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domenica 3 novembre 2019

#SENZA_TAGLI / La cosa più triste (Lidia Ravera)

Non ci facciamo più caso.
É questa la cosa più triste, più grave, più allarmante.

Ad Ascoli Piceno si festeggia la marcia su Roma?
“Ah, ma guarda”.

Un ragazzino, banalmente idiota si filma fra le svastiche e inneggia ad Adolf Hitler?
“Ah, però”.

Una parte rilevante del parlamento italiano rifiuta la propria solidarietà ad una delle ultime testimoni viventi della persecuzione nazista contro gli ebrei (e i dissidenti e gli omosessuali e i rom eccetera eccetera), non ringrazia con una standing ovation una signora di novant’anni che ancora lotta per fare di questo Paese un paese civile, per mantenere viva la memoria degli orrori del secolo scorso, perchè non si ripetano. Una parte del Parlamento italiano non porta il dovuto rispetto alla senatrice Segre.
“Ah, che cafoni”.

Una parte rilevante del parlamento italiano scivola nell’apologia di fascismo (un reato, mi pare) con incredibile frequenza, nel disinteresse generale. Niente di punibile a norma di legge, naturalmente, ma parecchia paura per chi ha l’orecchio allenato a percepire la musica del tempo.
Un sentimento d’odio, diffuso e fomentato. Un' attitudine muscolare a risolvere i problemi con la sopraffazione. La voglia di costruire un proprio privilegio anche minimo escludendo chi è più povero, facendogli la guerra. Un desiderio inconfessabile di consegnarsi ad un uomo forte. Uno solo. Che ci liberi dalla fatica della democrazia. Che comandi.
E ci consenta di tornare ad essere un popolo bambino, con le parate e la trombetta. Senza l’ingombro di gestire la libertà. Alla faccia dell’Europa e di chi ci vuol verificare i conti. Ve la ricordate la famosa “egemonia culturale della sinistra”, di cui tanti si lamentavano nel secolo scorso? Bene: è finita.
Adesso, numericamente, siamo sotto l’egemonia culturale della destra.
“Ah, ma dai”.

La cosa più triste è che non ci facciamo caso.

*** Ldia RAVERA, scrittrice, facebook, 1 novembre 2019, qui


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mercoledì 21 agosto 2019

#SENZA_TAGLI / Eppure non era il bar sport (Lidia Ravera)

Molto dignitoso il Presidente del Consiglio, nel riferire, nell’opportuna sede istituzionale, sulla crisi di governo. Un rapporto con la lingua italiana commendevole. Parole ponderate e condivisibili. Una reprimenda severa al solista che ha sfasciato il governo per una sua strategia euforica. Niente di trascendentale, il professor Conte, ma un discorso da classe dirigente. 

Dopo di lui Salvini è pura forma. Una forma gonfia di retorica e vuota di contenuti. Il parco parole di uno straniero, italiano come seconda lingua. E la prima? Qualche inserto pittoresco tipo: "la protezione del cuore immacolato di Maria io non la chiedo per me, ma per gli italiani. E non me ne vergogno.” 
I sostantivi più gettonati: italiani e poltrone.
Ma soprattutto poltrone.
Il livello scade quasi subito in un generico comizio da bar sport.
Commosso, in chiusura del suo intervento, l’ex Ministro degli Interni dichiara il suo amore per le famiglie e specifica: quelle dove i bambini hanno una mamma e un papà (per chi non l’avesse capito, scordiamoci i diritti civili).

Siamo nelle mani di una persona così. Una persona così può far cadere un governo, chiamarci a votare fra pochi mesi, mettere a repentaglio la legge di bilancio, i procedimenti in corso, rischiare l’esercizio provvisorio eccetera eccetera eccetera...
Sono rimasta lì, alle tre di pomeriggio, ora che in genere dedico a più proficue occupazioni. Ero fuori di me: sedotta e ipnotizzata.

Quando ho spento la televisione e sono tornata a lavorare avevo la testa come una spugna fradicia. Pesante e piena d’acqua fresca. Impossibile pensare.
Mi è piombata addosso una specie di malinconia.
Comunque vadano le cose, una brutta pagina nella storia di questo nostro paese perpetuamente sotto esame o sotto inchiesta. O sotto scacco. Difficile da dimenticare.

*** Lidia RAVERA, 1951, scrittrice, facebook, 20 agosto 2019, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Lidia_Ravera


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domenica 27 dicembre 2015

#EXLIBRIS / Famiglia, come la tazza del gabinetto (Lidia Ravera)

In genere è scocciata a Natale. Pensa che potrebbe essere da un’altra parte. Non ha niente contro la famiglia, come una mela non ha niente contro l’albero che la sostiene. Si è staccata da sua madre seguendo l’ovvio tragitto verticale imposto dalla forza di gravità, senza sprecare energie ad accelerare il percorso. Sua madre si contrapponeva a me con uno zelo furibondo, cercava lo scontro, opponeva alla mia vita di espiazione un’anarchia presuntuosa e malinconica. Melina ci guarda distratta, sia me che lei, sua nonna e sua madre, attenta alla lancetta dell’orologio. C’è sempre un altro posto dove si potrebbe andare. Gente nuova. Territori da conquistare. La famiglia è un arredo necessario ma privo di fascino. Come la tazza del gabinetto. Ti serve ma non è il dettaglio di cui ti innamori quando visiti un appartamento. 

*** Lidia RAVERA, giornalista e scrittrice, Piangi pure, romanzo, Bompiani, 2013


In Mixtura 1 altro contributo di Lidia Ravera nella mia recensione al suo llibro 'Gli scartati', Bompiani, 2015, qui

domenica 15 marzo 2015

#LIBRI PIACIUTI / Gli scartati (Lidia Ravera)

Lida RAVERA, Gli scartati, Bompiani, 2015
€ 17.00, ebook € 8.99

Italia, un futuro imprecisato, ma che si intuisce prossimo. Un Nuovo Ordine, un Partito Unico, un Leader Massimo. Basterebbe già questo per parlare di una 'distopia': cioè di un 'brutto luogo' in cui si immaginano accadere 'cose brutte'. Ma, come del resto è ovvio quando metti insieme almeno i tre fattori di cui sopra, il brutto è sempre peggio.

La valorizzazione dei giovani e la demonizzazione dei vecchi, che intralciano le carriere dei primi, hanno smesso di essere vuota retorica. E la rottamazione, da slogan, è diventata legge. I vecchi vengono 'scartati'. Se accoppiati, sono separati, uomini con uomini e donne con donne, e 'deportati' in posti più o meno piacevoli: alberghi o caserme, attrezzati per la bisogna. Corre voce che prima o poi, le coppie che vogliano restare coppie, potranno richiedere il ricongiungimento. Ma non è altro che una voce, appunto, che il Nuovo Ordine lascia benevolmente circolare.

Lui è un ex alto dirigente giunto al momento del 'ritiro': costretto a partire per una località misteriosa, insieme con altri sconosciuti compagni di anagrafe, alla volta di un albergo che è più dolce di un campo di concentramento, ma insulso e violento come quello. Lei, una funzionaria pubblica cui mancano pochi anni per essere 'scartata', subisce la partenza del marito. Hanno sempre vissuto insieme: e ora provano la nostalgia del passato e scoprono il lancinante desiderio di essere di nuovo insieme.
Oltre a loro, il figlio, che lavora accanto al Leader Massimo, e la nuora: incinta, giovane, splendente nella sua età di massima valorizzazione e quindi coccolata dai valori del momento e dalla politica del regime, è riuscita a spodestare la suocera da casa sua occupandone persino il letto matrimoniale.
E poi uno strano medico che assiste i 'deportati'.

Ci sono libri che si leggono d'un fiato. Questo no: si legge veloce, per la brevità delle pagine e perché la vicenda invoglia. Ma il fiato spesso manca, per l'atmosfera di costrizione grigia e ottusa che percorre la storia, dovuta non ad artifici di scrittura (il linguaggio è piano, scorrevole, anche ironico), ma alla trama stessa. Certo, se chi legge è in età di rottamazione, il bisogno di tirare un respiro è ancora più forte e l'attesa di una qualche liberazione finale è un motorino quasi ossessivo che spinge a voltare le pagine.

Naturalmente non svelerò il finale: anche 'ansimare' un po', in questo caso, è il sano prezzo da pagare per una lettura intelligente, che stimola il piacere di una meditazione. E con i tempi che corrono, di meditazioni appunto avremmo sempre più bisogno: per evitare che certi sogni si rivelino incubi.

Peraltro, tornando nella realtà, visto che nessun Leader Massimo ha emanato (per ora) una legge sulla rottamazione degli umani, si possono attendere nuovi libri altrettanto stimolanti dell'autrice: una scrittrice rodata, acuta e stuzzicante, la quale, per l'anagrafe, nel Nuovo Ordine, sarebbe in odore di deportazione.
*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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EX LIBRO
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Il Partito Unico, in nome degli interessi dell’età forte, cura il ritiro progressivo delle generazioni scadute. I giovani anziani vengono accompagnati a vivere fra loro e incoraggiati a ricostruire una socialità a circuito chiuso, ma non priva di godimenti e soddisfazioni. I vecchi vengono accolti e accuditi, aiutati a gestire corpi sempre più nemici ed educati al distacco. “Tutto questo è umanità,” recitava uno slogan molto diffuso dai media. E nessuno si era mai sognato di mettere in dubbio la certezza matematica che i vecchi, più dei giovani anziani mentalmente contaminati dagli anni del grande disordine, erano andati a stare bene. Cioè: a stare dove dovevano stare. Perché in una società ordinata ciascuno ha il suo posto. Si trattava di creare società parallele, assegnarle ai padri o ai nonni. E lasciare la principale a loro. Loro, consci dei loro diritti quanto dei loro obblighi, erano padroni del campo, erano i vincitori. (Lidia Ravera, dal libro)
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