 
«E che l’hai fatto da sola?» 
«No. Si chiamava Adrian.» 
«È morto?» 
«Per me sì.» 
Wendy la guardò senza capire. «È vivo o è morto?» 
«Non lo so. Dopo che è nato Ilie se n’è andato e non l’ho più visto. Qualcuno mi ha detto che è a Mosca. Qualcuno in Germania. Non lo so. Fatto sta che non c’è.» 
«E ti manca?» 
«No.» 
«Come fai a stare senza uomo?» 
Mirta alzò le spalle. «Come fai a stare senza figlio, dovresti chiedermi. E io non saprei risponderti.» 
«Siete tutti così tristi in Romania?» 
«Non sono romena. Sono moldava.» 
«Siete tutti così tristi in Moldavia?» 
«E siete tutti così impiccioni in Perù?» 
«Colombia. Io vengo dalla Colombia!» 
Tornarono a guardare fuori, ognuna persa nei propri pensieri, fino a quando Pippo Bertuccelli bussò sui finestrini del furgoncino gridando: «Andare! Si riprende, signore belle!». (Antonio Manzini, "Orfani bianchi", Chiarelettere, 2016)

L’uomo sorrise. Girò i tacchi e sparì. Mirta si mise le mani nei capelli. Aveva voglia di piangere. Fino a quando sarebbe stata colpevole per nascita? Fino a quando avrebbe dovuto sentire i piedi della gente sulla faccia senza poterseli togliere di dosso? Come se non avesse un orgoglio. La fame te lo toglie, l’orgoglio. E ti toglie l’amor proprio, e la dignità. Come si fa a sopportare di essere colpevole di cose che non hai mai pensato? Solo perché altri quelle cose le fanno. Tutti i giorni. E quindi per riflesso le fai anche tu? Sarebbe mai arrivato il giorno in cui sarebbe stata considerata né più né meno che una donna e giudicata per le sue azioni? Fino a quando ce l’avrebbe fatta? (Antonio Manzini, "Orfani bianchi", Chiarelettere, 2016)
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In Mixtura altri 3 contributi (e relative mie recensioni a 3 libri) di Antonio Manzini qui
I libri recensiti sono: 
* 7-7-2007, Sellerio, 2016
* Sull'orlo del precipizio, Sellerio, 2015
* Era di maggio, Sellerio, 2015

venerdì 29 luglio 2016

#LIBRI PIACIUTI / 7-7-2007, di Antonio Manzini (recensione di M. Ferrario)

Antonio MANZINI, "7-7-2007"
Sellerio, 2016 
pagine 369, € 14,00, ebook € 9,99

Un vicequestore sempre più umano
7-7-2007: titolo criptico e inusuale. Ma il mistero è presto sciolto: e ai lettori affezionati alle vicende seriali di Rocco Schiavone verrà finalmente svelato uno dei tasselli che finora mancava. Si tratta infatti della data di un'estate terribile in cui è rimasta uccisa Marina, la moglie del vicequestore: un giorno incancellabile, che ritornerà ossessivamente nei ricordi del poliziotto, alimenterà in lui un insopprimibile senso di colpa e si insinuerà di soppiatto nella sua psicologia quotidiana, già di per sé poco portata alla pace interiore, ogni volta che sarà chiamato a sbrogliare i tanti casi che gli capiterà di indagare dopo il trasferimento da Roma ad Aosta. 

Il libro è l'occasione per riannodare i fili col passato e dare ordine ad altre tessere, finora accennate, ma di fatto lasciate in ombra, della biografia di Schiavone: le sue origini di ragazzino con un rapporto quanto meno disinvolto con la legalità; le amicizie delinquenziali di gioventù (ancora affettivamente intense e genuine come poche sanno essere); il suo comportamento trasgressivo, o addirittura decisamente fuorilegge, tenuto nel ruolo di vicequestore (uno stile di vita che tra l'altro gli ha consentito l'acquisto di un appartamento non certo abbordabile con lo stipendio fisso di funzionario dello Stato, accendendo prima dei sospetti in Marina e poi mettendo a dura prova la relazione con lei).

Il racconto è per buon parte la riesumazione di un caso, al solito drammatico, intricato e carico di tensione, dell'ultima fase romana di Schiavone.
Il poliziotto è chiamato dal questore e dal procuratore di Aosta, dove ormai è trasferito, a riavvolgere il film dei suoi ricordi, quando ancora operava a Roma, prima dell'allontanamento punitivo. E' giunto il momento in cui è costretto a dare conto delle sue azioni di quegli anni, anche perché il passato non pare essere del tutto archiviato e alcune vicende ancora in atto, e che lo perseguitano pure ad Aosta, sembrano avere le loro radici nell'estate del 2007.

Antonio Manzini è ormai autore supercollaudato: la sua abilità di scrittura è nota e comunemente apprezzata, così come sperimentata è la sua sapienza nel costruire storie che non perdono colpi e mantengono agganciato il lettore.
Eppure, forse, in quest'ultima sua prova, la capacità di unire forza drammatica e efficacia descrittiva a ironia e leggerezza, anche attraverso l'uso di dialoghi spigliati e mai scontati, ha raggiunto il massimo. Per non dire poi di alcune pagine, davvero particolarmente felici, in cui l'amore tra Rocco e Marina è trattato con una dolcezza che sembra sconfinare in poesia.
Insomma, chi ama i confini rassicuranti del genere poliziesco, ma è attirato da storie non insipide, ottimamente raccontate e, soprattutto, aventi come protagonista figure dall'indubbio e genuino spessore umano, ha trovato il libro che gli regala qualche ora di divertimento appetitoso e intelligente. E finisce facilmente per provare una istintiva e crescente simpatia per questo vicequestore che è un ossimoro vivente: burbero, scontroso, cinico, eppure dolce, amabile, di cuore; spregiudicatamente trasgressivo e al confine della (il)legalità, eppure appassionato e cocciuto cacciatore di fuorilegge.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Voleva l’alba anche se sarebbe stata portatrice di caldo e caos. Ma almeno poteva andare in giro a lavorare senza rimuginare troppo su sua moglie. Provò a mettersi con la testa sul caso. Ma i pensieri migravano come uccelli. Un’ambulanza strillava lontana. Pensò a come le notti, man mano che gli anni passavano, diventassero sempre più lunghe. Quando andava al liceo non faceva in tempo a mettersi a letto che era già ora di alzarsi. E anche durante l’università o quando frequentava la scuola superiore di polizia. Se mai la sorte gli avesse concesso la pensione e la vecchiaia, se la immaginava un mondo perennemente abbracciato dal buio, come nel circolo polare artico quando in inverno il sole non riesce a carezzare il paesaggio neanche a mezzogiorno. (Antonio Manzini, "7-7-2007", Sellerio, 2016) 

Le chiavi nella toppa della porta lo fecero voltare verso l’ingresso. Qualcuno era entrato in casa. Sentiva il suo passo. Era Inna. «Buongiorno, già svelio?». 
«No. Di solito dormo in piedi in cucina facendo il caffè» le rispose. Inna poggiò le chiavi sul tavolo, la giacchetta di cotone sul divano e sfregandosi le mani entrò in cucina. «Signora? Sempre a Firenze?» chiese con un sorrisetto. 
«No. Ora è a Catanzaro» disse Rocco. «Poi va a Abbiategrasso e infine a Salsomaggiore Terme. Vuoi una cartina precisa dei suoi spostamenti?». 
Inna sorrise e aprì lo sgabuzzino. «Oggi faccio i vetri». 
«E sticazzi». Premette il tasto rosso e tolse la tazzina da sotto la macchina. 
«Lei sempre nervoso la mattina». 
«Pure il pomeriggio. E la sera. E la notte. E ogni volta che qualcuno mi rompe le palle». Poggiò le labbra aspirando il profumo del caffè. «Lo vuoi anche tu Inna?». 
L’ucraina lo guardò stupita. 
«No grazie. Appena preso». 
«Tanto non avevo la cialda». Lasciò la tazzina sul tavolo e fece per uscire. 
«Oggi è giorno di paga, signore». 
«Ah sì?». 
«Ah no? Settimanale» fece la donna prendendo flaconi e stracci dall’armadio della cucina. 
«Bene. Te la lascio sul comò all’ingresso. Mi devi dire quant’è». 
«Lei non sa?». 
«No. Lo sa mia moglie». 
«La chiami e se lo faccia dire». 
«Alle sette e mezza?». 
«Perché? È troppo presto? Di solito signora Marina si svelia anche prima». 
«Perché non me lo dici tu, Inna?». 
«E lei si fida?». 
«Certo. Sono un poliziotto. Se mi dai la fregatura ti faccio ritirare il permesso di soggiorno e ti rimando ammanettata sul Volga». 
«Non vengo da Volga». 
«Da dove vieni vieni». 
«250 euro» disse Inna seria. 
«Ottimo» rispose Rocco e lasciò finalmente la cucina. Se avesse potuto, Inna gli avrebbe spruzzato il Vetril in faccia. Non escluse che prima o poi l’avrebbe fatto. (Antonio Manzini, "7-7-2007", Sellerio, 2016) 

«Ora ti do un consiglio. Se vuoi fare carriera qui dentro, meno ti fai vedere con me e meglio è. Cercherò anche di non lasciarti più Lupa, insomma ti prometto di avere a che fare con te solo per le questioni lavorative». 
Caterina si rabbuiò. «Perché dici questo?». 
«Perché ho gli occhi addosso della questura e della procura. Perché non sono uno stinco di santo, perché mi muovo male e perché mi contano anche i passi. Perché qui ad Aosta non ci sono venuto in vacanza premio, perché un po’ di cose su di me ormai le sai. Questo» e si indicò, «è il carro dei perdenti». 
Il viceispettore tirò un sospiro. «Io non ti frequento perché penso di fare carriera. Io non voglio fare carriera, solo il mio lavoro. E se ti frequento è perché, piano piano, mese dopo mese, ho imparato a conoscerti. All’inizio ti detestavo, non lo nego». 
«E poi cos’è successo?». 
«Hai un cuore. Lo tieni nascosto, ma ce l’hai. Ecco, quando l’ho capito qualcosa è cambiato. Tu potrai sempre contare su di me. Che tu abbia gli occhi della procura addosso o meno, potrai sempre farlo. Ho detto più cose a te che alla mia migliore amica. Pensi che non conti nulla?» (Antonio Manzini, "7-7-2007", Sellerio, 2016) 

«È la vita, Rocco. E devi continuare a viverla!». 
Ecco. Era la sua voce. L’ho riconosciuta. L’hai sentita Lupa? Era lei. Era lei. Senti che aria che c’è. Senti che profumo. Sono fiori? Sono forti i fiori. Ogni anno risbucano come se niente fosse, come se non avessero preso schiaffi e gelo per mesi e mesi. No, li ritrovi lì, esattamente come l’anno prima e li ritroverai l’anno dopo. E quando se ne vanno lasciano per terra i petali colorati. Noi invece? Lo sai Lupa? Lo sai cosa lasciamo noi? Una matassa ingarbugliata di capelli bianchi da spazzare via da un appartamento vuoto. 
Questo lasciamo. (Antonio Manzini, "7-7-2007", Sellerio, 2016) 
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https://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Manzini

In Mixtura altre 2 mie recensioni a 
* Antonio Manzini, "Sull'orlo del precipizio", Sellerio, 2015; e
* Antonio Manzini, "Era di maggio", Sellerio, 2015
qui

lunedì 7 dicembre 2015

#LIBRI PIACIUTI / Sull'orlo del precipizio, di Antonio Manzini (recensione di M. Ferrario)

Antonio MANZINI, "Sull'orlo del precipizio", Sellerio, 2015
pagine 49, € 8,00, formato ebook € 5,49


Un futuro neanche troppo futuro
Stavolta Antonio Manzini ha lasciato a riposo il commissario Rocco Schiavone, protagonista dei suoi polizieschi di successo, e ha improvvisato un racconto breve, che corre sul filo dell'attualità: una quarantina di pagine, ironiche e amarognole, che si leggono in un fiato. 
Ma è un fiato inquietante, perché disegnano un futuro verosimile, forse già presente: quando un grande gruppo editoriale, frutto di un accorpamento dei principali marchi presenti sul mercato, porta ad estremo compimento la politica di mercificazione del libro, con la conseguente assoluta subordinazione degli scrittori alla logica commerciale. E prendono il sopravvento volgari e ignoranti macchiette che considerano i libri al pari di saponette da vendere e sono guidate dal solo convincimento che bisogna dare al consumatore ciò che il consumatore vuole. 
E così Giorgio Volpe, lo scrittore famoso che ha appena terminato quello che potrebbe essere il suo capolavoro, osannato fino a ieri dalla casa editrice con cui ha sempre pubblicato, si trova di punto in bianco 'venduto' ad una nuova sigla. E ne esce sconvolto, come scrittore e come persona.

'Sull'orlo del precipizio' è il titolo del romanzo che Volpe ha appena consegnato all'editor con cui lavora da sempre, ma il titolo è ovviamente quanto mai azzeccato per richiamare il rischio che il mondo dei libri sta correndo se mercato e profitto diventano unici riferimenti e la libertà dei piccoli editori indipendenti viene annegata nel potere monopolistico di pochi grandi che decidono tutto.
Una satira grottesca per descrivere una utopia negativa: forse molto più concreta di quanto si creda possibile. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
«Ma chi cazzo siete?» esplose all’improvviso Giorgio. «Io non vi ho mai visto. Arrivate qui, in due, per un lavoro delicato come quello che faceva Fiorella. Questo...» e indicò Sergej «non parla neppure l’italiano! Come fa a correggere il mio manoscritto? E lei, Aldo, mi scusi, ma lei sembra uscito da un’agenzia immobiliare. Ma chi siete?». 
«Sergej è qui perché il suo libro esce in contemporanea in Italia e in Russia». 
«In Russia? E perché?». 
«Direttive Sigma». Poi Aldo prese un respiro. «Senta, io capisco che per lei la notizia può essere sconvolgente, ma non deve preoccuparsi. Io e Sergej siamo due professionisti. Lui ha corretto le bozze di Tolstoj!». 
«Le bozze di Tolstoj? Ma se è morto nel 1910! Cosa vi siete bevuti?». 
«Adesso la Sigma ripubblica tutti i successi del grande scrittore russo». 
«I successi?» disse sbalordito Giorgio. «E che è, una compilation?». 
«Sì. Vojna i mir esce settimana prossima. Ma senza inizio in francese... senza Waterloo, più corto. Solo 300 pagine». Sergej sorrise contento e fiero. 
«Vojna i mir... Guerra e pace?». 
«Solo pace. Guerra la tagliamo tutta». 
«Non si può angosciare il lettore. Guerra, odio, morte, malattie, romanzi distopici e senza futuro, basta! Pace, amore, ottimismo e fratellanza, ecco le nuove direttive Sigma!» esclamò Aldo. 
«E tanto tanto avventura» aggiunse Sergej tirando fuori una moleskine nera con il logo della Sigma stampato in oro sulla copertina. «Vede tu? Ora io dice...» e si mise a leggere. «Avventura sì. Malattie no. Divorzio no. Divorzio commedia sì. Matrimonio sì. Corna sì solo se poi pace. Corna e divorzio no. Sesso tanto. Con animali sì. Uomo e donna sì. Donna donna sì. Uomo uomo no. Capisce?». 
Giorgio cominciò a sorridere. Ormai s’era convinto che fosse tutto uno scherzo. 
«Guerra e pace si chiamerà solo Pace. Oblomov fa tante cose, fa industrie, diventa imprenditore e fa amore!» ammise felice Sergej. 
«Già. E poi toccherà ad Anna Karenina!» disse Aldo. «Ah sì? E come sarà? Magari non finisce sotto il treno...». 
«Lei grande intuito. Come fatto a saperlo?» disse Sergej stupefatto. «Fuga notizie?» e si accigliò. «Cazzo, è un incubo. Ora mi sveglio e questi due non ci sono più» si ripeteva a bassa voce lo scrittore genovese con le mani serrate davanti al viso. Ma quando le riaprì i due erano sempre lì, seduti al tavolo pronti a cominciare il lavoro. (Antonio Manzini, Sull'orlo del precipizio, Sellerio, 2015)

«Ma sì. Noi, la Sigma, vogliamo avvicinare i ragazzi alla letteratura e usare una lingua che gli faccia amare i libri. Vuole un esempio?». 
«La prego...». 
Aldo afferrò il palmare, lo schiaffeggiò un paio di volte, poi cominciò a leggere. «Senta l’inizio dei Promessi sposi... “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume...” che palle, no?». 
«Che palle?» urlò Giorgio. 
«Da oggi diventa: “Quel pezzo di lago in provincia di Como (città di 85 mila abitanti, situata in Lombardia dove nacquero Plinio il vecchio, Plinio il giovane e Alessandro Volta, l’inventore della pila), che davvero non si incula nessuno, sperduto in mezzo a montagne lunghe lunghe, pieno di insenature e golfi, si restringe all’improvviso e, toh, sembra quasi un fiume!”. Ecco, lo sente? La prosa diventa moderna, pochi fronzoli, informazioni utili come se il testo fosse su internet e cliccando Como rilasciasse dettagli. Vuole che le legga l’incontro fra i coatti e don Abbondio?». 
«I coatti?». 
«I Bravi, dai. “Questo matrimonio non s’ha da fare...” ma chi parla così? Ora invece senta che meraviglia: “Prova a fa’ ’sto matrimonio e ti rompiamo il culo, bello”. È un’altra cosa. È così che i giovani si avvicinano alla letteratura». 
«Alla letteratura?». (Antonio Manzini, Sull'orlo del precipizio, Sellerio, 2015)
»

In Mixtura una mia recensione al libro 'Era di maggio', di Antonio Manzini, qui

martedì 28 luglio 2015

#LIBRI PIACIUTI / "Era di maggio", di Antonio Manzini (recensione di M. Ferrario)

Antonio MANZINI, Era di maggio, Sellerio, 2015
pagine 381, € 14,00, formato ebook, € 9,99

È il quarto romanzo della serie del vicequestore Rocco Schiavone. Un appuntamento atteso; e, ovviamente, tutto come previsto: nessuna delusione per gli affezionati, anzi.
Ormai storia, protagonista, personaggi, stile sono collaudati. E brio, ritmo, intreccio sono assicurati: agli ingredienti non manca nulla per rendere saporita e trascinante la nuova vicenda, a cavallo tra 'noir' e 'giallo'.
Le pagine corrono e il lettore si gode la corsa, desideroso di scoprire il finale. Ma il finale, anche stavolta, non ha un punto: se mai un punto e virgola, tanto sembra provvisorio e rimandare alla prossima puntata.

E intanto Rocco Schiavone, con il suo caratteraccio ispido e i suoi comportamenti spigolosi, ma anche con i suoi momenti di abbandono quasi poetici al ricordo della moglie e una (tenera) relazione (forse nascente) con il suo viceispettore Caterina, sempre più è diventato l'amico di chi spia le sue vicende.
Accade: ai protagonisti dei racconti seriali che hanno cuore e anima e non sono semplici e banali 'figurine' inventate per muovere una storia. Il limite, se mai, è proprio questo: Schiavone ci è entrato dentro. Forse, come gli spinelli che si rolla la mattina, sprofondato nella poltrona dell'ufficio, ci ha indotto un po' di dipendenza. Ma è una dipendenza leggera, dolce, per nulla opprimente. Perché è come 'sospesa': e non fa male.

Così noi non possiamo che aspettare, ancora una volta. E l'unica cosa certa è che il godimento continuerà.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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Rocco le cose le avvertiva prima sulla pelle e poi le capiva nella res cogitans. Ci sono vibrazioni e onde fra le persone che a volte valgono più di cento pensieri. Un po’ come quando giocava a carte con suo zio che gli diceva sempre: «Rocco, ricordati la regola del chitarrella: è sempre mejo na’ guardata che cento pensate!». (Antonio Manzini, Era di maggio, Sellerio, 2015)

«Dove... dove andiamo?». «Tu tornatene in ufficio. Me la vedo da solo». «Perché ti sei intristito?». «Perché non mi abituerò mai alla realtà, Caterina. Passano gli anni, vedo lo schifo ma non riesco ad abituarmi». «Quale realtà... di cosa stai parlando?». «Scoprire la verità, Caterì. È il mio mestiere. Mi pagano per questo. Poco ma mi pagano. E ogni volta che la scopro, vorrei chiudere gli occhi e fingere che non sia così. Ma i fatti, amica mia, quelli parlano e sono evidenti». Caterina non capiva. Guardava il vicequestore che s’era trasformato davanti ai suoi occhi. «È la merda, viceispettore Rispoli. Che tracima continuamente, e non sopporto più quella puzza. Tutto qui». (Antonio Manzini, Era di maggio, Sellerio, 2015)
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In Mixtura la mia recensione al libro precedente di Antonio Manzini, Non è stagione, Sellerio, 2015, qui
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