mercoledì 30 novembre 2016

#PIN / Complessità, semplicità, semplicismo, guerra (MasFerrario)


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#SPOT / Bambini, dirgli di no (Elisabetta Rossini, Elena Urso)

Elisabetta ROSSINI
Elena URSO

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#HUMOR / Vero e falso

(via facebook)

#RITAGLI / Manifesto Valori Pd 2008 e Costituzione

Romano Prodi in prima persona, nel corso del 2006, incaricò tredici personalità di spicco del mondo della cultura e della politica (Rita Borsellino, Liliana Cavani, Donata Gottardi, Roberto Gualtieri, Sergio Mattarella, Ermete Realacci, Virginio Rognoni, Michele Salvati, Pietro Scoppola, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo, Luciano Violante, più Giorgio Ruffolo che abbandonò in corso d’opera la stesura del testo per contrasti col resto del gruppo di lavoro) di redigere un Manifesto per il Partito Democratico, utile a enunciare i valori del nuovo soggetto politico, e possibile bozza e base provvisoria per un futuro manifesto di valori da redigere successivamente la nascita del partito.

Il documento venne reso pubblico all’inizio del 2007, la versione finale del Manifesto dei valori fu approvata dall’assemblea costituente il 16 febbraio 2008 (documento qui)

Tra tutti, vogliamo sottolineare in particolare un passaggio del manifesto in questione, che parla proprio di Costituzione e di riforme costituzionali:

«La Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza antifascista, è il documento fondamentale dal quale prendiamo le mosse. La Costituzione non è una semplice raccolta di norme: oggi non meno di ieri è la decisione fondamentale assunta dal popolo italiano sul come e sul perché vivere insieme. È il più importante fattore di unità nazionale e di integrazione sociale, proprio in quanto assicura il consenso della comunità sui princìpi della convivenza al suo interno e permette di dirimere i conflitti di opinioni e di interessi. Il Partito Democratico riconosce i valori che ispirano la Carta costituzionale, unitamente a quelli della Carta dei diritti umani fondamentali dell’Unione Europea e della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, e li assume come princìpi validi per tutti, al di là delle disuguaglianze legate alla nascita, all’educazione, al reddito e alle condizioni individuali.
La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercé della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Partito Democratico si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale. La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco dell’esperienza delle grandi democrazie europee, con riforme condivise, coerenti con i princìpi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum del 2006.» (punto 3, qui)

*** Riforma Costituzionale: cosa dice il manifesto dei valori del PD? #Amarcord, 'possibile', 28 ottobre 2016

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#CIT / La poesia (Kahlil Gibran)


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#SPILLI / Il 'bigliettino', Renzi e la proposta di riforma costituzionale (M. Ferrario)

Dunque: a questo punto, grazie a un falso coniglio tirato fuori dal cappello a 5 giorni dal voto referendario, il 4 dicembre non si voterà più soltanto sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi, ma anche su un 'bigliettino', mai visto dal cittadino comune, eppure sottoscritto da quattro dirigenti Pd (tra cui l'ex esponente della minoranza Cuperlo). 

Tale bigliettino (non si sa se controfirmato da Renzi, il quale comunque se lo è solo venduto come accordo raggiunto durante l'ultima immancabile Leopolda) verrà sottoposto (pare), dopo il referendum, agli organi del Pd e alle altre forze politiche perché dicano di sì, tra l'altro, alla 'promessa', dentro contenuta, di approvare una legge che consenta ai cittadini di votare i consiglieri regionali da eleggere per il nuovo Senato. 
"Campa cavallo", direbbe la nonna. Ma sarebbe senz'altro volgare e irrispettosa: verso i quattro stimabili signori del patto privato, verso tutte le forze politiche che saranno coinvolte nell'analisi del bigliettino e nella sua (eventuale, possibile) declinazione in proposta di legge, nonché, ancor più, verso la materia delicata della Costituzione che, come continuiamo a vedere, viene appunto tanto delicatamente affrontata dai rottamatori attuali.

Al di là del futuro tutto da definire, resta certo che questa promessa, contenuta nel bigliettino firmato dai quattro signori in un libero patto privato, non è propriamente in linea con la proposta di riforma costituzionale, già approvata in Parlamento e ora sottoposta al voto dei cittadini.
La suddetta proposta, infatti, prevede espressamente all'art 57, come a suo tempo peraltro ripetutamente vantato dai promotori, che «i Consigli Regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori». 
Cioè (almeno per chi capisce l'italiano): i cittadini non eleggeranno più direttamente i futuri senatori (come oggi avviene), ma i senatori verranno eletti dai consiglieri regionali.

Invece, questo evidente contrasto fra bigliettino e proposta di riforma, almeno per Renzi firmatario della proposta stessa, non esiste e chi ne solleva la presenza viene accusato di dire il falso: i cittadini, secondo il bigliettino ormai da considerare parte integrante dell'oggetto del referendum costituzionale, se voteranno Sì e riusciranno a far 'passare' la riforma, devono sapere che potranno continuare a eleggere i senatori come oggi. 
In base al bigliettino, naturalmente, perché la proposta di riforma afferma invece che saranno i consiglieri regionali a eleggere i senatori.

Tutto chiaro?
Certamente. E' nella linea della riforma costituzionale chiarire, semplificare, snellire. E dunque affiancare il valore di un bigliettino privato al valore di una legge che, se approvata, avrà forza costituzionale un po' superiore a un patto tra privati, è cosa più che ammissibile: ce lo dice Renzi. 
Il bigliettino è un impegno: e come si può non credere a un impegno?
E poi è un impegno di Renzi. E di Renzi c'è da fidarsi.

Vero. 
C'è da fidarsi.
Come quando diceva che mai sarebbe andato al governo senza passare dalle urne.
E come quando diceva al suo predecessore di 'stare sereno' perché mai gli avrebbe soffiato il posto.

*** Massimo Ferrario, Il 'bigliettino', Renzi, la proposta di riforma costituzionale, per Mixtura

#SGUARDI POIETICI / Dipinto (Konstantinos Kavafis)

Io curo il mio lavoro e lo amo.
Ma oggi mi avvilisce la lentezza del comporre.
Il giorno mi è di peso, una presenza
sempre più scura. Piove e tira vento.
Mi appaga più il vedere che il parlare.
Il quadro che ora guardo è un bel ragazzo
sdraiato accanto alla fontana, forse
stanco di avere corso molto.
Che bel ragazzo; il divino meriggiare
lo ha catturato per fargli prender sonno.
Resto così, lo guardo a lungo. E nell’arte
di bel nuovo mi riposo dal lavoro dell’arte.

*** Konstantinos KAVAFIS, 1863-1933, poeta e giornalista greco, Dipinto, da Settantacinque poesie, Einaudi, 1992, traduzione di N. Risi e M. Dalmàti.
Anche in 'internopoesia', 8 novembre 2016, qui
https://it.wikipedia.org/wiki/Konstantinos_Kavafis


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#MOSQUITO / Intellettuali, canne al vento (Luciano Canfora)

Il ceto intellettuale italiano è una canna al vento, non ha eguali nella sua bramosia di adattamento al potere dominante. Sono diventati anticomunisti più velocemente ancora di quanto erano diventati fascisti. 

*** Luciano CANFORA, 1942, filologo, storico, saggista, docente di filosofia greca all’università di Bari, Dialogo tra due laici diversamente inquieti, colloquio con Silvia Ronchey, ‘Io Donna’, 21 febbraio 2009


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#LINK / Referendum, il Sì che chiude e il No che apre (Ida Dominijanni)

Meno cinque al fatidico 4 dicembre, e stando a quel che passano governo e mezzi d’informazione non è chiaro su che cosa stiamo per andare a votare. Sul governo? Sullo spettro a 5 stelle che incombe? Sullo spread? Sui diktat dei mercati? Sui desiderata della Bce, di Angela Merkel, di Marchionne, del Financial Times, dell’Economist? Sull’eterogeneità dell’“accozzaglia” per il no e sulla rassicurante omogeneità della coalizione Renzi-Verdini per il sì? Sul precipizio oscurantista e il “rigor mortis” – giuro che l’ho letto – in cui ci butterebbe il no e sul sol dell’avvenire che risorgerebbe con il sì? Sul tripudio che ci prende ascoltando le istruzioni per il voto di Vincenzo De Luca, che il governo premia invece di scomunicarlo e che i talk titillano perché lui è fatto così e un po’ di political uncorrectness stile Trump anche in Italia non guasta?

Mai un voto, a mia memoria, è stato sottoposto a pressioni così esagitate, improprie e depistanti: più che una campagna referendaria sembra una nobile gara a chi ci tratta meglio da stupidi.  (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, Il Sì che chiude, il No che apre, 'internazionale.it', 29 novembre 2016

LINK articolo integrale qui


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#VIDEO / Muri, sempre di più (Reece Jones)

Sempre più muri
Perché nel mondo se ne costruiscono sempre di più
Reece Jones
Thomson Reuters Foundation, 
video 3min58

I muri si possono scavalcare, aggirare, oltrepassare scavando tunnel sotterranei. Eppure molti paesi del mondo continuano a costruirne di nuovi. Quando fu abbattuto il muro di Berlino, nel 1989, esistevano solo 15 muri, oggi sono 70”. Il ricercatore statunitense Reece Jones, che studia i confini da oltre 15 anni, spiega perché costruire muri è inutile per fermare i migranti: più diventa difficile superare un confine e più chi vuole oltrepassarlo prenderà rotte pericolose, con un conseguente aumento del numero di morti. 
(dalla presentazione)

martedì 29 novembre 2016

#PIN / 'Post-verità' e 'post-democrazia' (MasFerrario)


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#CIT / Giornalismo obiettivo (Giampaolo Pansa)

(citazione anche in 'aforismario.net', qui)

#SCRITTE / Eri tutto ma tutt

(via pinterest)

#HUMOR / A furia di metterci una pietra sopra

(via pinterest)

#SENZA_TAGLI / Fidel Castro, Roberto Saviano e noi (Claudio Fava)

Scrive su fbook Roberto Saviano: “Morto Fidel Castro, dittatore… Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l'educazione a Cuba erano all'avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno”.

L’epitaffio è un’arte facile: in due righe racconti vita, morte e peccati, senza appello. Come un giudizio universale: dentro o fuori. Io penso che la storia meriterebbe meno fretta, meno goliardia, soprattutto meno supponenza. Anche con Fidel Castro.

Conosco un po’ Cuba. Ho detto e scritto, anche da laggiù, che ogni giro di vite alle libertà di dire e di fare era un’umiliazione verso quel popolo e la sua rivoluzione. Ma conosco anche gli ospedali cubani, dove ci si andava a curare venendo dalle molte gloriose patrie del capitalismo latinoamericano in cui la salute è il diritto più improbabile, più funesto, più offeso (a meno che non lo paghi in contanti nelle cliniche private).

Conosco la fatica di crescere in un paese in cui sapere, comunicare, informarsi è stato un privilegio per pochi amati dal partito; ma conosco anche la faticosa dignità di un paese ridotto alla fame da mezzo secolo di embargo e di isolamento internazionale: altri avrebbero smantellato idee, convinzioni, rivoluzioni e le avrebbero portato in dono al fondo monetario internazionale accettando che venissero pagate a peso, come ferraglie. Cuba, no. Anche grazie a Fidel.

E sempre a proposito di America Latina e di Storia, non ho memoria di intellettuali italiani che si siano mossi con altrettanto zelo nei confronti di un presidente nordamericano (Nixon) quando il suo dipartimento di Stato organizzò, armò e poi tollerò il colpo di stato in Cile e le fucilazioni di massa nello Stadio Nacional. 
Non ho memoria di giudizi senza appello nei confronti dei governi europei, sempre così liberali, illuministi, volteriani, ma particolarmente distratti quando c’era da denunciare la decimazione fisica di una generazione di argentini negli anni della dittatura. Se leggete il libro di Enrico Calamai, console italiano a Buenos Aires durante il regime, scoprirete che le disposizioni dei governi (tutti, Italia in testa) pretendevano di mantenere rapporti amichevoli con quegli assassini e di tener chiuse le porte delle ambasciate per non dover dare ricovero a chi tentava di salvare la pelle.

Forse dovremmo chiarirci se esista davvero una sola definizione di libertà: la nostra. E se anche questa presunzione non sia una forma di comodo colonialismo culturale. Forse dovremmo imparare a camminare a piedi, e a lungo (come faceva Kapuschinski) nei luoghi che vogliamo raccontare (e amare, oppure odiare). Ma Kapuschinski, lui era un vero giornalista.

*** Claudio FAVA, giornalista, politico, 'facebook', 28 novembre 2016, qui



#SPILLI / Riforma Costituzionale, un 'iter' che ha già violato la democrazia (M. Ferrario)

Finalmente, ancora pochi giorni e poi, bene o male, il 4 dicembre avremo votato e potremo archiviare questa campagna ossessionante, ripetitiva, spesso menzognera, anche ‘cattiva’ nei toni e nello stile, partita mesi fa attorno a una riforma costituzionale di cui pochi italiani sentivano l’urgenza: tant’è che nessun programma elettorale, a suo tempo, ne parlava e se, all'epoca, si accennava alla Costituzione, ad esempio nel documento Pd, la si definiva, anche un po’ stucchevolmente, ‘la più bella del mondo’ (qui).

Ma non solo: a conferma della falsa retorica con cui certe ministre della Repubblica ci ripetono che il Governo, finalmente, ha dato sbocco alla richiesta impaziente del "Paese che chiede la riforma della Costituzione da 70 anni" (dunque da prima che la Costituzione stessa venisse promulgata) (*), è bene dare un'occhiata all'ultimo sondaggio Ispsos: come si vede nella tavola qui sotto, tuttora la riforma della Costituzione è sentita come priorità dall'8% degli italiani. Ripetiamolo: 8%. 
Compresi Renzi, Boschi e Verdini, naturalmente.


Andrea Turco, 'Termometro politico', 23 novembre 2016, qui

Ma tant'è. Qui siamo. Da due anni e più.
E, per la verità, anche senza attendere i sondaggi di oggi, non ci voleva molto a capire che l'intero processo che ci sta portando alla data referendaria, avviatosi con l’avvento di Matteo Renzi al potere e il ‘mantra’ delle riforme (non solo questa costituzionale, ma tante altre e all’inizio addirittura scalettate secondo una cronologia settimanale), è stato, e tale rimane fino all'ultimo, una grande operazione di ‘distrazione di massa’, che ha puntato a trovare nella attuale Carta la causa di ogni male della politica e nei 47 articoli della proposta di riforma la soluzione quasi magica di tutto: da una parte il mito di un cambiamento, che sorride in modo stereotipato a un futuro radioso, e dall’altra la minaccia di un pantano inesorabile, pressoché ‘strutturale’, che continuerà ad avvolgerci da qui all'eternità se diremo No alla riforma, perché impedirà ogni movimento e schiaccerà ogni speranza di miglioramento.

Ovviamente, che il pantano ci sia (e anche qualcosa di peggio) è un fatto abbastanza condivisibile: ma che sia la legge fondamentale dello Stato a produrlo (la stessa legge peraltro ancora in attesa di attuazione in molte sue parti-chiave a distanza di quasi settant’anni dal suo varo) e non il ceto politico (inadeguato, incompetente, corrotto, trasformista, affarista: dunque incapace di operare in chiave di ‘bene comune’), a me sembra una macroscopica e comoda fuga dalla realtà, quando non lo spaccio consapevole e vergognoso di una falsità incredibile. 

In questi mesi gli appelli a stare nel merito dei contenuti della legge sottoposta al voto dei cittadini sono stati ripetutamente contraddetti, prima dalla volontà dichiarata di trasformare il referendum in plebiscito e poi, con le pseudo correzioni apportate in corso d’opera da chi aveva dichiarato di aver sbagliato, dai continui riferimenti a cosa potrebbe accadere di meraviglioso o di terribile nel caso in cui la proposta di riforma potesse venire confermata o bocciata.

L'ultima variante, che dimostra come il superamento della personalizzazione sia una finzione e l'ammissione di aver sbagliato una delle solite tante 'furbate' ammannite al popolo, sempre osannato ma di fatto creduto boccalone, è il ricatto di questi giorni: 'se non votate sì, sarete responsabili del governo tecnico che verrà'.

Per quanto mi riguarda, in questa nota voglio stare al merito della proposta di riforma: non tanto però ripetendo i molti motivi (che pure condivido) presenti negli elenchi stilati da diversi autorevoli commentatori ed esperti di politica e di diritto, quanto enunciando alcune ragioni che mi pare siano state poco sottolineate e che invece per me sono fondamentali, per certi versi ancora più decisive delle altre.

I miei ‘perché No’ sono quattro e stanno a monte: perché riguardano la procedura con cui è si è arrivati alla riforma stessa. Toccano dunque il 'processo' prima ancora del 'prodotto'. E in democrazia, lo sappiamo (ma forse molti l'hanno dimenticato), le procedure sono essenziali: scegliere una o l’altra, osservare o violare una regola costruita con lo scopo preciso di assicurare democraticità ai processi, significa toccare le fondamenta stesse dell’azione democratica.
Dunque, parlare di aspetti processual-procedurali, in particolare quando è in gioco la Carta che è all’origine del nostro ‘stare insieme’, non significa occuparsi di quisquilie per azzeccagarbugli: a meno di credere che l’azione, comunque e purchessia, debba vincere su qualunque regola, in quanto di per sé sinonimo di bene supremo, oggi rappresentato dal binomio (di derivazione managerial-aziendale e spalmato in ogni campo, anche a sproposito) di ‘efficacia-efficienza’. Ma allora, appunto, rischiamo di essere fuori dalla democrazia (o, forse, già lo siamo).

Ecco dunque le quattro violazioni che a mio avviso delegittimano alla radice la riforma proposta: la boccerebbero anche se i contenuti non sollevassero i (gravi) problemi, sui quali ormai dovremmo essere informati, di tipo sia tecnico che politico.

(1) - Riforma, non revisione - La modifica di 47 articoli della Costituzione (su 139) non costituisce una ‘revisione’, ma una ‘riforma’. E i due termini, in italiano, non sono sinonimi. L’art. 138 della Costituzione giustamente prevede la possibilità di modificare singoli articoli in Parlamento. Ma la modifica di un impianto costituzionale di queste dimensioni (numero di articoli modificati e qualità dei cambiamenti introdotti) può richiedere soltanto la legittimazione popolare, affidata ad una Assemblea Costituente: composta da persone elette con lo specifico mandato di riformare la Costituzione e scelte con voto rigorosamente proporzionale.

(2) - Iniziativa del Governo - La procedura seguita è stata affidata all’iniziativa non di un Parlamento, bensì di un Governo, su mandato di un presidente della Repubblica, che aveva accettato di essere rieletto per la seconda volta (innovazione non prevista dalla Costituzione), dunque per un ulteriore settennato (di cui peraltro, sempre irritualmente, era già dato per assodato il non completamento) e con la condizione esplicita (anche questo un fatto quanto meno inusuale) che si procedesse al varo della riforma costituzionale stessa.

(3) - Parlamento delegittimato dalla Consulta - Il Parlamento chiamato a votare la riforma costituzionale in base all’art. 138 è stato dichiarato non costituzionale dalla Consulta, perché eletto in base alla legge cosiddetta Porcellum: che consentiva al potere partitico di avere dei nominati al posto di eletti, frustrando la possibilità di scelta diretta da parte dei cittadini, ed esasperava il criterio maggioritario a fronte del criterio proporzionale, ‘pompando’ il numero dei seggi assegnati alla coalizione più votata. Se non il diritto (ma diversi giuristi richiamano inconfutabilmente anche il diritto), certo la logica (se ancora vivesse una logica) avrebbe voluto che un Parlamento in queste condizioni di grave ‘minorità’, sancita da una istituzione del peso della Consulta, si limitasse a disegnare una nuova legge elettorale, giusto per consentire l’indizione di nuove elezioni, e non si imbarcasse in un’opera di trasformazione/demolizione costituzionale di questa portata.

(4) - Protagonismo violento del Governo - Il Governo, per mano del presidente del Consiglio, ha spinto/imposto l’intera riforma, sia giocando con lo stile dell’’uomo solo al comando’, sia ricorrendo alternativamente alla minaccia ricattatoria, aperta o velata, del tipo ‘o questa riforma o me ne vado’ e ‘o con me o niente nomina alla prossima tornata elettorale’. Il suo protagonismo interventista in una materia tanto delicata qual è la Costituzione, che dovrebbe essere di tutti, o comunque essere fatta propria dalla maggioranza più ampia possibile, e avere un respiro (di principi, di valori e di scelte programmatiche) che vanno ben al di là dell’azione limitata di un Governo è stato di una violenza (un mix di arroganza e prepotenza) scandalosa: tanto più perché non contenuta da altre istituzioni, pure chiamate a vigilare.

In sintesi – L’intero iter fin qui seguito, nella forma (e dunque nella sostanza di una democrazia che intenda restare tale) e al di là dei risultati prodotti, a me pare, con evidenza indubbia, del tutto ‘irrispettoso’ della volontà popolare. Unico ‘paletto’ democratico che non è saltato è il referendum: ma non è una graziosa concessione il fatto che non ci sia stato impedito di usarlo.
Non sono un giurista e non so se la garanzia referendaria, da sola, possa assorbire, o quanto meno compensare, l’illegittimità complessiva del processo. Tuttavia, per la mia sensibilità democratica, le quattro violazioni di cui sopra sono di gravità inaudita: e mai avrei pensato potessero realizzarsi, tra l’altro in sinergia fra loro, ancor più in un tempo nel quale si poteva credere di essere usciti definitivamente dall’oscena esperienza berlusconiana (ma le nonne, con saggezza, hanno sempre ripetuto che non c’è limite al peggio…).

In conclusione - Tutto quanto sopra costituisce per me una forte spinta, aggiuntiva rispetto alle altre, ma decisiva, a usare ‘bene’ la matita il 4 dicembre, rifiutando della riforma ‘tutto’ (processo di elaborazione, contenuti tecnici e contenuto politico), senza un filo di incertezza e tracciando una croce gigantesca sul No.
Aggiungo. Le accuse (sciocche e ignoranti, se in buona fede, disoneste e strumentali, se in malafede) di essere in compagnia di una ‘accozzaglia’ (secondo l’epiteto sprezzante diffuso da Renzi e dai suoi) non mi toccano: da sempre (e basta guardare la storia) le opposizioni possono, proprio in quanto opposizioni, trovarsi ‘costrette’ a condividere un 'voto-contro' senza per ciò condividere un’alleanza: avendo, e continuando ad avere, principi, valori, visioni del mondo diverse e addirittura opposte.
---
(*) Maria Elena Boschi, «Sono 70 anni che stiamo aspettando la fine del bicameralismo paritario», 'Corriere della Sera', 17 settembre 2015. 

*** Massimo FERRARIO, Riforma costituzionale, un iter che ha già violato la democrazia, per Mixtura

NOTA - Anche nel caso in cui si sia già maturata la scelta per il Sì, segnalo con particolare forza la lettura di:
* Roberto Scarpinato, "La riforma Renzi è oligarchica e antipopolare”, intervento al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione svoltosi al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016, ‘MicroMega online’, 24 novembre 2016, qui
Si tratta di uno 'stimolo' che non solo riepiloga con chiarezza i temi salienti e critici più volte pubblicati dai sostenitori del No, ma aggiunge notazioni acute e severe sulle origini e le implicazioni della proposta di riforma, che non possono non far pensare chi ancora voglia pensare (indipendentemente dalla specifica posizione assunta sul tema referendario).

#SGUARDI POIETICI / L'ho visto di persona (Raymond Carver)

L’ho visto di persona
come può ridurre un uomo la frustrazione.
Può farlo piangere, può fargli sfondare
una parete a pugni. Può fargli sognare
una casa tutta sua
alla fine di una lunga strada. Una casa
piena di musica, agio e generosità.
Una casa che non è stata ancora vissuta.

*** Raymond CARVER, 1938-1988, poeta, scrittore, saggista statunitense, L’ho visto di persona, da Raymond Carver, Orientarsi con le stelle. Tutte le poesie, minimum fax, 2013.
Anche in ‘La lettrice rampante’, 27 maggio 2013, qui


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#MOSQUITO / Servilismo sorridente e poltiglia (Marshall McLuhan)

Nella società odierna la diffusa affettazione dei comportamenti è un immenso catafalco di servilismo sorridente e di adulazione sollecita che soffoca ogni movimento spontaneo di pensiero o di sentimento. (...)

Ogni giorno l'uomo medio è ridotto in poltiglia servile.

*** Marshall McLUHAN, 1911-1980, sociologo, filosofo, critico letterario e docente canadese, La sposa meccanica, 1951, SugarCo, 1996
Anche in 'aforismario.net', qui

#SENZA_TAGLI / Poesia, se non si vende è un complimento (Michela Murgia)

Il fatto che la poesia non si venda è il principale motivo per cui è interessante leggerla: in questo linguaggio artistico ormai recessivo permane qualcosa di misteriosamente irriducibile al mercato. Non lo piegano gli sconti, non lo addomesticano le grafiche editoriali e non lo imbellettano gli strilli sulle fascette. Dire che la poesia non ha mercato è uno dei più bei complimenti che alla poesia si possano fare.

*** Michela MURIGIA, scrittrice, 'facebook', 28 novembre 2016, qui


In Mixtura altri 14 contributi di Michela Murgia qui

#LINK / Anglo-pedagoghese, la strana lingua del Miur (Annamaria Testa)

Il sito si chiama Roars, Return On Academic ReSearch. Discute di università, istruzione, ricerca e delle politiche connesse. Ospita anche una sezione di articoli in lingua inglese. Eppure proprio Roars pubblica un breve articolo intitolato Talis, Byod, Iea Pirls! Ed ecco a voi, Siore e Siori, la neolingua del Miur, che se la prende coi termini astrusi e l’anglo-pedagoghese impiegato nel recente Piano per la formazione dei docenti.
Pesco tre esempi dalla lista pubblicata al termine dell’articolo. (...)

*** Annamaria TESTA, esperta di comunicazione, saggista, Anglo-pedagoghese: la strana lingua del Miur, 'nuovoeutile', 28 novembre 2016

LINK articolo integrale qui


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lunedì 28 novembre 2016

#PIN / Individualismo, individuo (MasFerrario)


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#CIT / Buona salute mentale (Jddu Krishnamurti)

Jddu KRISHNAMURTI, 1895-1986
filosofo indiano

#FUMETTI / Cara ex (Charles Schulz)

(via pinterest)

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#SGUARDI POIETICI / Stella fra tante (Sara Ferraglia)

Sai, nulla muterà nell’universo
Tutto rimarrà uguale
Se mai nessuno leggerà un tuo verso
Mi disse un giorno un tale
Un editore della mia città

Non ho preteso mai d’essere luna
Solitaria e distante
Che, se scompare, il mondo tutto imbruna
Ma stella sì, fra tante
Credo sia proprio questa la beltà

Essere quel puntino luminoso
A volte unica luce
Quando diventa il cielo tenebroso
Segnale che conduce
Ad un tempo sereno che verrà

Quando mi chiederai se è vero
Quando mi chiederai

dove si son nascoste le farfalle
che nei prati non vedi
ma volano nei libri che tu sfogli,
che cosa ti racconterò?

Come potrò spiegarti il nero
del petrolio sulla sabbia
e fra le dita dei tuoi piedini?

Come potrò spiegarti la fame,
l’arroganza e le guerre
che vedrai sullo schermo
fra le pubblicità di un latte
e di nuovi cioccolatini
e chiederai se è vero?

Quando mi chiederai se è vero
che uomini e bambini
e donne in fila indiana
diventarono fumo
e vorrai un perché, cosa dirò?

Riuscirò a raccontarti
che esiste un Padreterno
che ha programmato tutto
creando il Paradiso in alto
e giù l’Inferno?

*** Sara FERRAGLIA, 1955, Stella fra tante, in ‘Il giardino dei poeti’, 27 dicembre 2012, qui


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#LINK / Fidel Castro, anche una lezione di dignità (Simone Perotti)

Non ne avrei scritto. Troppo lungo e complesso. Poi ho letto alcuni articoli di colleghi, su altri giornali, solo preoccupati di dire una frase polemica, qualcosa che riesca a “bucare” l’indifferenza in cui spesso precipitano i loro articoli. Allora dirò solo due parole.

L’avventura di Fidel Castro e della rivoluzione cubana è una storia unica per la nostra vicenda umana. Cuba è stata il confine tra mondi, modelli, impostazioni. Una sutura e una ferita, in cui i lembi irritati non hanno mai smesso di guarire e riaprirsi. Un’isola a poche miglia dal più grande colosso mondiale che ha deciso di ribellarsi alla sua influenza e tentare una via propria. Giovani laureati che avevano un ottimo futuro personale decisero di stravolgere il proprio destino e quello delle loro famiglie per ribellarsi a un tiranno eterodiretto che aveva reso puttane le loro madri e le loro sorelle, e fatto merce dei loro cuori e delle loro speranze. (...)

*** Simone PEROTTI, scrittore, Fidel Castro, la lezione di dignità e il giudizio sbilanciato su di lui, 'ilfattoquotidiano.it', 27 novembre 2016

LINK articolo integrale qui


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#VIDEO / Fidel Castro, un rivoluzionario che non ha perso la rivoluzione (Gianni Minà)

"Fidel Castro, un rivoluzionario che non ha perso la rivoluzione"
Gianni MINA'
giornalista, saggista
intervista di Antonio Di Bella, Rainews24
video 12min05

Gianni Minà, grande conoscitore di Cuba, come di tutta l'America Latina, è stato amico personale di Fidel Castro a cui ha dedicato 5 libri e varie interviste fiume.
(dalla presentazione)


#LINK / California, senior è rock (Julio Gonzalez)

Nel deserto californiano sei gruppi musicali si sono radunati all’ aperto per suonare musica che ha fatto la storia del rock negli ultimi 50 anni. Il Desert Trip Festival di ottobre 2016, chiamato il Woodstock degli over 60, sancisce che i nuovi senior non sono ancora pronti ad andare in soffitta.

C’erano un americano, un canadese ed un italiano al Desert Trip Festival tenutosi in California dal 7 al 9 ottobre 2016, il concertone rock rinominato la ‘Woodstock degli Over 60’. Sembra l’inizio della classica barzelletta etnica dove alla fine uno dei protagonisti supera gli altri in qualche prodezza, ma in realtà si tratta di un vero incontro avvenuto di recente nel Sud degli Stati Uniti tra Michael, americano, di 64 anni, residente oggi in Colorado, Paul , 63 anni, canadese in procinto di cambiare residenza per spostarsi nel Canada occidentale e Giovanni di 63 anni, italiano dell’Italia centrale.

I tre baby boomer hanno partecipato al concerto e, tra una canzone e l‘altra, si sono scambiati informazioni sui loro gusti musicali, i loro vissuti ed i loro piani futuri, stimolati anche dall’atmosfera energizzante che si respirava durante il concerto. (...)

*** Julio GONZALEZ, manager internazionale, In California senior è rock..., 'osservatorio senior', novembre 2016

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#MOSQUITO / Ricerca, sostanzialmente abbandonata in Italia (Silvio Garattini)

Nel nostro paese oggi la ricerca scientifica è stata sostanzialmente abbandonata quasi completamente. Non c’è più la possibilità oggi di condurre ricerca scientifica a livelli di eccellenza. Rispetto alla media europea, abbiamo circa la metà dei ricercatori per milione di abitanti, spendiamo meno della metà, tutte le multinazionali farmaceutiche e non hanno abbandonato la ricerca in Italia e hanno spostato i loro laboratori altrove proprio perché in Italia non soltanto non c’è sostegno, ma c’è addirittura ostracismo nei confronti della ricerca: la legge sulla sperimentazione animale è il tipico esempio di una restrizione delle regole che non esiste negli altri paesi europei e che mette i ricercatori in grande difficoltà. Per non parlare poi dei nostri giovani ricercatori che se ne vanno. Siamo veramente dissennati: spendiamo una gran quantità di soldi per formare un ricercatore e poi lo doniamo graziosamente ad altri paesi, che sono tra l’altro in competizione con noi. Ovviamente per la ricerca scientifica è essenziale che i giovani vadano all’estero, ma dovrebbero essere almeno altrettanti gli stranieri che vengono da noi. E invece noi non abbiamo capacità di attrazione perché non consideriamo la ricerca una parte importante della cultura e dell’economia del paese. Mentre invece un paese che non può contare su risorse naturali e che ha un alto costo della manodopera dovrebbe affidarsi quasi completamente alle capacità creative e intellettuali dei propri ricercatori, che in termini di produttività non sono da meno dei loro colleghi stranieri ma sono inferiori per numero, dispongono di minori risorse e hanno molte restrizioni in più, per cui è chiaro che non possono raggiungere gli obiettivi che si raggiungono altrove.

*** Silvio GARATTINI, 1928, scienziato, ricercatore in farmacologia, medico e docente in chemioterapia e farmacologia, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri", Curarsi con l'acqua fresca. Qualche parola scientifica su omeopatia e dintorni, testo raccolto da Cinzia Sciuto, 'MicroMega', n. 6, 2015

domenica 27 novembre 2016

#HUMOR / Solo dopo il matrimonio

(via pinterest)

#SPOT / Potere televisivo (José Rubio Malagòn)

José Rubio MALAGON
fumettista spagnolo

#CIT / Finestra e sguardo (Alda Merini)

Alda MERINI, 1931-2009
poetessa, aforista, scrittrice

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#SGUARDI POIETICI / Segui la tua sorte (Fernando Pessoa)

Guarda la vita da lontano,
e non interrogarla mai. 
Nulla essa può 
dirti. La risposta
è al di là degli dèi.
Ma serenamente 
imita l’Olimpo 
nel segreto del tuo cuore. 
Gli dèi sono dèi 
perché non si pensano.

*** Fernando PESSOA, 1888-1935, poeta e scrittore portoghese, Segui la tua sorte, in Odi di Ricardo Reis, 44 poesie, Miti Mondadori, Milano, 1996.


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#RITAGLI / Migliora la soddisfazione, ma è assuefazione al peggioramento (Domenico De Masi)

La notizia: 
"Per la prima volta dopo 5 anni, nel 2016, migliorano le stime relative al giudizio delle famiglie sulla soddisfazione per le condizioni di vita". (Istat, qui)

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[D: Cosa non la convince?]
«Un conto è esaminare indicatori oggettivi, tipo il patrimonio, il reddito, ma anche quante volte si è andati al cinema o per quanti giorni si è stati in vacanza, una cosa diversa è la percezione di soddisfazione o insoddisfazione soggettiva, che può essere influenzata da mille fattori».

[D: Per esempio?]
«Che so, uno è momentaneamente infelice per motivi sentimentali o di salute e viceversa. Magari il giorno prima dell’intervista la sua squadra ha vinto e lui è contentissimo. Insomma la sensazione di benessere ha poco valore rispetto agli indicatori oggettivi. E non gli darei tutta questa importanza, tanto più che siamo a ridosso del referendum e facilmente qualcuno può attribuirsi il merito di questo presunto miglioramento».

[D: Pensa che il governo abbia condizionato l’Istat?]
«Ma no, però guardiamo alle cose come stanno. L’Istat ha fatto questa indagine lo scorso marzo su un campione di ben 24mila famiglie. Dal punto di vista della dimensione, niente da dire. Io in 40 anni di ricerche non ho mai avuto i mezzi per lavorare su un campione così ampio. Però, che tra lo scorso Natale e febbraio si siano prodotti eventi tali da migliorare la situazione delle famiglie, non mi pare proprio. Tanto più se il paragone è sugli ultimi cinque anni. Ci sono dati oggettivi a dimostrarlo».

[D: Quali?]
«Per esempio, i poveri sono raddoppiati. Oppure vogliamo parlare della disoccupazione e dei giovani istruiti che non trovano lavoro?».

[D: E allora come spiega il miglioramento della soddisfazione?]
«Con l’assuefazione al peggioramento. Ci si abitua, per esempio, al crescere dell’insicurezza».

[D: Sta dicendo che ci si dimentica di quando si stava meglio?]
«In sociologia usiamo una parola, alienazione, per descrivere lo stato in cui si sta oggettivamente peggio ma non lo si avverte. È uno stato pericoloso anche psicologicamente, perché si abbassano le difese e la capacità di conflitto».

*** Domenico DE MASI, professore emerito di sociologia del lavoro all'uiniversità La Sapienza di Roma, intervistato da Enrico Marro, De Masi: «I poveri crescono. C’è assuefazione al peggioramento», 'corriere.it', 22 novembre 2016, qui


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#RITAGLI / Fidel Castro, un comunista non comunista (Massimo Cavallini)

(...) “Perché – si era chiesto- sono diventato socialista o, più chiaramente, perché mi sono convertito al comunismo?”. E, curiosamente, aveva poi aggiunto senza rispondere alla domanda: “Parlo perché si comprenda meglio che non sono né un ignorante, né un estremista né un cieco, che non ho acquisito la mia ideologia studiando economia per conto mio”.

Più che parlare del perché della sua conversione, Fidel ne aveva, in quel discorso, precisato il quando e come: “Avevo all’incirca 20 anni ed ero appassionato di sport e di alpinismo. Senza alcun precettore che mi aiutasse nello studio del marxismo-leninismo (poco prima era parso dire l’esatto contrario n.d.r.); non ero che un teorico e, naturalmente, avevo una fede totale nella Unione Sovietica”.

Comunista da sempre, dunque. E comunista nel più ortodosso dei termini. Fidel era un comunista con una “fede totale nella Unione Sovietica”, quando, negli anni ’40, nelle fila del Partido Ortodoxo, partecipava alle vicende politiche della Università dell’Avana (nel periodo del cosiddetto “gangsterismo” quando le differenze politiche si risolvevano a colpi di pistola).

Era comunista quando nel luglio del 1953 in una azione definita “avventurista” dal Psp, il partito dei comunisti filo-sovietici cubani, assaltava il Cuartel Moncada. Fidel era comunista – come lui stesso ricorda nella “biografia a quattro mani” scritta con Ignacio Ramonet – anche quando, ancora adolescente nel collegio Belén (e su questo concordano le testimonianze dei suoi compagni di corso e del suo professore e mentore, il gesuita padre Amado Llorente) orgogliosamente cantava “De cara al sol”, l’inno dei franchisti spagnoli.

E da comunista – comunista da sempre, al termine d’una dittatura durata più d’ogni altra nel ventesimo secolo – Fidel verrà ora cremato e sepolto, come da suo espresso desiderio, in quel di Santiago, accanto alla tomba di José Martí, l’“apostolo” del cui pensiero e della cui battaglia per l’indipendenza cubana, Fidel s’era proclamato (in quello che i suoi nemici definiscono un “sequestro”) unico ed autentico erede.

Nato comunista, vissuto da comunista e da comunista sepolto, Fidel Castro, in realtà, comunista non fu. Perché il suo comunismo non è stato, a conti fatti, che il vestito da lui indossato per coprire le brutali nudità di quello che sarebbe passato alla storia come “castrismo”. Ovvero la totale identificazione tra il suo personale potere ed il concetto d’una patria che voleva libera. Libera perché liberata dal peso del neocolonialismo statunitense e libera, anche, anzi, soprattutto, perché “sua”, libera perché pienamente identificata con il suo potere assoluto. (...)

*** Massimo CAVALLINI, giornalista, Fidel Castro, il comunista che non fu comunista, 'ilfattoquotidiano.it', 26 novembre 2016

LINK articolo integrale qui

#VIGNETTE / Morte di Fidel Castro (Mauro Biani)

Mauro BIANI
Morte di Fidel Castro, 'facebook', 26 novembre 2016

sabato 26 novembre 2016

#CIT / Se un uomo è uno stupido (Desmond Bagley)

Desmond BAGLEY, 1923-1983
giornalista e scrittore britannico

#SPOT / Salviamoci

(dalla rete, autore indecifrabile)

#FAVOLE & RACCONTI / Il patriarca cinese e la collina che faceva ombra (M. Ferrario)

Lui e la sua famiglia - figli e figlie, nuore e generi, nipoti e pronipoti - erano stati sfrattati dagli eredi del proprietario terriero che per una vita li aveva ospitati sulle sue terre in cambio del loro lavoro nei campi e da un mese erano in una nuova casa, ai piedi di una collina.
Non avevano trovato altre sistemazioni se non una fattoria abbandonata, quasi cadente e tutta da ristrutturare: dopo tanti anni di fatiche, avevano risparmi miseri, giusto il denaro che serviva per vivere. Perciò avevano dovuto accontentarsi. E tutto sommato, erano stati fortunati: le stanze erano numerose e capienti e una volta sistemate avrebbero accolto tutti loro, senza imporre a nessuno di andarsene.
Tuttavia, soprattutto per l'anziano cinese cui tutti portavano assoluto rispetto per il ruolo di grande patriarca, la soluzione aveva uno svantaggio insopportabile: una grande collina, sassosa e senza vegetazione, faceva ombra alla casa per quasi tutto il giorno.

Il vecchio non riusciva ad accettare questa situazione: aveva bisogno dei raggi del sole per sentirsi vivo ed era convinto che senza il tepore del sole anche i figli e i nipoti avrebbero perso presto la salute e l'allegria e all'armonia di oggi sarebbero seguiti divisioni e conflitti.

Da una settimana, aveva messo in atto un comportamento strano.
Senza comunicarlo a nessuno, ogni giorno si alzava all'alba, prendeva una carriola e si incamminava a passo lento e regolare lungo il sentiero che portava in cima alla collina.
Verso mezzogiorno raggiungeva la cima: fissava il sole per almeno cinque minuti, si faceva entrare la sua luce nei polmoni con respiri ampi e lunghi a bocca aperta, poi raccoglieva un po' di ciottoli, riempiva la carriola e subito ridiscendeva.
Arrivato in pianura, oltrepassava il ruscello che correva dietro casa e in un largo spiazzo, brullo e senza alberi, rovesciava la carriola con il carico di pietre.

Il figlio e il nipote, accortisi dei viaggi del vecchio e preoccupati per questo suo solitario sforzo quotidiano, non avevano osato chiedergli il perché dei suoi viaggi. Ma decisero di fargli compagnia: e si unirono a lui, imitandolo, anche senza aver capito il significato di queste camminate.

Da due giorni, perciò, anche loro ogni mattina arrivavano in cima alla collina, conducendo ognuno una carriola: raccoglievano da terra quante più pietre possibili, le disponevano nelle carriole e le portavano a valle, depositandole al di là del ruscello, dietro casa, facendone un grande mucchio con quelle del vecchio.

Almeno tre erano le domande che avrebbero voluto porre.
Cosa avrebbero dovuto fare con tutti questi sassi portati in pianura?
Servivano per la ristrutturazione della fattoria?
E per quanti giorni avrebbero dovuto salire e scendere la collina con le carriole?

Il terzo giorno, mentre tutti all'alba stavano per incamminarsi per il solito viaggio dopo aver recuperato le tre carriole depositate nel retro della fattoria, il figlio prese coraggio e chiese al vecchio:
«Padre, ma perché lo facciamo?».
Il patriarca non ci pensò un secondo.
«Per rimuovere la collina.»
Il figlio  credette di non aver capito bene:
«Per rimuovere la collina?».
Il vecchio aveva la faccia seria: confermò, con tranquillità e determinazione.
«Certo. Un sasso dopo l’altro e la collina sparirà: non ci farà più ombra. E il sole scalderà la casa e ci darà energia, mantenendoci vitali e allegri».

Intervenne il nipote.
«Nonno, scusami, ma è un'impresa enorme. Impossibile. Tu contro una intera collina. Neppure con un miracolo potrai farcela. La collina è più forte: è lì da sempre e non scomparirà per un po' di pietre che tu riuscirai a portare a valle. E poi...».
«E poi...?» lo incalzò il vecchio, immaginando il seguito.
Il nipote voleva trattenersi, ma decise di esprimere il suo pensiero senza diplomazia: era il preferito del vecchio e del resto il vecchio sapeva quanto il giovane gli fosse affezionato.
«E poi, la tua età... Comunque non potresti mai vedere la collina spianata.».
«Lo so, figliolo. Nonostante i miei tanti anni, non ho ancora il cervello annacquato: è ovvio che morirò prima».
«Ma allora perché lo fai?», insistette il nipote.
Il patriarca aveva la risposta pronta.
«Semplice. Se i figli e i nipoti e i figli dei nipoti e i nipoti dei nipoti e tutti quelli che nasceranno dalle nostre famiglie continueranno a raccogliere ciottoli dalla cima della collina, la collina un giorno non ci sarà più. E al suo posto brillerà il sole».

Il nipote rimase in silenzio per qualche secondo: ovviamente continuava a non essere convinto.

Fu in quel momento che l'anziano patriarca allargò il volto in un sorriso benevolo e fissò negli occhi i due discendenti.
«Voi mi promettete che continuerete nel mio lavoro e farete in modo che i figli e i nipoti e i nipoti dei nipoti non smetteranno di portare pietre giù dalla collina?»
Figlio e nipote incrociarono gli sguardi per un attimo, come per chiedersi un impegno reciproco.
Poi chinarono il capo e insieme dissero:
«Te lo promettiamo».
Ma la voce era titubante e il vecchio lo notò.
«Forse avete qualche dubbio...?».
Non osavano.
Poi il figlio ammise:
«Padre, è che noi possiamo impegnarci per noi. In futuro, gli altri... non sappiamo se...».

Il vecchio liquidò le perplessità agitando la mano nell'aria, come per scacciarle.
Poi fece capire di considerare chiuso per sempre l'argomento, annunciando con voce grave e lenta le sue ultime parole definitive.
«Figlioli, ascoltatemi. Noi, ora, qui, possiamo soltanto fare la parte che ci è data: altri, in futuro, qualunque decisione prenderanno, faranno la loro. Io, adesso, per quello che posso, mi limito a impegnare me stesso in questo compito: da qui a quando morirò mi comporterò perché in futuro non ci sia più la collina a togliere il sole alla nostra casa. Questa decisione e questa azione sono in mio potere e questo farò. A me basta sapere che se tutti domani continueranno a fare ciò che noi stiamo facendo, questo mio sogno si realizzerà. E sarà bene per tutti. Adesso basta: abbiamo speso anche troppe parole. Lasciatemi prendere la carriola, che si è fatto tardi».

*** Massimo Ferrario,  Il patriarca cinese e la collina che faceva ombra, 2013-2016, per Mixtura - Riscrittura di una famosa favola di origine orientale, anche riportata da Walter Anderson, Corso di fiducia in se stessi, 1997, Corbaccio, Milano, 1998.

#SGUARDI POIETICI / Bentornato, vento della sera (Riccardo Bertolotti)

Bentornato, vento della sera.
Questa è la mia finestra, 
entra nella mia casa. 
Siedimi accanto 
e riempi quest’attimo. 
Dimmi la storia di oggi, 
porgimi il pensiero che porti,
lascia che respiri un poco 
della tua inquietudine.  
E te ne parti, vento della sera. 
Vai per sapere di terra 
e fascerai altri occhi, 
altre mani, di freschezza. 
Aspetterò il prossimo tocco: 
rimango vigile con il tuo segreto, 
nuovo della tua saggezza.

*** Riccardo BERTOLOTTI, 1979, poeta, Bentornato, vento della sera, da Geometria della scoperta, Campanotto, 2008, citato da Ottavio Rossani, blog ‘poesia.corriere.it’, 12 luglio 2008,  qui

#MOSQUITO / Tu sei come me, oppure sei una 'cosa' (Giacomo Rizzolatti)

 Abbiamo un meccanismo per cui ‘sentiamo’ le emozioni degli altri direttamente, le viviamo come se fossero le nostre. La stessa popolazione neuronale che si attiva per le nostre emozioni si attiva per quelle degli altri. (…) Con Corrado Sinigaglia abbiamo chiamato il capire mediante il meccanismo specchio ‘The understanding from the inside’. Non è una comprensione logica, ma fenomenica. Il tuo stato mentale diventa il mio. “I meccanismi naturali sono modificabili dall’esperienza. Se il meccanismo di base: ‘Tu sei come me’ è bloccato da ideologie perverse o da propaganda politica, gli altri diventano oggetti. Non sono più persone. Se hai convinto la maggioranza della popolazione che alcuni esseri umani sono in realtà degli Untermenschen, puoi bruciarli (campi nazisti) o tagliare loro la gola (Isis), tanto sono delle cose, non esseri umani.

*** Giacomo RIZZOLATTI, 1937, neuroscienziato, Specchio a più dimensioni, 15 maggio 2016, 'Il Sole 24 ore', citato da Romano Màdera, Jung, Feltrinelli, 2016


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#LINK / Referendum, il voto degli italiani all'estero (internazionale.it)

In occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre sono emerse diverse polemiche legate al voto degli italiani che vivono all’estero. Le critiche riguardano principalmente i costi e la sicurezza del voto per corrispondenza. Il comitato del no al referendum ha già annunciato che, in caso di vittoria del sì, presenterà un ricorso legato proprio ai voti degli italiani all’estero.

Com’è nato il voto degli italiani all’estero. (...)
Come funziona il voto dall’estero. (...)
Quanti sono gli italiani che votano all’estero. (...)
Perché il comitato del no propone un ricorso. 
I casi contestati. (...)
Il testo Ravaglia e le possibili soluzioni. (...)

*** internazionale.it, Perché si parla molto del voto degli italiani all'estero, 25 novembre 2016

LINK articolo integrale qui

#SENZA_TAGLI / Violenza sulle donne, lettera agli studenti maschi (Matteo Saudino)

Cari studenti maschi, fate sì che la giornata mondiale contro la violenza sulle donne parli soprattutto a voi, a voi che avete il futuro del mondo tra le mani e sopratutto nella testa.

La violenza del maschile sul femminile è un cancro difficile da estirpare, in quanto possiede profonde e ataviche radici sociali e culturali. E quando gli atti di violenza e di ignoranza si radicano così solidamente nella storia, sono molti gli stolti che pensano che basti ciò per minimizzarli e giustificarli.

Per questo, cari studenti maschi, dovete essere protagonisti di una vera e propria rivoluzione che, partendo dal quotidiano e dalle relazioni con le vostre amiche e compagne, cambi radicalmente il vostro modo di pensare il femminile e di rapportarsi ad esso. 

Per prima cosa bisogna sottrarre il corpo della donna dalle dinamiche di mercificazione in cui esso è sottoposto all'interno dell'economia capitalista, la quale ha prodotto nei secoli una società del consumo che si fonda sulla reificazione di tutto, natura e vite umane comprese. In tale contesto, bisogna liberare la donna, la sua personalità e il suo corpo, dai processi di accumulazione, di profitto e di possesso. La donna non è una proprietà privata come un automobile, una moto o una console. La donna è una soggettività libera, autonoma e indipendente. Ed è questo che il maschio, legato ad una realtà e ad un immaginario di capo, padrone e proprietario fatica comprendere, in particolare nelle società più tradizionaliste. 

Come seconda cosa è fondamentale che il maschio affronti con maturità il tema del rifiuto e dell'abbandono, che a partire dalla protezione della madre così tanto caratterizza gli stadi psico-evolutivi del bambino prima e del ragazzo poi. Essere lasciati o essere rifiutati fa parte della vita e della crescita di una persona: solo nel modo di plastica delle pubblicità o di certa fiction il vero uomo è quello che non deve chiedere mai o che ottiene tutto quello che vuole dalla vita, perché forte, danaroso, potente o vincente. 

Se riuscirete a non riprodurre questa immagine stereotipata di maschio alfa, che si prende con la forza quanto desidera o quanto pensa che gli appartenga per natura o diritto divino, potremmo costruire una società in cui il maschile e femminile vivano insieme nella bellezza del rispetto e della dignità, da cui sorge la felicità.

Sarà un cammino lungo, ma, con la lungimiranza e tenacia dei piccoli cambiamenti, sarà una percorso irreversibile verso la libertà delle donne e anche di noi uomini, che finalmente potremmo vivere senza dover recitare la parte dei duri condottieri, dei maschi dominatori o dei padripadroni, che nel lungo periodo rendono misere e patetiche le nostre esistenze.

*** Matteo SAUDINO, insegnante di filosofia e storia, Lettera agli studenti maschi contro la violenza sulle donne, 'facebook', 25 novembre 2016, qui


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venerdì 25 novembre 2016

#LIBRI PREZIOSI / "L'autunno della Repubblica", di Maurizio Viroli (recensione di M. Ferrario)

Maurizio VIROLI, "L'autunno della Repubblica"
Laterza, 2016
pagine 304, € 18,00, ebook € 5,99

Recuperare i 'maestri'
Ci sono libri che già dal titolo selezionano il lettore: l''autunno della Repubblica', con la sua evocazione di foglie che cadono e dell'inverno alle porte, difficilmente invoglierà un fan dell'ottimismo a oltranza a spendere qualche ora di sana riflessione sulle ragioni per cui l'Italia da decenni ha perso le speranze della 'primavera' rappresentata dalla caduta del fascismo. 
Se poi al titolo si aggiunge la conoscenza dell'autore, Maurizio Viroli, giornalista, saggista, autorevole docente universitario di scienze politiche negli Stati Uniti, chi si predispone alla lettura di questo volume già pregusta quello che troverà: pensieri fuori dal coro, tanto lucidi quanto impegnativi e senz'altro disturbanti, che ruotano attorno a concetti non proprio alla moda come 'religione civile', 'etica pubblica', 'bene comune', 'governo della legge', 'senso del dovere'. 

E' infatti con questa strumentazione, che ha come comune denominatore una visione appassionata e mai indifferente della res publica, che Viroli, da repubblicano  mazziniano convinto, scorre gli anni che vanno dalla nascita della Costituzione ad oggi, filtrandoli alla luce di una morale civica costruita nel tempo attraverso lo studio rigoroso, quasi filologico, dei tanti 'maestri' che quasi tutti noi abbiamo invece colpevolmente dimenticato (per citarne solo alcuni: Giorgio Agosti, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Guido Calogero, Benedetto Croce, Alessandro Galante Garrone, Piero Gobetti, Adolfo Omodeo, Ferruccio Parri,  Nello Rosselli, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Paolo Sylos Labini...).
Ed è inutile dire che le conclusioni sullo stato del nostro Paese, almeno dal punto di vista delle 'virtù civili', sono quanto mai amare.

Il libro si apre con un capitolo autobiografico, in cui l'autore dà conto di come abbia maturato le sue scelte di studio e di impegno politico, al di fuori dei partiti, ma come intellettuale, prima saggista e poi docente universitario oltreoceano. Sono pagine utili che servono a ricapitolare la sua visione civile, densa di suggestioni che si rifanno ai migliori spiriti del Risorgimento.
I successivi capitoli, invece, riproducono, riassortiti per grandi temi (il repubblicanesimo, la virtù civile, l'amor di patria, l'antifascismo, la Costituzione, la Repubblica corrotta, passato e presente...), i numerosi articoli pubblicati negli anni, come collaboratore prima di 'La Stampa' e oggi di 'Il Fatto Quotidiano'. 

Il taglio giornalistico tiene lontano lo stile accademico, assicura scorrevolezza e mantiene alto l'interesse, ma i temi sono di per sé duri e scomodi e la forte tensione morale con cui vengono trattati accentua il contrasto, spesso desolante, tra auspicato e realtà. 
Viroli non indulge a false speranze e il suo pessimismo è evidente e contagioso. Altrettanto forte, tuttavia, traspare l'invito, almeno per chi ancora non ha smesso di credere nei valori repubblicani a non demordere e a recuperare lo spirito dei tanti che in passato, senza fare vuota retorica, ma anche con comportamenti estremi, hanno dato contenuto a quelle vecchie parole che sono a fondamento di una comunità politica e civile.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura


«
Tanto la democrazia quanto il socialismo, a mio giudizio, perdono valore se non traggono ispirazione dal più alto ideale della respublica: la prima degenera in lotta di potere fra partiti corrotti, il secondo in un potere totalitario. 
Tutt’altro discorso meritano il socialismo riformista e soprattutto il socialismo liberale di Carlo Rosselli. L’uno e l’altro hanno con il repubblicanesimo importanti debiti intellettuali. Intendono l’azione politica e sociale come servizio al bene comune, nel rispetto delle libertà civili e politiche; sono pienamente consapevoli che l’emancipazione sociale deve essere sostenuta e ispirata dal riscatto morale, inteso come faticosa conquista di una cultura da cittadini liberi che rispondono soltanto alla propria coscienza e considerano i doveri sociali non come un limite bensì come un arricchimento della loro individualità. Carlo Rosselli, in particolare, capì che il problema della libertà italiana non era questione di istituzioni ma di coscienze, e disegnò il socialismo liberale come teoria di emancipazione sociale e morale. Non ho ancora ascoltato un valido argomento capace di persuadermi che il modo più efficace per rafforzare la libertà in Italia non sia riscoprire, arricchire e mettere in pratica le idee fondamentali di Carlo Rosselli e degli azionisti. (Maurizio VIROLI, "L'autunno della Repubblica", Laterza, 2016)

Il cittadino è un particolare tipo di essere umano che gode dei diritti politici e civili, ha consapevolezza dei doveri che tali diritti comportano e opera in modo coerente con tale consapevolezza. Benché il mero possesso dei diritti civili sia sufficiente per essere cittadino in senso giuridico, non può essere considerato vero cittadino l’individuo che ha poca o nessuna consapevolezza dei doveri civili. Quando e dove esiste, la cultura civica è il risultato di una coscienza che nasce dalla ragione, e di passioni che nascono dal sentire. Il cittadino o la cittadina sanno perché sentono e sentono perché sanno, e il loro sapere e il loro sentire si traducono nel vivere in armonia con i diritti e con i doveri. La consapevolezza e il sapere dettati dalla ragione, da soli, non bastano a operare; il sentire e le passioni, da soli, sono ciechi. (Maurizio VIROLI, "L'autunno della Repubblica", Laterza, 2016)

Il liberale crede che la libertà sia non interferenza, vede sempre nella legge una restrizione della libertà. Per il repubblicano, al contrario, è la legge, e solo la legge, che rende liberi (a meno che non sia legge arbitraria o ingiusta). Il liberale è tanto più contento quanto meno lo Stato interferisce nella sua vita; il repubblicano è ben felice di subire anche interferenze serie, se servono a combattere l’arbitrio. E si potrebbe continuare. (...)
Storicamente, il liberalismo è stato formidabile nel difendere gli individui contro le interferenze dello Stato o di altri individui; molto meno nel raccogliere il lamento dei molti che devono tenere sempre gli occhi bassi o bene aperti per scrutare gli umori del potente che può in ogni momento, impunemente, costringerli a fare quello che lui vuole, dunque a servire. Quando ha voluto farlo, non ha potuto appellarsi al suo concetto di libertà perché questo non glielo consentiva, e ha dovuto prendere a prestito altri ideali, quali la giustizia, o l’eguaglianza (di qui i vari ibridi, peraltro belli: il liberalsocialismo, il liberalismo sociale, «Giustizia e Libertà»). Il repubblicanesimo vuole e può farsi difensore, in nome della libertà, di chi soffre la dipendenza e la dominazione. Vuole essere la nuova utopia, dalle radici antiche, di chi ama la libertà.  (Maurizio VIROLI, "L'autunno della Repubblica", Laterza, 2016, da 'La Stampa', 1 ottobre 1997)
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