mercoledì 30 settembre 2015

#PIN / Invidia (MasFerrario)


#ANIMALI / Ridono

(unfassbar.es, via pinterest)

° ° °

(news.yahoo.com, via pinterest)

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(mydailypaws.com, via pinterest)

#PROVERBI / La ragazza e l'Orchestra (proverbio yiddish)


#MOSQUITO / Medici, meglio se siamo dei piedi (Piero Ferrucci)

Un giorno dovetti sottopormi a una visita dermatologica in ambulatorio. Non incontrai un medico solo, ma un’intera équipe di medici specializzati. Uno di loro, una dottoressa, mi esaminò per dieci minuti il piede con la lente senza dire una parola. Alla fine, quando mi preparo a uscire, dopo avere completato i suoi appunti alza la testa e, vedendomi, trasale: «Chi è lei? Che cosa ci fa qui?». Non capisce che sono quello del piede. Per lei sono solo un’immagine da analizzare con la lente. Mi vede per la prima volta come una persona tutta intera: e forse per lei ero meglio prima, quando ero un piede senza nome e senza voce. Questo è l’anonimato. 

*** Piero FERRUCCI, 1946, psicoterapeuta e filosofo, esperto di psicosintesi, La forza della gentilezza. Pensare e agire con il cuore fa bene al corpo e allo spirito, 2004, Mondadori, Milano, 2005.

#CIT / Solo i bambini (Antoine de Saint-Exupéry)

Antoine de SINT-EXUPERY, 1900-1944
scrittore e aviatore francese

Antoine de Saint-Exupéry, da Il piccolo Principe, 1943

SPILLI / Noi, e Adamo ed Eva (M. Ferrario)

Ci siamo dimenticati del peccato originale, dicono i cattolici. E qualcuno aggiunge: perché questo significherebbe dover ammettere il Salvatore. 
Anche un laico non credente come me può convenire. 
E’ vero: Adamo ed Eva non ci parlano più. La loro storia appare, a noi occidentali del XXI secolo, solo come loro: un piccolo episodio privato. Neppure più un mito. 
E forse anche per questo stiamo perdendo l’anima. 
Eppure, nel momento in cui Eva ha spinto Adamo a mangiare il frutto proibito e insieme lo hanno mangiato, noi siamo nati all’umanità. Quell’atto originario è stato un atto fondativo pesantissimo, che ha segnato e continua a segnare il nostro destino di esseri umani: un peccato, per i cattolici, una scelta necessaria di vita - di umanità -, per i laici. 
Che sia proprio per questo che lo allontaniamo dalla mente?
Per non dover tirare le conseguenze: logiche, inoppugnabili, rigorosissime. Perché non si tratta di espiare, bensì di pagare
Adamo ed Eva, decidendo di esistere come soggetti, hanno scelto anche per noi e per i nostri discendenti. Con loro è cominciato il nostro divenire di uomini: e il compito di questo divenire ci è stato marchiato addosso nel momento stesso in cui la trasgressione ci ha fatto nascere al mondo. 

L’inconscietà di chi è oggetto è gratuita, ma la consapevolezza ha un costo: non una tantum, continuo. 
La colpa può suggerire un Salvatore: perché venga alleviata l’espiazione. 
Ma una libera scelta è più esigente: ci obbliga ad essere, ognuno di noi, salvatore di se stesso.

*** Massimo Ferrario, 2000-2015, per Mixtura

Pieter Paul RUBENS, 1577-1640, pittore fiammingo
Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre, 1599-1600

#PROVERBI / La Strada (proverbio capoverdiano)


#CIT / Anima (Carl Gustav Jung)


Sempre in Mixtura, altri 14 contributi di Carl Gustav Jung qui

#MOSQUITO / Psichiatri, quelli 'biologici' (Luigi Cancrini)

[Lettera - Negli Stati Uniti in soli 10 anni il numero di ragazzi affetti da disturbo bipolare si è moltiplicato di 40 volte. Le vittime sono soprattutto i bambini tra i 2 e i 5 anni e nella metà dei casi viene prescritto un antipsicotico come Zyprexa, Seroquel o Risperdal: che di bambini ne hanno già uccisi 45. (Davis Fiore)]

Risposta - Molti sono gli psichiatri oggi che diagnosticano il disturbo bipolare a persone che incautamente riferiscono di avere dei giorni buoni e dei giorni meno buoni. Generosamente il disturbo bipolare viene ipotizzato del resto anche alle persone che stanno male e piangono perché hanno perso un gatto o un nonno, un padre o un figlio, un lavoro o un amore ed a cui sempre più spesso si prescrivono gli antidepressivi (bisognerebbe altrimenti parlare con loro), gli stabilizzatori dell’umore (potrebbero ricadere) e un po’ di antipsicotici (per evitare che diventino troppo allegri dopo dimenticando). 
Epigoni moderni dei cacciatori di streghe al tempo dell’Inquisizione, vanno per il mondo di oggi gli psichiatri “biologici”, dunque, cercando quelli che nel loro delirio sono “bipolari”. Sapendo che per trovarli è sufficiente non collegare tristezza e allegria ai fatti della vita e sapendo che chi ne trova di più riceve più regali dall’industria farmaceutica, va a più congressi e fa più carriera. Evitando, per sé, la fatica e il dolore del confronto con il dolore dell’altro. Di cui nessuno ha insegnato loro a non avere paura. 

*** Luigi CANCRINI, 1938, psichiatra e psicoanalista, rubrica ‘dialoghi’, ‘l’Unità’, 24 gennaio 2010.


#VIDEO / Colibrì, come fanno a succhiare (James Gorman)

I segreti della lingua del colibrì
James Gorman, 'The New York Times'
internazionale.it, 14 settembre 2015
video, 1min17

“I colibrì vanno sempre di fretta. Quando succhiano il nettare la loro lingua entra ed esce dal becco 15 volte al secondo”. 
Ora nuove ricerche ci fanno capire meglio come fanno. (dalla presentazione del video)

martedì 29 settembre 2015

#PIN / Inferno e Paradiso (MasFerrario)


#SORRISI_CONTAGIOSI / Un indiano (Retlaw Snellac)

foto di Retlaw Snellac 
(flickr, via pinterest)

#MANDALA / Due opere

Lobsang TENDAR
(tendar.net, via pinterest)

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(exoticindiaart.com, via pinterest)

#SCRITTE / Al gabinetto

(fuoriditesta.it, via pinterest)

#SPOT / Quando tagli i costi del personale

(dal web, via linkedin)

#SPILLI / Comunicare, ma anche no (M. Ferrario)

Questo mito per cui si deve sempre comunicare, scambiare, discutere con chiunque è appunto un mito.
Forse anch'io, in un passato lontano, ci sono cascato dentro. 
Se così è stato, però, confesso che ormai da anni non ci credo più.

Per 'mettere in comune' occorre ci sia in partenza qualcosa di 'comune'. 
Zero più zero fa zero: perché sono del tutto assenti gli ingredienti per una sinergia che possa cambiare il risultato di una pura somma aritmetica.
Da 1 in poi, invece - se si vuole, con fatica, con pazienza, accettandosi reciprocamente - forse si può costruire.
Insieme.

Non sto affermando l'ideale di un 'idem sentire'. Ma almeno un 'idem videre' ha da esserci. 
Parziale fin che si vuole, ma ci vuole. E' la precondizione per uno scambio: anche divergente, anche acceso, anche ostinato. Ma che parte da un nocciolo di base condiviso.
Se io e l'altro stiamo vedendo due film diversi della stessa realtà che ognuno di noi vive per conto suo e siamo convinti che il nostro film sia quello che assolutamente meglio rappresenta la realtà (addirittura: l'unico film che la riproduce 'oggettivamente'), possiamo aguzzare la vista e, alla moviola, metterci alla ricerca almeno di qualche fotogramma comune. 
Ma se neppure un fotogramma riesce a unire qualcosa delle nostre due visioni, occorre prenderne atto: ognuno stia nel suo cinema e si guardi il suo film. 

Si può inneggiare al dialogo fin che si vuole, ma se viene meno il terreno da cui partire, non c'è dialogo. 
E non ci sono neppure due monologhi: si disturberebbero a vicenda, se pretendessero di farsi ascoltare
C'è semplicemente lo spazio di una distanza, anche spaziale, oltre che psicologica, che va accettata come tale. Perché non può - tecnicamente- essere resa 'vicina'.

Anche la resa è cosa buona e giusta: 'comunicare' (mettere in comune) non è un dovere. 
E in particolare non è un dovere comunicare con chiunque.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

MOSQUITO / Utopista, essere (Pietro Ingrao, Pier Paolo Pasolini)

[Utopista] Fosse vero! La ritengo una definizione molto nobile perché credo che, in tanti suoi corsi, il mondo abbia proceduto per grandi squarci utopici. Se ho un rammarico, non è di essere stato un utopista, ma di esserlo stato troppo poco. 

*** Pietro INGRAO, 1915-2015, politico e militante comunista, intellettuale, poeta,  intervistato da Corrado Stajano, giornalista e scrittore, ‘Corriere della Sera’, 9 dicembre 1989, citato da Corrado Stajano, Maestri e Infedeli. Ritratti del Novecento, Garzanti, Milano, 2008.

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Parlo da utopista, lo so. Ma o essere utopisti o sparire. 

*** Pier Paolo PASOLINI, 1922-1975, scrittore, poeta e regista, 9 agosto 1969, in Il caos, a cura di G.C. Ferretti, Editori Riuniti, Roma, 1979.



Sempre in Mixtura, altri 5 contributi di Pietro Ingrao qui
Sempre in Mixtura, altri 4 contributi di Pier Paolo Pasolini qui

#LINK / La grande razza, dei razzisti (Martín Caparrós)

Il guaio è se lo scopre Donald Trump. L’anno prossimo, mentre le elezioni degli Stati Uniti diffonderanno la loro luce sull’occidente, compirà cent’anni un libro che ha influito come pochi altri sulla vita di quel paese, e che in molti poi hanno voluto dimenticare.

Il suo autore, Madison Grant, era nato nel 1865 a New York, in una di quelle famiglie che si ritenevano patrizie perché erano sbarcate qui nel seicento, quando bisognava essere molto poveri per voler emigrare su quest’isolotto selvaggio.

Grant studiò giurisprudenza a Yale e alla Columbia, non esercitò la professione di avvocato perché non ne aveva bisogno e si dedicò soprattutto alla caccia grossa. Nel 1916, ormai cinquantenne, pubblicò la sua opera magna: si chiamava The passing of the great race, la caduta della grande razza, e fu un successo.

La grande razza era ovviamente quella bianca e il libro lamentava la sua presunta decadenza. Per spiegarla cominciava classificando i “caucasoidi”, di gran lunga superiori ai “negroidi” e ai “mongoloidi”, in tre tipologie. I “nordici” erano i migliori, poi venivano gli “alpini” e infine, come una piaga viziosa, pigra e stupida, i “mediterranei”: greci, italiani e spagnoli. (...)

*** Martín CAPARRÓS, giornalista e scrittore argentino, La teoria del razzismo compie cent’anni e rispunta ogni giorno, 'internazionale.it', 25 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

#SENZA_TAGLI / «Sawu bona», «sikhona»: forse, se lo imparassimo anche noi... (Francesco Perillo)

Sawubona. E' il saluto che si scambiano gli indigeni ubuntu, un popolo che vive nell'area sub-sahariana dell'Africa. Ce lo ricorda Peter Senge ad apertura del suo straordinario testo The fifth discipline, Fieldbook (1994) col quale egli progetta una "arena di practice" per mettere in moto le 5 competenze alla base di ogni effettiva learning organisation. 
Può la cultura ubuntu trovare posto nella disciplina del management? La risposta è affermativa se comprendiamo la natura profondamente umanistica della gestione degli uomini e della conoscenza. Se confessiamo, soprattutto a noi manager, che in definitiva il management non è una "disciplina". Senge parla di una "quinta disciplina", la capacità di imparare ad imparare, propria degli individui come degli organismi ("organizzazioni"?), meta-competenza che per definizione è la negazione di ogni disciplina...
Sawu bona, dunque. Il saluto ubuntu è l'equivalente del nostro asciutto "salve", "ciao", "hi" per gli inglesi. 

Ho avuto un'esperienza di alcuni anni nell'HR Dept di una grande azienda nel Regno Unito. Da meridionale portavo lì più relazionalità che, ovviamente, disciplina. Ma ero il capo del personale e riuscivo a far lavorare gli altri, i miei collaboratori inglesi e scozzesi, obiettivamente più competenti di me. Sì, lo confesso, all'inizio del nuovo millennio, dopo venti anni di esperienza nel sindacale, nel costo del lavoro e nella gestione del rapporto di lavoro, io non sapevo cosa fosse un 360° feedback , un percorso di coaching o un piano di personal development.
Mi rendevo però anche conto dell'evidente contraddizione tra policy di gestione delle persone davvero ben strutturate e carenza di relazione nei rapporti interpersonali e di gruppo. Certo la comunicazione collettiva, tra announcement, roadshow e state of union, era molto frequente, ma formale e sostenuta da accurate veline, talvolta anche corredate di domande e risposte, che impedivano di uscire fuori delle righe. Tra le persone il silenzio. Nell'HR Dept si lavorava immersi in un open space con le teste eclissate dietro i display dei pc. A volte battevo le mani per sentirmi, io che venivo dalla città dell' "ammuina". In realtà questi uomini erano assorbiti dalla posta elettronica: selezionavano, assumevano, formalizzavano premi e retribuzioni, erogavano e tutoravano formazione (rigorosamente e-learning), benchmarkavano metriche e range retributivi, operando in remoto dietro quei grandi display a cristalli liquidi, novità assoluta per noi allora in Italia, che sembravano veri e propri paraventi per nascondere la faccia dietro la scrivania. Un innovativo sistema di gestione delle risorse umane, che potremmo definire "e-HR Management". Salvo poi scoprire che in quella sala addirittura ci si parlava via mail tra colleghi di gomito. 

Al mio arrivo in ufficio al mattino continuavo a salutare ogni collega che incontravo e a porgere la mano a quelli più diretti. "Hi" rispondevano affrettati e senza enfasi. Finché un giorno uno di loro si fermò e mi domandò perché io salutassi tutti se ci si era appena visti il giorno prima. Noi salutiamo al lunedì e al venerdì, mi spiegava.
Né la gestione collettiva del personale, dalla cui cultura io provenivo, né la gestione remota e procedurale, benché molto attenta al customer care delle risorse umane, mi convincevano come modello di gestione nelle imprese ad alta intensità di Knowledge.
La lettura di Senge mi fornì però una nuova chiave. Sawu bona, nella lingua ubunto è il saluto corrente, che letteralmente vuol dire "io ti vedo". Ad esso si risponde "Sikhona", che significa "io sono qui". 
Ecco, immersi nelle organizzazioni, noi "ci siamo" nella misura in cui "siamo visti". Io sono quando sono nella relazione. E' il principio di identità alla base di ogni scambio. E' il principio alla base di ogni effettiva creazione del valore. Da qui deve partire ogni serio approccio alla gestione delle persone.

*** Francesco PERILLO, già direttore del personale, docente alla università Suor Orsola Benincasa, Napoli, Sawu bona, 'HrOnLine', n. 15, settembre 2015, qui

#RITAGLI / Capitalismo imbroglione (Loretta Napoleoni)

Lo scandalo della Volkswagen è un duro colpo al capitalismo industriale moderno, quello che secondo la teoria neo-liberista, rappresenta la spina dorsale della crescita economica. E quindi va difeso a spada tratta. Ma sarà difficile, se non impossibile, anche per i più accaniti neo-liberisti far passare il software che inganna i controlli sulle emissioni di diossido di nitrogeno come un errore casuale, un’alterazione non programmata. Qualcuno l’ha pensata, l’ha studiata, ha prodotto ed applicato ai motori diesel il software per imbrogliare le autorità competenti ed i consumatori. E dato che la catena di montaggio automobilista è un meccanismo complessissimo di orologeria industriale, dove tutto è computerizzato, bilanciato e verificato al millimetro, di certo il software fraudolento è stato approvato dal board della Volkswagen perché per applicato si è dovuta modificare la catena di montaggio.

Dunque, il simbolo del capitalismo industriale europeo dovrebbe andare in frantumi perché gestito da delinquenti, questa infatti la definizione corretta di chiunque fosse a conoscenza della frode. (...)

Nel 2014, secondo dati ufficiali raccolti da Greenpeace, i produttori di diesel, con in testa la Volkswagen hanno speso 18,5 milioni di euro attraverso 184 lobbisti a Bruxelles, chissà quante nuove autovetture sono state ‘regalate’ o ‘donate’. (...)

Rimane il problema di fondo: il gigante del capitalismo industriale europeo ha mentito ai suoi clienti. Se lo ha fatto la Volskwagen chiunque può farlo. Al di là dei sistemi di controllo stiamo toccando con mano la vera natura del capitale industriale, perché questa volta le banche e la finanza proprio non c’entrano. Ed ancora una volta il consumatore, il cittadino è vittima della frode.

*** Loretta NAPOLEONI, economista e saggista, Volkswagen, il gigante del capitalismo ha mentito ai suoi clienti. Avanti il prossimo, blog 'ilfattoquotidiano.it', 27 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui


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lunedì 28 settembre 2015

#PIN / Cose che si dicono (MasFerrario)


#MOSQUITO / Mitezza, è radicalità (Pietro Ingrao)

Vorrei capire bene che cosa si intende con “mitezza”. 
La parola è troppo grande per farne un uso ambiguo o sommario. Se il riferimento è al libro Il diritto mite di Gustavo Zagrebelsky, il concetto di mitezza sembra assai vicino alla nozione di moderazione, di contemperamento, di “medietà”. E questo stride con l’idea che io mi faccio della mitezza. 
Mi spiego, la parola è alta. Sta pure nel “Discorso della Montagna”. 
Ma oggi per me è una parola conflittuale, e in fondo lo è anche nel Vangelo. La mitezza mi pare del tutto estranea al mondo che ho di fronte. Il simbolo incarnato di questo mondo è la violenza. In tre quarti della fiction che vedo, la pistola è il principale mezzo di comunicazione con l’altro. E’ l’ideologia di questo mondo: è la forza, l’osanna per chi vince. 
Essere “miti” significa essere in discordia profonda con questo mondo: e dunque domanda una radicalità, non un contemperamento e una moderazione. Non una “normalità”, ma un sentirsi acutamente anormali rispetto a questo ordine così violento e selvaggio, in cui impera la supremazia onnivora del profitto.

*** Pietro INGRAO, politico, militante, intellettuale e poeta, 1915-2015, dichiarazione del 30 marzo 1915, dal web (anche qui)


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#SORRISI_CONTAGIOSI / Bambina peruviana, Mamma nepalese, Vecchi tibetani

Bambina peruviana
(petitcabinetdecuriosites.tumblr.com, via pinterest)

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Mamma con bambina, dal Nepal
(foto di Devon Cummings, flickr.com., via pinterest)

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Vecchi tibetani
(themojocompany.com., cia pinterest)

#RITAGLI / Sono il taxi (Denis Verdini)

Tutti mi chiedono cosa ci guadagnano a venire con me. Gli rispondo che sono il taxi. Vuoi rimanere al potere? Solo io ti conduco in dieci minuti da Berlusconi a Matteo. (...)

Caro Silvio, la politica moderna è leadership. Prima c'eri tu, ora Renzi. Hai quasi ottant'anni e non puoi competere. Se non fai il padre nobile andrai a sbattere. Sarà lui a governare l'Italia per i prossimi dieci anni. (...)

Ho giurato a Matteo che costruiremo assieme il partito della nazione. (...)

Io sono amico di chi conta. E sfrutto questa fortuna.

*** Denis VERDINI, 1951, politico, protagonista del patto del Nazareno, citato da Tommaso Ciriaco, La tela del ragno di Verdini: "Io sono un taxi che porta Berlusconi da Matteo. Così al potere altri 10 anni", 'la Repubblica', 27 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

#RITAGLI / Intellettuali e ceto medio, servi volonterosi (Paul Ginsborg)

L'opinione pubblica è lenta nel cogliere gli atti lesivi della democrazia, come appunto la legge bavaglio o certe riforme istituzionali. Berlusconi era immediatamente percepito come una minaccia, Renzi è più ambiguo e gode di consenso a sinistra, cioè l'area in cui nacquero i Girotondi. Se poi riuscirà ad agganciare la ripresa economica trainata dagli Usa, la gente avrà qualche soldo in più, potrà andare di nuovo in vacanza, e legherà questi miglioramenti al presidente del Consiglio.

[D: Gli intellettuali non dovrebbero essere più pronti a cogliere certi segnali? Perché oggi non c'è un Nanni Moretti che grida la sua indignazione in piazza?]
Gli intellettuali che si schierarono all'epoca furono comunque pochi, Moretti fu l'eccezione più che la regola, come prima di lui Pasolini. Molti sono dipendenti dal Pd - più che da Berlusconi a suo tempo - e in generale dipendono dalla politica per i loro progetti e le loro carriere. Così diventano servi volenterosi e l'autonomia intellettuale viene cancellata dal clientelismo. Renzi si trova quindi al centro di un sistema di favori. Questo blocca davvero il cambiamento nel Paese. Quando 23 anni fa arrivai all'Università di Firenze, certi colleghi mi chiedevano: 'Tu chi porti al concorso?'. All'inizio non capivo neanche che cosa volessero dire. (...)

[D: Che fine ha fatto, dieci anni dopo, il "ceto medio riflessivo" che lei indicò come anima dei Girotondi?]
Il ceto medio è sempre stato per la maggior parte non riflessivo, capace di lamentarsi la mattina al bar che tutto va male e di evadere le tasse prima di pranzo. Quello a cui mi riferivo allora, oggi è sconsolato e in preda al cinismo: 'Ci abbiamo provato e abbiamo fallito'. Io dico che si è scoraggiato troppo presto, certe battaglie sono lunghe. Quando però vedo gli austriaci che partono con colonne di macchine per andare a raccogliere i profughi sulle strade dell'Ungheria, penso che il ceto medio riflessivo oggi sia quello. 

*** Paul GINSBORG, 1945, storico inglese naturalizzato italiano, padre nobile dei Girotondi, intervistato da Mario Portanova, "Carriere appese a Renzi, perciò tutti zitti", 'Il Fatto Quotidiano', 27 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

#SGUARDI POIETICI / Distanze (Pietro Ingrao)

[Se ne è andato uno dei protagonisti della storia del comunismo italiano. 
Un politico e un intellettuale con cuore, testa e pancia ben piantati nel 900.
Ma che ha sempre cercato di pensare con la propria testa.] (mf)

° ° °
Eppure siamo lontani, dispersi,
non ci saldano
le folli corse nostre
nell’agire,
il sussurro del video, la sete
di comando, il desolato desiderio
di stringerci nella parola.

*** Pietro INGRAO, 1915-27 settembre 2015, politico e poeta, Distanze, da L’alta febbre del fare, Mondadori, 1994



Sempre in Mixtura, altri 4 contributi di Pietro Ingrao qui

#CIT / L'ostrica, la perla, le idee (Hubert Jaoui)



Hubert JAOUI, consulente francese, esperto di creatività applicata, intervistato da Monica Capuani, ‘l’Espresso’, 22 aprile 2004.

#MOSQUITO / Risorse, le abbiamo in noi (Jon Kabat-Zinn)

Sembra che il mondo sia in fiamme, e che lo sia il nostro cuore: bruciante di incertezza, privo di convinzioni, spesso pieno di stati d’animo intensi e appassionati quanto poco saggi. Il modo in cui consideriamo noi stessi e il mondo avrà una grande influenza sulla piega che prenderà il futuro: ciò che finirà per essere, in futuro, per noi sia come individui sia come società, sarà determinato in buona misura dalla nostra innata, incomparabile capacità di consapevolezza nel presente. Il domani sarà plasmato da ciò che scegliamo di fare per guarire lo stress e l’insoddisfazione tipici della nostra vita e del nostro tempo, nutrendo e proteggendo allo stesso tempo tutto ciò che di buono e di bello e di salutare c’è in noi stessi e nel mondo. … 
In quanto individui e in quanto specie umana non possiamo più permetterci di ignorare questa nostra fondamentale caratteristica di reciprocità e interconnessione. … Le scienze, la filosofia, la storia, le tradizioni spirituali ci hanno portato a vedere che la nostra salute e il nostro benessere di individui, la nostra felicità, e alla fin fine anche la continuità della specie – quel fiume di vita del quale noi siamo solo una bollicina momentanea, quel flusso nel quale per le generazioni future noi siamo i donatori di vita e i costruttori del mondo – dipendono dalle scelte che facciamo su come vivere la nostra vita, intanto che siamo in vita. … 
È giusto dirlo senza temere di esagerare: i nuovi campi di studio della medicina mostrano che le persone possono mobilitare risorse innate che sembriamo condividere tutti grazie al fatto stesso di appartenere al genere umano: risorse di apprendimento, di crescita, di guarigione e di trasformazione che abbiamo a disposizione per tutto il corso della vita. … Queste risorse interiori ci appartengono per diritto di nascita. Sono a nostra disposizione per tutto il corso della vita perché non sono separate da noi stessi: è nella nostra natura imparare, crescere e avanzare verso mentalità e azioni più sagge, verso una maggiore comprensione per noi stessi e per gli altri.

*** Jon KABAT-ZINN, 1944, medico statunitense, insegnante di consapevolezza, creatore del Programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) alla University of Massachusetts Medical School, Riprendere i sensi, 2006, Tea, 2008




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#SENZA_TAGLI / Studi umanistici, no alla loro scomparsa (Tullio De Mauro)

Martha Nussbaum anni fa denunciò i rischi del declino degli studi umanistici negli Stati Uniti. Anche con l’autorità di Amartya Sen, il grande economista e pensatore indiano, Nussbaum spiegò che tagliare la radice degli studi storici e umanistici significa togliere linfa alla vita civile e democratica. I rischi riguardano l’intero mondo occidentale. E appaiono ora anche più vasti e gravi di quel che pensava Nuss­baum.

Undici anni fa li aveva additati un economista colto e pensoso, David Breneman, in un libro sulla progressiva atrofia dei college di liberal arts. Questo termine di derivazione latina medievale negli Stati Uniti copre l’intero spettro degli studi non professionalizzanti, ma orientati alla conquista di un sapere puro: studi storico-letterari certamente, ma anche lingue moderne, scienze naturali, biologiche e ambientali, e matematica, statistica, scienze sociali e comportamentali. Negli anni novanta i college di liberal arts erano seicento, Breneman mostrò che solo duecento meritavano il nome. Oggi sono centotrenta.

Il 'New York Times' con una lunga intervista a Breneman si unisce a lui nel lanciare l’allarme: tra pochi anni saranno poco più di cento, mentre si espandono vistosamente i college di economia e commercio. Soffocare gli studi umanistici e scientifici puri, non rivolti a evidenti ricadute sul profitto, significa atrofizzare la formazione di menti critiche capaci di intendere con competenza e farci intendere il mondo in cui viviamo.

*** Tullio DE MAURO, linguista, saggista, già Ministro dell'Istruzione nel 2000-2001, Perché gli studi umanistici non devono scomparire, 'internazionale.it', 24 settembre 2015, qui




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#VIDEO / Hegel, per riconoscere le buone idee (Alain De Botton)


Alain DE BOTTON, 1969
scrittore, filosofo, conduttore televisivo svizzero
Come Hegel ci insegna a riconoscere le buone idee
'internazionale.it, 25 settembre 2015
video, 6min52


Georg Wilhelm Friedrich Hegel ha scritto alcuni dei libri più importanti della storia della filosofia ma, dice Alain de Botton, “siamo sinceri: scriveva malissimo”. Nonostante questo, ci ha lasciato insegnamenti fondamentali. Come l’idea che possiamo imparare qualcosa da ogni fase della storia umana, anche le più oscure, e che anche i nostri peggiori nemici possono avere argomenti validi. Che il progresso richiede lo scontro tra idee opposte e che sarà doloroso e lento: per questo commettere errori è un modo di arrivare, prima o poi, alla verità. (dalla presentazione del video)



Sempre in Mixtura, altri 12 contributi di Alain De Botton qui

domenica 27 settembre 2015

#PIN / Arroganza (MasFerrario)


#SCRITTE / Benvenuti, Dietro l'angolo

(hannaharendtcenter.org, via pinterest)

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(blumal.tumblr.com, via pinterest)

#HUMOR / Percezioni diverse, Torno

(dal web, via pinterest)

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(pulcinella2911.forumfree, via pinterest)

#STREET ART / Mogul, Nycos, Wrdsmth

MOGUL, street artist
(via pinterest)

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NYCOS, Ålborg, Denmark, set15
(via pinterest)

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WRDSMTH
(dal web, via pinterest)

#RITAGLI / 'Inside out', il nuovo film della Pixar (Matteo Bordone)

Cos'è - Inside out è il nuovo film di Pete Docter, già autore di altri titoli Pixar come Monsters & co., Wall-e, Up. Racconta la vicenda della piccola Riley, bambina del Minnesota che si trasferisce a San Francisco con la famiglia, e lo fa dal punto di vista della sua mente. Il film è quasi tutto ambientato nel suo cervello, dove le emozioni (Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia) indirizzano gli stati d’animo da una plancia di comando, gestiscono la costruzione e lo stoccaggio dei ricordi, reagiscono secondo la loro natura agli stimoli esterni di un momento così critico per la bambina. In una fase concitata, Gioia e Tristezza finiscono per errore da un’altra parte del cervello. Il film racconta la storia parallela del loro viaggio di ritorno verso il quartier generale, mentre Riley cerca di tornare felice com’era nel Minnesota, sentendosi sperduta a San Francisco. Inside out è anticipato dal cortometraggio Lava, che racconta della storia d’amore tra due isole vulcaniche del Pacifico. (...)

Perché vederlo. - Una delle ragioni – perdonate la nota personale – è il fatto che ti alzi dopo i titoli di coda, e hai le lacrime anche nel collo: ti sei fatto un pianto bello, gustoso, profondo e giusto. Attenzione però, il film non cerca momenti di commozione facile, ma produce un’esperienza ricca e complessa sia sul piano dell’emozione sia su quello del senso, e la cosa vale per adulti e bambini allo stesso tempo. In un contesto in cui i ricordi sono così importanti, così come la costruzione della personalità della protagonista, i piccoli vedono se stessi, i grandi vedono se stessi qualche anno prima e i piccoli che hanno intorno in sala, figli compresi: un cocktail esplosivo. Anche in questo, nel modo in cui il pubblico reagisce al film a seconda dell’età e delle esperienze, il film è notevole. C’è un po’ di commedia fisica, quella per intenderci che rende i Minions dei veri fuoriclasse, tutta lasciata a Paura e alcuni personaggi di passaggio, e quando si ride si ride di gusto, improvvisamente. Inside out ha poi di molto interessante il fatto che non ci sia nemmeno l’ombra di dio: si racconta di una serie cose che ci sono dentro di noi e, insieme alle esperienze che facciamo, ci fanno diventare quello che siamo. E basta. (...)

Perché non vederlo. - Per quanto si tratti di un film di animazione per il grande pubblico, Inside out è una grande rappresentazione allegorica della mente umana. Come tutte le allegorie, ci porta a cercare i legami tra la realtà che conosciamo e questa sua rappresentazione metaforica, e questo processo occupa una buona parte della visione: per alcuni questa esperienza può forse risultare meccanica e noiosa. Al contrario se il film conquista può commuovere molto, e capita di non averne voglia.

*** Matteo BORDONE, giornalista, Inside out della Pixar è rivoluzionario e commovente, 'internazionale.it', 24 settembre 2015

LINK, articolo integrale (+ video trailer ufficiale del film), qui

#SPILLI / Questione di intelligenza (M. Ferrario)

(Immagine di Andy Ryan, Getty Images)

Una 'bella' immagine.
Che evoca il compito di ogni essere umano. 
In teoria, almeno.

Presuppone una delle possibili etimologie di 'intelligenza' (inter-legere): 'cogliere i nessi'.
Ma anche l'altra (intus-legere), che si divide il campo con la precedente, va più che bene: 'andare in profondità'.

Intelligenza come processo che va in orizzontale e in verticale.
Essenziale per 'capire'.
Ancora meglio: 'com-prendere', prendere insieme. 
Il mondo, noi.
Certo, in ogni caso, 'dopo', si tratta di agire: incastrando i tasselli.
Soprattutto connettendoci.

Non per buonismo: ma per banale semplice egoismo.
Un egoismo intelligente: che sa dare valore all'io (minuscolo) all'interno di un noi
Perché ha capito che senza noi c'è solo guerra. 
E nella guerra ci perde l'io.
Ci perdiamo noi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#RITAGLI / Medicina difensiva, e modello di sanità (Gino Strada)

(...) [D: Può il ministero entrare nel rapporto fiduciario tra medico e paziente decidendo quali esami è opportuno   prescrivere?]
È l’ultimo scempio ai danni della Sanità: ormai medici e infermieri fanno il lavoro non grazie alle politiche pubbliche, ma nonostante queste. Nello specifico,alcuni di questi esami si potranno prescrivere solo in caso di anomalia pregressa:ma come posso accertarla se l’esame non si può fare?

[D: Il ministero dice di voler limitare la medicina difensiva. Di che si tratta?]
Sono le misure diagnostiche cui vengono sottoposti gli ammalati non perché ne abbiano bisogno, ma per tutelare il medico da eventuali rivalse legali. Ma in questa lista ci sono esami,come quello sul potassio o sul colesterolo totale, che sono quasi di routine per gli ospedalizzati. La medicina difensiva non c’entra. (...)

[D: È possibile risparmiare senza intaccare le prestazioni?]   
Basta tagliare il profitto. Parliamo di 25/30 miliardi l’anno, una cifra enorme, quanto una grossa finanziaria. Abbiamo una Sanità che ha fatto diventare gli ospedali pubblici uguali a quelli privati convenzionati: entrambi funzionano col meccanismo dei rimborsi. Non le sembra assurdo?

[D: Cosa intende?]
Abbiamo costruito un sistema in cui fare più prestazioni significa ottenere più rimborsi, un sistema che non promuove la salute ma la medicalizzazione. Ora decidono che queste prestazioni vanno limitate. I Drg (Diagnosis related groups, ndr) dovevano servire a capire quante persone in una determinata area sono affette da una patologia, invece vengono usati come moneta di rimborso. E lo Stato italiano paga le prestazione molto più di quanto costino in realtà. 

[D: Intanto l’anno scorso si è deciso di non incrementare di 2,3 miliardi il Fondo sanitario nazionale e quest’anno potrebbe succedere lo stesso. È solo un problema di austerity?]
A me sembra evidente la volontà di favorire le strutture private. Anche perché queste hanno uno stretto rapporto con chi occupa posti di lavoro nel settore pubblico. Lo sa che in Lombardia il 98% dei primari è iscritto a Comunione e liberazione? Altrettanto vale per il Pd in altre regioni. Nella sanità quasi non esistono concorsi pubblici nei quali non si sappia prima chi vincerà.

[D: Esiste un modello di sanità che dovremmo emulare?]
Molte delle cose che propongo verrebbero considerati passi indietro. Abbiamo 20 sanità regionali che moltiplicano per 20 le spese burocratiche:una follia. Poi la famosa centrale unica degli acquisti. Io faccio il cardiochirurgo: noi a Emergency paghiamo 500 euro una valvola cardiaca, negli ospedali pubblici e privati viene pagata non meno di 2mila euro. Ancora, gli ospedali vengono costruiti in materiali a enorme dispersione termica e paghiamo una follia per riscaldarli.

[D: Perché Emergency, nata per i teatri di guerra, sta aprendo ambulatori in Italia?]
Abbiamo iniziato ad aprire ambulatori pensando ai rifugiati, e difatti il primo è stato a Palermo. Poi ci siamo resi conto che 1 paziente su 5 era cittadino italiano. Infatti il Censis dice che 10 milioni di persone non riescono a curarsi come vorrebbero. Semplicemente tante famiglie non possono permettersi 200 euro al mese di ticket o medicine. Ci dicono che mancano i soldi, ma non è vero: in Italia possiamo permetterci cure gratuite per tutti.

*** Gino STRADA, medico chirurgo, fondatore di Emergency, intervistato da Alessio Schiesari, "Non può decidere Lorenzin se un esame è utile o no", 'Il Fatto Quotidiano', 25 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui



Sempre in Mixtura 1 altro contributo di Gino Strada qui

#VIDEO / Creatività, come processo (Christian Meyer)


Christian MEYER, musicista
Il processo creativo, 2012, TedxIed
video, 19min15

L'idea, quella che si accende in testa come una lampadina, non esiste. 
O meglio, non è niente se poi non viene sviluppata come si deve.
Perché la creatività non è improvvisazione, è tutto il contrario. È un processo in cui entrano in gioco capacità, conoscenze e strumenti diversi. 
Riconoscere e padroneggiare le diverse fasi di cui si compone è una caratteristica fondamentale per ogni creativo che deve essere in grado di dedicare le giuste energie a ciascun momento. (dalla presentazione del video)

Un intervento inframmezzato da una scelta di brani musicali, che servono a Christian Meyer per far capire, con commenti e valutazioni anche negative, cosa sia per lui creare e improvvisare. 
Il tema della creatività, quindi, è qui strettamente riferito alla musica.
Un video interessante: specie per amanti e intenditori. (mf)

su Christian Meyer

#SENZA_TAGLI / Facebook, e fuori (Giovanni De Mauro)

Forse è troppo presto per capire in che modo le tecnologie stanno modificando i nostri comportamenti. È vero che le “nuove” tecnologie sono in giro ormai da decenni (il computer, internet, i cellulari), ma siamo ancora troppo immersi in questo mare fatto di collegamenti permanenti, condivisioni continue, commenti istantanei. Che sia una lettera d’amore o il commento alla frase scritta da un amico, online non dovremmo fare cose che non faremmo nel mondo reale.

Da qualche mese circola su internet la foto di un ritaglio di giornale, scritto in inglese. L’autore e la fonte sono incerti, ma non importa: “Sto cercando di farmi degli amici al di fuori di Facebook applicando gli stessi princìpi. Così ogni giorno scendo in strada e racconto ai passanti cosa ho mangiato, come mi sento in quel momento, cos’ho fatto la notte prima, cosa farò dopo e con chi. Gli do le foto della mia famiglia, del mio cane, di me mentre faccio giardinaggio, sistemo il garage, annaffio il prato, sto di fronte ai monumenti, guido in città, mangio e faccio cose che tutti fanno ogni giorno. Ascolto anche le loro conversazioni, gli do la mia approvazione e dico che mi piacciono. Proprio come su Facebook. E funziona! Ho già quattro persone che mi seguono: due poliziotti, un investigatore privato e uno psichiatra”.

*** Giovanni DE MAURO, giornalista, direttore di 'Internazionale', Funziona, 'internazionale.it', 25 settembre 2015, qui

Sempre in Mixtura,altri 5 contributi di Giovanni De Mauro qui

#RITAGLI / Bavaglio, e la sinistra non protesta (Moni Ovadia, Massimo Fini, Peter Gomez)

Il Partito democratico, con l'artificio retorico della rottamazione è con il pretesto di essere di sinistra, sta dando forma a quella che Giorgio Bocca, ai tempi del governo Berlusconi, chiamava "democrazia autoritaria". Il premier Renzi, con i suoi annunci studiati ad arte per comunicare l'urgenza di riformare il Paese, è riuscito dove il Cavaliere aveva fallito: ha anestetizzato tutte le opposizioni, anche quella interna. In questa situazione, l'unico ostacolo reale in Parlamento è quello dei 5Stelle, che però, spesso, hanno dimostrato di non riuscire a incidere fino in fondo, mentre la sinistra radicale è occupata con questioni di lana caprina che la tengono, ormai da troppo tempo, lontana dalle piazze e dagli elettori. Il risultato è che questa finta sinistra, più ignobile della destra, - sotto silenzio - farà passare una riforma del Senato che offende i cittadini perché li delegittima del potere conferitegli dalla Costituzione stessa. La stessa legge-bavaglio è lo specchio del renzismo: impedire alla stampa di andare fino in fondo per censurare i gufi che disturbano il rinnovamento imposto dal governo.
*** Moni OVADIA, autore e attore teatrale, saggista, Era il progetto del Cavaliere: ogni opposizione è annichilita, in Bavaglio: non lo mette il Caimano, la sinistra non protesta, a cura di Davide Milosa e Caterina Minnucci, 'Il Fatto Quotidiano', 25 settembre 2015

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Coloro che protestavano anni fa contro Berlusconi, cioè noi, si sono stancati. Quando porti un milione di persone in piazza San Giovanni e non hai riscontro, alla fine ti stanchi. E poi c'è la pregiudiziale che gioca sempre a favore della sinistra, che è sempre migliore an¬che se fa le stesse cose. Quanto alle intercettazioni, però, che la magistratura abbia il diritto di farle è fuori discussione. Non è così per le pubblicazioni. Perché durante la fase incerta delle indagini possono rimanere impigliate persone che poi non saranno rinviate a giudizio o peggio non c'entrano. Mi ricordo un caso della cosiddetta Tangentopoli-due, quella che coinvolse il presidente delle Ferrovie Lorenzo Necci, in cui fu pubblicata la vicenda di una ragazza che si era offerta al finanziere Pierfrancesco Pacini Battaglia. La ragazza fu sputtanata. E abbiamo esempi più recenti. Le pubblicazioni delle intercettazioni dovrebbero avvenire solo di fronte a un rinvio a giudizio. Nel vecchio codice Rocco l'istruttoria era segreta e il dibattimento pubblico. Bisognerebbe tornare alla fase in cui l'istruttoria resta segreta.
*** Massimo FINI, giornalista, saggista, Non cambia nulla, anche chi si è sempre ribellato è stanco, in Bavaglio: non lo mette il Caimano, la sinistra non protesta, a cura di Davide Milosa Caterina Minnucci, 'Il Fatto Quotidiano', 25 settembre 2015

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Rileggere quello che scrivevano e dicevano i nostri politici di sinistra quando a provare a mettere il bavaglio era Berlusconi, indigna, ma non sorprende. Un po' perché da sempre invecchiando molti inchiostri tendono al nero. E tanto perché, salvo eccezioni, il principale fine di ogni Potere è quello di eternare se stesso. Più interessante è invece osservare ciò che accade nei media e nella cosiddetta società civile. Le scarse reazioni alla censura preventiva voluta dall'esecutivo sulle intercettazioni e alla zoppicante e pericolosa riforma costituzionale, può invece essere in parte spiegata con la frase con cui il presidente Franklin Delano Roosevelt difese il dittatore nicaraguense Anastasio Somoza: "E un figlio di puttana (in questo caso il governo, ndr), ma è il nostro figlio di puttana". Un atteggiamento diffuso a sinistra come a destra, a cui fa da contraltare uno storico errore di quasi tutti i movimenti: alzare troppo spesso i toni finché, quando urlare serve per davvero, nessuno o quasi ascolta più.
*** Peter GOMEZ, giornalista, saggista, direttore de 'ilfattoquotidiano.it', ha prevalso il principio Somoza del 'nostro figlio di puttana', in Bavaglio: non lo mette il Caimano, la sinistra non protesta, a cura di Davide Milosa Caterina Minnucci, 'Il Fatto Quotidiano', 25 settembre 2015

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* Sempre in Mixtura, altri  5 contributi di Moni Ovadia qui
* Sempre in Mixtura, altri  2 contributi di Massimo Fini qui e una mia recensione al suo ultimo libro (Una vita, Marsilio, 2015) qui
* Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Peter Gomez qui

#VIGNETTE / Biani, Natangelo

Mauro BIANI
Papa a Cuba e il Che, blog maurobiani.it, 21 settembre 2015

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Mauro BIANI
Cosa avrà voluto dire?, 'il manifesto', 26 settembre 2015

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Mauro BIANI
Erri De Luca a processo, 'il manifesto' 23 settembre 2015

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Mauro BIANI
Basta la salute, ìil manifesto', 25 settembre 2015

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NATANGELO
7 inviati per Renzi, 'Il Fatto Quotidiano', 27 settembre 2015

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NATANGELO
Opposizione, 'Il Fatto Quotidiano', 21 settembre 2015

sabato 26 settembre 2015

#CIT / Vita e valori (Gianni Vattimo)



Gianni Vattimo, 1936, filosofo, intervistato da Christian Fuscetto, ‘E Polis Milano’, 23 marzo 2007.