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sabato 15 ottobre 2016

#LINK / Rete, cercarla solo quando si è in difficoltà (Osvaldo Danzi)

Aderire ad una Rete, una Community, un progetto qualsiasi di condivisione di informazioni e competenze (ovvero di networking) è un aspetto fondamentale che dovrebbe rientrare nelle attività lavorative di ognuno. Utile per amplificare curiosità e nuove idee mentre hai un posto sicuro, ma anche per generare contatti e opportunità quando avrai bisogno di cercare clienti e collaboratori.

Le aziende dovrebbero inserire fra i vari team building in cui i dipendenti si lanciano con le funi come scimmie provocandosi lividi ed ecchimosi varie, anche un tempo dedicato alla gestione delle attività di Rete di ogni dipendente. Uno spazio in cui ognuno, a seconda dei propri interessi e delle proprie competenze, decide di aderire a dei Gruppi su Linkedin, a delle Associazioni spontanee o istituzionali, a delle newsletter o testate informative.

Questo darebbe alle aziende l’opportunità di verificare la curiosità dei propri dipendenti (molto più importante che geotaggarli per sapere quanti minuti stanno in ufficio) permettendo loro di far circolare e assorbire idee o generare contatti utili per l’azienda e per gli individui.

Comunque sia, che te lo permetta / richieda l’azienda o meno, questa attività dovrebbe far parte della cultura di ogni individuo che vive e opera in un contesto lavorativo. Vale anche per i liberi professionisti. (,,,)

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorse, Cercare la rete solo quando si è in difficoltà, 'senzafiltro', 11 ottobre 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri 9 contributi di Osvaldo Danzi qui

lunedì 4 aprile 2016

#RITAGLI / Rete, Italia senza fibra (Giacomo Galeazzi, Ilario Lombardo)

L’Italia è una Repubblica fondata sui 56K, in pratica la velocità di Internet negli anni 90. Su 28 Paesi dell’Ue è al 25° posto dell’indice europeo di digitalizzazione (Desi). E se in Corea del Sud, leader mondiale, la velocità media di connessione è di 20,5 megabit, e in Svezia, leader europeo, è di 17,4 mega, noi siamo fermi a 5,4 mega. In Italia il servizio universale garantito per legge è fermo al doppino di rame collegato al modem. Per questo, mentre giovedì è atteso l’ennesimo lancio del piano di governo sulla banda ultralarga, l’Autorità garante nelle comunicazioni chiede un salto tecnologico nella qualità minima dei servizi di accesso a Internet. «In Italia ci sono le condizioni per passare dai 56K ad almeno 2 mega» spiega il presidente dell’Agcom Angelo Cardani. 2 mega vuol dire il minimo necessario per parlare di Adsl, un sistema di connessione che a oggi è preistoria. Intendiamoci, qui stiamo ancora discutendo di «accesso efficace» alla Rete, mentre ci sono Paesi come la Finlandia che dal 2010 garantiscono un megabit gratuito a ogni cittadino, nella convinzione che Internet sia un bene (pubblico) necessario. Per capirsi: 56K è la banda stretta. Con l’Adsl si entra nella banda larga che ancora domina in Italia. Il mondo è proiettato ormai verso la banda ultralarga, cioè una velocità che va da 30 mega in su, più facile da ottenere grazie alla fibra ottica. I ritardi dell’Italia sono sintetizzati in cifre impietose. La copertura di banda ultralarga (superiore a 30 mega) è ferma al 44% contro una media Ue del 71%. Quella a 100 mega è inchiodata al 10,2% contro l’85% richiesto dall’Europa entro il 2020. Gli italiani che hanno abbonamenti sopra i 30 mega sono il 5,4% (il 30% nell’Ue).  (...)

*** Giacomo GALEAZZI, Ilario LOMBARDO, giornalisti,  L’Italia senza fibra che naviga quattro volte più lenta della Corea. Connessione in rame anni 90 e mezzo Paese non usa Internet. Ma le aziende promettono una velocità irraggiungibile, 'La Stampa', 3 aprile 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura 1 altro contributo di Giacomo Galeazzi e Ilario Lombardo qui

mercoledì 11 novembre 2015

#SENZA_TAGLI / Fatture non pagate, lo scrivo in rete (Stefano Comellini)

Non mi paghi le fatture? E io lo scrivo su Facebook. E il Tribunale mi dà ragione (e ti condanna a pagare le spese legali!).

Una interessante ordinanza del Tribunale di Roma è recentemente balzata all’attenzione (anche per l’applicazione, probabilmente per la prima volta, dell’art. 21 della Costituzione alle manifestazioni di pensiero in rete).

A fronte della richiesta (avanzata da un imprenditore ”inadempiente”) di rimozione dei contenuti, postati in vari Social network (tra cui Facebook) e Blog (dove il creditore informava del mancato pagamento dei propri crediti), perché ritenuti diffamatori ed offensivi della propria reputazione commerciale, il Tribunale non solo ha respinto la domanda di rimozione ma ha anche condannato il richiedente (cioè il debitore) al pagamento delle spese legali.

Secondo il Tribunale, infatti, le dichiarazioni postate “costituiscono espressione del diritto di libera manifestazione del pensiero, sancito dall’art. 21 della Costituzione, rappresentando - la divulgazione di uno scritto via internet - estrinsecazione del legittimo diritto di cronaca e critica”.

Sempre secondo il Tribunale, per giurisprudenza consolidata affinché la divulgazione di notizie o commenti asseritamente lesivi dell’onore e della riputazione di terzi "possano considerarsi lecito esercizio del diritto di cronaca/critica” devono ricorrere le seguenti tre condizioni (tutte ritenute sussistenti nel caso esaminato): verità dei fatti esposti; interesse pubblico alla conoscenza del fatto; correttezza formale dell’esposizione (cioè le opinioni espresse non devono indulgere in accostamenti suggestivi e in espressioni inutilmente offensive e volgari).

Link al testo integrale dell'ordinanza:  

*** Stefano COMELLINI, avvocato, Non mi paghi le fatture? E io lo scrivo su Facebook. E il tribunale..., 'linkedin.com/pulse', 9 novembre 2015, qui

sabato 3 ottobre 2015

#VIDEO / Conoscenza, non più l'albero ma la rete (Manuel Lima)


Manuel LIMA, esperto di infografica
Una storia visiva della conoscenza umana - Ted, marzo 2015
video, 12min49
(oltre 1 milione di visualizzazioni)


Come cresce la conoscenza? Talvolta inizia con uno spunto e cresce in tanti rami. L'esperto di infografica Manuel Lima esplora un migliaio di anni di storia della mappatura dei dati, dalle lingue alle dinastie, usando alberi delle informazioni. È una storia affascinante della visualizzazione, e uno sguardo al desiderio dell'umanità di mappare le conoscenze. (dalla presentazione del video)

Dalla metafora dell'albero a quella della rete: per abbracciare la sempre maggiore complessità e interdipendenza della conoscenza umana.
Un intervento chiaro, ricco di immagini e grafici. (mf)

#RITAGLI / Giornalismo, ucciso dalla rete (Jonathan Franzen)

«Uno dei problemi che ho con Internet è che sta rendendo sempre più difficile per i giornalisti essere pagati, in particolare i freelance. È un cane che si morde la coda: qualcuno fa un enorme lavoro per trovare dei fatti, ma nell’istante in cui li pubblica vengono subito presi, linkati, twittati, copiati, senza che chi li ha scoperti venga adeguatamente compensato da chi li consuma. Io, come romanziere, ho la fortuna di essere pagato bene per i contenuti che produco, e non vedo perché ai giornalisti non dovrebbe succedere altrettanto». (...)

La replica che il mondo è cambiato, ormai chiunque abbia uno smartphone è quanto meno un testimone, e poi ci sono i blogger e i leaker a informarci, non la beve neanche un po’.
«No, così si alimenta solo il rumore, e vince chi grida più forte. Ho seri problemi con chi dice che i giornalisti non ci servono più, perché tanto abbiamo i leakers, i citizens journalist, il crowd sourcing o i blogger. È un cammino che porta a una cittadinanza disinformata, oppressa e uniformata, perché non c’è nessuno che cerca responsabilmente di riportare cosa succede. Solo opinioni personali, spesso opposte e violente, non digerite. Chi urla più forte ha ragione. Penso che sia sbagliato diffondere così l’informazione». (...)

«Naturalmente dobbiamo trovare un nuovo modello, che consenta al giornalismo serio di qualità di essere pagato, e quindi di sopravvivere. Nel frattempo, però, bisogna sostenerlo in qualche modo, e io credo che le grandi fondazioni dovrebbero accollarsi l’onere di fare da ponte. In altre parole, pagare per tenere in vita le testate, in attesa di trovare il nuovo modello per stare in piedi con i proprio piedi». Jonathan capisce che ciò provocherebbe subito dei problemi: «Le fondazioni porterebbero con sé le loro inclinazioni ideologiche, influenzando il prodotto, ma questo difetto si potrebbe compensare coinvolgendone un numero consistente con posizioni diverse. Capisco che sarebbe una soluzione imperfetta, ma rappresenterebbe la risposta d’emergenza a uno stato di disperazione. Fino a quando non troveremo la maniera di far rinascere il giornalismo, senza lasciare che muoia». 

*** Jonathan FRANZEN, 1959, scrittore e saggista statunitense, intervistato da Paolo Mastrolilli, Il gironalismo è a rischio. Internet lo sta uccidendo, 'La Stampa' 29 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 27 settembre 2015

#SENZA_TAGLI / Facebook, e fuori (Giovanni De Mauro)

Forse è troppo presto per capire in che modo le tecnologie stanno modificando i nostri comportamenti. È vero che le “nuove” tecnologie sono in giro ormai da decenni (il computer, internet, i cellulari), ma siamo ancora troppo immersi in questo mare fatto di collegamenti permanenti, condivisioni continue, commenti istantanei. Che sia una lettera d’amore o il commento alla frase scritta da un amico, online non dovremmo fare cose che non faremmo nel mondo reale.

Da qualche mese circola su internet la foto di un ritaglio di giornale, scritto in inglese. L’autore e la fonte sono incerti, ma non importa: “Sto cercando di farmi degli amici al di fuori di Facebook applicando gli stessi princìpi. Così ogni giorno scendo in strada e racconto ai passanti cosa ho mangiato, come mi sento in quel momento, cos’ho fatto la notte prima, cosa farò dopo e con chi. Gli do le foto della mia famiglia, del mio cane, di me mentre faccio giardinaggio, sistemo il garage, annaffio il prato, sto di fronte ai monumenti, guido in città, mangio e faccio cose che tutti fanno ogni giorno. Ascolto anche le loro conversazioni, gli do la mia approvazione e dico che mi piacciono. Proprio come su Facebook. E funziona! Ho già quattro persone che mi seguono: due poliziotti, un investigatore privato e uno psichiatra”.

*** Giovanni DE MAURO, giornalista, direttore di 'Internazionale', Funziona, 'internazionale.it', 25 settembre 2015, qui

Sempre in Mixtura,altri 5 contributi di Giovanni De Mauro qui

giovedì 17 settembre 2015

#RITAGLI / Bambini, 8 su 10 in rete (Leonard Berberi)

Sempre più connessi e sempre più piccoli sui social network. Soprattutto: sempre più esposti a cyberbulli e web-odiatori. Poco o per nulla accompagnati da genitori e insegnanti. E comunque alla costante ricerca di «isole digitali» dove poter interagire in sicurezza. 
È questa la fotografia della «Generazione smartphone» in Italia che emerge da uno studio commissionato da Tim, curato dalla ricercatrice dell’Università Cattolica di Milano Giovanna Mascheroni presentato a Roma in un incontro con il Family Online Safety Institute, organizzazione internazionale che lavora per rendere il mondo online più sicuro per bambini e famiglie.

8 su 10 in Rete con lo smartphone
Scrive il dossier che per i giovanissimi tra 9 e 17 anni i telefonini sono il dispositivo principale per accedere alla Rete: oltre 8 su 10 navigano su Internet e comunicano con gli altri dallo smartphone. 
L’indagine, poi, scopre che più di 7 intervistati su 10 - tra quelli che hanno dai 9 ai 12 anni - non solo navigano, ma hanno pure un profilo sui social network (soprattutto Facebook) e un account sulle app di messaggistica istantanea come WhatsApp. Piccolo particolare: per iscriversi a Facebook bisogna avere almeno 13 anni. Età minima che sale a 16 - «salvo il consenso dei genitori» - per poter utilizzare WhatsApp. Questo vuol dire che 1 su 5 (compresi i non connessi) tra chi ha 9-10 anni e 1 su 4 tra gli 11-12enni mente sulla propria età quando si registra sul social network di Mark Zuckerberg. (...)

*** Leonard BERBERI, giornalista, I bambini a 9 anni sui social network. «Bugie sull’età per avere Facebook», 'Corriere della Sera', 16 settembre 2015

LINK, articolo integrale qui




martedì 16 giugno 2015

#SPILLI / Per non divulgare bufale dalla rete (M. Ferrario)

Stesso network. E, in pochi mesi, un secondo episodio. (*)
Può capitare.
I dati che girano in rete sono tali e tanti che è facile accada.

Eppure.

Un po' di senso 'acuito' (participio passato del verbo acuire) o di senso acuto (aggettivo che forse può rimandare al 'sesto sesto' e certo ha qualcosa in comune anche con il 'senso critico') potrebbe aiutare.
A cogliere l'inverosimiglianza.
O l'eccesso. 
O la genericità.
O la 'stramberia'.
O la scarsa autorevolezza della fonte: cioè del sito, o dell'autore.
In fondo, sempre in rete, la possibilità esiste. Cliccando, si trova quello che si cerca. E si ha conferma. 
Che si tratta di una bufala.
E si evita di sponsorizzarla.

Certo, dopo aver annusato odor di bufala, sempre che si abbia un minimo di naso, occorre digitare qualcosa che abbia a che fare con la (potenziale) bufala e poi scorrere con gli occhi i dati che ci vengono restituiti, in qualche decimo di secondo, dall'algoritmo di google. 
Però, spesso (e lo dico per esperienza), il dato che cerchiamo è abbastanza in alto nella pagina che ci viene ritornata: non c'è bisogno di scorrere a lungo. E la bufala si svela con facilità, oltre che con immediatezza. O quanto meno si scopre che il fatto venduto per vero è a forte probabilità non vero. E anche il verosimile passato per vero è una bufala, ovviamente.

Peraltro, lo so, è una faticaccia: costringere il dito a digitare la parolina di ricerca. E poi leggere ciò che abbiamo trovato. Entrare nei siti, magari tradurre. 
Tuttavia, sono convinto che sia sempre meglio che scendere in miniera. 
Io, per non vendere bufale, metto subito le mani avanti e confesso che in miniera non ci sono mai stato. Però, a quel che raccontavano i disgraziati di un tempo che c'erano stati, o quelli che, in qualche parte del mondo, ancora ci stanno, mi sa che la miniera è proprio un lavoraccio. Un po' più duro che digitare su google. E anche noi, che qualcuno pensa siamo tutti ormai immersi nel magnificato post-industriale, allegramente diventati 'consulentini' e 'managerini' più o meno rampanti, possiamo capirlo senza difficoltà, se usiamo qualche neurone e un grammo di banale capacità di immedesimazione.

Ma torno al tema.
Io non voglio rendere il discorso, né moraleggiante, né più grande di quanto è. Con tutti i problemi che esistono sul pianeta, non sarà sicuramente una bufala, aggiunta alle migliaia che continuano a circolare, che manda all'aria il mondo.
Verissimo.
E tuttavia.
Ci riempiamo la bocca ad ogni pie' sospinto di professionalità. E di qualità: dei prodotti e dei servizi che acquistiamo. Forse potremmo prendere in considerazione, oltre che quella degli 'altri', anche la qualità di quanto 'noi' facciamo. E il controllo di quanto 'noi' diciamo. O scriviamo.
Il 'ben-fatto' è un valore che ogni tanto, con retorica, mettiamo in campo. Facciamo bene: anche se, per me (e stavolta senza retorica) il ben-fatto corrisponde al fatto. Perché un lavoro fatto non bene, francamente non mi pare fatto per nulla. 
Però non mi oppongo al prefisso 'ben': usiamo pure pleonasmi e ridondanze se questo serve a farci prestare maggiore attenzione. 
E dunque viva il ben-fatto. 
Nei ...fatti, però. Non solo in teoria. O nelle convention. O negli articoli. O nei blabla: che spesso sono la stessa cosa di convention e articoli.

Certo, siamo umani e quindi sbagliamo. Tutti: nessuno escluso.
Quindi, domani, pure io che dico quello che sto dicendo e faccio il 'criticone-che-rompe', lo ammetto: nella mia compulsione da lettore onnivoro, unita a quella di scribacchino, che mi porta a incrociare quasi giornalmente blog e social, potrei prendere una bufala e rivenderla a chi mi legge (per colpa, naturalmente: perché se si trattasse di dolo, l'argomento non rientrerebbe nel tema di questo 'pezzo').

Ecco, se mai mi dovesse accadere qualcosa di simile, nonostante l'impegno che mai dismetterò nel mantenere 'olfatto acuto' e 'pensiero critico' (le due condizioni essenziali per minimizzare il rischio di finire abbindolati, quando non di abbindolare pure gli altri), fatemi scrivere qui sin d'ora, pubblicamente, le due sole speranze cui non voglio rinunciare.
La prima è che chi mi legge, magari annusando qualcosa di poco convincente, non si beva la bufala che gli ho rifilato: faccia appello per conto suo al sesto (e pure al settimo) senso, verifichi e, se mai, dopo, me lo comunichi, prendendomi sanamente in castagna. 
E la seconda (più importante: perché solo con la prima darei l'impressione, troppo comoda, di scaricare ogni responsabilità sul lettore) è che, quando fosse accertato che la mia era una bufala che ho contribuito a far girare, io sappia scusarmi e dire che ho sbagliato. Non che faccia finta di nulla o me ne dimentichi. O, peggio (è capitato), 'proietti' sul lettore la colpa: di non aver capito che era una bufala e di essersela bevuta. Nella migliore tradizione italica: per cui il cretino è sempre l'altro, mai noi.
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(*) - Il primo episodio l'ho raccontato, sempre su Mixtura, qui

*** Massimo Ferrario, per Mixtura