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giovedì 1 dicembre 2016

#RITAGLI / Cuba, Fidel Castro, una testimonianza d'epoca (Lia De Feo)

Un articolo di una persona che a Cuba c'è stata, per tre anni, durante gli studi universitari e ha vissuto con ambivalenza la sua esperienza di relazione diretta con la popolazione cubana durante il regime castrista.
Oggi, con la morte di Fidel Castro, è spinta a ricordare e a cercare di mettere ordine in questo suo vissuto tuttora problematico, in qualche modo ancora 'diviso'.
Un articolo molto lungo, che richiede tempo. Ma ricco di spunti: 'caldo', intenso, che fa meditare.
Non conosco l'autrice, ma consiglio la lettura integrale del pezzo, di cui sotto riporto il link. 
Mi hanno colpito lo spirito critico di chi si sforza di non essere pregiudizialmente pro o contro e la capacità di cogliere con intelligenza, anche con la soggettività mai celata di una testimonianza personale fortemente emotiva, luci e ombre di quel paese e del suo Leader: amato o odiato, ma comunque entrato nella storia, non solo di Cuba. (mf)

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio. E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare.
L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. (...)

Io, alla fine – e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria – di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell’isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all’altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l’indipendenza e l’ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell’America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l’ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l’alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So’ gente orgogliosa, che gli vuoi dire. (...)

Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi “difetti” la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero – e lo fanno appena possono – e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un’italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.
Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.
Tocca invece invidiare un po’ il Padreterno, se c’è, ché finalmente se lo vede là, ‘sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno. 

*** Lia DE FEO, Omaggio a Fidel, 'Bellunopress.it', 30 novembre 2016

LINK  articolo integrale qui (anche in 'Haramlik, il blog  di Lia', qui)

martedì 29 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Fidel Castro, Roberto Saviano e noi (Claudio Fava)

Scrive su fbook Roberto Saviano: “Morto Fidel Castro, dittatore… Fu amato per i suoi ideali che mai realizzò, mai. Giustificò ogni violenza dicendo che la sanità gratuita e l'educazione a Cuba erano all'avanguardia, eppure, per realizzarsi, i cubani hanno sempre dovuto lasciare Cuba non potendo, molto spesso, far ritorno”.

L’epitaffio è un’arte facile: in due righe racconti vita, morte e peccati, senza appello. Come un giudizio universale: dentro o fuori. Io penso che la storia meriterebbe meno fretta, meno goliardia, soprattutto meno supponenza. Anche con Fidel Castro.

Conosco un po’ Cuba. Ho detto e scritto, anche da laggiù, che ogni giro di vite alle libertà di dire e di fare era un’umiliazione verso quel popolo e la sua rivoluzione. Ma conosco anche gli ospedali cubani, dove ci si andava a curare venendo dalle molte gloriose patrie del capitalismo latinoamericano in cui la salute è il diritto più improbabile, più funesto, più offeso (a meno che non lo paghi in contanti nelle cliniche private).

Conosco la fatica di crescere in un paese in cui sapere, comunicare, informarsi è stato un privilegio per pochi amati dal partito; ma conosco anche la faticosa dignità di un paese ridotto alla fame da mezzo secolo di embargo e di isolamento internazionale: altri avrebbero smantellato idee, convinzioni, rivoluzioni e le avrebbero portato in dono al fondo monetario internazionale accettando che venissero pagate a peso, come ferraglie. Cuba, no. Anche grazie a Fidel.

E sempre a proposito di America Latina e di Storia, non ho memoria di intellettuali italiani che si siano mossi con altrettanto zelo nei confronti di un presidente nordamericano (Nixon) quando il suo dipartimento di Stato organizzò, armò e poi tollerò il colpo di stato in Cile e le fucilazioni di massa nello Stadio Nacional. 
Non ho memoria di giudizi senza appello nei confronti dei governi europei, sempre così liberali, illuministi, volteriani, ma particolarmente distratti quando c’era da denunciare la decimazione fisica di una generazione di argentini negli anni della dittatura. Se leggete il libro di Enrico Calamai, console italiano a Buenos Aires durante il regime, scoprirete che le disposizioni dei governi (tutti, Italia in testa) pretendevano di mantenere rapporti amichevoli con quegli assassini e di tener chiuse le porte delle ambasciate per non dover dare ricovero a chi tentava di salvare la pelle.

Forse dovremmo chiarirci se esista davvero una sola definizione di libertà: la nostra. E se anche questa presunzione non sia una forma di comodo colonialismo culturale. Forse dovremmo imparare a camminare a piedi, e a lungo (come faceva Kapuschinski) nei luoghi che vogliamo raccontare (e amare, oppure odiare). Ma Kapuschinski, lui era un vero giornalista.

*** Claudio FAVA, giornalista, politico, 'facebook', 28 novembre 2016, qui



lunedì 28 novembre 2016

#LINK / Fidel Castro, anche una lezione di dignità (Simone Perotti)

Non ne avrei scritto. Troppo lungo e complesso. Poi ho letto alcuni articoli di colleghi, su altri giornali, solo preoccupati di dire una frase polemica, qualcosa che riesca a “bucare” l’indifferenza in cui spesso precipitano i loro articoli. Allora dirò solo due parole.

L’avventura di Fidel Castro e della rivoluzione cubana è una storia unica per la nostra vicenda umana. Cuba è stata il confine tra mondi, modelli, impostazioni. Una sutura e una ferita, in cui i lembi irritati non hanno mai smesso di guarire e riaprirsi. Un’isola a poche miglia dal più grande colosso mondiale che ha deciso di ribellarsi alla sua influenza e tentare una via propria. Giovani laureati che avevano un ottimo futuro personale decisero di stravolgere il proprio destino e quello delle loro famiglie per ribellarsi a un tiranno eterodiretto che aveva reso puttane le loro madri e le loro sorelle, e fatto merce dei loro cuori e delle loro speranze. (...)

*** Simone PEROTTI, scrittore, Fidel Castro, la lezione di dignità e il giudizio sbilanciato su di lui, 'ilfattoquotidiano.it', 27 novembre 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri 9 contributi di Simone Perotti qui

#VIDEO / Fidel Castro, un rivoluzionario che non ha perso la rivoluzione (Gianni Minà)

"Fidel Castro, un rivoluzionario che non ha perso la rivoluzione"
Gianni MINA'
giornalista, saggista
intervista di Antonio Di Bella, Rainews24
video 12min05

Gianni Minà, grande conoscitore di Cuba, come di tutta l'America Latina, è stato amico personale di Fidel Castro a cui ha dedicato 5 libri e varie interviste fiume.
(dalla presentazione)


domenica 27 novembre 2016

#RITAGLI / Fidel Castro, un comunista non comunista (Massimo Cavallini)

(...) “Perché – si era chiesto- sono diventato socialista o, più chiaramente, perché mi sono convertito al comunismo?”. E, curiosamente, aveva poi aggiunto senza rispondere alla domanda: “Parlo perché si comprenda meglio che non sono né un ignorante, né un estremista né un cieco, che non ho acquisito la mia ideologia studiando economia per conto mio”.

Più che parlare del perché della sua conversione, Fidel ne aveva, in quel discorso, precisato il quando e come: “Avevo all’incirca 20 anni ed ero appassionato di sport e di alpinismo. Senza alcun precettore che mi aiutasse nello studio del marxismo-leninismo (poco prima era parso dire l’esatto contrario n.d.r.); non ero che un teorico e, naturalmente, avevo una fede totale nella Unione Sovietica”.

Comunista da sempre, dunque. E comunista nel più ortodosso dei termini. Fidel era un comunista con una “fede totale nella Unione Sovietica”, quando, negli anni ’40, nelle fila del Partido Ortodoxo, partecipava alle vicende politiche della Università dell’Avana (nel periodo del cosiddetto “gangsterismo” quando le differenze politiche si risolvevano a colpi di pistola).

Era comunista quando nel luglio del 1953 in una azione definita “avventurista” dal Psp, il partito dei comunisti filo-sovietici cubani, assaltava il Cuartel Moncada. Fidel era comunista – come lui stesso ricorda nella “biografia a quattro mani” scritta con Ignacio Ramonet – anche quando, ancora adolescente nel collegio Belén (e su questo concordano le testimonianze dei suoi compagni di corso e del suo professore e mentore, il gesuita padre Amado Llorente) orgogliosamente cantava “De cara al sol”, l’inno dei franchisti spagnoli.

E da comunista – comunista da sempre, al termine d’una dittatura durata più d’ogni altra nel ventesimo secolo – Fidel verrà ora cremato e sepolto, come da suo espresso desiderio, in quel di Santiago, accanto alla tomba di José Martí, l’“apostolo” del cui pensiero e della cui battaglia per l’indipendenza cubana, Fidel s’era proclamato (in quello che i suoi nemici definiscono un “sequestro”) unico ed autentico erede.

Nato comunista, vissuto da comunista e da comunista sepolto, Fidel Castro, in realtà, comunista non fu. Perché il suo comunismo non è stato, a conti fatti, che il vestito da lui indossato per coprire le brutali nudità di quello che sarebbe passato alla storia come “castrismo”. Ovvero la totale identificazione tra il suo personale potere ed il concetto d’una patria che voleva libera. Libera perché liberata dal peso del neocolonialismo statunitense e libera, anche, anzi, soprattutto, perché “sua”, libera perché pienamente identificata con il suo potere assoluto. (...)

*** Massimo CAVALLINI, giornalista, Fidel Castro, il comunista che non fu comunista, 'ilfattoquotidiano.it', 26 novembre 2016

LINK articolo integrale qui

#VIGNETTE / Morte di Fidel Castro (Mauro Biani)

Mauro BIANI
Morte di Fidel Castro, 'facebook', 26 novembre 2016