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mercoledì 30 agosto 2017

#SENZA_TAGLI / Ordine, la mania aiuta a combattere lo stress (Oliver Burkeman)

Ultimamente, grazie a diversi studi, il vecchio detto “una scrivania ordinata riflette una mente ordinata” è stato sostituito dal suo opposto. Oggi il caos è segno di creatività. Francamente, essendo un maniaco della precisione, lo considero offensivo, anche se confesso che c’è un solido argomento a favore di questa teoria, proposto nel modo più convincente da Tim Harford nel suo libro del 2016 Messy.

Accettare il disordine, sostiene, ci aiuta a rinunciare alla tendenza a seguire sempre gli stessi percorsi mentali, e lascia spazio a nuove associazioni che consentono la formazione di nuove idee. D’accordo. Ma non aspettatevi che smetta di allineare perfettamente i miei blocnotes e le mie penne sulla scrivania. E non venite a dirmi che la mia è la manifestazione esteriore di un disperato bisogno di mantenere l’illusione del controllo in un mondo privo di qualsiasi significato. Sono semplicemente ordinato, ok?

Negli ultimi anni, però, mi sono reso conto che questa dicotomia tra ordine e disordine – motivo di innumerevoli liti tra coniugi – è una semplificazione eccessiva. È vero, sono una persona ordinata, ma in quanto a pulizia sono decisamente nella media, mentre la mia compagna attribuisce un’enorme importanza alla pulizia pur essendo un po’ disordinata. Io trovo sconcertante che le sembri normale lasciare i libri sparsi sul tavolo, quando potrebbero essere perfettamente impilati. E lei trova sconcertante che io ci tenga tanto a mettere il tappeto perfettamente perpendicolare alle assi del pavimento, ma non mi accorga delle briciole e dei pezzetti di pasta che si sono accumulati sui bordi.

Non è tanto che muoio dalla voglia di vivere in un ambiente ordinato, quanto che mi piace mettere in ordine
La cosa che mi fa più rabbia dell’essere dalla parte dell’ordine in questo dibattito è che i maniaci della pulizia hanno un argomento forte a loro favore: se la nostra casa diventa troppo sporca, possiamo veramente prenderci qualche brutta malattia, mentre la stessa cosa non si può dire di una libreria non organizzata in ordine alfabetico. È vero che l’ordine fa risparmiare tempo – se sappiamo dove sono le cose, le troviamo più facilmente – ma mentirei se dicessi che questa è la mia motivazione, e sono sicuro che a mettere in ordine spreco più tempo di quello che risparmio. No, noi maniaci della precisione dovremmo essere onesti. Abbiamo un profondo bisogno, presumibilmente perché siamo ansiosi, di imporre un ordine all’ambiente che ci circonda, e forse dovremmo fare qualcosa per superarlo.

Oppure no? In realtà mi sono reso conto che, stranamente, la dicotomia tra pulizia e ordine non provoca quasi nessuna tensione in famiglia. In parte perché si tratta di due aspetti della personalità complementari tra loro: uno dei due si occupa soprattutto di mettere in ordine, e l’altro soprattutto di pulire. Ma anche a causa di un’altra cosa che ho imparato di me stesso: non è tanto che muoio dalla voglia di vivere in un ambiente ordinato, quanto che – e credetemi, è imbarazzante ammetterlo – mi piace mettere in ordine.

Se vivessi con una persona che ha la mia stessa mania, non avrei nulla da fare. O, peggio ancora, cercherebbe di impormi una logica organizzativa diversa. Il mio mettere in ordine è un patetico modo per tranquillizzarmi? Forse sì, ma di certo è più sano che scolarmi una bottiglia di vino ogni sera. E nonostante tutte le ricerche sul disordine e la creatività, è proprio in quei momenti che mi vengono le idee migliori: mentre riordino il soggiorno, riordino anche i miei pensieri. Secondo me, la creatività si può anche imbrigliare.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, La mania dell’ordine aiuta a combattere lo stress, traduzione di Bruna Tortorella, 'internazionale.it', 29 agosto 2017, qui


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venerdì 28 luglio 2017

#LINK / Felicità, si può comprare (Oliver Burkeman)

“Spendere soldi per fare esperienze invece che per comprare un oggetto rende più felici!”. Questo è il tipo di riflessione che ci aspetteremmo di trovare in un tweet di Richard Branson, insieme a una foto del barbuto, irritante fondatore del Virgin Group che scia sull’acqua ai Caraibi (facendo il buffone). Ma è anche una delle verità più accertate dalle ricerche sulla felicità: i beni materiali smettono presto di darci piacere, mentre il ricordo delle esperienze ci rimane impresso nella memoria per anni.

O almeno così credevamo. Ma da un nuovo corposo studio ungherese non è emersa nessuna differenza significativa tra i due modi di spendere. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista, In realtà, la felicità si può comprare, 'internazionale.it', 24 luglio 2017

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giovedì 25 maggio 2017

#RITAGLI / Rimandare, la trappola dell'importanza (Oliver Burkeman)

(...) La cosiddetta trappola dell’importanza allude al fatto che, più un’attività è importante per noi, più tendiamo a credere di aver bisogno di concentrazione, energia, e un lungo periodo di tempo a disposizione per svolgerla, tutte cose che al momento non abbiamo, come continuiamo a ripeterci. E quindi abbiamo meno probabilità di portarla a termine. Le cose poco importanti si fanno subito, quelle importanti no.

Prendiamo la lettura. “Se pensate di aprire un libro nell’improbabile momento in cui avrete diverse ore da passare in una poltrona comoda con un bicchiere di scotch”, ha scritto di recente Kevin Nguyen sulla rivista GQ, “allora lo leggerete solo quando avrete diverse ore da passare in una poltrona comoda con un bicchiere di scotch”. Questo è un classico caso di trappola dell’importanza. Di solito pensiamo che la procrastinazione sia dovuta a emozioni melodrammatiche: la paura del fallimento, il terrore di essere giudicati, e così via. Ma a volte non facciamo qualcosa per il semplice desiderio di poterla fare meglio.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, Perché rimandiamo le cose importanti, 'internazionale.it', 24 maggio 2017

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mercoledì 29 marzo 2017

#LINK / Personalità, cambiare cadendo in un precipizio (Oliver Burkeman)

Che cosa fa diventare cattive le persone buone? Tendiamo a pensare che la strada verso la depravazione e la corruzione sia una china pericolosa: bastano pochi comportamenti immorali e le cose precipitano, e prima di accorgercene finiamo travolti dalle cateratte (per essere più precisi, la china pericolosa è vicino a una centrale idroelettrica, e quindi si spiegano le cateratte. Senza contare che sta anche diluviando).

Ma secondo un recente studio olandese, una metafora più appropriata potrebbe essere quella della caduta da un precipizio.  (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, Per cambiare personalità basta la spinta giusta, 'internazionale.it', 28 marzo 2017.

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domenica 19 febbraio 2017

#LINK / Ipocrita, perché ci disturba (Oliver Burkeman)

A nessuno piacciono le persone ipocrite, ma a pensarci bene, è strano che le disprezziamo tanto. Certo, non è corretto predicare bene e razzolare male, ma almeno predichiamo. Se continuo a parlare dell’importanza di allevamenti meno intensivi e meno crudeli, sto trasmettendo un messaggio giusto, anche se il sabato potreste beccarmi mentre addento un hamburger di dubbia provenienza comprato da un furgone in un vicolo. È sempre meglio di niente, no? Be’, no.

Sia la ricerca sia l’esperienza ci dicono che è peggio di niente: odiamo gli ipocriti più delle persone che si comportano apertamente male. Di recente ne abbiamo avuto una deprimente riprova, tra le altre cose, anche in politica: se non puoi essere di un’onestà specchiata – e chi può esserlo? – forse fai meglio a comportarti direttamente come un mostro.

Perché mai proviamo questa particolare ostilità per l’ipocrisia? Potremmo dire che le persone ipocrite mancano di autodisciplina, e che questo è un difetto morale, ma non mi sembra una spiegazione sufficiente. Il mese scorso, la psicologa Jillian Jordan e i suoi colleghi di Yale ne hanno trovata una migliore: odiamo gli ipocriti perché sono colpevoli di lanciare “falsi segnali”. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, L’ipocrita ci disturba perché lancia falsi segnali virtuosi, 'internazionale.it', 14 febbraio 2017

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martedì 22 novembre 2016

#VIDEO / Per trovare la felicità (Oliver Burkeman)

Oliver BURKEMAN
giornalista britannico
Per trovare la felicità
'internazionale.it', 21 novembre 2016
video 6min10

“Se viviamo cercando di non sentirci stressati, ansiosi o tristi, non riusciremo a smettere di pensare alle emozioni negative”, spiega Oliver Burkeman, intervistato al festival di Internazionale a Ferrara. “Il tentativo di diventare completamente sicuri e felici, spesso produce l’effetto opposto. Se riuscissimo ad accettarle, queste emozioni poco piacevoli sparirebbero”.

Oliver Burkeman è un giornalista britannico. Scrive per il Guardian e vive a New York. È autore della rubrica settimanale This column will change your life, pubblicata anche da Internazionale. 
In Italia ha pubblicato La legge del contrario: stare bene con se stessi senza preoccuparsi della felicità (Mondadori, 2015). Su Twitter è @oliverburkeman.
(dalla presentazione)


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lunedì 21 novembre 2016

#LINK / Lamentarsi, a che serve? (Oliver Burkeman)

In Colorado c’è un uomo che è a dir poco infastidito dal rumore degli aerei che arrivano e partono dall’aeroporto di Denver, a una cinquantina di chilometri da casa sua. Fino a che punto lo irritano, esattamente? Secondo un recente studio, nel 2015 ha mandato 3.555 dei 4.870 reclami ricevuti dall’aeroporto. E non è un caso unico. Cinque persone hanno mandato il 61 per cento dei reclami all’aeroporto di Portland, e a Washington “due persone che abitano nella stessa casa” in un anno hanno inviato 6.852 lettere di protesta all’aeroporto nazionale Ronald Reagan (a proposito del rumore, intendo. Lo studio non fa parola di quanti si sono lamentati perché è stato dedicato a Reagan).

Essendo io stesso un habitué dei reclami ufficiali, confesso di provare una certa ammirazione per queste persone. Sì, lo so che una delle caratteristiche fondamentali della follia è ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso. Però rispetto la loro sfida cosmica. Il mondo è assurdo e irritante, ma almeno qualcuno ha abbastanza rispetto per se stesso per continuare a protestare contro questa realtà.

Non che questo lo renda più felice. I risultati della ricerca dimostrano che l’irritazione e le lamentele si autoalimentano. Obiettare a qualcosa che non possiamo controllare provoca una momentanea sensazione di catarsi, ma in genere peggiora le cose, aumentando l’attenzione che dedichiamo a quel problema, il che lo rende ancora più invadente. Finiamo per avere una percezione più acuta del rumore successivo e per irritarci ancora di più quando arriva. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, A che serve lamentarsi?, 'internazionale,it', 15 novembre 2016

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venerdì 4 novembre 2016

#LINK / Colloquio di lavoro, effetto placebo (Oliver Burkeman)

(...) Prima di un colloquio di lavoro, assumete la posizione di Wonder Woman – gambe larghe, mani sui fianchi, spalle indietro – e i vostri ormoni dello stress caleranno, il testosterone aumenterà, vi sentirete più coraggiosi e avrete più possibilità di avere il posto. O forse no. Un importante tentativo di replicare lo studio originario ha dato risultati negativi, e uno dei ricercatori ha ammesso: “Non credo che gli effetti degli atteggiamenti di forza siano reali”.

Anche un’altra scoperta simile – che basti stamparsi un sorriso in faccia per sentirsi più ottimisti – è stata messa in discussione. Abbiamo la sensazione che tutte queste tecniche per acquistare fiducia in noi stessi possano funzionare, ma gli scienziati non sono più sicuri che sia così.

La cosa strana dell’allegro smantellamento degli atteggiamenti di forza è… ovviamente, che funzionano. Almeno per me.  (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, Ricordatevi di Wonder Woman prima di un colloquio di lavoro, 'internazionale.it', 1 novembre 2016

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venerdì 21 ottobre 2016

#LINK / Più soldi o più vita? (Oliver Burkeman)

Dovremmo preferire il tempo ai soldi o i soldi al tempo? Questo è uno dei cosiddetti dilemmi della felicità, che poi non sono veri dilemmi perché la risposta è dolorosamente ovvia. Le circostanze possono costringerci a scegliere i soldi invece del tempo, ma se diamo davvero più valore a un grosso conto in banca che a una serie di esperienze significative, secondo i libri di psicologia siamo degli imbecilli.

Dopotutto il denaro è solo un mezzo per ottenere altre cose, compreso il tempo, mentre il tempo è tutto quello che abbiamo. E purtroppo non possiamo neanche metterlo da parte: se i soldi funzionassero come il tempo, ogni nuovo deposito sul nostro conto sarebbe immediatamente cancellato da un costo dell’operazione uguale e contrario. Per quanto possiamo odiare la nostra banca, di sicuro non ci tratta così male. (...)

Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista inglese, Più soldi o più vita? Questo è il problema, 'internazionale.it', 11 ottobre 2016

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mercoledì 24 agosto 2016

#SENZA_TAGLI / Le nostre critiche mettono in luce le nostre insicurezze (Oliver Burkeman)

Vi assicuro che non ho intenzione di parlare sempre di Donald Trump, ma quell’uomo è un tale manuale di psicologia ambulante che non posso resistere alla tentazione di usarlo come esempio. In particolare, per la sua tendenza a criticare negli altri i suoi stessi difetti.

“Una cosa di cui mi sono accorto quasi subito”, ha twittato l’ex autore dei suoi discorsi Tony Schwartz, “è che quando Trump esprime le opinioni più negative sugli altri in realtà sta descrivendo se stesso”. Non è semplicemente un insicuro che sputa veleno quando viene attaccato, è che il suo modo specifico di sputare veleno mette in evidenza la sue maggiori insicurezze. Sostiene che Hillary Clinton non dovrebbe ricevere messaggi segreti dai servizi di sicurezza perché è “una mina vacante [sic] senza nessuna capacità di giudizio”. La prende in giro per i suoi sonnellini e usa la sua “mancanza di energia” come un insulto, sebbene lui stesso appaia spesso esausto e insista che deve dormire nel suo letto. E accusa i membri della Nato di non pagare i loro debiti, quando nel mondo degli affari lui è famoso proprio per questo.

Strumenti preziosi - Ovviamente si tratta di “proiezioni”, per usare uno di quei termini freudiani che dovremmo evitare perché non sono scientificamente dimostrati, ma che continuano a dimostrarsi uno strumento prezioso per interpretare il mondo.

Secondo questa teoria, quando proviamo un’emozione di cui ci vergogniamo o pensiamo qualcosa che non vogliamo ammettere, attribuiamo questa debolezza agli altri per non riconoscerla in noi stessi (non è solo che fingiamo di vederla negli altri, come pensa qualcuno a proposito degli sproloqui di Trump, ci crediamo veramente). Un marito che la tradisce spesso accusa di infedeltà la moglie; un fanatico intollerante vede pregiudizi dovunque. Funziona anche con le emozioni positive: nel primo periodo di una storia d’amore, sosteneva Carl Jung, regna la proiezione. Vediamo nell’altra persona la parte buona di noi stessi che ancora non abbiamo scoperto.

È per questo che molti rapporti finiscono dopo qualche mese, quando cominciano a notarsi le differenze tra la persona reale e la proiezione. “La proiezione”, scriveva Jung, “trasforma il mondo nella replica del nostro lato ignoto”.

Il problema è che di solito la proiezione si aggancia a un tratto reale della personalità dell’altro, rendendo più difficile vedere come stanno veramente le cose. Per esempio, io mi arrabbio molto quando nel mio quartiere gli automobilisti suonano il clacson senza un buon motivo. In un certo senso, ho ragione: stanno infrangendo la legge. Ma questa non può essere l’unica spiegazione, perché altre cose spiacevoli non mi sconvolgono tanto (a essere sinceri neanche la maggior parte degli attacchi terroristici).

È possibile che l’egoismo di quegli automobilisti mi dia tanto fastidio perché temo di essere a mia volta troppo egoista? Se fosse così, non ci sarebbe niente di strano nel fatto che la mia reazione nei confronti delle atrocità dei terroristi non sia altrettanto viscerale, perché dentro di me non temo di poterle commettere.

È illuminante esaminare attraverso questa lente i nostri sentimenti di ostilità nei confronti degli altri, e i loro nei nostri. Senza contare che ci permette di leggere Trump come un libro aperto, non scritto su commissione da qualcun altro, ma scritto, anche se involontariamente, con il cuore.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista, Le nostre critiche mettono in luce le nostre insicurezze, 'internazionale.it', 23 agosto 2016, traduzione di Bruna Tortorella, qui


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venerdì 19 agosto 2016

#LINK / Libertà di scelta, poca (Oliver Burkeman)

Un ottimo modo per mettere fine a una cena, se è tardi e volete che i vostri ospiti se ne vadano, è sollevare la questione filosofica del libero arbitrio. Ce l’abbiamo veramente? Sembra proprio di sì.

Supponiamo che io sia al supermercato e stia per prendere un vasetto di marmellata di ribes; di sicuro posso cambiare idea e decidere di prendere quella di albicocche. Eppure certi filosofi dicono di no. In fondo, tutte le molecole dell’universo, comprese quelle che compongono il mio corpo e il mio cervello, sono soggette alle leggi della fisica. A causa B e B causa C in modo prevedibile (con un pizzico di casualità dovuta alla meccanica quantistica).

Vista così, la mia scelta della marmellata arriva alla fine di una lunga catena di cause e di effetti cominciati migliaia di anni fa. Fin dal momento del big bang si poteva prevedere che avrei scelto il ribes.

Una soluzione meno inquietante - È un’idea abbastanza sconvolgente, quindi in genere si tende a respingerla o, nel caso della cena, a ricordarsi improvvisamente che domattina ci si deve alzare presto. Ma mentre i filosofi discutono per stabilire se tutto è veramente predeterminato, gli psicologi hanno trovato una soluzione un po’ meno inquietante: noi non prendiamo in modo autonomo una buona percentuale delle nostre decisioni.

Nel suo nuovo libro, Invisible influence, Jonah Berger sostiene che il 99,9 per cento delle nostre scelte è condizionato in modo significativo da forze esterne di cui non siamo consapevoli. Scegliamo brani musicali e romanzi, vestiti e mestieri, perché lo ha fatto qualcun altro. Oppure scegliamo di fare l’opposto per dimostrare che non siamo come loro: fenomeno che gli esperti di marketing chiamano “effetto snobismo”. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista britannico, Forse le nostre scelte sono meno libere di quanto pensiamo, 'internazionale.it', 16 agosto 2016

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(Getty Images)

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lunedì 11 aprile 2016

#SENZA_TAGLI / Geniali, non basta essere eccentrici (Oliver Burkeman)

Presumo che se veniste a sapere di qualcuno così psicologicamente disturbato da conservare compulsivamente ricevute, lattine vuote, vecchie confezioni di spazzolini da denti, francobolli e unghie dei piedi tagliate, quell’uomo vi farebbe pena. Vi rattristerebbe sapere quanto gli è difficile avere una relazione con gli altri, e che chiama “moglie” il registratore che porta sempre con sé.

Anime così travagliate sono destinate a vivere ai margini, contribuendo ben poco alla società. Tuttavia, qualsiasi cosa si pensi della sua arte, è difficile concludere che Andy Warhol, che faceva tutte queste cose, non abbia dato nessun contributo al mondo.

La giornalista scientifica Claudia Kalb ha appena pubblicato un libro intitolato Andy Warhol was a hoarder (Andy Warhol era un accumulatore), nel quale porta ampie prove a sostegno dell’affermazione del titolo, e del fatto che secondo lei Marilyn Monroe era affetta da un disturbo di personalità borderline, che Abramo Lincoln era depresso e George Gershwin era iperattivo, tanto per citare alcuni esempi. Sarebbe bastato un piccolo scarto della storia, e forse Warhol sarebbe stato famoso solo per un quarto d’ora, come protagonista di un reality show per voyeur.

Tutto questo non fa che ricordarci che la malattia mentale è un costrutto sociale, che la linea di separazione tra la malattia e il talento, tra la follia e il genio, non è poi così netta (nella nuova economia della tecnologia, qualcuno sostiene che alcuni sintomi dell’autismo possono aprire la strada al successo e alla ricchezza).

Stigma e romanticismo della follia - Quello che vuole dimostrare Kalb non è che le persone di cui parla sono diventate famose nonostante i loro disturbi, ma che i loro disturbi – se poi questa è la parola giusta – hanno contribuito a fare di loro quello che sono state. Non dev’essere stato divertente essere Lincoln. “Se quello che provo fosse equamente distribuito tra tutta la famiglia umana”, scrisse una volta a un amico, “non ci sarebbe una faccia allegra sulla terra”. Secondo Kalb, questa sua estrema sensibilità gli faceva sentire la carneficina della guerra civile in modo molto profondo e personale; non possiamo fare a meno di chiederci come sarebbero andati i conflitti più recenti se al timone ci fossero stati introversi depressi piuttosto che energici ottimisti.

Ma la malattia mentale oltre a essere stigmatizzata è sempre stata anche romanticizzata: ci piace pensare che i nostri geni siano “toccati dal fuoco”, come dice Kay Redfield Jamison nel libro in cui analizza i rapporti tra creatività e psicosi maniaco-depressiva. E sembra proprio che un collegamento ci sia. Ma, come fa notare il docente di scrittura creativa Robert Boice, quando si tratta del nostro lavoro creativo o di incoraggiare i bambini a essere creativi, questa idea romantica ci porta fuori strada.

Siamo affascinati dalla sofferenza e ci autoconvinciamo che lavorare fino allo sfinimento, o aspettare l’ispirazione, costituiscono parte essenziale del processo; e che la depressione è il prezzo da pagare per avere un’arte veramente profonda.

Per strano che possa sembrare, la verità, di questi tempi, è che ammettere di essere noiosamente moderati è quasi imbarazzante quanto confessare di essere del tutto instabili. Eppure per la maggior parte delle persone, lasciare il segno, nel mondo dell’arte o in qualsiasi altro campo, significa essere disposti a sgobbare ostinatamente, giorno dopo giorno, in modo assolutamente razionale: quello che conta è la pazienza, non il delirio. Personaggi come Andy Warhol dimostrano che si può essere molto eccentrici e anche molto creativi, non che l’eccentricità è la garanzia della creatività per tutti.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista, Per essere geniali non basta essere eccentrici, 'internazionale.it', 5 aprile 2016, traduzione di Bruna Tortorella, qui


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lunedì 8 febbraio 2016

#LIBRI PREZIOSI / "La legge del contrario", di Oliver Burkeman (recensione di M. Ferrario)

Oliver BURKEMAN, La legge del contrario.
Stare bene con se stessi senza preoccuparsi della felicità
2012, Mondadori, 2015
Traduzione di Michele Piumini
pagine 131, € 19,00, ebook € 9,99

Contro il 'pensiero positivo': finalmente
Anche negli Usa, finalmente, la patria del 'pensiero positivo', si comincia a mettere in discussione questo mini e mono approccio alla realtà spacciato per pensiero. Se ne critica sia la sua versione più nobile e accademica, che, soprattutto, la declinazione becera e sgangherata che ne hanno dato i vari 'speaker' più o meno motivazionali e i troppi 'coach' più o meno improvvisati.

Come sappiamo, pure in Italia, da anni, siamo prede di questo virus suadente e perverso. Basta navigare in rete, fermarsi in qualche network professionale, dare un'occhiata ai titoli dei corsi proposti o dei libri che invadono il settore 'psico' e 'fai-da-te' delle librerie, virtuali e non, leggere le promesse via web dei tanti 'life coach' nati come funghi: è tutto un tentativo di dolce seduzione. La competizione è sul numero delle 'mosse' che vengono garantite come risolutive: vince chi ne promette meno, ma la felicità è comunque assicurata. Basta crederci, volere è potere.

Oliver Burkeman, l'autore inglese di questo testo, merita un applauso: è un giornalista serio, curioso, che ama dubitare e problematizzare e non si accontenta delle affermazioni-slogan alla moda. Anzi, queste sono per lui uno stimolo per risalire contro corrente e svelare, in questo caso, con chiarezza e stile accattivante, il limite e l'inconsistenza dei luoghi comuni che puntano sul bicchiere sempre pieno e ti colpevolizzano se lo vedi pieno per quello che è. Così, su questo tema dell'ottimismo prescritto, e sempre un po' beotamente onnipotente, Burkeman si è messo in viaggio, sia metaforico che fisico, e ha recuperato pensieri 'vecchi' della filosofia classica e pensieri recenti di psicologi, consulenti, maestri spirituali, perfino esperti di terrorismo, ascoltati in colloqui faccia a faccia ricchi di spunti.

Ne è nato un saggio prezioso, insieme serio e divulgativo: che sa unire leggerezza a profondità e non prescrive tecniche o comandamenti, ma induce riflessione, proponendo stimoli controintuitivi capaci di ribaltare le visioni consolidate che debbono sempre essere color rosa zucchero, scoprendone l'infondatezza.

Lo stile piano, ironico, qua e là aneddotico come ormai usa nella saggistica popolare di buon livello, è il carburante che ci fa correre le pagine: i punti da chiosare, per non dimenticare o riprendere in un secondo tempo e approfondire, non si contano, ed è così che godimento e apprendimento diventano sinonimi. Sempre se si sa governare, almeno un po', quella sana incertezza, o 'capacità negativa', che vaccina dai catechismi rassicuratori. I quali sono in grado di illudere facendo semplice la complessità, e magari manualizzandola, ma appunto perciò sono inadatti a parlare della vita. E, soprattutto, ad aiutarci a 'vivere'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura 

«
La via negativa alla felicità non ci chiede di fare i bastian contrari a tutti i costi – mettersi sulla traiettoria di un autobus invece di evitarlo non è affatto una buona idea – né implica necessariamente che ci sia qualcosa di male nell’ottimismo: è più utile vederla come contrappeso ormai indispensabile a una cultura ossessivamente convinta che la positività e l’ottimismo siano gli unici strumenti possibili per raggiungere la felicità. Certo, molti di noi nutrono già un sano scetticismo nei confronti del pensiero positivo, ma vale la pena di osservare che anche chi disdegna il «culto dell’ottimismo», per dirla con il filosofo Peter Vernezze,13 spesso finisce per avallarlo indirettamente. Siccome non possono o non vogliono sottoscriverne l’ideologia, l’unica alternativa è rassegnarsi alla tristezza o a una sorta di ironica stizzosità. 
La via negativa ci propone invece di rifiutare questa dicotomia cercando la felicità che nasce dalla negatività, non di provare a soffocare quest’ultima in un implacabile buonumore. Se l’ossessione della positività è il veleno, questo approccio è l’antidoto. La «via negativa», va detto, non è una filosofia unica, esauriente e preconfezionata; l’antidoto non è una panacea. Uno dei problemi del pensiero positivo, e di varie strategie analoghe, è proprio l’ambizione di ridurre grandi interrogativi a ricette di self-help «a taglia unica» o piani d’azione in dieci punti. Viceversa, la via negativa non offre soluzioni univoche. Alcuni suoi fautori invitano ad accettare sensazioni e pensieri negativi, altri invece a ignorarli. Alcuni propongono tecniche decisamente inconsuete per cercare la felicità, altri puntano a una sua definizione alternativa, quando non a smettere di inseguirla. Lo stesso termine «negativa» ha qui una duplice valenza: da un lato può alludere a esperienze ed emozioni non positive, ma dall’altro certe filosofie della felicità sono «negative» nel senso che vogliono insegnarci a «non fare», a non rincorrere la positività sempre e comunque. I paradossi che ne discendono sono numerosi, e più andiamo a fondo più si acuiscono. Per esempio, è possibile definire «negativa» una sensazione o una situazione che a lungo andare ci porterà a essere felici? Se la «positività» non ci rende felici, è giusto chiamarla «positività»? La felicità rimane tale se la ridefiniamo in modo da non escludere una componente negativa? E così via. Non esistono risposte definitive a simili quesiti, perché i fautori della via negativa condividono soltanto una prospettiva generale, non un rigido sistema di credenze, ma anche perché un aspetto fondamentale del loro approccio è proprio la consapevolezza della natura irrimediabilmente paradossale della felicità: per quanto ci proviamo, far quadrare il cerchio è impossibile. (Oliver Burkman, La legge del contrario, Mondadori, 2015)

Alla base di parecchi degli approcci più noti alla felicità c’è una filosofia semplice: concentrati sul felice esito delle situazioni. Nel mondo del self-help, l’espressione più esplicita di questa impostazione è una tecnica nota come «visualizzazione positiva», ossia, se immagini che le cose andranno per il verso giusto, è molto più probabile che lo faranno. La «legge d’attrazione», un concetto New Age molto alla moda, fa un passo in più e arriva a suggerire che la visualizzazione potrebbe essere l’unica cosa di cui abbiamo bisogno per ottenere ricchezza, amore e salute. «Esiste nella natura umana una profonda tendenza a diventare esattamente ciò che immaginiamo di essere» spiegò Norman Vincent Peale, l’autore di Come acquistare fiducia e avere successo, in un discorso ai dirigenti della banca d’investimento Merrill Lynch a metà degli anni Ottanta. «Se vi vedete tesi, nervosi e frustrati […] è proprio ciò che diventerete. Se vi considerate in qualsiasi modo inferiori e serbate questa immagine nella coscienza mentale, in poco tempo, in virtù del processo di osmosi intellettuale, essa penetrerà nell’inconscio e voi sarete ciò che immaginate di essere. Se invece vi ritenete persone organizzate, misurate e meticolose, dei pensatori e dei lavoratori che credono nel proprio talento, nelle proprie capacità e in se stessi, è esattamente ciò che diventerete.» La Merrill Lynch soccombette al tracollo finanziario del 2008 e dovette essere salvata dalla Bank of America: ai lettori le conclusioni. (Oliver Burkman, La legge del contrario, Mondadori, 2015)
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mercoledì 3 febbraio 2016

#LINK / La fila, è giusto saltarla? (Oliver Burkeman)

Come probabilmente saprete, ci sono due modi per evitare di fare la fila in aeroporto. Uno è viaggiare in business class o essere una celebrità – ma la business è costosa, e per diventare famosi ci vogliono anni di lavoro, o di fortuna.

Il secondo è arrivare di proposito all’ultimo minuto e farsi scortare in cima alla fila dal personale del terminal. Per farlo basta essere degli stronzi egocentrici convinti che per loro le regole non valgono, e che anzi si prendono ogni volta la soddisfazione di riscoprire che è proprio così. Le file dell’aeroporto, in breve, sono un “filtro per gli stronzi”, definizione meravigliosa che prendo in prestito dalla blogger Siderea.

Se pensate che tutte le persone che incontrate siano insopportabili – come sospetto che facciano tutti quelli che lavorano in aeroporto – forse non è perché gli esseri umani in generale lo sono. Forse avete semplicemente e inavvertitamente azionato un filtro per gli stronzi. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista, E' giusto saltare la fila?, 'internazionale.it', 26 gennaio 2016

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Henrik Sorensen - Getty Images

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mercoledì 20 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Notizie, selezionarle (Oliver Burkeman)

Qualche giorno prima di Natale, quasi vergognandomi, mi sono messo a dieta di mezzi di comunicazione: ho cancellato l’iscrizione a siti di notizie e ho smesso di seguire – o in altro modo interrotto – i contatti con diverse persone, perché mi ero accorto che non facevano altro che deprimermi.

L’ho vissuta come una sconfitta. Ho sempre criticato la convinzione diffusa che “dobbiamo smettere di leggere le notizie” perché ci deprimono e ci distraggono: se nel mondo succedono cose terribili, pensavo, non voglio vivere in una bolla artificiale di privilegio e ottimismo, voglio guardare in faccia la realtà.

Ma a un certo punto delle incessanti tragedie del 2015, ho cambiato idea. I giorni in cui leggevo di un altro omicidio di massa, di un nuovo naufragio di migranti disperati o di qualsiasi cosa che riguardasse Donald Trump, finivo per essere più avvilito, irritabile e distratto. E, inutile dirlo, non sfruttavo questo malessere per migliorare la vita sul pianeta, ero solo più arrabbiato con il mondo, finivo per incarnare il famoso adesivo per paraurti: “Dove andremo a finire di questo passo?”.

Uno dei problemi è che resteremo preoccupati o arrabbiati pur sapendo che i mezzi di informazione si concentrano troppo sulle notizie negative o terrificanti.

Timori ingiustificati
Le persone come me disprezzano Trump e il Daily Mail perché diffondono timori ingiustificati. Sappiamo che il rischio di morire nel traffico è molto più alto di quello di morire in un attentato terroristico. Forse sappiamo anche che negli Stati Uniti gli episodi di violenza armata sono in calo, che nel mondo le disuguaglianze economiche stanno diminuendo, e che non abbiamo sufficienti prove di un aumento della brutalità della polizia (la vediamo solo di più grazie agli smartphone). Ma, a quanto sembra, la parte del nostro cervello che sa queste cose non è la stessa che decide se dobbiamo essere ottimisti o disperarci. È perfettamente possibile sapere che le cose vanno abbastanza bene e al tempo stesso avere la sensazione che tutto sia un disastro.

Questo fenomeno ha un curioso parallelo nella convinzione di avere sempre tutti “tante cose da fare”. Secondo i dati sul tempo libero, non siamo molto più impegnati che in passato, ma abbiamo la sensazione di esserlo perché – almeno per chi lavora nel campo della “conoscenza” – non c’è limite al numero di email che possiamo ricevere, delle cose che ci possono chiedere, o delle ore al giorno in cui possiamo essere in contatto con il nostro ufficio.

La compassione affievolita
Ci sembra che il lavoro sia infinito, mentre le nostre capacità sono finite, quindi inevitabilmente ci sentiamo sopraffatti. Allo stesso modo, la tecnologia ci mette sempre più in contatto con le sofferenze del mondo, che sono potenzialmente infinite, fino a quando non diventa strutturalmente inevitabile che ce ne sentiamo schiacciati, anche se non è detto che le cose stiano andando peggio del solito. E questo non si limita a intristirci. Provoca anche “l’affievolirsi della compassione”, il ben noto effetto secondo il quale il nostro desiderio di aiutare i meno fortunati diminuisce con l’aumentare del loro numero.

Questo non è un buon motivo per evitare del tutto di informarsi: io di sicuro non lo faccio, e non dovreste farlo neanche voi (fidatevi del consiglio di un giornalista imparziale). Ma è un buon motivo per sfrondare con cura il flusso di notizie, trovando un sano equilibrio tra l’importanza di rimanere informati e un inutile scoramento che non aiuta nessuno. Non dobbiamo chiudere gli occhi davanti alla realtà. Ma esporsi 24 ore su 24 e sette giorni su sette a tutte quelle che pretendono di essere notizie, oggi non significa affrontare la “realtà”, significa farsene un’idea fasulla e molto, molto stressante.

*** Oliver BURKEMAN, giornalista, Selezionare le notizie migliora il nostro rapporto con la realtà, 'internazionale,it', 19 gennaio 2016, traduzione di Bruna Tortorella, qui

Peter Booth - Getty Images

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martedì 3 novembre 2015

#RITAGLI / Personalità, si va a mode (Oliver Burkeman)

Contrariamente a quanto credono in tanti, e a vari post di Facebook che dovrebbero servire a motivarci, Winston Churchill non ha detto “Non arrendetevi mai, mai, mai!”. Quel paffuto eroe di guerra e pittore di acquerelli dilettante aveva i suoi difetti, ma non era un idiota. Infatti, spiegava, a volte bisogna “cedere all’onore e al buon senso”.

Probabilmente, quindi, sarebbe stato d’accordo con uno studio pubblicato di recente dal 'Journal of Research in Personality', sui lati negativi della tanto apprezzata grinta. Secondo i suoi fan, la tenacia e l’adattabilità, soprattutto a scuola, offrono una maggiore garanzia di successo rispetto al talento o al quoziente di intelligenza.

Ma i ricercatori della University of Southern California guidati da Gale Lucas hanno scoperto che è più probabile che le persone tenaci provino a risolvere problemi difficili, se non addirittura insolubili, anche quando questo comporta un punteggio finale più basso o meno possibilità di ricevere una ricompensa in denaro. Sembra che perdano la capacità di distinguere tra quello per cui vale la pena di lottare e quello che è più saggio evitare. (...)

Niente di tutto questo dovrebbe sorprenderci, se non altro perché di questi tempi “il tratto della personalità che dovremmo possedere” – e dovremmo far sviluppare ai nostri figli – sembra cambiare di stagione in stagione come le mode nell’abbigliamento. Un anno l’empatia è la risposta a tutto, l’anno dopo è la consapevolezza, adesso è la grinta.

Ma l’empatia, come sostiene il cognitivista Paul Bloom, non è un criterio affidabile: ci spinge a concentrarci sugli individui, e sulle persone vicine a noi, piuttosto che a cercare di cambiare il sistema, o a nutrire gli affamati che ci stanno lontani. La consapevolezza, da parte sua, è utile solo per sviluppare certe capacità: di sicuro non vogliamo essere troppo consapevoli su come guidiamo la macchina. La curiosità, portata agli estremi, fa di noi dei dilettanti scervellati. E così via. (...)

Il rovescio di queste considerazioni è che i tratti del carattere “negativi” non sono poi del tutto negativi. Un buon esempio è quello della depressione. Non la augureremmo a nessuno, ed era tempo che si cominciasse a vederla come una questione di chimica del cervello e non di debolezza morale. Ma, come scrive lo junghiano James Hollis nel suo libro Swamplands of the soul, questo non significa che alcune forme di depressione non possano essere interpretate come segnali del fatto che qualcosa non va, e che forse bisognerebbe rivedere il modo in cui è impostata la nostra vita. I sintomi psicologici possono essere gli agenti catalizzatori del cambiamento. Mentre ci chiediamo come liberarcene, consiglia Hollis, non dimentichiamo di chiederci anche: “Perché sono scattati?”. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista, Non basta la grinta per avere successo, traduzione di Bruna Tortorella, 'intenrazionale.it'

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venerdì 9 ottobre 2015

#RITAGLI / Felicità, non si compra (Oliver Burkeman)

A volte è bello scoprire che un fenomeno psicologico ha un nome, se non altro perché ci fa smettere di pensare di essere l’unica persona irrazionale e autolesionista del pianeta.
A me è successo con l’effetto Diderot (grazie a Lifehacker), l’espressione usata per indicare che, quando compriamo qualcosa, spesso quello che abbiamo già ci sembra vecchio e consunto, e così finiamo per buttare anche tutto il resto.

L’espressione deriva da un saggio di Diderot del 1769 intitolato Rimpianti sopra la mia vecchia vestaglia, in cui raccontava di averne ricevuto in regalo uno sfarzoso sostituto. “La mia vecchia vestaglia era in intima corrispondenza con le altre vecchie cose che avevo”, si lamentava Diderot. Ma “adesso tutto appariva stonato”. E nel giro di poco tempo si era sentito obbligato a cambiare anche i mobili e i quadri. “Ero il padrone assoluto della mia vecchia vestaglia. E ora sono diventato lo schiavo della nuova”.

Ovviamente sapete già che il consumismo sfrutta le nostre debolezze psicologiche per farci comprare quello che non ci serve.
A quel punto cadiamo vittime del cosiddetto adattamento edonico (i nuovi acquisti entrano a far parte del nostro ambiente) e scatta “la teoria del confronto sociale verso l’alto” (se siamo riusciti a stare alla pari con i vicini, cercheremo nuovi vicini con cui stare alla pari). (...)

L’effetto Diderot funziona proprio perché diamo agli oggetti tanto potere simbolico. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista e saggista, La felicità non si compra, 'internazionale.it', 6 ottobre 2015

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H. Armstrong, Getty Images, 'internazionale', 6 ottobre 2015

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giovedì 24 settembre 2015

#LINK, Lavoro, uomini e macchine (Oliver Burkeman)

Immaginate di essere, diversamente da me, un giovane ingenuo che ha appena finito gli studi, non ha ancora scoperto l’insensatezza dell’esistenza umana e deve decidere che lavoro fare. Preferibilmente un lavoro che non diventerà obsoleto nel giro di pochi decenni a causa della tecnologia.

Lavorare in fabbrica è fuori questione. E anche guidare un taxi, dato che presto ci saranno le auto senza conducente. Ma le cose non andranno meglio per i contabili, gli avvocati e i giornalisti: i computer gestiscono già gli aspetti più semplici di queste professioni. Esistono programmi che correggono i temi quasi con la stessa precisione degli insegnanti e fanno diagnosi mediche più accurate di quelle dei dottori.

Un tempo i tecnottimisti erano convinti che l’automazione avrebbe creato più posti di lavoro, ma adesso qualcuno comincia a chiedersi se per caso non avessero ragione i luddisti: quando l’intelligenza artificiale sarà completamente sviluppata, potrebbe sostituirci tutti? (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista, Quello che noi umani faremo sempre meglio delle macchine, 'ìinternazionale.it', 22 settembre 2015

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martedì 25 agosto 2015

#LINK / Scortesia, in aumento (Oliver Burkeman)

Sembra che in quest’era moderna molte persone non abbiano più il tempo per essere educate”, borbottava il New York Observer nel 1899, ma non è difficile immaginare che queste parole le possa pronunciare qualsiasi attempato e scorbutico editorialista di oggi, categoria dalla quale non me la sento di escludermi. “Il fatto è che viviamo in un’epoca frettolosa e distratta in cui il massimo che molti sembrano essere in grado di fare è correre a prendere un treno… senza sprecare tempo in formalità e frasi gentili”.

In realtà, sembra proprio che la maleducazione sia in aumento. Come ha scritto di recente la ricercatrice Christine Porath in un suo articolo pubblicato dal New York Times: rispetto agli anni novanta, oggi le probabilità di osservare comportamenti sgarbati nei posti di lavoro sono raddoppiate. Ma la spiegazione che ne dà non è diversa da quella del 1899. Lo studio di Porath dimostra che circa il 40 per cento di noi, in tutti i settori, sostiene di essere sgarbato perché non ha tempo per essere gentile. (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista, inglese, La scortesia non fa risparmiare tempo, 'internazionale.it', 14 luglio 2015

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domenica 2 agosto 2015

#LINK / Sesso, il dovere e l'autonomia (Oliver Burkeman)

Un recente studio sul rapporto tra sesso e felicità sta suscitando grande interesse da parte dei mezzi d’informazione, probabilmente perché parla di sesso, e per le aziende dell’informazione assetate di traffico ricevere un enorme numero di clic con una storia sul sesso è meglio del sesso stesso.

La principale conclusione dello studio è che un’attività sessuale più intensa non ci rende automaticamente più felici. Anzi, contrariamente a quello che pensa la maggior parte dei ricercatori, e anche di quelli che lo praticano, spesso ci fa stare peggio.

L’esperimento funzionava così. Su 128 coppie reclutate la metà doveva raddoppiare l’attività sessuale, poi tutti i soggetti dovevano compilare ogni giorno per tre mesi un questionario sulla loro vita amorosa e il loro livello di felicità. Forse avrete già capito qual è stato il problema. E in realtà anche gli autori dello studio ne erano consapevoli. Il modo migliore per descrivere i risultati potrebbe essere questo: quando quattro professori della Carnegie Mellon university di Pittsburgh ti ordinano di fare più sesso e di riempire un modulo ogni giorno, è difficile sentirsi più felici. (...)

Siamo arrivati ad attribuire tanta importanza all’autonomia, che dover leggere un capitolo di un libro o conversare con un amico finisce per sembrarci un’imposizione, mentre controllare furtivamente il cellulare ci sembra un’affermazione di indipendenza.

Ma ci sono cose che contano più della libertà di seguire i propri capricci. Le maggiori soddisfazioni della vita spesso richiedono la capacità di continuare a fare qualcosa pure quando abbiamo la sensazione che sia un dovere opprimente (...)

*** Oliver BURKEMAN, giornalista britannico, Il sesso è bello se non è un dovere, 'internazioanale.it', 21 luglio 2015

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Roman MAERZINGER, Getty Images
da 'internazionale.it', 21 luglio 2015