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venerdì 20 novembre 2020

#MOSQUITO / Se vuoi dissentire senza litigare (Bruno Mastroianni)

Se vuoi dissentire senza litigare ci sono 10 cose che puoi sempre applicare (e fa anche rima):

1. Ignora le provocazioni, concentrati sulle argomentazioni.
2. Accetta quando l’altro ha ragione.
3. Se ha ragione in parte, adotta quello che dice adattandolo a ciò che vuoi dirgli.
4. Di fronte a un bivio forzato, usa il “dipende”.
5. Se ti offre prove, chiedi la fonte. Se dà giudizi, chiedigli le ragioni. Se non capisci, chiedi spiegazioni.
6. Assicurati che state dando gli stessi significati ai termini.
7. Se devi confutarlo, assicurati di avere argomentazioni consistenti.
8. Se sei attaccato in modo pertinente, fai la mossa del gattino: rivestiti del tuo limite e fanne la tua forza.
9. Se travisano intenzionalmente le tue parole, tu torna sul tuo argomento.
10. Ricordati che parli alla moltitudine silenziosa che tutto il tempo assiste.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 15 novembre 2020, qui


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mercoledì 29 aprile 2020

#SENZA_TAGLI / Da dietro una grata (Bruno Mastroianni)

Attraversando un ponte sui binari li ho osservati da dietro un’ingrata grata. 

Mi sono ritrovato nostalgico a desiderare partenze e stazioni affollate; accetterei di buon grado anche i ritardi, i disguidi, le suonerie accese e squillanti in vagoni strapieni. Mi andrebbe bene persino una deviazione sulla linea lenta o che so, uno stare fermi all’infinito prima della stazione in attesa di autorizzazione. E mentre sogno di ritrovare questa dimensione pendolare, realizzo che una parte di mondo che mi piaceva aveva a che fare proprio con ciò che non era pienamente sotto il mio controllo. Quel muoversi e districarsi faticoso in mezzo agli altri contribuiva a rendere lo spostamento significativo.

Ora che sono qui, come tutti, intrappolato in un tempo senza spazio fatto di call, di flussi e di notifiche, mi viene un po’ di nostalgia per i limiti e gli inciampi che inevitabilmente produceva il doversi muovere assieme. Non vedo l’ora che quei condizionamenti tornino a rendere impegnativo, ma così bello, il vivere impastati ognuno nello spaziotempo degli altri. 

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo ed esperto di comunicazione, facebook, 28 aprile 2020, qui



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domenica 22 marzo 2020

#VIDEO / La Diversità Aumentata (Bruno Mastroianni)


Bruno MASTROIANNI, 1979
filosofo esperto di comunicazione, saggista
Diversità aumentata
TedxAscoliPiceno, 14 settembre 2019
video 15min59

Dalla presentazione:
"" L’effetto Diversità Aumentata è qualcosa che ha a che fare con la connessione e con l’essere tutti più vicini, costantemente in tensione tra il litigio e la "disputa felice".
Bruno Mastroianni è filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni televisive, tiene corsi di etica della comunicazione digitale in università, aziende e organizzazioni non profit. ""

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venerdì 20 dicembre 2019

#SENZA_TAGLI / Un mese dalla morte di Pepe (Bruno Mastroianni)

È passato un mese dalla morte di Pepe.  
Ci ho pensato molto se raccontare o no i suoi ultimi momenti e oggi ho deciso di farlo. 
Pepe era giovane, bello, pieno di vita; poi in pochi gironi un’ernia esplosa gli ha danneggiato la spina, lo ha paralizzato e il midollo è andato in necrosi progressiva. Quell’ultimo giorno era sul divano, adagiato su un cuscino e ben coperto. Ormai aveva sensibilità solo alla testa. Ero con lui perché attendevo di portarlo dal veterinario per farlo addormentare. 
Nadine aveva espresso il desiderio di non vederlo morire. Infatti lo ha salutato per l’ultima volta – una scena che non scorderò mai: occhi che riversano amore in altri occhi – e poi è uscita. 
È a quel punto, dopo aver detto addio alla padrona del suo cuore, che Pepe ha capito che poteva lasciarsi andare. Ha iniziato a respirare sempre più a fatica. 

Drago, suo fratello – che fino a quel momento si era tenuto a distanza, nella sua cuccia, come se non volesse vederlo ridotto così – improvvisamente si è avvicinato, si è alzato sulle zampe posteriori, ha poggiato quelle anteriori sul divano e, guardando Pepe, ha emesso un unico, dolorosissimo, acuto, guaito. Poi, di corsa, è tornato a cuccia. In modo misterioso e animale aveva capito che eravamo alla fine. 

Mi è venuto spontaneo prendere la testa di Pepe nelle mie mani e iniziare a cantare una specie di ninna nanna a parole mie; da fuori sarò sembrato un deficiente, ma tra me e Pepe ci siamo capiti. Infatti lui a poco a poco ha smesso di ansimare, ha piegato la testa di lato, come faceva sempre quando si accoccolava, e si è come addormentato, dolcemente e definitivamente, sulla mia mano. È morto in una posizione di una tenerezza e eleganza che non dimenticherò mai. Avrei voluto fargli una foto per quanto era bello e fiero. Prima di disfarmi per il dolore ho provato gratitudine per aver potuto assistere a una così degna fine di viaggio. 

Come vorrei arrivare anche io così quando sarà il momento di smettere di pendolare. Magari con occhi che riversino amore nei miei occhi, con un guaito straziante e puntuale, e una ninna nanna ridicola cantata da qualcuno che mi tenga la testa mentre il fine corsa si avvicina. #diariopendolare

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 19 dicembre 2019, qui

 foto da qui

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mercoledì 12 giugno 2019

#SENZA_TAGLI / Da un frecciarossa all'altro (Bruno Mastroianni)

Frecciarossa, da qualche parte nelle campagne emiliane. Il nostro treno ne sta affiancando un altro, fermo. Prenderemo a bordo con noi i suoi passeggeri. Sì, abbiamo capito bene, non è un errore nell’avviso: c’è un treno colmo di persone bloccato in mezzo al nulla e tocca a noi fare l’operazione di recupero. Tra passeggeri ci guardiamo, dissimulando con sorrisi tirati la preoccupazione per la situazione. Non è il nervosismo per il ritardo, quello è emerso già diverso tempo prima quando il treno ha iniziato a rallentare e ad annunciare a botte di 10’ in 10’ il prolungarsi della corsa. Siamo preoccupati per una cosa diversa: dove metteremo gli altri passeggeri visto che il treno è pieno? Qualcuno pensa dentro di sé “perché non li aiutiamo sul treno loro?”. Ma vogliamo sentirci esseri umani e cacciamo questo pensiero. Qualcuno fa una battuta, qualcun altro torna a far finta di lavorare... in realtà in molti guardiamo preoccupati in direzione delle porte. Così, dopo qualche minuto, tutto ha inizio: una processione di persone sudate e tese (il trasbordo è avvenuto alle 14:30 sotto il sole cocente) inizia a comparire dalla porta in fondo e sfila lungo il corridoio del vagone, in cerca di posto, anche se di posti non ce ne sono molti. Mentre il passaggio di esseri umani continua, qualcuno incrocia lo sguardo di chi è seduto e si forma a tratti un certo imbarazzo misto a fastidio, anzi a dire il vero è proprio imbarazzo nel provare fastidio di fronte a persone in difficoltà a cui è toccato un treno guasto. La situazione poi peggiora: la transumanza raggiunge il punto di saturazione e rallenta fino a fermarsi. Il corridoio centrale ora è pieno di un unico lungo cordone di persone una dietro l’altra. Si stringono sempre più, si ammassano. Valige enormi, una signora anziana con un carrellino per aiutarsi a camminare, turisti con borsette e borsoni, uomini con le giacche eleganti stropicciate e sudate. Noi seduti lì, tutto sommato comodi, fortunati, a guardare questo serpentone di umani così vicini a noi, ma così lontani. Si creano così come due treni separati: uno che si dipana sui sedili ai lati, fatto di persone sedute e comode, e uno centrale, un millepiedi di esseri sudati e affaticati che si ammassano l’uno sull’altro nel corridoio. Ognuno sta nella sua schiera e si trincera mentalmente al suo interno. Soprattutto chi, dal suo comodo sedile, immagina cosa vorrà dire arrivare fino a Milano in quelle condizioni, e non ne vuole far parte nemmeno col pensiero. Poi succede qualcosa. Un tizio sulla quarantina (stavo per dire ragazzo, ma solo perché coetaneo) fa velocemente il suo zaino, raccoglie le sue cose, si alza infilandosi nell’ammasso umano e dice: “si sieda qui signora”. Si sta rivolgendo a una donna straniera con uno zaino gigante e l’espressione provata dal sudore. La signora sorride e fa la faccia come per dire “ma che davero?” (sì, come se lo dicesse in romanesco). Poi si siede, mentre il 40enne si guadagna il suo spazio in quella specie di fila umana in stallo. A quel punto anche qualcun altro inizia a fare qualcosa: più spazio per sistemare le valige degli altri, scorrere più avanti per arieggiare un po’ la fila... insomma in un modo o nell’altro ci si aggiusta per rendere più vivibile la situazione. Così, mentre ripartiamo lasciandoci alle spalle il convoglio guasto, immobile in mezzo al nulla come un enorme verme rosso senza vita, ci guardiamo di nuovo tra noi: quel confine prima così netto tra i due treni ora è sfumato e non si vede più tutta quella differenza tra chi sta seduto e chi in piedi, chi asciutto e chi sudato. L’unica cosa che conta ora, per tutti, è arrivare a Milano.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 11 giugno 2019, qui


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sabato 6 aprile 2019

#SENZA_TAGLI / Quando ti metti In modalità difensiva (Bruno Mastroianni)

È sera. È tardi. Su un regionale di quelli dell’ultima ora, in una stazione secondaria vicina alla città di destinazione, sale un tizio nervoso e ipercinetico. Mi chiede: “questo va in città?”. (Ero già sulle porte: mi preparo sempre molto prima a scendere, soprattutto quando è tardi). Mi sorprendo per la domanda perché siamo già in città, è solo la fermata secondaria. Ma poi aggiunge: “sono appena uscito dal carcere, sono senza soldi e devo andare a Milano, mi hanno fatto scendere e ora provo alla prossima stazione a risalire su un altro treno. Secondo te ce la faccio?”. 

Ecco, lo ammetto, già a quel “sono appena uscito dal carcere” mi sono messo in modalità difensiva, ho pensato: ora mi racconta la sua storia e alla fine mi chiede i soldi, vuoi vedere... Insomma do un’iporisposta con un cenno minimo della testa, già chiuso a riccio.

Lui continua: “i soldi ce li ha mia madre a Milano, ma devo prima arrivare lì, mi va bene pure la multa sul treno basta che torno a casa, ma mi hanno fatto scendere”. Io sempre serrato e distaccato attendo la sua richiesta di denaro. Che però non arriva. In compenso arriviamo in stazione e lui mi fa: “ce n’è uno tra 10’ e poi casomai un altro tra 30’, dai che stasera a casa ci torno!”. E con un sorriso felice, ma teso, mi saluta e se ne va. Senza dire altro. Senza chiedermi neanche un soldo. 

Scendo anche io dal treno e mi dirigo verso casa pensando alle mie sagaci e inutili precauzioni: mi hanno quasi fatto perdere quella storia di peripezie, di libertà ritrovata, di salite e discese rocambolesche, ma soprattutto di felice impazienza per il ritorno a casa, che quel tizio mi stava regalando. #diariopendolare

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 4 aprile 2019, qui


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mercoledì 13 febbraio 2019

#SPOT / In rete, parlare di me stesso (Bruno Mastroianni)

Bruno MASTROIANNI
filosofo e esperto di comunicazione
coautore con Vera Gheno di 
Tienilo acceso,Tienilo acceso: Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello, 
Longanesi, 2018
facebook, 12 febbraio 2019, qui

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venerdì 2 novembre 2018

#VIDEO / La fattoria degli animali social (Vera Gheno, Bruno Mastroianni)


Vera GHENO, sociolinguista
Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione
La fattoria degli animali social
Il senso del ridicolo, youtube, 24 ottobre 2018
video 51min52

Dal leone da tastiera all'elefante nella cristalleria, passando per triceratopi e grilli parlanti: benvenuti nello zoo dei social, dove la mancanza di autoironia tira fuori la bestia che è in ognuno di noi. Costantemente connessi e alle prese con il faticoso racconto di noi stessi in mezzo agli altri, talvolta dimentichiamo che il senso del ridicolo potrebbe essere un grande alleato nell'evitare disastri comunicativi. Perché, al contrario degli animali, l'unico momento nel quale ha senso che l'uomo mostri i denti è quando ride.
(dalla presentazione, qui)

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sabato 20 ottobre 2018

#MOSQUITO / Internet, non bastano regole e proibizioni (Vera Gheno e Bruno Mastroianni)

Leggi contro hate speech e cyberbullismo, Zuckerberg convocato dal Congresso degli Stati Uniti per rispondere dell’uso dei dati personali, Twitter che vara il suo codice di comportamento contro l’odio, la polizia postale italiana che implementa il «bottone rosso» per segnalare il sospetto di notizia falsa... L’attualità più recente conferma il comune sentire che servano urgentemente regole, procedure di denuncia, nuovi strumenti giuridici, migliori azioni della polizia, ecc. Tutti provvedimenti opportuni, di cui è importante che il dibattito pubblico si occupi, ma che portano con sé anche un grande rischio: «distrarci» dal nucleo della sfida educativa che la vita connessa ci sta ponendo. La dimensione legale non è altro che il primo di molti passi necessari, e da sola è assolutamente insufficiente. Proibizioni e regole sono imprescindibili, ma non hanno mai risolto di per sé i problemi; sono come i limiti di velocità sulle strade o i divieti in generale: indispensabili per perseguire chi fa danni e difendere le vittime, ma non dicono niente sul «come fare» o sul «dove andare», i due interrogativi fondanti che ci permettono di discernere tra ciò che è degno o indegno – umanamente parlando – online.

*** Vera GHENO, sociolinguista, e Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, Tienilo acceso: Posta, commenta, condividi senza spegnere il cervello, Longanesi, 2018


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lunedì 10 settembre 2018

#MOSQUITO / 'Sharenting', seminare informazioni sui figli in rete (Vera Gheno e Bruno Mastroianni)

Ci iniziamo appena a porre domande sul materiale che divulghiamo sui nostri figli; mentre le generazioni precedenti hanno in qualche modo avuto il privilegio di costruirsi da sé la propria reputazione in rete, questi ragazzi crescono con già una scia di briciole di informazioni pubbliche su di loro: foto, racconti, dettagli della loro vita personale; questo modo molto mediatico di essere genitori viene definito sharenting, da (to) share, condividere, e parenting, genitorialità. Non tutti i figli sono disposti, peraltro, a subire la voglia di condividere dei genitori. Esistono già vari casi di denunce di figli adolescenti nei confronti dei propri genitori, rei di avere condiviso, contro la loro volontà, scatti che li raffiguravano. I genitori pensano mai a cosa vorrà dire per il loro futuro seminare informazioni personali dei loro figli in rete?

*** Vera GHENO, sociolinguista, e Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, Tienilo acceso, Longanesi, 2018


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domenica 12 agosto 2018

#SENZA_TAGLI / 'Salame-pendolare', l'insegnamento (Bruno Mastroianni)

Aeroporto di Brindisi. 5 di mattina dopo un trasferimento di un’ora e mezza dal sud profondo della Puglia. Mi dirigo famelico al bar con un solo pensiero in testa: colazione. Arrivo davanti al bancone illuminato da neon accecanti, è pieno di lieviti di ogni genere, ma non c’è nulla di salato. Da sapere: per me l’unico vero cibo di conforto, soprattutto nelle alzatacce è il salato. Panini, pizze, rustici, tramezzini, toast, qualsiasi cosa purché non sia dolce. So che molti storceranno il naso, ma per me è così. Di fronte a questo bancone zuccheroso penso a quanto siamo provinciali in Italia in cui a colazione è tutto un “cornetto o saccottino” e non si contemplano minimamente le possibilità salate che nel resto del mondo sono la normalità. 
Mentre faccio questo pensiero pieno di sdegno internazionalista, vedo un tizio straniero col cappello di paglia che davanti a me ha appena ordinato tre cornetti vuoti e si è fatto consegnare un coltello. Incuriosito lo osservo: poggia i cornetti sul bancone, si toglie una spalla dello zaino, se lo porta davanti e, dopo aver aperto la zip, tira fuori qualcosa da dentro una busta. È un salame! Lo scarta, prende il coltello e con cura taglia cinque o sei fette. Poi apre ciascun cornetto, lo riempie con il salame e infine ripone nello zaino ciò che rimane dell’insaccato. Prende i tre cornetti imbottiti e li porta al tavolo dove lo aspettano una donna e un bambino. 
Mentre li guardo addentare felici la loro colazione salata autoprodotta ho l’illuminazione: non è il provincialismo italiano a non offrirmi il giusto nutrimento mattutino, sono io che non sono abbastanza internazionale da essermi dotato di salame da viaggio. Lo chiamerò il #salamependolare: da oggi smetterò di lamentarmi per la colazione che non mi offre il sistema, sarò io a metterci ciò che manca. Che poi credo sia anche un qualche insegnamento valido per la vita.
#diariopendolare

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 9 agosto 2018, qui


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venerdì 27 luglio 2018

#SENZA_TAGLI / Il bacio che raccoglie le lacrime (Bruno Mastroianni)

Esterno. Stazione di Perugia. Binario 2. Una signora e una ragazza si abbracciano, si stringono forte. Alla ragazza escono due lacrimoni enormi che non fanno a tempo a solcare le guance perché la signora la bacia prima a destra e poi a sinistra, raccogliendole. Poche volte nella vita ho visto farlo, ma lo so riconoscere: il bacio che raccoglie le lacrime è forse il gesto d’affetto più potente che si possa immaginare. Non so nulla di loro, probabilmente sono madre e figlia, magari solo amiche, forse per loro inizia un distacco importante. A me, guardandole, è venuta la pelle d’oca, perché mi hanno fatto pensare che nella vita diamo importanza a molte (direi troppe) cose, ma forse solo una dovremmo cercare: che ci sia qualcuno che al momento del pianto sappia raccogliere con un bacio le nostre lacrime.
#diariopendolare

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo e esperto di comunicazione, facebook, 25 luglio 2018, qui


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martedì 17 luglio 2018

#SENZA_TAGLI / Buffet della colazione, come scegliamo? (Bruno Mastorianni)

Al buffet della colazione di qualsiasi albergo puoi osservare da dove nascono la gran parte delle dinamiche che si sviluppano sul web e sui social. Le persone arrivano di fronte al sovraccarico di dolci, salumi, tipi di pane, marmellate, lieviti, ecc. e hanno quasi tutte lo stesso comportamento: prendono un piatto, incominciano a dare un’occhiata, osservano cosa stanno facendo gli altri... è in quel momento che inizia a montare l’indecisione: partire dai lieviti, però no, una fetta di prosciutto ci sta, e le torte? Li vedi così oscillare tra un vassoio e l’altro mentre buttano l’occhio, prendono qualcosa, poi tornano sui loro passi per prendere altro. Quasi sempre finiscono col riempire il piatto così tanto che la colazione si riduce a uno sbocconcellamento di tante cose diverse che lascia dietro di sé molti avanzi e anche una certa dose di insoddisfazione. Solo pochi li vedi arrivare alla colazione preparati: dopo alcuni istanti di ricognizione nella grande varietà, puntano verso alcune pietanze, si fanno il loro piatto di misura ragionevole, si accomodano e se lo mangiano. 

Mi sono chiesto in cosa differiscono le due tipologie. All’inizio potrebbe sembrare una questione di decisione/indecisione, secondo quell’idea per cui se c’è troppa scelta è un problema (è un’idea un po’ fascistella a dire il vero, quasi a voler sostenere che la libertà è meglio tarparla così si evitano problemi).

Riflettendoci poi sono arrivato alla conclusione che non è la troppa scelta ma il suo contrario: ce n’è troppo poca, cioè le persone fanno fatica a dare un senso, un ordine, alle loro scelte. E non dipende solo da fattori caratteriali o emotivi, ma da qualcosa di più profondo. Di solito rientrano nella tipologia “selezionante” nelle colazioni degli alberghi i viaggiatori frequenti per lavoro, gli sportivi, le persone che ci tengono alla linea, le persone con qualche problema di salute. Ognuna di queste persone sceglie per due motivi: perché è in una certa condizione (sta lavorando, è in allenamento, ha un problema di salute) e ha uno scopo (lavorare meglio, ottenere risultati di allenamento, migliorare la salute). Insomma la decisione scaturisce dalla consapevolezza su ciò che si è (identità) e la si prende in vista di ciò che si vuole diventare. Sono questi due fattori a fare la capacità di scelta. 

E la quantità sovrabbondante di opzioni non compromette questo processo, anzi lo valorizza. Quando non ci sono tante possibilità il problema è più nascoso, ma è lì. Non si sta meglio quando si vede meno: ci si adegua a ciò che è stabilito da altri, ma comunque non si sceglie. 

È proprio grazie alla sovrabbondanza di possibilità invece che ci stiamo accorgendo di quanto poco, di fronte a un sovraccarico di contenuti o di cibi, ci ricordiamo di porci l’unica domanda che porta a scelte veramente libere: chi sono e cosa voglio essere?

La questione quindi non è tanto limitare le possibilità di scelta per fare ordine (la tentazione autoritaria), quanto piuttosto riconoscere i nostri limiti (chi siamo e cosa vogliamo essere) per mettere in ordine le nostre scelte.
Insomma: per me uova e bacon senza alcun dubbio. Deducete voi chi sono e cosa voglio essere...
#diariopendolare

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo ed esperto di comunicazione, facebook, 14 luglio 2018, qui


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martedì 5 giugno 2018

#SENZA_TAGLI / Comunicare, per arrivare a un terreno comune (Bruno Mastroianni)

A me la frase: “per capirsi bisogna almeno partire da un terreno comune” non ha mai convinto fino in fondo.

Mi pare che presupponga uno schema sociale in cui fondamentalmente si è già d’accordo su tutto (valori, principi, visione del mondo) e ci si può permettere di dissentire su aspetti secondari o pratici. Sarebbe bello, forse, ma oggi siamo in una società plurale in cui la differenza di valori, principi e visioni del mondo è il punto di partenza. O comunque è lo stato reale delle cose. Ognuno ha la pretesa che il “suo” modo di vedere la realtà sia lecito e debba trovare il suo spazio nella società.

Allora le strade sono due: o requisire il diritto di “visione del mondo” e affidare a qualcuno la selezione delle visioni accettabili e proponibili (nuova forma di regime o comunque di limitazione del principio di pluralità, che tra l’altro spesso si manifesta in nuove forme di politicamente corretto); oppure cambiare prospettiva e accettare che “per capirsi bisogna non partire ma *arrivare* a un terreno comune”.

Insomma dall’idea di avere valori in comune (spesso molto difficile) all’idea di mettere in comune il valore della comunicazione: la possibilità di proporre ognuno la sua, accettando che possa essere discussa e messa alla prova nel discorso con gli altri.

Qualcuno potrebbe dire: così si va nel relativismo e non si arriva mai al punto. A questo risponderei: al punto si è mai davvero arrivati? Forse sì, quando il potere nel passato poteva permettersi di definire la verità e imporre ai sudditi di attenersi a essa (almeno fino a che un altro potere o una rivoluzione non lo avesse sostituito in questa sua definizione). Il problema è proprio l’immagine della partenza (dal terreno comune) e dell’arrivo (a una qualche verità che chiuda il viaggio). È una narrazione che, sostanzialmente, tende a negare la natura della conoscenza e della vita umana che è movimento.

Il rischio relativismo non si pone perché c’è la realtà. E la realtà ha una grande proprietà rispetto a tutto il resto: la resistenza. La realtà è ciò resiste nonostante le narrazioni. Sta a noi migliorare costantemente il modo di parlare di essa, parlandone tra di noi. 
L'alternativa: creare scontri polarizzati che, di sicuro, nel ridursi a alterchi tra posizioni inconciliabili, la realtà la perderanno sempre per strada.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo ed esperto di comunicazione, facebook, 4 giugno 2018, qui


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martedì 8 maggio 2018

#SENZA_TAGLI / Relazioni iperconnesse, l'allarmismo che incendia (Bruno Mastroianni)

L’effetto paradossale dei dibattiti apocalittici sul web è generare negli utenti un vago istinto di difesa che poi di fatto non ha alcun seguito pratico. Risultato: cittadini spaventati e immobili, ipersensibilizzati ma fondamentalmente passivi, proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di maggiore partecipazione e spirito di iniziativa. Così il circolo vizioso si alimenta: ipersensibili e passivi si è più portati a comportamenti primitivi e istintivi nell’iperconnessione. Chi ha interessi e mezzi se ne approfitta facilmente. Le relazioni di potere (chi domina e chi è dominato) da sempre hanno luogo anzitutto nella mente delle persone e la comunicazione è proprio la via per consolidare (o riorganizzare) queste relazioni. Insomma: chi sta continuando a dare l’allarme è lo stesso che sta anche alimentando l’incendio. Il paradosso è che l’acqua per spegnerlo è una risorsa a disposizione di ciascuno fin dall’inizio: la libertà di scegliere i significati che diamo alle relazioni iperconnesse.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 28 aprile 2018, qui


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lunedì 23 aprile 2018

#SENZA_TAGLI / Come stai, hai mangiato? (Bruno Mastroianni)

Ho appena scoperto che in Vietnam come stai si dice “An Com” che equivale a “hai mangiato?”. Praticamente lo stesso che mamme e nonne italiane chiedono ai figli quando li incontrano ancora prima di salutarli. 

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 22 aprile 2018, qui


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domenica 15 aprile 2018

#SENZA_TAGLI / Piccoli gesti, grandi contributi (Bruno Mastroianni)

Roma. Ora di pranzo in una delle tante pizzerie al taglio sparse nel centro. Una coppia di turisti - a occhio russi - sta cercando di interloquire con la commessa, ma non parlano né inglese né francese né nessun idioma masticabile. 
Finché indicano i pezzi di pizza tutto ok, ma a un certo punto la ragazza inizia a dire “pasta?”, “pasta?”. La commessa la guarda con un sorriso comprensivo e le risponde: “no pasta, pizza here!”. Ma la ragazza russa insiste: “pasta?”, e con la mano indica fuori. Il suo compagno interviene con qualche parola incomprensibile, le sta sicuramente dicendo che tanto non la capisce. Lei però insiste ancora con “pasta?”, e la commessa a sua volta: “pizza here no pasta”. 

È nel pieno di questo stallo che spunta il titolare della pizzeria (fino allora era rimasto in disparte a osservare la scena). Si alza dal suo sgabello davanti alla cassa, si avvicina con fare rilassato alla coppia e dice: “you are looking for a good pasta tonight eh?”. I turisti lo guardano senza capire nulla. Ma lui prosegue col sorriso sornione e col suo romaninglese privo di complessi: “I show you!”. I due si guardano ancora più spaesati. Il pizzaiolo prosegue senza alcuna esitazione: “go to Trastevere, south from here” e aggiunge il nome di un ristorante. 
Ormai i due lo guardano ma non stanno capendo nulla. 
E lui ancora: “do you know where is south? I show you”. 
Li prende e li porta fuori dal negozio: “do you see the satellite” [dice proprio satellite non “satellait” in inglese, ndr]. Indica un punto sui palazzi. I due si guardano di nuovo, stavolta davvero smarriti. Lui riprende la loro attenzione: “listen! See the satellite?” ma, vedendo che i due non afferrano, si ferma per un attimo a pensare, poi alza lo sguardo illuminato: “the Sputnik! You see the Sputnik?” (sta indicando le antenne paraboliche sui palazzi). 

I due turisti lo seguono con impegno, pare abbiano capito. Il tipo soddisfatto dice loro: “the satellite is south, so you can find it”. I due annuiscono, soprattutto il maschio, in qualche modo misterioso ha colto la chicca sulle parabole che puntano verso sud.

Non so se i due troveranno mai il ristorante di pasta consigliato, non sono nemmeno del tutto sicuro che le parabole puntino esattamente al sud (non era sud-est?). Di una cosa però sono certo: c’è un pizzaiolo oggi a Roma che, invece di dare indicazioni preconfezionate ai turisti, ha cercato di insegnare loro come orientarsi per cavarsela da soli. 
Un piccolo gesto per un titolare di pizza al taglio, un grande contributo alla consapevolezza su come muoversi in città.


*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 12 aprile 2018, qui

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venerdì 13 aprile 2018

#SENZA_TAGLI / Il valore dell'attrito (Bruno Mastroianni)

Voliamo grazie alla resistenza dell’aria. 
Corriamo grazie all’attrito col terreno.
Davvero pensiamo di avere buone idee senza discutere con nessuno?

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 11 aprile 2018, qui


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sabato 31 marzo 2018

#RACCONTId'AUTORE / Le invettive del signore importuno (Bruno Mastroianni)

Mattina. Frecciarossa 1000. Da qualche parte tra Bologna e Milano. Il treno è pieno. Tornando dal bagno (in cui sono andato bardato come un soldato in missione, con tutti i miei averi addosso) trovo accanto al mio posto un signore seduto che prima non c’era. Sono in uno di quei posti a 4 con tavolino in mezzo. Il tipo è abbastanza distinto, ha gli occhiali, è in maniche di camicia. Sta parlando con la ragazza che ha davanti a sé oltre il tavolino. 

Mi siedo e non ci faccio molto caso. Apro il mio ipad, mi metto a leggere cose ma, a mano a mano che leggo, sento come se qualcosa non tornasse. Ormai da tempo ho imparato a isolarmi completamente da tutto ciò che mi circonda, soprattutto dai discorsi e dai suoni di fondo (sempre presenti sui nostri treni). Stavolta però le parole del tizio rivolte alla ragazza hanno qualcosa che non va.
Alzo lo sguardo solo per un attimo e noto che la ragazza non guarda il tipo, ma alterna sguardi al cellulare e si gira spesso alla sua sinistra, verso il corridoio, parlando a delle ragazze sedute nei posti a 4 sul lato opposto. È lì che realizzo: il signore si rivolge a lei da diversi minuti, ma la ragazza non ha alcuna intenzione di ascoltarlo, anzi cerca di evitarlo.
A quel punto il mio orecchio si sintonizza immediatamente sulle parole del tizio, voglio capire cosa stia dicendo:
- “5000 amici su Facebook ma credi che ti siano davvero amici?”.
- “Se scrivi oggi mi suicido, con ora e luogo, pensi che qualcuno verrebbe a salvarti?”
- “Se potessi mettere per iscritto l’indifferenza di oggi farei una frase lunga come la prima fascia di Giove (segue numero di kilometri che non ricordo)”.
E così via... 
Sta snocciolando una litania infinita di invettive davvero brillanti e fantasiose, il tutto rivolto alla ragazza che, in evidente imbarazzo, cerca di salvarsi dissimulando con il cellulare o cercando la solidarietà delle amiche.

La situazione è davvero assurda: lui sbraita in modo vivace e teatrale, lei cerca scampo, noi spettatori non sappiamo se ridere, se preoccuparci, se intervenire. È una situazione di stallo totale.
La cosa più divertente: lui è perfettamente a suo agio, infatti continua le sue invettive come se non ci fosse un domani, sfoderando una chicca dopo l’altra:
- “Quello è il classico auricolare alla milanese per non sentire cosa accade attorno”.
- “Dovrebbero fare le bare con la tasca per il cellulare in modo che quando uno muore può portarlo con sé”.
- “Si fa come sui social: si parla solo con le persone con cui si è già d’accordo”.
E via così, senza esitazioni, con ritmo e forza.

La ragazza è sempre più imbarazzata e in cerca di vie d’uscita. Le amiche un po’ ridono, un po’ son preoccupate. Io non so se mettermi a ridere o se fare qualcosa.
Alla fine il tizio si alza e, proseguendo senza alcuna interruzione il suo florilegio di invettive, si mette in un altro posto. A prendere il suo, appena liberato, una ragazza che, avendo assistito alla scena, in uno slancio di altruismo fa sì che il tizio non possa tornare.
Ci guardiamo e, mentre si sentono ancora i suoi rilievi polemici, ci diciamo: “quanto sta fuori quel tizio?”. Ma non siamo così convinti...

Quante volte ci è venuta voglia di rovesciare addosso a chi abbiamo davanti a caso, una per una, in modo che tutti sentano e se ne accorgano, le idiosincrasie grandi e piccole che ci portiamo dentro?
Mentre penso a quel tizio e un po’ anche mi preoccupo, realizzo: vuoi vedere che, alla fine, la differenza tra noi e lui non è poi così marcata? Forse noi non facciamo così solo perché, da qualche parte e in qualche momento nella vita, abbiamo qualcuno che quelle frustrazioni le dissipa, semplicemente perché ci ascolta. 

Siamo arrivati a Milano. Scendo un po’ scontento. Con rammarico penso che forse a quel tizio bastava dargli un po’ retta.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo e esperto di comunicazione, facebook, #diariopendolare, 24 marzo 2018, qui


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venerdì 23 marzo 2018

#SENZA_TAGLI / L'"argomento fantoccio" (Bruno Mastroianni)

Mi stai forse dicendo che... (segue riformulazione del pensiero altrui secondo le proprie categorie per criticarlo con più agio).

È l’'argomento fantoccio': trasformare ciò che ha detto l’altro in qualcosa di somigliante ma diverso - un fantoccio appunto - per potervi opporre più facilmente le proprie argomentazioni.

Come si esce dall’argomento fantoccio? C’è solo una strada: riconoscerlo e osservare tutte le volte che lo usiamo per primi; così, quando si è sottoposti al trattamento da un altro, ci si infastidisce meno e si può continuare a rimanere in discussione invece di prendersela.

Il fantoccio infatti, se si continua a disputare, può essere comunque arricchito e abbellito fino ad assomigliare un po’ di più a ciò che volevamo dire. L’alternativa è smettere di discutere, che equivale a buttare nel secchio quel pupazzo che comunque - per quanto mal assemblato - era l’unico tramite per un possibile scambio tra idee diverse.

Spesso diciamo che per confrontarsi ci vuole almeno qualcosa in comune. Ecco, molte volte in comune c’è proprio quel fantoccio: imperfetto, scomposto, anche fastidioso, ma non va scambiato per uno spaventapasseri.

*** Bruno MASTROIANNI, filosofo, esperto di comunicazione, facebook, 21 marzo 2018, qui


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