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mercoledì 21 dicembre 2016

#FURTI_PREGIATI / anatalepuoi, truculenta storia di natale (Luca Padovano)

Era la vigilia di Natale di tanto tempo fa, passeggiavo in centro per l’ultimo giro di acquisti, mi ferma un vecchio e mi dice sediamoci su quella panchina, devo raccontarti una storia.

Questo è matto penso io ma dai, è Natale, se non dai retta ai vecchi a Natale quando mai? Ci sediamo su una panchina, il vecchio guarda in alto le luminarie, poi guarda me, poi guarda le luminarie, poi guarda me. Tira un sospiro e inizia a raccontare.

Era la vigilia di un natale di tanto tempo fa e genitori, parenti, amici si affollano nella palestra di una piccola scuola in periferia e i bambini sono tutti contenti perché c’è la recita di natale.

Due palle che non ti dico, a dirla tutta, ma funziona così, è Natale, la recita ci vuole. E non manca mai la scenetta, la cosa che fa ridere e applaudire mamme, papà e nonni e c’è ohhappydays e bianconatal. E c’è anatalepuoi e tutti i bimbi a dire mamma mamma, la musica del panettone!

E mentre il coretto stona, c’è una bimba che ride e ha gli occhi di nocciola che brillano e sembra felice ma non di quella felicità della tivvù, un po’ finta, che non sai come inizia e come finisce, quella è una felicità determinata, convinta, cazzuta.

Lì vicino un ragazzino scuro in volto tiene per mano un bimbo che si muove tutto scomposto e urla e si divincola e il ragazzino giù tozzoni e porcoqui e porcolà per farlo stare fermo e zitto ma il bimbo si muove ancora di più e fa ancora più casino e la gente scocciata dice ma cosa urla quello, ma cosa vuole, fateci ascoltare i bambini che stonano anatalepuoi.

E ad un tratto, che i bambini sono lì a mezzo con la canzoncina, tra che bello stare insieme e si può fare si può fare di più, si fa buio e silenzio, un aria gelida irrompe nella palestra e tra il rusco e il brusco non ti appare un angelo sterminatore?

Cioè, quello stava per aria con le ali bianchissime ed enormi, la corazza brillante, l’elmo scintillante, aveva un volto che sembrava un attore del cinema ma incazzato come un fabbro a fine turno, affascinante e pauroso.

Anche se non avevi mai visto un angelo, lo capivi subito che era un angelo. E che fosse del genere sterminatore, diventa chiaro quando quello estrae una spada fiammeggiante che fa più luce dell’albero di natale alto due metri nell’angolo della palestra e come se niente fosse incomincia a tagliare teste e sventrare cristiani, così, come il grissino nel tonno o il coltello nel burro, insomma, ci siamo capiti.

Il ragioner Fibocchi è il primo, facoltoso evasore totale e collezionista di raffinate statuine del presepe napoletano, che proprio lunedì era riuscito a entrare nelle graduatorie della mensa scolastica, sbattendo fuori la famiglia Caroni, lei disoccupata, lui invalido, tre figli e nemmeno un euro a raschiar le mattonelle. Bisogna farsi furbi nella vita, diceva sempre il Fibocchi, mors tua vita mea, diceva sempre. E ora non lo diceva più. Nessuno dei setti pezzi sparsi per la palestra potevano dire più niente.

Poi è la volta della Signora Betocci vedova Baraldi, vecchia acida e secca come la befana ma con scarpe nuovissime da 700 euri, per scarpa. Proprio ieri, verso l’ora del the, mentre faceva shopping nelle vie del centro alla ricerca di addobbi di un certo livello, ha rifiutato sdegnosa un euro a un poveraccio, vai a lavorare barbone, gli ha detto. Proprio lei, che non aveva lavorato mai un giorno solo in vita. Proprio lei, amante di potenti, chiaccherata moglie di notabili spregiudicati e faccendieri senza scrupoli. Proprio lei, proprio lei.

Terzo il Dott. Cagnoni, assessore alla legalità, corrotto figlio di puttana, primo firmatario della legge sul decoro dei parchetti pubblici, cultore di Voltaire e Pasolini, dei quali però non ha mai capito un cazzo, noto saltatore su carri di vincitori, famoso per non aver fatto mai nulla di appena lontanamente onesto in tutta la sua vita.

Quarto il Cavaliere Santalmassi, uomo di chiesa devoto e pio, animatore di parrocchie e frequentatore di sagrestie. Ma nemmeno un cero per il figlio morto suicida, solo, ripudiato, abbandonato, quel frocio, come lo chiamava il Cavaliere quando parlava del figlio, ma sottovoce, che certe cose non si devono sapere.

Quinta la signora Varalli, madre affettuosissima di bambini viziatissimi, che mercoledi preparando l’albero di natale e allestendo un grazioso presepe con deliziose statuine di porcellana bianca, si trovò costretta a spegnere la tivvù, che le immagini dei bimbi morti in mare rovinavano l’atmosfera natalizia, non tanto per il peso della umana compassione, quanto per la nuance di rosso dei colori spenti, che mal si intonava all’equilibrio cromatico degli addobbi.

E sesto, settimo e ottavo seguono i di lei figli, che comunque sarebbero diventate spregevoli persone, senza cuore e, a dirla tutta, di gusti assai discutibili.

E uno dopo l’altro tutti in quella palestra passano al Creatore, in due o più pezzi, squartati, recisi, separati dai propri peccati, che fossero infanti, adolescenti, vecchi o giovani, uomini, donne o dalle diverse sfumature, ciascuno aveva qualcosa da scontare e tanto grande la colpa, quanto profondamente la lama fiammeggiante straziava le loro carni.

Alla fine, fu questione di pochi secondi, rimangono vivi soltanto in tre. La bimba col sorriso di nocciola, il ragazzino che dava tozzoni e il bimbo che li prendeva.

E si seppe poi che la bimba il giorno prima aveva pianto lacrime profonde al pensiero di bimbi come lei morti per fame, guerra, carestia, bombe, botte e così via. E lei aveva pianto da sola in un angolino della sua stanza e pianto, pianto, pianto fino a che ebbe lacrime da piangere da quegli occhi di nocciola.

E se possiamo certo dire che il mondo non cambiò per nulla dopo quel pianto, certo quel pianto cambiò profondamente la bimba. Tanto che, ormai cresciuta, diventò una di quelle che aiutano i rifugiati e gli sfollati, quelli che stanno sotto le bombe e in mezzo ai casini e tra le macerie. E dicono che ne ha salvati più lei che Gesù Cristo prima di salire sulla croce. E aveva sempre gli occhi di nocciola che sorridevano come quando era bambina ed era sempre felice, di una felicità cazzuta, che fermava bombe, botte e spalava macerie.

E il ragazzino scuro in viso, quello che passò tutta la festa a urlare e sgridare il suo amico che non voleva stare zitto e faceva versi poco natalizi e non stava in fila e il ragazzino giù a tirar moccoli e tozzoni e basta diceva e ora te ne prendi un altro diceva. Però non gli lasciava mai la mano e stava lì con lui davanti a tutti, che un po’ li scherzavano, guarda quel bimbo e quell’altro fesso dietro, ma lui non mollava e gli stava vicino smoccolando e poi quando nessuno li guarda, il ragazzino prende da parte il suo amico e gli dice scusami ma stavi rovinando la canzoncina.

E quel ragazzino è cresciuto e dicono che si è dedicato agli ultimi della terra, a quelli che restano indietro, a quelli che tutti li scherzano e lui lì, non li ha mai mollati, smoccolando e tirando tozzoni ma sempre lì, con le mani a fare a gara con il cuore a chi era più grande, fianco a fianco, come quella festa nella palestra, come con il suo amico, che non lo aveva lasciato mai.

E il bimbo pensa te, si scopre che ha un senso per la musica che nemmeno Mozart da giovane e diventa uno che suona davanti alla gente e la gente è felice e dice socmel che musica, sembra un angelo che suona e ricordano ancora quella volta che si è messo lì al pianoforte a suonare anatalepuoi pensa te e niente, sembrava che il mondo si fosse fermato ad ascoltarlo e anche gli angeli sterminatori hanno smesso di sventrar cristiani, giuro.

E da quella volta, quando qualcuno suonava anatalepuoi, nessuno diceva ehi, la musica del panettone, ma dicevano ehi, la musica che suona quello che suona come un angelo e su youtube ha centomiliardimila di follouers, anche se nessuno di questi, a dirla tutta, sa che tanti anni prima a quella festa, quando il ragazzino scuro in volto tenendogli la mano disse scusa stavi rovinando la canzoncina, lui rispose sì vabbè ma che merda di canzone oh.

Giuro.

E così termina la storia del vecchio. E io rimango lì a guardarlo, facendo fatica a credere alle sue parole. Guardo il cielo, la neve incomincia a scendere, guardo il vecchio, poi la neve, poi il vecchio e il vecchio mi sorride, mi sorride e poi pum, sparito, come era arrivato, nel vento e nella neve, che scende come da anni non scendeva più.

Rimango lì per un po’, immerso nei pensieri, un po’ stupito e volevo vedervi a voi. E poi vado a casa che dovevo finire l’albero e devo dire che quello fu un bel Natale e poi ce ne furono ancora di migliori e alcuni di peggiori e altri sinceramente da dimenticare.

E niente, magari mi sono sognato tutto, ma ogni Natale da allora, se mi chiedono cosa voglio trovare sotto l’albero, rispondo che vorrei il dono di saper trovare le lacrime dietro ogni sorriso e la musica dentro al frastuono e qualche ragione in chi sembra avere tutti i torti e se qualcuno fa casino e rompe i coglioni, oh, che ne sai, magari poi scopri che ha ragione lui. 

E chi ti tiene per mano, quello, non mollarlo mai.
Ed è lo stesso dono che auguro a te, perché se vuoi, non solo a Natale puoi, concludo.

Al che molti mi guardano strano, questo è matto pensano, però ad alcuni si accende lo sguardo e a qualcuno scappa un sorriso nello sguardo, di quelli determinati e forti, di quelli che ne abbiamo già parlato, di quelli color nocciola.

E per un attimo credo quasi che la vita sia come una storia di Natale, dove gli angeli sterminatori ci vanno a mucchio senza guardare all’innocente o al colpevole e il tuo destino può arrivare all’improvviso, che tu sia al centro del mondo o a una recita di natale in periferia. E allora il tempo che ti è concesso usalo bene, per far qualcosina di giusto e bello, che dei peccati e dei figli di puttana la storia ricorda meno di nulla, molto meno del bene che fai, delle lacrime e di un tuo sorriso, di una mano stretta e anche molto meno di una pessima canzone.

E per un attimo sorrido anche io, con gli occhi. Come sorrideva quello sguardo di nocciola e come sorrideva quel vecchio, quella sera.

Prima che, come la neve, anche lui volasse via.

*** Luca PADOVANO,  (@asinomorto), anatalepuoi, truculenta storia di Natale, blog 'lpado', 20 dicembre 2016, qui


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sabato 30 luglio 2016

mercoledì 17 febbraio 2016

#FURTI_PREGIATI / Questione di dolcezza (Chiara Bottini)

Ti ho messo lo zucchero nel tè.

È stato un gesto così, che mi è proprio uscito dalle mani, come un potere. Credo di aver approfittato che tu fossi voltato a guardare il mare. Ho avvicinato la tua tazza fumante sul tavolo e l’ho edulcorata. Lo zucchero grosso d’industria è crollato giù con un tonfo e ha creato un vortice. Tu hai nuotato un po’ tra lo stupore e il divertimento. Allora io ho capito che, forse, si stava esagerando, forse si stava entrando troppo, forse si stava passando il limite, forse eravamo qualcosa di più, forse io avrei iniziato a metterti lo zucchero dappertutto: nel tè, nei libri, nella bocca, sulle dita. 

E, un giorno, non molto lontano, tu mi avresti chiesto di smetterla di mettere lo zucchero dappertutto, che la questione, da dolce, stava diventando stucchevole e non se ne poteva più di appiccicare sempre.

Allora, io avrei preso tutto lo zucchero del mondo, le bustine, le zollette, i pacchi, le piantagioni e l’avrei portato via lontano, dove tu non potevi vederlo, dove non avrei avuto più la tentazione di usarlo per te, dove non si sarebbe appiccicato alla tua vita.

«Che fine ha fatto lo zucchero?», avresti chiesto, una volta, senza malizia.
«L’ho reso innocuo.», avrei risposto io.
Questo pensavo, quando hai allungato la mano, mi hai toccato la guancia e mi hai chiesto: «Ora posso metterlo io lo zucchero nel tuo tè?»

Il mare ha urlato qualcosa, s’è fatto tutto spruzzi, poi è tornato al suo sale.

*** Chiara BOTTINI, project manager, blogger, social media specialist, formatrice, scrittrice, Questione di dolcezza, 'medium', 16 febbraio 2016, qui


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#FURTI_PREGIATI / Il venditore di rose (Vincenzo Zoda)

​Ho chiesto il permesso e il padrone del ristorante mi ha fatto entrare. Non credo l’abbia fatto per gentilezza, forse solamente non aveva tempo di stare a borbottarmi dietro. Corre da un tavolo ad un altro con un sorriso finto che stacca non appena torna dentro in cucina. Il locale è pieno di gente e di candele bianche accese ad ogni tavolo elegantemente addobbato. Le tovaglie candide, come una sala parto. Ma non si sente l’odore del pulito, coperto com’è dal profumo di pietanze e dal vociare sommesso di gente garbata che conversa tronfia del malcelato orgoglio delle loro costose cene.

Giro tra i tavoli con il mazzo di rose. Non dico una parola. Faccio bastare il mio sorriso dolorante come esortazione a prenderne almeno una, per questa o quella signora dalle dita appesantite da grossi e luccicanti anelli. Gli sguardi non si distolgono nemmeno un istante dai branzini o dalle costate, ed il dialogo ininterrotto è il perfetto alibi per ignorare il resto del genere umano, incluso me. Agli altri tavoli la scena si ripete identica, come se ciascuno stesse recitando un copione studiato a memoria o suggerito dalle etichette dei vini su cui si concentrano gli sguardi grevi dell’imbarazzo generato dai miei abiti, dalla mia presenza o dal colore della mia pelle che vistosamente rischia di minacciare l’affidabilità rassicurante delle bianche tovaglie.

Una cameriera giovanissima che ha osservato la scena, non essendoci più tavoli da molestare, mi fa cenno di accomodarmi vicino all’uscita. Vado per andare. Ma lei, da dietro il bancone, versa un enorme bicchiere d’acqua fresca e lo allunga verso di me. Capisco che l’invito era più per proteggere me che per preservare l’artificiale integrità della sala. Mi offre anche una sedia vicina alla macchinetta del caffè e un tavolinetto dove appoggiare l’intatto mazzo di rose. Sorrido e ringrazio con un movimento quasi impercettibile della testa. La ragazza ricambia non nascondendo un particolare interesse per i miei denti bianchi. Sorseggio con l’avidità imposta dal caldo fastidioso di questa sera d’estate. Da dietro il paramento di legno e stoffa sento provenire i rumori della sala. Stoviglie e piatti, passi e luci, conversazioni e solitudini dorate.

Persino i discorsi arrivano chiari e netti. Quel signore intento a sollazzarsi con un enorme piatto di formaggi e marmellate dice che “una volta erano gli indiani e i cingalesi a rompere i coglioni con le rose, ma che con 2 euro te li toglievi di torno immediatamente. Adesso ci sono i negri che sono arrivati con i barconi, che … se va bene … rubano il lavoro agli altri stranieri che erano qua prima… Questi nuovi … sporchi … e che portano le malattie, che rischi di beccartele mentre stai mangiando qui tranquillo. Come se non bastasse che gli diamo pure da mangiare e da dormire. 35 euro al giorno nei centri di accoglienza e pure il telefonino. E non vogliono fare niente. A casa loro se ne devono tornare…”.

Ha ragione quel signore. Ci vorrei tornare a casa mia. Per rivedere mia madre e miei fratelli. Che non so che fine hanno fatto, se li hanno presi, se li hanno ammazzati.
La ragazza ha ascoltato e mi guarda. Io la guardo e lei abbassa gli occhi che sono pieni di vergogna. Bevo un altro sorso d’acqua, lo assaporo con più avidità. Quand’ero nella pancia di quella barca, l’acqua potevi berne solo un goccio in un giorno intero. La sete ti frustava i reni e la testa cominciava ad annebbiarsi. Guardo quella ragazza mentre asciuga i bicchieri. E’ molto bella e ha negli occhi la luna. Come la mia sposa promessa, che forse non sposerò mai. Che forse non rivedrò più. Questa sedia è comoda. Quando stavo nella pancia di quella barca eravamo tutti accatastati uno sull’altro. Non ti potevi muovere, non ti potevi alzare. Dormivamo nello stesso posto dove pisciavamo e il nostro stesso piscio erano le lenzuola. A farci da cuscino un piede o una gamba di un vicino.

Quel signore avrà finito il formaggio perché chiede cosa c’è come dolce. Ma non ha smesso di parlare di me e della mia gente. Dice cose che forse ha sentito alla televisione oppure da altri come lui che sanno di sapere tutto o lo inventano, che tanto è uguale. Però lui non lo sa come si stava dentro la pancia della barca. Qualcuno è anche morto durante il viaggio ed è rimasto lì, dentro alla pancia della barca, insieme ai vivi che non sapevano se lo erano ancora. I fetidi miasmi di feci e di morte conficcati nel legno e nelle narici, adesso mi sembra di sentirli nuovamente nelle parole di quel signore. Sono uguali. Anzi l’olezzo di queste parole puzza molto di più. Devo andare fuori a respirare. Lascio una rosa alla ragazza, che mi regala un ultimo splendido sorriso. L’unica cosa bella che finora ho trovato qui.

*** Vincenzo ZODA, Ho chiesto il permesso, 'facebook', 15 febbraio 2016, qui

domenica 3 gennaio 2016

#FURTI_PREGIATI / Caro Francesco Pontifex (Tiziana Campodoni)

Caro Francesco, inteso come #Pontifex ,
sai che ti stimo e ti considero praticamente l'uomo più di sinistra presente sul territorio nazionale (e anche quello che dice meno fesserie) però dovresti dire due cosette all'Osservatore Romano. 
Non so cosa ci fosse scritto sull'sms passato in TV perchè da anni la guardo il meno possibile e ascolto solo la radio (#Radio3 e riesco a litigare anche con lei). 
L'Osservatore che s'indigna così tanto potrebbe osservare un po' meglio e vedere i bambini che nel mondo muoiono di fame, vengono uccisi, violati (anche la chiesa ne esce malconcia tant'è vero che sei stato eletto tu, altrimenti... col piffero che ti facevano papa!), dovrebbe osservare meglio la crudeltà di certe immagini e i contenuti idioti che vengon trasmessi, potrebbe osservare i papà e le mamme che perdono il lavoro, la casa, la speranza; gli occhi vuoti e depredati dei giovani...e potrebbe osservare le ruberie, le frodi, gli inganni, le falsità e potrebbe pure darsi una guardata..che non guasterebbe, perché anche da voi, scusami se te lo dico, ma non è mica tutto zucchero e miele... come direbbe Shakespeare "c'è del marcio" ma non in Danimarca...
"La TV è ormai fuori controllo", no, guarda è controllata benissimo!!!! 
Prima dal piazzista ora da Renzi e il piazzista e anche la chiesa ha avuto la sua fetta...
"Fuori controllo"... per una bestemmia? Ma tu hai presente la faccia del Padreterno davanti agli attici, agli anelli, alle porpore, al potere, alla ricchezza della chiesa? A proposito, l'avete pagata l'IMU? Hai presente la scuola pubblica dove gli insegnanti schiantano con classi pollaio e quella privata dove arrivano finanziamenti pubblici? 
L'Osservatore non vede una cippa o, peggio, vede solo quel che vuole... che è uno sport nazionale, ormai. C'è ben altro su cui indignarsi! Ed è vergognoso che su questo "ben altro" l'Osservatore miope non s'indigni e non stacchi assegni. 
Tu continua a dormire a S. Marta che è più salubre ...;-) e guardati le spalle... 
Cordialmente, tizi

*** Tiziana CAMPODONI, Caro Francesco Pontifex, facebook, 3 gennaio 2015, qui


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giovedì 24 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / (Dis)social network, e piccioni (Chiara Bottini)

Quand’è che si è iniziato a usare il concetto di “social network” per giustificare qualsiasi comportamento?

No, davvero, perché mi sfugge.

Ne gestisco decine e, fatte le dovute eccezioni, il panorama desolante che predomina è il seguente:

“Offendo e parlo a sproposito? Beh: è un social network!”
“Ti aggancio a trenini, promozioni, foto senza il tuo permesso? Beh: è un social network!”
“Ti perseguito su ogni piattaforma commentando in modo poco pertinente e sgradevole ogni contenuto? Beh: sono social network!”
“Mi infilo in conversazioni che non mi riguardano rovinandone il clima, senza apportare alcun valore, giusto perché amo la mia “voce”? Beh: è un social network!”
“Uso ogni mezzo per smerdare tot politico, tot giornalista, tot emerito sconosciuto? Beh: è un social network”.

Non si tratta di seguire o non seguire, di bloccare o non bloccare, di accettare o meno amicizie, di prenderla con filosofia o meno, di divertircisi o meno, di sputare dove mangi o meno.

Pare che una certa netiquette non attecchisca.

Mi è chiaro che esistano numerosi sistemi, tecnici e relazionali, per arginare, gestire, scremare, eccetera.

Mi è chiaro che ovunque ci sia pubblico – online o offline – il confronto e, a volte, la frizione siano fisiologici.

Mi è chiaro che le competenze comunicative non siano sempre le più splendenti – il tutto aggravato e reso ancor più evidente dalla forma scritta.

Mi è chiaro che in giro è pieno di persone strane e una conversazione giocosa sul Natale si trasforma in un delirio socio-religioso che manco Scientology.

Mi è chiaro che esiste la soluzione finale: chiudere tutti gli account e andare al parco a nutrire i piccioni.

Ma, sfortunatamente, mi è chiaro anche che, nonostante tutta la formazione, la divulgazione, i tentativi di viralizzare il buon senso, le buone pratiche e un’educazione da minimo sindacale, non si riesce a sradicare il germe dell’utilizzo inappropriato del mezzo.

E non nel senso che esso vada uniformato – ognuno ne faccia ciò che crede – nel senso che il concetto “social network” è ancora troppo spesso usato come passaporto per la libera circolazione di atteggiamenti che, probabilmente, o almeno voglio sperare, non utilizzeremmo in nessuna altra circostanza senza essere guardati, diciamo così, con stupore.

Detto ciò, ignoratemi pure, vado a nutrire i piccioni.

*** Chiara BOTTINI, Project manager, blogger, social media specialist, formatrice, (Dis)social network, 'linkedin.com/pulse', 23 dicembre 2015, qui



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lunedì 14 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Natale, la palla color cobalto (Chiara Bottini)

“Gli addobbi di Natale non si toccano perché sono delicati” mi venne chiarito da subito.

Ma, forse, aveva più senso dire che solo io non potevo toccarli perché avevo la vaga sensazione che gli altri componenti della famiglia li toccassero, li tirassero, li maltrattassero, ci palleggiassero, anche, ma non potrei giurarlo.

In quel frangente, compresi i concetti di “incoerenza”, di “disuguaglianza”, di “ghetto”, ma non me ne curai poiché il mio obiettivo era la palla color cobalto.

La palla color cobalto era regalo di una vecchia zia e veniva custodita come una reliquia dentro un cartone rinforzato, lontana da altre palle plebee, prive dello stesso valore.

“Posso appendere io quella?”, indicavo la palla proibita col ditino.

“Assolutamente no! È un regalo, sai? È fatta di vetro, sai? Non ne fanno più così, sai? Te la ricordi la zia?”

Non me la ricordavo. E continuavo a non capire il timore reverenziale nei confronti di quel fregno di vetro, sapevo solo che il mio desiderio di metterci le mani sopra, esaminarlo da vicino e, che ne so, giocarci a schiantarlo contro il muro per vedere che succedeva, era sempre più intenso.

Le giravo intorno con golosità, attendendo un attimo di distrazione altrui per poterla afferrare e carpirne i segreti millenari.

“Tu appendi questo, ok?”

L’alberello rosso di plastica. Una cagata di addobbo.

Il più brutto, informe, inelegante fronzolo del nostro albero natalizio.

Mi rigiravo quel coso tra le mani tutti gli anni, cercando le motivazioni profonde della mia sorte infame, del mio essere rifiutata come membro della società civile, della totale sfiducia nelle mie capacità critiche e nella mia manualità.

Mio fratello appese in alto la palla color cobalto e tutti fecero: “ooooooh…”, rimirandola con incanto.

Nessuno faceva mai “oooooh” per l’alberello rosso di plastica, anzi, dovunque tentassi di piazzarlo non andava bene: troppo basso, troppo che non si vede, troppo vicino all’altro ninnolo.

Covavo dentro di me un sacro vaffanculo di Natale, quando il gancio della palla color cobalto cedette sotto il peso del vetro e la sfera si schiantò sul pavimento, brillando come un fuoco d’artificio.

Mi madre urlò, mio padre bestemmiò, mio fratello non fece niente, come da tradizione.

Ritrovammo in giro per casa schegge color cobalto fin dopo Natale, a ricordarci che non necessariamente eccedere in scrupoli e timori ci mette al riparo delle sfighe.

E, tutto ciò premesso, buon Natale.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, scrittrice, Fenomenologia dell'esperienza natalizia e dell'inevitabilità, 'linkedin.com/pulse', 13 dicembre 2015


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sabato 5 dicembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Giovani, futuri pensionati certamente sfigati (Chiara Bottini)

In questi giorni si parla molto del fatto che i nati negli anni 70-80 avranno, forse, una pensione da fame e non si sa bene come sopravviveranno alla dipartita dei propri genitori che, attualmente, li supportano con quei quattro spicci rimanenti dei loro risparmi.

Non è certo una problematica dei pensionati di lusso o degli ex parlamentari, ma di quelli come mia mamma, per esempio, che faceva l’insegnante e andò in pensione col minimo per dedicarsi alla famiglia che aveva bisogno di lei.

Ma questa è un’altra storia. Una storia che oggi vale meno di 900 euro.

Naturalmente, a 40 anni, rientro perfettamente nella categoria dei futuri (o attuali) sfigati, costretti a dare tutto per non avere niente e le mie sensazioni oscillano da un isterico “Paese di merda” a un più razionale “devo agire adesso per cambiare le cose e non trovarmi male se non dovessi crepare presto” a un delirante “machissenefrega, me ne andrò a Termini a fare la barbona, intanto mi sarò spesa tutto e avrò goduto la vita”.

Mentre selezionavo la posizione esistenziale adatta alle grandi occasioni, mi sono ricordata di uno dei miei tentativi di crearmi un cuscinetto economico per il futuro, terrorizzata da questa cosa che è il domani e fortemente intenzionata a capire come muovermi dentro una materia che è talmente tanto – troppo – per addetti ai lavori, da non lasciare alcun margine di comprensione REALE a un piccolo risparmiatore. Forse è questo che fa davvero paura: non riuscire a capire. Non trovare sollievo nelle informazioni, così terribilmente tecniche, sfaccettate, piene di vocaboli oscuri, non essere così fortunati da trovare chi possa consigliarci per il meglio, mettendoci in condizione di scegliere, provando, così, a ridurre la sensazione che non ce la faremo.

Quell’incontro, generò questo post, che ripropongo, con la sola finalità di farci una risata – amara – e trovare in noi stessi la forza di non avere paura. Almeno, non ancora.
« 
Allora, incontro un consulente per stipulare una pensione integrativa.
Il tenore di due ore di conversazione fu, più o meno, questo:
"Ormai, visto che avremo solo quello che ci capita, tocca prendere in mano la situazione e non aspettarsi il 12%, con investimento annuo, ma puntare a un onesto 3%, considerando che lo spread è sceso, ma non si può più mentire e parlare di investimento, ma bisogna parlare di risparmio vincolato che, a partire da 15 anni e con versamenti costanti, si recupera quell’un-per-cento che sarebbe addizionale Irpef, ma non viene più scaricato perché Renzi ha cambiato la legge, se, poi, consideri il prospetto – diapositiva di lui che mi sventola sotto il naso un prospetto simile a formiche a passeggio – vedi? vedi questa colonna? – io non vedo la colonna – questa significa che, quando il tasso si alzerà dello 0,75, il deposito, comunque non inciderà così tanto sulla somma finale. Poi, è chiaro che, se superi i 55 anni e pensi di riprenderli come rendita, va bene. Lo Stato dice che va bene. Certo, ipotizzando una svalutazione di due punti, non sarà mai come per i nostri genitori, ma dovremo considerare un tempo più lungo, tipo 65 anni, perché sei donna. Che ne pensi?"
»
Penso che stasera vado a mangiare al cinese.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, Più che futuri pensionati, attuali spaventati, 'linkedin.com/pulse', 3 dicembre 2015, qui 

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giovedì 26 novembre 2015

#FURTI_PREGIATI / La lezione più importante (Chiara Bottini)

Il secondo anno di università fu quello del professore che indossava la t-shirt con sopra un maiale. A onor del vero, la indossava sotto una camicia rosa trasparente, il che era ancora peggio. La maglietta si coglieva chiaramente: c’era stampigliato il muso di un maiale intento a grugnire. Ce ne accorgemmo tutti a un primo sguardo e l’ilarità iniziò a serpeggiare come solo l’ilarità sa serpeggiare. Il professore di editoria multimediale si presentò così a una classe di circa cento studenti, con un porco sul petto e una cravatta che richiamava le tonalità del porco, più che della camicia o della giacca, il che ci fece pensare subito che non fosse stata una svista, ma una precisa scelta di moda. Non so dire se questo segno distintivo ce lo rese subito molto simpatico o scoraggiò le nostre aspettative di un buon insegnamento, so solo che il secondo anno di università me lo ricordo a causa sua. Pian piano, saltarono fuori altri atteggiamenti bizzarri: per esempio, non usava libri di testo, ma ci invitava a comprare riviste di informatica, arrivava in facoltà a bordo di una jeep nera che pareva appena reduce da un rally nei campi e amava telefonare a sua moglie durante le lezioni. Prendeva il cellulare, componeva il numero e ci chiedeva di salutare la sua signora, poi girava il microfono verso di noi e attendeva un rimbombante: “buonasera signora!”, seguito da un applauso. Soddisfatto del nostro entusiasmo, si riportava il telefono all’orecchio e si accomiatava dalla moglie dicendole: “hai sentito?” Lo faceva sempre, nessuno sapeva perché, ma, considerati il maiale e il resto delle stramberie, avevamo archiviato la faccenda come: “è completamente matto”, e ognuno di noi era tornato a pensare all’esame da superare. Ma non facemmo l’esame con lui, perché la moglie morì. “Buonasera, signora” era malata di cancro e morì. “Buonasera, signora” veniva salutata il più possibile, il più spesso possibile e veniva fatta sorridere il più possibile, indossando abiti sconvenienti, portandola a sgommare su quella strana jeep in campagna o regalandole il coro di un centinaio di studenti, tutti per lei.

Fu la lezione più importante di sempre.

*** Chiara BOTTINI, project manager, formatrice, scrittrice, La lezione più importante di sempre, 'linkedin.com/pulse', 25 novembre 2015, qui


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sabato 21 novembre 2015

#FURTI_PREGIATI / Scegliersi (Chiara Bottini)

Esco di casa alle 7 del mattino e lei è già lì. Piccola, coi capelli neri e il muso duro. La signora delle pulizie abita nel nostro palazzo. Quando deve svolgere le sue mansioni indossa una veste leggera a fiori, anche quando ci sono tre gradi. Non guarda in faccia nessuno, tranne il suo secchio. Non saluta mai per prima, spontaneamente, poi, se proprio le hai rivolto la parola, ti bofonchia un suono gutturale imprecisato senza sollevare la testa dal suo pavimento. Perché quello è il suo pavimento, non quello del palazzo. È una roba che le appartiene poiché è lei che se ne occupa. Il suo non è un ruolo di servizio a una comunità, è l’esercizio di un presidio militare su una porzione di piastrelle. La signora delle pulizie sembra incazzata col mondo e, forse, ne ha motivo, ma nessuno sa quale sia e, soprattutto, nessuno capisce perché debba rientrare nel mondo che tanto la urtica. La signora delle pulizie non ti sgrida se passi quando ha appena dato lo straccio, si limita a sbatterti in faccia il suo silenzio se osi dirle: “oh, mi scusi”, tentando di spiccare buffi salti per centrare le chiazze asciutte di terreno. La guardo e mi domando se sorride mai o quando è stato il momento, il momento preciso in cui ha smesso di sorridere al prossimo. Poi, una volta, l’ho vista con un gatto in braccio. Uno randagio che bazzica il cortile da sempre. Quel gatto non si fa avvicinare da nessuno, è diffidente e permaloso. Se anche gli porgessi un pezzo di filetto non si farebbe dare neanche una carezza. La signora delle pulizie e il gatto erano uniti in un abbraccio che pareva una scultura: “donna incazzata con gatto insopportabile”. Erano inspiegabilmente belli e contortamente uguali. Da allora ho rinunciato a salutarla, a instaurare un dialogo, a fare battute sul pavimento pulito di fresco. Lascio che le creature si scelgano tra loro, naturalmente, istintivamente, senza forzatura. E cerco di non sentirmi offesa se la scelta non sono io.

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, project manager, scrittrice, Scegliersi, 'linkedin.com/pulse', 20 novembre 2015




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martedì 20 ottobre 2015

#FURTI_PREGIATI / Tutta, ma tutta, la verità (Chiara Bottini)

Eravamo in fila da un migliaio di anni, se non ricordo male e, finalmente, San Pietro si degnò di mollare il giornale e ci rivolse la sua attenzione. Quel ruolo gli stava stretto e si vedeva che glielo avevano imposto.

Non faceva neanche nulla per nasconderlo e ci poneva la domanda più importante dell’esistenza con uno scazzo decisamente inadatto a un’anima della sua fama e imponenza: “in chi o cosa vuoi reincarnarti nella prossima vita?”

Era un momento elettrizzante e atroce: in pochi istanti potevi salvarti o condannarti, essere indulgente o severo, valutare cosa ti sarebbe servito per crescere e cosa potevi rimandare a vite future, definire chi avresti incontrato e in che modo, chi ti avrebbe fatto male, a chi avresti fatto male, dove avresti vissuto, cosa ti avrebbe messo alla prova e anche come saresti morto, consapevole che gli anni non sarebbero passati in fretta, che il corpo lo avresti sentito tutto, con la sua puzza di umana fallibilità a darti il tormento, giorno e notte, e la paura non sarebbe stata controllabile, e la felicità avrebbe potuto essere un pallido ricordo legato ad altre esistenze.

Era tutto sulle tue spalle o, insomma, sulla materia impalpabile di cui eravamo composti, prima di riprendere la carne. Il cerchio della vita prevedeva la nostra responsabilità, anche se non ce lo saremmo ricordato, una volta sulla terra. Esatto: ci saremmo completamente dimenticati d’essere gli artefici del nostro destino, al cospetto di un barbuto San Pietro che era solo un segretario e pure scarso, devo dire.

Fu allora che mi si avvicinò uno spirito traballante e incerto.

«Ho deciso che farò il politico…in fondo, quale modo migliore per misurare la mia capacità di restare onesto, nonostante tutto?»

Non aveva torto, ma il punto era un altro.

«E dove pensi di farlo?»
«In Italia, credo, verso il 2015».

Lo fissai con infinita tenerezza: sapevo che avrebbe fallito. Quello spirito si era appena condannato a reincarnarsi un altro trilione di volte. Gli diedi una pacca da qualche parte – non era facile capire dove – e, finalmente, venne il mio turno.

San Pietro mi guardò scoraggiato.

«Ancora qui? Se non avessimo l’eternità, direi che mi stai facendo perdere tempo…»
«Ma ho imparato tantissimo nell’ultima vita! Dovresti essere fiero!»
«Come altro devo spiegartelo? Te la fai troppo difficile! Sei superba, ecco cosa sei. Commetti sempre gli stessi errori perché le prove sono troppe e tutte insieme. Chi pensi di essere, un fenomeno? Continuerai a reincarnarti all’infinito, non diventerai mai uno spirito-guida, un guardiano del faro, un essere superiore, striscerai sulla terra per sempre senza cavarne nulla e mi impedirai di leggere il giornale».

San Pietro era un cazzo di materialista, in fondo. Ma aveva ragione: me la facevo troppo complicata. Non ero all’altezza. Va bene superare sé stessi, ma ci deve pur essere un limite dettato dal buon senso.

«Ok. Dove ti mando stavolta?»
«In una piccola cittadina di provincia, in Italia».

San Pietro era disgustato.
«Chi vuoi che siano i tuoi familiari?»
«Ehm…è un po’ complicata da spiegare…possiamo passare alla prossima domanda?»

San Pietro sospirò, poi si inalberò:

«Faresti la scrittrice? Dico: vuoi anche morire di fame? Non faccio prima a spedirti in Africa o, che so io?»
«Ma no, non vivrei di scrittura…»
«Quello è sicuro!…tzè…»

Gli occhi mi si riempirono di lacrime o quelle cose che cadono dagli occhi, quando ne hai un paio.

A quel punto, San Pietro mi si avvicinò con dolcezza e mi disse qualcosa che non ho mai dimenticato, una vita dopo l’altra, nonostante sia legge divina quella di non ricordare nulla.

«Non è per niente male questa tua faccia da schiaffi, ecco perché ne prenderai molti».

Poi mi accarezzò, una carezza ultraterrena che mi ha benedetto.

Poi soffiò, credo.

Non ricordo più nulla, come da legge.

° ° °
Questo post è dedicato a tutti gli stronzi, gli invidiosi, gli incapaci, i narcisisti, i bugiardi, i finti amici e le mezze seghe che, a vari livelli, ho incontrato e incontro in vita. Pensare di avervi scelto di persona per il mio miglioramento, mi fa stare meglio.

Chi non rientra in questa categoria lo sa, glielo ripeto ogni giorno e mi tiene in vita. A loro: grazie.

[Per scrivere questo post, ho maltrattato diverse religioni e filosofie orientali. Ma loro mi perdoneranno. O mi aspetteranno da qualche parte per farmi il culo].

Credo di essermi appena guadagnata un’altra reincarnazione.

*** Chiara BOTTINI, formatrice, consulente, scrittrice, Tutta, ma tutta, la verità sulla vita, blog '17e17', 19 ottobre 2015, qui



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lunedì 19 ottobre 2015

#FURTI_PREGIATI / Uno di noi (Luca Padovano)

A occhio e croce sono tra i dieci uomini più potenti del paese.

Voi che non contate un cazzo non potete capire il vero e proprio piacere fisico che dà il potere, essere circondato da persone che sbavano ai tuoi piedi per soddisfarti ogni capriccio.

Vuoi entrare allo stadio senza biglietto? Quell’imbecille di tuo figlio professore associato? Un appalto? Una variante? Un ospedale sotto casa? Una puttana nel letto? Una guerra? Nessun problema, ci mettiamo d’accordo. Detto, fatto.

La gente mi adora, gode a farsi umiliare da me, mangia le briciole cadute dal mio piatto, raccolte dal mio tappeto, vomitate dal mio cane, credono di far parte di qualcosa, meschini apostoli di un Gesù Cristo che non salirà mai sulla croce.

Sapete, non è vero che non si possa regnare senza conseguenze. Un cazzo, il potere assoluto è esattamente il contrario, è quello separato dalla responsabilità di esercitarlo, il potere assoluto è la certezza che qualsiasi nefandezza dovessi compiere, comunque resterei impunito, magari spostato, rimosso, promosso, ingiuriato, per poi essere comunque riabilitato, coperto, ripulito. Sistemato.

Cane non mangia cane, soprattutto se il cane ha un armadio pieno di dossier sull’altro cane. E viceversa. Si chiama sistema di potere, comitato d’affari, oligarchia inamovibile. Satrapia.

Si chiama Paradiso.

Certo, c’è un prezzo da pagare, guardarsi le spalle, non fidarsi di nessuno, darci dentro con alcool, droga, pilloline e tutta quella merda. E poi non credo di aver avuto un solo amore disinteressato, un amico vero dai tempi del liceo.

E comunque sono tutte cazzate.

Certo, ogni tanto capita la rottura di coglioni, ora c’è quello stronzo, ipocrita testa di cazzo. Non è stupido, anzi, è preparato, studia, ha anche il curriculum. Dice che vorrebbe fare qualcosa di buono per questo paese e che la Politica per lui ha la P maiuscola, dice, che non ne può più dei compromessi al ribasso, del finto cambiamento, delle mezze calzette che fan carriera.

Ma vaffanculo, chi ti credi di essere, De Gasperi? Ma si può essere più stronzo di così?

E non cede, la merda, niente dossier su di lui, abbiamo provato in tutti i modi, minacciato, ammansito, adulato. Abbiamo provato a mettergli nel letto donne, uomini, bambini, trans, ma lui niente, finge di essere pulito, di credere nella incorruttibilità, nell’in-te-gri-tà, lo dice gonfiando il petto, a testa alta, quel coglione.

Sono un po’ preoccupato, ammetto, chi cazzo l’ha mai sentito uno dire ho già tutto quello che mi serve, mi piacerebbe essere ricordato per aver migliorato, almeno un poco, il mondo, vorrei che i miei figli fossero orgogliosi di me. Ho delle idee, dei sogni, so come realizzarli. Vorrei mobilitare le coscienze.

E io, non dire minchiate, quanto vuoi? Stai alzando il prezzo, vero?

E lui no, il mio prezzo tu non lo puoi pagare, tu sei il fallimento di questo paese di poveri, disgraziati dannunziani, che si credono furbi, si credono svegli, ma sono solo patetiche vittime di un gioco più grande di loro e tu sei nulla, un triste cortigiano, piangeresti davanti alla ghigliottina, imploreresti pietà davanti al plotone di esecuzione.

Tu sei solo il marcio risultato del mio disinteresse, uno sgradevole errore di calcolo e valutazione, sei convinto di essere intelligente, astuto, di saper elaborare strategie, di muovere armate, di disegnare scenari. Ma sei solo uno sgangherato improvvisatore, una faina spelacchiata col culo scoperto.

Il tuo unico potere è la debolezza di chi tace. Io non ti odio, io odio me stesso per non averti ancora schiacciato.

Si alza, mi gira le spalle e se ne va, capito? Si alza e se ne va. Patetica vittima a chi? Ghigliottina? Plotone di esecuzione? Oh, che cazzo dici? Errore io? Schiacciare? Chi?

Ora che faccio? Non è possibile che ci creda veramente, no, no, quello è pericoloso, quello è pazzo, cazzo.

Non esiste un solo uomo onesto al mondo, non ce ne sarà mai nemmeno uno, uno solo che abbia le palle di buttare all’aria il tavolo, di sparigliare le carte, di ripartire veramente, il fegato, il coraggio. Di dire semplicemente no.

Perché uno solo, uno solo. E crollerebbe tutto.

*** Luca PADOVANO (@asinomorto), Uno di noi, blog 'lpado', 9 ottobre 2015, qui

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venerdì 2 ottobre 2015

#FURTI_PREGIATI / Chiamate la pulizia (Chiara Bottini)

Dopo il gioco si hanno le dita nere. Le madri sbraitano per quelle dita e ti fanno sentire un ladro, ma lo fanno per il tuo bene, pare. Ti urlano: “guarda come ti sei combinato! Guarda che sporcaccione!” e il loro labbro inferiore si carica di un’energia tremolante pronta a esplodere in un grido al cielo o in un pianto.

C’è una fase della vita in cui solo il sapone pare calmare una madre. Quel quadratone molle e scivoloso doveva avere proprietà taumaturgiche incredibili, iniziai a pensare.

Un giorno avevo di nuovo le dita nere e, spaventata, corsi al lavandino del tinello, afferrai il sapone e lo feci ruzzolare a terra con un tonfo simile a colpi di pugno. Era una saponetta color avorio che si insudiciò subito della polvere del pavimento.

Mia madre urlò, si avvicinò a grandi passi e iperventilò a un centimetro dalla mia faccia.

«Da dove viene il sapone?», balbettai io, nascondendomi le dita con le altre dita.

Lei parve calmarsi. Diamine, se funzionava questa cosa del sapone, continuai a pensare.

Mia madre lo raccolse e mi spiegò che lo prendevano dalla pancia delle balene.

A me girò la testa. Come sarebbe le balene? Ma le balene balene?

Sì, le balene balene. Poi si allontanò per fare la madre in un’altra stanza.

Restai pietrificata. La balena era così grande e il sapone così piccolo. Mai più.

Decisi a pochi anni che non mi sarei mai più lavata le mani col sapone per combattere il sistema. Al massimo un po’ d’acqua, ma dovevo ancora accertarne la provenienza.

Così, per diversi giorni, i giorni che a un bambino paiono secoli, mi rifiutai di usare il sapone della vergogna e della violenza sulle balene, raccogliendo alternativamente urla, tirate di capelli, occhi al cielo, risate fragorose, totale indifferenza.

Non so bene quando, qualcuno, non so bene chi, mi spiegò che, anche se io fossi rimasta con le dita sudicie fino a farle putrefare e poi cadere, la caccia alle balene non si sarebbe fermata perché io ero una sola, piccola, sconosciuta e non contavo niente, mentre chi le uccideva no.

È sempre un colpo realizzare che i tuoi sforzi non serviranno.

È sempre importante capire presto che si può essere puliti in molti modi.

*** Chiara BOTTINI, formatrice, consulente, scrittrice, Chiamate la pulizia, blog '17e17', 1 ottobre 2015, qui




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giovedì 6 agosto 2015

#FURTI_PREGIATI / L'asso (Chiara Bottini)

Mio padre disse che i genitori si godono davvero i figli all’età che avevo io allora, poi calò l’asso di coppe e a mia madre la mossa non piacque. Si frugò tra le carte e sbuffò. Mi diede uno sguardo che io ricambiai senza slancio e disse che aveva perso, quindi raccolse le carte a mazzo per fare un’altra mano. Mio padre rise sguaiatamente. Adorava umiliarla. Nel gioco come in tutto il resto. Ma non ci faceva caso nessuno. Fare caso era da maleducati. E poi loro sorridevano sempre durante quelle partite.

La mia non era un’età che prendevi e te ne uscivi sbattendo la porta. Quello lo faceva mio fratello. La mia era un’età che, al massimo, ti rifugiavi in camera tua, ma poteva venire chiunque, in qualunque momento, a stanarti come un ragno dentro un buco. E tu dovevi uscire, uscire rapidamente, complice di un richiamo che non ti conferiva alcuna gioia e dovevi aderire alle proposte: si deve fare questo, sta per venire tizio, dobbiamo andare da caio.

Forse il godimento constava in questo: dominarmi completamente, dominare un altro essere umano fin nell’ultimo tassello della sua esistenza.

Sette di denari su sette di bastoni e poi scopa.

Li guardavo giocare a carte con il mento posato sulle ginocchia raccolte, seduta sulla sedia di paglia da cucina, quella sghemba, che andava un po’ di qua un po’ di là, come il mio pensare.

La mia non era un’età che si potevano dire i pensieri veri. I pensieri veri facevano ridere gli adulti che ti chiedevano di parlare ancora e ancora per poter restare divertiti da te. Godendoti, probabilmente.

Fu allora che appresi il muso. Musi lunghissimi, fino a terra e oltre. Il muso era il messaggio più chiaro e preciso che riuscissi a lanciare in quella mia età, senza dire una parola, senza spendere il mio pensare, senza esporlo al divertimento dei grandi.

Il muso mi faceva ricevere blandi rimproveri, scompigliamenti di capelli, fette di torta, ma non consentiva a nessuno di stanarmi. A volte lo arricchivo di un guardare basso. A volte restavo in questa condizione per ore, giorni, settimane. Silenziosa, implosa, inerme.

A volte mi scordavo di essere da sola, a volte mi scordavo di essere in loro compagnia.

Imparai anche a giocare a carte, in quella mia età, ma non ho mai giocato con nessuno.

*** Chiara BOTTINI, consulente, formatrice, scrittrice, L'asso, blog' quello che non vedi', 5 afosto 2015, qui

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venerdì 24 luglio 2015

#FURTI_PREGIATI / L'Europa cadde (Luca Padovano)

L’Europa cadde in una sera di luglio, tra una puntata di Masterchef e le selezioni del Grande Fratello.

L’Europa cadde alla ennesima intervista del noto stitico economista, che pur smentendo l’intervista precedente, confermò con grafici e tabelle che la tua vita non vale proprio niente.

L’Europa cadde quando a decidere, non dico lo statista, quello che pensa alla futura generazione, nemmeno il politico, quello che ha in testa la prossima elezione, ma proprio il nulla berciante, tipo pubblicità dell’ultimo deodorante.

L’Europa cadde quando italiani pizza e mandolino, greci fannulloni, tedeschi crucchi e un po’ nazisti. E i danesi, boh, credo di non averli mai nemmeno visti.

L’Europa cadde nel puzzo di vendetta, quando fu chiaro che dietro ai conti, ai piani strategici, al rigore dirigista, c’era solo tigna, sale e morte, la solita vecchia merda insomma, tutta roba già annusata e vista.

L’Europa cadde quando parlarono di capitolazione, crocefissione, anche di tortura. E qualche cinico servo compiaciuto ne fece pure il sapido titolo di apertura.

L’Europa cadde quando gli errori del debole e i crimini del potente vennero pesati sulla stessa bilancia, senza distinguere più niente, ragionando anche più giù che con la pancia. Quando vinse lo stupro e la legge del più forte, che se te la vai a cercare, è ovvio, saggio e naturale, che prima o poi la dovrai scontare.

L’Europa cadde nel fragore dei mortai, schiacciata dai carri armati, violentata dalla soldataglia, poco importa che questa volta fu tutto più garbato ed educato, ma stessa fu la violenza, di quel feroce capitalismo incontrollato.

L’Europa cadde sputando su Libertà, dimenticando Uguaglianza, ripudiando Fraternità. E provaci tu a campare, sciocco, con quella cosa che tu chiami Dignità.

L’Europa cadde nelle piazze vuote, un intero continente a farsi i cazzi propri, rigattieri, sensali e pizzicagnoli, fatti per vivere come bruti, poveri fessi che si credono anche astuti.

Insomma, l’Europa cadde così, perdendo di senso, chinando il capo, trasformata in club privè per darwinisti, che vinca il migliore e il più forte e guai ai vinti, a chi non ce l’ha fatta e nessuna solidarietà per i poveri cristi.

E quando l’Europa cadde, schiacciata dalla propria inutilità, mediocre inferno che non ce l’ha fatta, il fragore si sentì fin su Plutone, dove una sonda spaziale cercava proprio in quei giorni segni di umanità e vita.

Sarà che qui in Europa, ogni traccia, ne era ormai sparita.

*** Luca PADOVANO (@asinomorto), L'Europa cadde, 'lpado.blog', 15 luglio 2015, qui

giovedì 23 luglio 2015

#FURTI_PREGIATI / Dove coincidi (Chiara Bottini)

Inauguro una nuova sezione, che ho chiamato #FurtiPregiati: scritti che mi paiono intelligenti, stimolanti, in qualche modo 'gustosi', o per contenuto o per forma o per entrambi, già pubblicati su altri siti e che a mio avviso meritano, per quel poco che questo blog può fare, di essere 'rilanciati'.
Può trattarsi (preferibilmente) di racconti, ma anche di testimonianze, esperienze, riflessioni, che 'pro-vocano' e spingono a pensare. 
Sceglierò autori non mediaticamente famosi, ma blogger che mi pare abbiano qualcosa da dire. E naturalmente il criterio di scelta sarà del tutto soggettivo: ciò che in qualche modo mi piace presumo possa piacere anche ad altri...

Inizio con questo testo di Chiara Bottini, che ho sottratto dal suo blog.
Ringrazio per il furto la derubata. (mf)

° ° °

Un giorno, forse, ti chiederanno se sei come sembri.

Tu risponderai impettito: “..ma anche molto di più!” e strizzerai l’occhio, dando a intendere “se solo tu capissi, misero mortale, cosa vuol dire essere me”.

Poi, sempre molto forse, torneranno a dirti: “…no, non sei per niente come sembri e neanche molto di più: sei proprio un’altra cosa”.

Tu ti incazzerai moltissimo e quella convinzione del “non capisci un cazzo, misero mortale” crescerà dentro di te fino a persuaderti che nessuno, nessuno al mondo riesce a capire davvero come sei e neanche come sembri.

Poi, sempre molto, ma molto forse, inizierai a chiederti come sembri e come sei, senza, ovviamente, venirne a capo.

Da quel momento in poi, la schiera dei miseri-mortali-che-non-capiscono-un-cazzo si arricchirà di un nuovo adepto: tu stesso.

A quel punto, le cose si faranno parecchio dure perché l’identità è un aspetto troppo importante della propria porca vita.

Nel tentativo di tracciare un perimetro di autoconsapevolezza, scoperai molto, mangerai molto, fumerai molto, berrai molto, dirai tante parolacce, leggerai molto, ascolterai molta musica, accumulerai esperienze senza senso, ti infiammerai di roventi passioni, ti iscriverai a zumba o a giurisprudenza, andrai in India a trovare Romina, diventerai buddista, imparerai a suonare lo xilofono.

Terminato questo periodo di ricerca – vana – dell’essenza di te stesso, deciderai che non puoi essere trovato.

Trascorrerai gran parte della tua vita all’interno di questo stato d’animo, covando risentimento e paura, ma anche autocompiacimento perché, diciamocelo: gli sfuggenti acchiappano.

Per quello ti sorprenderà parecchio quando, forse, ma parecchio forse, incontrerai qualcuno che ti sta aspettando lì, dove tu stesso non sai come arrivare, dove tu stesso ti perdi, dove tu stesso hai decretato che è impossibile venirne a capo.

Se questo dovesse succedere, non importa quale sarà l’epilogo del vostro legame, tu non sarai mai più lo stesso e avrai imparato che, aldilà di come sembri e come sei, c’è un nucleo ancora più magmatico e profondo: dove coincidi.

Ecco, ci vediamo lì.

*** Chiara BOTTINI, Dove coincidi, blog 'quello che non vedi', 22 luglio 2015, qui