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martedì 23 maggio 2017

#RITAGLI / Web, i pentiti (Evan Williams, Walter Isaacson)

Pensavo che se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi liberamente e scambiarsi idee e informazioni, il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore. Mi sbagliavo. [Perché] Internet finisce per premiare gli estremi. (...) Se è vero che Trump non sarebbe diventato presidente se non fosse stato su Twitter, beh sì, mi spiace. 

*** Evan WILLIAMS, 1972, imprenditore statunitense, creatore di Blogger (nel 1999), fondatore di Twitter (2006) e di Medium (2012), dichiarazione al 'New York Times', riportata da Leonard Barbieri, Il pentito del web, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2017, qui

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Oggi nessuno può dire con certezza chi ci sia oltre lo schermo, se un troll o un adolescente macedone che scrive che il Papa ha dato il suo sostegno a Donald Trump. Dobbiamo aggiustare la Rete: dopo 40 anni ha iniziato a corrodere se stessa e noi. [Certo] resta un’invenzione meravigliosa e miracolosa, ma ci sono insetti alle fondamenta e pipistrelli nel campanile. Il Web non è più il luogo dove la comunità si confronta.

*** Walter ISAACSON, 1952, statunitense, presidente e Ad di Aspen Institute, autore della biografia di Steve Jobs, discorso all'Accademia americana delle arti e delle scienze, 2017, citato da Leonard Barbieri, Il pentito del web, 'Corriere della Sera', 22 maggio 2017, qui

sabato 15 ottobre 2016

#LINK / Rete, cercarla solo quando si è in difficoltà (Osvaldo Danzi)

Aderire ad una Rete, una Community, un progetto qualsiasi di condivisione di informazioni e competenze (ovvero di networking) è un aspetto fondamentale che dovrebbe rientrare nelle attività lavorative di ognuno. Utile per amplificare curiosità e nuove idee mentre hai un posto sicuro, ma anche per generare contatti e opportunità quando avrai bisogno di cercare clienti e collaboratori.

Le aziende dovrebbero inserire fra i vari team building in cui i dipendenti si lanciano con le funi come scimmie provocandosi lividi ed ecchimosi varie, anche un tempo dedicato alla gestione delle attività di Rete di ogni dipendente. Uno spazio in cui ognuno, a seconda dei propri interessi e delle proprie competenze, decide di aderire a dei Gruppi su Linkedin, a delle Associazioni spontanee o istituzionali, a delle newsletter o testate informative.

Questo darebbe alle aziende l’opportunità di verificare la curiosità dei propri dipendenti (molto più importante che geotaggarli per sapere quanti minuti stanno in ufficio) permettendo loro di far circolare e assorbire idee o generare contatti utili per l’azienda e per gli individui.

Comunque sia, che te lo permetta / richieda l’azienda o meno, questa attività dovrebbe far parte della cultura di ogni individuo che vive e opera in un contesto lavorativo. Vale anche per i liberi professionisti. (,,,)

*** Osvaldo DANZI, esperto di risorse umane, recruiter, fondatore della Business Community FiordiRisorse, Cercare la rete solo quando si è in difficoltà, 'senzafiltro', 11 ottobre 2016

LINK articolo integrale qui


In Mixtura altri 9 contributi di Osvaldo Danzi qui

giovedì 15 settembre 2016

#SENZA_TAGLI / Non è stato il web, è la bassezza umana (Fabio Chiusi)

Non è stato "il web" a pubblicare online il video hard della ragazza che si è suicidata nelle scorse ore. 
"Il web" non ha creato pagine Facebook, montaggi derisori su YouTube, un'infinità di memi. 
E non è stato "il web" a ipotizzare si trattasse di marketing, il lancio pubblicitario di una futura pornostar (quello si è letto anche su alcune testate). 
I responsabili sono esseri umani, con nomi e cognomi, che semmai hanno sfruttato il web per essere ancora più meschini e idioti di quando erano solo offline. 
Se volete prendervela con qualcuno, non accusate la tecnologia, non chiedete il "diritto all'oblio" (che naturalmente non c'entra nulla): prendetevela con la bassezza e lo schifo degli esseri umani.

*** Fabio CHIUSI, giornalista e saggista, 'facebook', 14 settembre 2016, qui


In Mixtura 1 altro contributo di Fabio Chiusi qui

martedì 29 marzo 2016

#LINK / Web aperto addio, ora è una gabbia (Alessandro Longo)

La Rete era nata come un mare in cui navigare liberi da un sito all’altro. Oggi invece è sempre più un sistema di canali chiusi, da cui l’utente fatica a uscire

(...) A pensarci bene, è paradossale: è la negazione esatta dei principi alla base della rivoluzione Internet. Il pluralismo di fonti e servizi, sempre aperti all’esterno (adesso invece si è portati a entrare in silos verticali senza porte né finestre). Il continuo rimando all’interattività e alla compartecipazione degli utenti. Al contrario, adesso si può sfogliare Facebook con la passività con cui si è sempre fatto zapping in tv. (...)

*** Alessandro LONGO, giornalista, Addio al Web aperto, ora è una gabbia, 'L'Espresso', 23 marzo 2016

LINK, articolo integrale qui


In Mixtura 1 altro contributo di Alessandro Longo qui

lunedì 20 luglio 2015

#RITAGLI / Cosa insegna l'imbecillità di massa (Maurizio Ferraris)

(...) Se c'è un momento in cui una persona intelligente appare irrimediabilmente stupida è quando pretende di sollevarsi sulla massa, per esempio quando Heidegger sostiene che «chi pensa in grande può anche errare in grande», o quando Valéry apre M. Teste con un madornale «La stupidità non è il mio forte». Da questo punto di vista, l'imbecillità di élite (quella che per esempio si manifesta nei "centri di eccellenza" che sono fioriti in una università devastata qualche anno fa) sembra ancora più acuta dell'imbecillità di massa. Quest'ultima, però, ha dalla sua il peso della quantità, e, come diceva Hegel (altro filosofo in cui si può trovare una quantità di affermazioni stupide), il quantitativo trapassa necessariamente nel qualitativo.
Per verificarlo, basterà leggere Nello sciame. Visioni del digitale del filosofo coreano naturalizzato tedesco Byung-Chul Han appena tradotto da Nottetempo. Una filippica contro il digitale basata sulla contrapposizione (in sé non meno inconsistente di «la stupidità non è il mio forte») tra l'informazione «cumulativa e additiva» e la verità «esclusiva e selettiva».
Al digitale vengono imputati tutti i mali del mondo: egoismo, liberismo, nichilismo, coazione, oscenità, calo del desiderio, ma anche cose un po' speciali come il fatto che (i corsivi sono dell'autore), diversamente dall' Iliade , «l'indignazione digitale non è cantabile», o che oggi viviamo «in un tempo di morti viventi, nel quale non solo l'esser-nati ma anche il morire sono divenuti impossibili ». Anche il gomito del tennista dipende dal digitale? No. Tuttavia Byung-Chul Han ci va vicino quando parla di «artrosi digitale delle dita» (che sarebbe risultata fatale a Heidegger dal momento che, scrive altrove Byung-Chul Han, «la mano di Heidegger pensa invece che agire»). Malgrado questa menomazione, nel digitale «Dispongo dell'Altro come se lo tenessi tra il pollice e l'indice». (...)

Del 10 giugno 1940 ci rimane il testo, espressione di imbecillità di élite, di Mussolini, che si spinge sino a precisare che dichiara guerra a Francia e Inghilterra ma non alla Svizzera o alla Turchia, e l'immagine dell'imbecillità di massa della folla plaudente ed esaltata. Oggi avremmo milioni di post e di tweet, variazioni del discorso dell'imbecille di élite, magari aggravate dal fatto che, per quanto imbecille, Mussolini lo era molto meno di tanti altri accorsi in Piazza Venezia.
Questa circostanza, per assurdo che possa sembrare, ha un versante positivo, su cui vorrei portare conclusivamente l'attenzione. L'imbecillità iper-documentata rende radicalmente impossibile farsi illusioni sul genere umano, e concretamente su ognuno di noi. Illusioni che sono alla base di programmi di palingenesi sociale miseramente falliti, appunto perché muovevano dall'assunto che l'umanità fosse meglio di quella che è.
Per aiutare l'umanità, per migliorare ognuno di noi, bisogna partire dall'assunto inverso, quello della prevalenza di Genny ‘a carogna. E ciò che un tempo era riservato a pochi, che si chiudevano in stanza la notte a leggere Tito Livio per conoscere le debolezze umane, oggi è disponibile, direbbe Byung-Chul Han, «tra il pollice e l'indice», e insegna da solo più di Montaigne e di Spinoza. Ed è per questo che, venuto meno il sogno della intelligenza collettiva con cui si era salutato l'avvento del digitale, conviene giocarsi la carta della imbecillità di massa come fonte di insegnamento e di ammonimento.

*** Maurizio FERRARIS, filosofo, saggista, Che cosa insegna l'imbecillità di massa, intervento al festival della Letteratura breve, Tuscania, 16 luglio 2015, 'la Repubblica', 16 luglio 2015.

LINK articolo integrale qui

sabato 18 luglio 2015

#RITAGLI / Astensionismo: navigo, dunque non voto (Gabriele Romagnoli)

Credevamo che la Rete con la sua disponibilità di informazioni e opinioni creasse una nuova leva di cittadini più consapevoli e avidi di partecipazione, vogliosi di votare sapendo bene per chi e che cosa farlo. Invece, anticipando il risultato finale: dato un incremento del 10% nell'accesso al web si registrerà un calo del 3,5% di elettori che si presentano al seggio. Il rapporto è documentato nei suoi passaggi, alcuni dei quali potevano essere intuitivi, ma hanno ora la controprova e nelle conseguenze politiche, nient'affatto scontate. Lo studio, in via di pubblicazione, è opera di tre italiani che operano in università internazionali: due (Tommaso Valletti e Alessandro Gavazza), a Londra: rispettivamente all'Imperial College e alla London School of Economics. Il terzo, Mattia Nardotto, all'Università di Colonia. 

Proviamo a seguire il loro percorso e arriveremo a conclusioni che, come la lettera scarlatta, sono sotto gli occhi di tutti, ma bisognava saper guardare. (...)

Con la diffusione della banda larga è cambiato anche il quadro delle fonti da cui vengono tratte le notizie. La tv resta la prima (78%), seguita dai giornali (40%) e dalla radio (35%), ma il web è già la fonte primaria del 32%, praticamente un terzo dell'elettorato. Da un media all'altro però la rilevanza della politica è ben diversa. Se nei giornali occupa le prime pagine, grandi spazi interni, concede ogni giorno interviste ai protagonisti, è dunque il piatto di portata, con la tv diventa un contorno, anima i notiziari e i talk show, fa comparsate nei varietà, ma non domina affatto il palinsesto. Su internet arriva alla frutta. Nella cronologia degli accessi di un utente medio viene dopo il porno, il gossip, il bizzarro (non necessariamente in quest'ordine). Un coreano che balla "Gangnam style" è infinitamente più cliccato del presidente Obama che parla di relazioni internazionali. Si guardano gli autogol più strepitosi, le foto "acronatiche" di Kim Kardashian, gattini, tanti gattini. Della politica restano briciole, spezzoni di un dibattito in cui due deputate si insultano. Non è un giudizio di valore, è una constatazione. E produce i suoi effetti: questo tipo di utente non si appassiona alla campagna elettorale, men che meno a quella per elezioni amministrative. Spesso confonde il suo ruolo attivo nella democrazia. Il voto resta la sua principale manifestazione, per quanto a dir poco imperfetta, e continua a espletarsi nella vecchia cabina del seggio, con la vecchia matita. Si diffonde invece la sensazione di aver partecipato a sufficienza avendo risposto a questionari in rete, espresso pareri in forum, votato in consultazioni virtuali. Di qui il diffondersi delle teorie per cui il miglior rimedio all'astensionismo sarebbero elezioni on line. (...)

Nel blog dell'Imperial College dove viene riassunto l'esito della ricerca che ha portato alla formula dell'astensionismo si chiude con una domanda che qui riprodurremo, non avendo la risposta. Questa: che senso ha impegnarsi per ridurre il "divario digitale" garantendo internet per tutti se questo provoca poi un "divario politico" tra ricchi e poveri?

*** Gabriele ROMAGNOLI, giornalista, saggista, scrittore, Navigo, dunque non voto: la formula dell'astensione, 'la Repubblica', 19 giugno 2015.

LINK, articolo integrale qui

giovedì 16 luglio 2015

#RITAGLI / Ma non diamo la colpa al web (Richard Sennett)

Bisogna spezzare le compagnie monopolistiche della comunicazione elettronica, tipo Google, Amazon o Apple, per liberare l’innovazione e rendere questi strumenti più utili alla cooperazione. (...)

Non penso che l’era digitale significhi la fine del libro. Questo è un cliché, Internet non è stupido. Molte persone che conosco sono state stimolate a leggere i miei libri, e bene, da questi strumenti. Il problema è il contenuto, perché scrivere sullo schermo è diverso che farlo a mano. I libri scritti col computer sono in genere il 20 o 25% più lunghi di quelli con la penna, perché la scrittura in video è più provvisoria, mentre quella a mano è più riflessiva e diventa un editing automatico.

[D: È d’accordo con Umberto Eco che i social media hanno dato una piattaforma agli stupidi?]
No, questo non è vero: la stupidità c’è sempre stata. Però hanno accresciuto l’aggressività. Quando ti trovi faccia a faccia con una persona sei più inibito. La distanza dei social media, invece, viene presa come una licenza a essere aggressivi.

[D: Questo compromette la cooperazione tra gli esseri umani, che era al centro del suo libro Insieme?]
La collaborazione online non funziona, non per colpa del media, ma dei programmatori. La cooperazione che mi interessa, e che sta sparendo, non è consenso o accordo. È un processo dialogico, non dialettico, che consente a persone diverse, con idee, posizioni, etnie e anche fedi religiose diverse, di lavorare insieme. I programmatori che costruiscono gli strumenti della comunicazione online, invece, tendono alla creazione del consenso. Ma Facebook o Twitter non erano mai nati come programmi politici.

[D: Perché avviene questo?]
Per lo sfruttamento capitalistico della tecnologia. I grandi monopoli che la gestiscono non hanno interesse a sperimentare davvero. Perciò è necessario dividere le grandi compagnie come Google, Amazon o Apple, preoccupate solo di controllare la tecnologia della comunicazione. Per certi versi, è il problema che Edward Snowden ha portato alla luce nel settore della sicurezza. La politica dovrebbe smettersi di occuparsi di cose frivole, come le dispute partitiche o le dinamiche dei voti parlamentari, o anche della Grecia, che andrebbe lasciata uscire dall’euro, e concentrarsi invece su questi problemi epocali del nostro tempo.

[D: Spezzare quelle compagnie libererebbe le energie della creatività?]
I programmatori vivono una grande contraddizione: per natura sarebbero individualisti, non burocratici, ma invece sono costretti a costruire gli strumenti digitali in modo da favorire il consenso.

[D: La chiarezza quindi è compromessa da questi strumenti?]
Sì. Gli strumenti si usano bene quando lo si fa con lentezza, ma l’economia moderna è segnata dalla velocità, che in pratica è la misura della produttività. Questo ci porta a scaricare sulla tecnologia colpe che invece sono del modello moderno del capitalismo. Chi ne soffre moltissimo, ad esempio, sono i media.

[D: Dicono che stiamo sparendo, per colpa di Internet e dei social]
Per colpa vostra e degli editori, direi. Se uno prima dedicava venti minuti al giorno a leggere il giornale, nulla toglie che continui a farlo oggi sui tablet. Alcuni esempi ci sono, come il Guardian o Die Zeit, che hanno creato giornali profittevoli soprattutto online. La cultura prevalente, però, è che siccome l’informazione è in rete, la sua qualità va abbassata. Quindi si licenziano i giornalisti, si riducono gli investimenti, si pubblicano articoli più superficiali, e poi si dà la colpa alla nuova tecnologia digitale se le copie non vendono. È la mancanza di qualità che vi affossa, qualunque sia il media usato.

[D: Lei sta lavorando a un progetto chiamato «Homo faber»: prima è uscito L’uomo artigiano, poi Insieme, e adesso?
Sto preparando un libro su come fare le città aperte, usando la tecnologia per renderle davvero “smart”, e favorire la cooperazione tra gli esseri umani che ci vivono.

[D: La cooperazione sembra un’ossessione: perché è così importante?]
Perché sta diventando sempre più superficiale. Cooperiamo solo con chi è come noi: stesse idee, stessa etnia, stessa religione, vista ad esempio la pochissima collaborazione tra cristiani e musulmani. Così però la società diventa isolata, incapace di funzionare.

*** Richard SENNETT, 1943, sociologo statunitense, professore alla New York University e alla London School of Economics, intervistato da Paolo Mastrolilli, La colpa del web?, Non rende stupidi, ma più aggressivi, 'La Stampa', 19 giugno 2015.

LINK intervista integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Richard Sennett qui

mercoledì 8 luglio 2015

#LINK / Ma la rete non è colpevole (Paolo Mottana)

Mentre condivido l’allarme sulla saturazione e sugli effetti di captazione e impoverimento dell’attenzione che l’eccesso di connessioni produce (secondo le note analisi “psicopolitiche” di Stiegler), sono più restio a vedere necessariamente nell’avvento di queste tecnologie un progressivo azzeramento delle facoltà critiche, un appiattimento verso il basso ecc.

Intanto occorre con forza sottolineare ancora una volta, senza nessuna enfasi progressista, diomeneguardi, che comunque oggi circola molta più informazione e per molte più persone. Che questa informazione è più articolata, ha infinite forme comunicative (e non quelle ridottissime e ipercodificate del tempo pre-rete) e che dunque, piaccia o non piaccia, l’accesso è migliorato, aumentato e complessificato. Oggi la scuola per esempio deve confrontarsi con ragazzi che hanno modo di verificare quasi in tempo reale ciò che gli viene detto dai loro insegnanti, il che mi pare, sotto il profilo democratico, un fatto interessante. 

Quello che si avverte è comunque che vi sia, specie nelle giovani generazioni più digitali, più conoscenza, più competenza nel ricercare, più differenza. A formarli non sono più solo le istituzioni ma tutto questo mondo di saperi poco normato ma anche straordinariamente ricco.

Si attribuisca la fine dell’umano, più che ai cellulari, - che semmai incrementano la disattenzione sociale hic et nunc, la distrazione, la debolezza della presenza fisica nel mondo, la dissipazione sensoriale -, a un sistema che mira, proprio nelle sue strutture formative essenziali (scuole, uffici, centri commerciali, stage, training ecc.) a depotenziare gli strumenti critici (gli “strumenti umani”), a forsennare con l’incitazione alla competizione quantitativa e performativa, a tartassare con le prove, i test e gli invalsi, a indurre alla vendita esasperata di sé ancor più che all’acquisto.

L’isolamento dell’uomo contemporaneo non è prodotto da internet che, anzi, come dice la parola stessa rete, appare una sorta di compensazione, di farmaco però soltanto generico purtroppo. Che non produce di sicuro condivisione autentica (salvo eccezioni però: molti gruppi solidali nascono anche in rete) ma fornisce almeno un effetto placebo alla totale parcellizzazione e transitorietà dei rapporti. L’isolamento viene da un processo molto determinato e strutturale di frantumazione del corpo sociale perseguito con le trasformazioni del mercato del lavoro, delle professioni, delle politiche di formazione e, certo, anche delle politiche del sapere. (...)

*** Paolo MOTTANA, docente di filosofia dell'educazione all'università di Milano Bicocca, Digital nightmare, blog 'controeducazione', 8 giugno 2015

LINK articolo integrale qui

Sempre nel blog, altri 2 contributi (video) di Paolo Mottana qui

venerdì 3 luglio 2015

#LINK / Un algoritmo legge i nostri post sui social e ci 'cataloga' (Riccardo Luna)

(...) Era un po' che ci dicevano che tutto quello che facciamo in rete contribuisce a costruire un nostro profilo, incredibilmente somigliante al vero. Ed ora c'è una applicazione facile facile con la quale mettere alla prova questa (spaventosa) affermazione. Basta andare sul sito wayo.rocks, dove wayo sta per "who are you online", chi sei davvero in rete; inserire un qualunque profilo twitter o facebook e in pochi secondi si ottiene un responso non meno affascinante di un quadro astrale e con applicazioni molto più utili di sapere dove abbiamo Giove o che pianeta sta nella Settima Casa. 
Merito di Watson, il famoso super computer della Ibm, quello che ha sbaragliato i concorrenti ad un quiz tv a premi e battuto diversi scacchisti. Insomma, un prodigio in materia di intelligenza artificiale. È Watson ad analizzare in un baleno anni di nostra attività sui social per restituirci un profilo psicologico molto dettagliato. Che carattere abbiamo in tre o quattro caratteristiche fondamentali e poi una torta che indica in che percentuale siamo aperti, socievoli, simpatici, modesti, collaborativi e così via.
L'idea di usare la super intelligenza artificiale di Watson in questo modo è di Paolo Privitera, nato a Venezia 37 ani fa, la prima startup già a 16 anni, dal 2010 letteralmente in giro per il mondo - con base a San Francisco - per sostenere le altre sue imprese, in testa Pick 1, una piattaforma che consente alle aziende di conoscere i propri clienti, praticamente uno per uno, analizzando il loro comportamento in rete.
E la privacy? «È tutto legale» sostiene Privitera, «le cose che facciamo in rete sono pubbliche e possono essere analizzate. Io mi limito a collegarle e interpretarle con i miei algoritmi ». In effetti quello che fa Pick 1 è molto diffuso, e in ambito scientifico è da un pezzo che molte delle scienze sociali si sono spostate dai focus group e dall'osservazione fisica di una comunità, all'analisi dei big data dei social network. (...)

*** Riccardo LUNA, giornalista, Se 140 caratteri dicono tutto di noi, 'la Repubblica', 30 giugno 2015

LINK articolo integrale qui

martedì 30 giugno 2015

#RITAGLI #LINK / Contro gli imbecilli e le bufale del web (Umberto Eco)

Mi sono molto divertito con la storia degli imbecilli del web. Per chi non l’ha seguita, è apparso on line e su alcuni giornali che nel corso di una cosiddetta “lectio magistralis” a Torino avrei detto che il web è pieno di imbecilli. È falso. La “lectio” era su tutt’altro argomento, ma questo ci dice come tra giornali e web le notizie circolino e si deformino.
La faccenda degli imbecilli è venuta fuori in una conferenza stampa successiva nel corso della quale, rispondendo a non so più quale domanda, avevo fatto un’osservazione di puro buon senso. Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar - e così le loro opinioni rimanevano limitate a una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social networks. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli.
Si noti che nella mia nozione di imbecille non c’erano connotazioni razzistiche. Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni) ma una persona che è un ottimo droghiere, un ottimo chirurgo, un ottimo impiegato di banca può, su argomenti su cui non è competente, o su cui non ha ragionato abbastanza, dire delle stupidaggini. Anche perché le reazioni sul web sono fatte a caldo, senza che si abbia avuto il tempo di riflettere.
È giusto che la rete permetta di esprimersi anche a chi non dice cose sensate, però l’eccesso di sciocchezze intasa le linee. (...)

Come filtrare? Ciascuno di noi è capace di filtrare quando consulta siti che riguardano temi di sua competenza, ma io per esempio proverei imbarazzo a stabilire se un sito sulla teoria delle stringhe mi dica cose corrette o meno. Nemmeno la scuola può educare al filtraggio perché anche gli insegnanti si trovano nelle mie stesse condizioni, e un professore di greco può trovarsi indifeso di fronte a un sito che parla di teoria delle catastrofi, o anche solo della guerra dei trent’anni.
Rimane una sola soluzione. I giornali sono spesso succubi della rete, perché ne raccolgono notizie e talora leggende, dando quindi voce al loro maggiore concorrente - e facendolo sono sempre in ritardo su Internet. Dovrebbero invece dedicare almeno due pagine ogni giorno all’analisi di siti web (così come si fanno recensioni di libri o di film) indicando quelli virtuosi e segnalando quelli che veicolano bufale o imprecisioni. Sarebbe un immenso servizio reso al pubblico e forse anche un motivo per cui molti navigatori in rete, che hanno iniziato a snobbare i giornali, tornino a scorrerli ogni giorno. (...)

*** Umberto ECO, 1932, semiologo, filosofo, saggista, scrittore, Un appello alla stampa responsabile, 'L'Espresso', 26 giugno 2015

LINK, articolo integrale qui

domenica 14 giugno 2015

#SPILLI / Uber, Eco, gli imbecilli e i paurosi del cambiamento (M. Ferrario)

Volete un bell'esempio di come chi osa criticare alcuni aspetti del nuovo che avanza passi subito per un imbecille che non capisce le magnifiche e progressive sorti del cambiamento?

Un articolo che mette insieme Uber contro i tassisti o Eco contro gli imbecilli della rete merita di essere letto e meditato. 
Lo trovate qui.

In sostanza si dice che chi non si inchina a Uber e alla sua avanzata innovatrice e immarcescibile, oppure osa dire che certi imbecilli sono imbecilli, non ha capito nulla del mondo e ha paura del nuovo. Se gli va bene, è un vecchio intellettuale decaduto; altrimenti (lo si fa capire anche a un imbecille) è (appunto) un imbecille. Lui. E non certi imbecilli della rete.
Naturalmente anche un imbecille come me sa che gli imbecilli esistono da sempre e non li ha inventati la rete. Ma a me, che sono appunto un imbecille resistente ai cambiamenti, magnifici e magnificati, che gli intelligenti stanno apparecchiando per tutti noi (e che noi dobbiamo solo accettare sbattendo i tacchi, senza neppure provare a fermare o correggere o orientare perché «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare»), parrebbe indubbio che la rete li favorisca e moltiplichi, offrendo uno spazio immediato e generalizzato a qualunque avventore di bar più o meno sbronzo che una volta avrebbe detto la sua tra le pareti di una taverna e oggi può digitare, anonimo e al mondo, i suoi pensieri sgangherati e le sue 'trollate', meglio se sgrammaticate.

Sbaglierò senz'altro. 
Anzi, lo ammetto: poiché non mi inginocchio a tutto ciò che avanza e non mi bevo ogni cosa che il (sedicente) progresso mi fa arrivare come cosa di per sé bella-e-buona, sono 'fuori'. 
Ma leggete l'articolo e vedete se le parole (sempre quelle, sempre ripetute ogni giorno) vi danno la stessa sensazione che ho provato io: tra la fuffa, la panna montata e l'aria fritta.
Anche se, stavolta, le parole sono di un esperto di tecnologia ed economia, docente universitario e consulente di direzione. 

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#MOSQUITO / Web, ok navigare ma collegare (Anna Oliverio Ferraris)

Nella vita reale e nella lettura c’è un inizio e una fine, con rapporti chiari di causa ed effetto. Nei videogiochi no, sul web ipertestuale neppure. E c’è una tendenza ad affidarsi completamente a queste tecnologie, pensando che non sbagliano e lavorano meglio del nostro cervello. Il pericolo è di applicare procedure, invece di fare collegamenti e sintesi. 

*** Anna OLIVERIO FERRARIS, psicologa dell’età evolutiva, intervistata da Riccardo Staglianò, ‘la Repubblica’, 19 agosto 2003.

sabato 13 giugno 2015

#LINK / Web, la nuova minaccia si chiama 'doxing' (Pietro Minto)

Può essere usata contro chiunque, è l’arma più temuta degli hacker ed è tanto subdola da poter essere utilizzata a centinaia di chilometri dalla vittima. Ha anche un nome accattivante, doxing, a cui qualcuno aggiunge una seconda x, doxxing, per motivi ancora poco chiari. Si tratta della pratica di scovare e pubblicare in rete i dati personali di una persona (dox sta per docs, documenti) e, secondo l’istituto giornalistico statunitense Poynter, rappresenta un nuovo rischio anche per reporter e giornalisti: «Un nuovo metodo di intimidazione e abuso». (...)

Nel gennaio del 2012 Hess ha pubblicato una storia sul trattamento riservato alle donne in alcune sezioni del web: minacce, insulti sessisti e una costante discriminazione. L’articolo, intitolato «Perché le donne non sono benvenute su internet», ha cambiato per sempre la vita dell’autrice, che è stata perseguitata per mesi da telefonate sospette, minacce di morte e di stupro, da centinaia di tweet anonimi che contenevano indicazioni precise sul suo indirizzo e una lunga serie di intimidazioni dirette. Hess, colpevole di aver denunciato la misoginia del web, era stata «doxata»: alcuni suoi dati erano stati resi pubblici e lei, senza alcuna protezione, era diventata una vittima facile.

Una sorte tragica che sta diventando prassi per molte donne attive in rete. (...)

***  Pietro MINTO, giornalista, La nuova minaccia si chiama doxing, 'La Lettura', 7 giugno 2015

LINK, articolo integrale qui

mercoledì 6 maggio 2015

#LINK / iGloss @ 1.0: l'Abc dei comportamenti devianti in rete (Dipartimento Giustizia Minorile)

Arriva iGloss@ 1.0, la prima guida che raccoglie, dalla A alla W, tutte le azioni 'a rischio' in rete, a cominciare da quelle che possono costituire reato. 
L'abbecedario è rivolto non solo agli addetti ai lavori ma anche a genitori e figli.
Obiettivo: tutelare i minori. 
L'iniziativa è promossa dal Dipartimento per la Giustizia Minorile in collaborazione con l'Istituto di Formazione Sardo e il patrocinio di Google Italia, Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia e Ordine degli assistenti sociali.

Articolo di Giovanni Cedrone, con link al glossario in pdf, 'repubblica.it', 6 maggio 2015
LINK, qui

lunedì 27 aprile 2015

#LINK #SOCIETA' / Ma non c'entra il web (Gianluca Nicoletti)

La notizia:  I social network, in molti casi, hanno sostituito «patologicamente» le tradizionali forme di socializzazione con cui si allacciavano rapporti interpersonali. L'allarme arriva dai giudici della Cassazione  in una sentenza della Terza sezione penale riguardo  un caso di molestie su minori avvenuto on line. I social network, - denunciano i supremi giudici - che piaccia o no, costituiscono una forma di socializzazione che si è affiancata, quando non li ha patologicamente sostituiti, ai tradizionali strumenti con cui si allacciavano e si intrattenevano i rapporti interpersonali». Da qui la necessità di non considerare meno gravi abusi o atti sessuali, pure virtuali, sui minorenni.
(AdnKronos)  

« (...) La tecnologia non è una malattia che divora l’umanità, noi ci evolviamo proprio perché siamo animali tecnologici, è sempre avvenuto dal pollice opponibile in poi.  
Ci siamo evoluti e quindi usiamo macchine che ci espandono nelle nostre relazioni, ma non per questo ci stiamo allontanando da uno stato felice di esistenza, in cui l’infanzia era maggiormente salvaguardata dalle "tradizionali forme di socializzazione”, che non tenevano certo i ragazzi alla larga da degenerati e molestatori. (...) » 

*** Gianluca NICOLETTI, giornalista, saggista, Patologica è la violenza, non il web, 'La Stampa', 27 aprile 2015
LINK, articolo integrale qui