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giovedì 20 maggio 2021

#RITAGLI / L'ipotesi di Meloni e Salvini al governo (Tomaso Montanari)

Il partito della Meloni è un punto di riferimento del vecchio fascismo storico in questo Paese. Il presidente della Regione Marche e il sindaco di Ascoli, che sono di Fratelli d’Italia, hanno organizzato una cena di celebrazione per l’anniversario della marcia su Roma. Ora accanto a questo, che non può essere derubricato a goliardia, ci sono i nuovi fascismi, l’odio per il diverso, l’omofobia.
Ci sono i fascismi al governo in molti paesi d’Europa come l’Ungheria, con cui la Meloni è in contatto. Il problema non è se la Meloni sia fascista o no… ma esiste un problema. Esiste un giornalista di “Repubblica” sotto scorta perché minacciato dai fascisti. 
Francamente avere al governo Meloni e Salvini non mi lascerebbe tranquillo. Ricordo che dopo aver detto qui in trasmissione che ho dei dubbi sulla compatibilità del programma della Lega e la Costituzione (che è un mio giudizio politico e può essere giusto o sbagliato), la Lega ha chiesto alla mia Università di prendere provvedimenti disciplinari verso di me. Io non so se si vuol tornare a un giuramento di fedeltà dei professori. Dico che delle forze che hanno queste visioni della democrazia hanno dei problemi seri e io non le vorrei vedere alla guida del Paese.

*** Tomaso MONTANARI, storico dell'arte, dichiarazione a 'Otto e e mezzo', La7, 18 maggio 2021, citato da Lorenzo Tosa, 'facebook', 19 maggio 2021, qui



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sabato 17 aprile 2021

#MOSQUITO / Il dissenso nell'Italia di oggi (Tomaso Montanari)

Nell’Italia di oggi “gufo” è uno degli insulti a cui “capi” politici intimamente autoritari ricorrono per stigmatizzare e mettere in ridicolo i pochi intellettuali liberi che provano a levare la loro voce contro il sistema. La politica cammina da molti anni sulle strade della marginalizzazione del dissenso: l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle Regioni, l’antiparlamentarismo, la retorica e la pratica della costruzione del consenso hanno costruito questa falsa democrazia del plebiscito. Con l’aiuto della maggior parte dei media, si esalta la dittatura della maggioranza, si predica la necessità di mettere a tacere i “disfattisti”. Nessun partito o movimento – davvero nessuno – accetta il dissenso, e in forme diverse tutti lo reprimono e lo colpiscono. 
Le leggi tendono a punire con crescente durezza le manifestazioni di dissenso, e a colpire le vite “diverse”: poveri, migranti, rom. Le amministrazioni pubbliche e addirittura le università stesse, roccaforti ormai espugnate, del pensiero critico puniscono i loro dipendenti che si azzardino a levare pubblicamente una voce critica. 
Insomma, l’apparenza di una società liberissima, in cui ciascuno dice ciò che vuole, copre una nuova ortodossia di pensiero unico, che accende i suoi roghi mediatici contro i pochi, liberi eretici. 
Al posto della Chiesa c’è la religione del Mercato, la fede cieca nel dio Denaro: la pubblicità è la nuova evangelizzazione, il consumo è il culto, i fedeli sono i clienti. Il pianeta stesso soccombe sotto i colpi di una macchina da merci insostenibile, ma chi predica l’unica via d’uscita – la decrescita – viene trattato come un anticristo. 
In questo momento storico, dunque, parlare di eresia e di eretici significa contribuire a costruire anticorpi contro il più pericoloso virus in circolazione: il pensiero unico. Sapere che è sempre stato possibile pensare diversamente, ma sapere anche che è sempre stato necessario pagare un prezzo per questo, significa ricordarci che costruire un mondo diverso è possibile. Difficile: ma necessario.

*** Tomaso MONTANARI, 1971, storico dell'arte, saggista, attivista politico, storico dell'arte, saggista, Eretici, Paper First, 2020


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sabato 22 febbraio 2020

#BREVITER / Oscenamente (Tomaso Montanari)

Tomaso MONTANARI, 1971
storico dell'arte, saggista, attivista politico
twitter, 21 febbraio 2020

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sabato 1 febbraio 2020

#MOSQUITO / Ci vuole il coraggio di dirlo (Tomaso Montanari)

E' il paradosso della nostra epoca: non si può non essere contro se si ama davvero la vita. Quanto più grande è il nostro amore per gli uomini e per le cose belle di questo mondo, tanto più grande è il desiderio di cambiarlo, il mondo. Perché questo «sistema sociale ed economico» non è più compatibile con i diritti umani. Con l’esistenza stessa dell’uomo su questo pianeta. Ci vuole il coraggio di vederlo, e di dirlo. Un coraggio che avevamo, e che abbiamo perduto quando ci siamo fatti convincere che diventare adulti significa accettare il mondo così com’è.

*** Tomaso MONTANARI, 1971, storico dell'arte, saggista, attivista politico, Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c'è, Chiarelettere, 2020


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sabato 21 dicembre 2019

#MOSQUITO / La lenta morte dell'università e della ricerca pubbliche (Tomaso Montanari)

La nostra spesa in istruzione rispetto alla spesa pubblica è l’ultima dell’Unione europea (7,9%, mentre la media europea è 10,2). Per l’università spendiamo l’0,3 del Pil: nemmeno la metà della media europea (0,7). L’età media dei docenti universitari italiani è elevatissima: 49 anni. Le donne sono solo il 34,6 % dei ricercatori a tempo pieno. Il 70% della spesa in ricerca e sviluppo si concentra al Centro Nord. L’investimento in ricerca è all’1,4 % del Pil (contro il 2 della media europea), del quale solo il 22 % va alla ricerca di base, quella più capace di innovazioni sul medio e lungo termine. Forse bastano questi pochi dati a dimostrare che da troppi anni la lenta morte dell’università e della ricerca pubbliche non sono viste per quello che sono: la più grave emergenza del nostro paese. Non affrontarla significa rubare il futuro ai nostri figli, e certificare il nostro comune, irreversibile declino.

*** Tomaso MONTANARI, storico dell'arte, saggista, estratto da Cari 5 Stelle, Fioramonti ha ragione, 'Il Fatto Quotiodiano', 20 dicembre 2019, qui


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giovedì 1 agosto 2019

#VIDEO / Ogni nero affogato un bianco starà meglio? (Tomaso Montanari)


Tomaso MONTANARI
storico dell'arte, saggista
'Milioni di italiani pensano 
che per ogni nero affogato 
ci sarà un bianco che starà meglio: una follia'
La7, 'In Onda', 30 luglio 2019
video 3min01

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giovedì 24 maggio 2018

#TWEET / Curriculum e credibilità (Tomaso Montanari)

Tomaso Montanari
docente di storia dell'arte, presidente di Libertà e Giustizia
twitter, 23 maggio 2018, qui

° ° °

Tomaso Montanari
docente di storia dell'arte, presidente di Libertà e Giustizia
twitter, 23 maggio 2018, qui

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venerdì 19 gennaio 2018

lunedì 13 marzo 2017

#LINK / Renzi, si può ancora credergli? (Tomaso Montanari)

"Tornare a casa. Per ripartire insieme". Il motto renziano del Lingotto suona come una presa in giro. Renzi aveva detto mille volte che se avesse vinto il No al referendum costituzionale sarebbe "tornato a casa". Ora scopriamo che era uno slogan a doppiofondo, che c'era una riserva mentale. Come quelle dei gesuiti del Seicento, che facevano andare in bestia Pascal perché dicevano mezza frase a voce alta, e l'altra mezza (che contraddiceva la prima) sottovoce. E colpisce la strumentalizzazione di un plurale che Renzi non aveva mai usato. Era lui a dover tornare a casa: e ora invece è tempo di ripartire insieme. Il problema è: si può credere a Matteo Renzi? (...)

*** Tomaso MONTANARI, storico dell'arte e vicepresidente di Libertà e Giustizia, Si può ancora credere a Matteo Renzi?, 'L'Hffington Post', 11 marzo 2017

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venerdì 23 dicembre 2016

SENZA_TAGLI / Dimenticare Renzi, e la sua ideologia anni 80 (Tomaso Montanari)

"Facendo, credo, un gesto di coraggio, ma anche di dignità, io ho detto che se perdo il referendum non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica, magari è un incentivo per tanti per andare a votare contro. Perché però lo dico, non è il tentativo di trasformare un referendum come ha detto qualcuno in un plebiscito, è l'assunzione di un principio, finalmente c'è responsabilità da parte di chi governa: siamo stati abituati ad avere per anni il pantano, sempre gli stessi che si davano il cambio in modo ciclico, io vorrei una cultura più anglosassone in cui fai uno, due mandati, io spero di farne due, e poi te ne vai.

Se però nell'elemento chiave di trasformazione del sistema, dopo che hai fatto la legge elettorale, che con il ballottaggio impedisce il consociativismo, dopo che hai fatto un'operazione di riduzione delle tasse che non aveva fatto nessuno, dopo che hai fatto il jobs act, anche discutendo su alcuni tabù della sinistra e oggi i risultati sono che la disoccupazione scende, dopo che hai fatto la riforma della pubblica amministrazione e della scuola, arrivi alla riforma costituzionale che è la partita sulla quale ti sei giocato tutto. Ecco, se io perdo devo avere il coraggio di dire che devo trarne le conseguenze in un Paese in cui non perde nessuno".

Questo solenne, argomentato, impegno Matteo Renzi lo ha preso undici mesi fa, esattamente l'11 gennaio del 2016. Indietro non si torna. Non nel senso che Renzi voglia essere di parola: l'avesse fatto, gli avremmo reso l'onore delle armi, e gli avremmo rivolto il caloroso augurio di trovarsi un lavoro (non è mai troppo tardi).

Ma non l'ha fatto: ha lasciato la presidenza del Consiglio (non i fili con cui muove i pupi del Renzi-bis-senza-Renzi) solo per trasformare il Partito Democratico nel suo Fort Alamo (un Alamo dove, però, si spara soprattutto all'interno).

E tuttavia quel pubblico, solenne "patto" con gli italiani ha una sua forza oggettiva. Una forza fatale: Renzi aveva giurato di "lasciare la politica", ed è quello che sta succedendo. Perché, smentendo se stesso in modo così clamoroso, e dunque perdendo la faccia in modo irreversibile, Renzi lascia la politica e svela platealmente la sua appartenenza al "lato oscuro della forza": cioè al potere per il potere, all'eterno gioco di corridoio, alla congiura e all'intrigo.

La vera sconfitta - quella indelebile - non è quella inflitta dai 19 milioni e rotti di No: la vera sconfitta è l'immagine orrenda di Renzi che si aggrappa disperatamente alla poltrona di segretario del Pd, e piazza la Boschi e Lotti in pancia al governo Gentiloni.

È l'epilogo - meschino, avvilente, degradante - di un'avventura individuale superomistica, culminata nel clamoroso finale in cui l'uomo della provvidenza porta a sbattere contro un muro il suo partito, il suo governo, il suo Paese. Per poi passare dalla tragedia alla farsa: siccome tutto è finto, tutto è solo storytelling, il capo si rialza, come se nulla fosse.

Se la situazione non fosse terribilmente seria verrebbe da citare Mogol e Battisti: "Ancora tu: ma non dovevamo vederci più?". O, con i più smaliziati, un verso del surreale Cadavere spaziale di Riz Samaritano, canzone del 1963 splendidamente recuperata da Elio e le Storie Tese: "Il cadavere piangeva, e morire non voleva...".

E allora, visto che ormai è chiaro a tutti che con Renzi avremo ancora a che fare fino a che non avrà maturato una pensione, bisognerà essere terribilmente (e spiacevolmente) chiari. Si è molto discusso sul rapporto tra Renzi e la sinistra. A me pare che la questione non esista. Se non si fosse fatta la fusione fredda tra eredità democristiana ed eredità comunista, Renzi starebbe dall'altra parte.

Egli non è nemmeno un riformista timido: è un liberista naturale, un conservatore per vocazione e per interesse. Culturalmente, è un prodotto abbastanza tipico degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta del Novecento: è lì che si forma il suo orizzonte politico. E non si forma per opposizione, ma per assimilazione: la sua idea di "modernità" coincide con quella di Tony Blair. Politicamente Renzi è post-ideologico: nel senso che non ha alcuna visione, né alcun progetto. Come mi ha detto una volta il suo amico Giuliano Da Empoli, Renzi è "un treno. Velocissimo e capace di sfondare moltissime barriere. Ma rigorosamente vuoto". Un mezzo senza contenuti: se non lui stesso. È puro marketing: cioè vendita continua.

Il che spiega (sia detto tra parentesi) il suo radicale odio per il senso critico, i "professoroni", i gufi, la cultura intesa come conoscenza e giudizio sul mondo: cioè verso tutto quello che può rompere l'ipnosi del marketing. All'interno del pacco che egli tele-vende non c'è niente altro che lui stesso: niente altro. In Renzi mezzo e messaggio coincidono perfettamente: il mezzo è Renzi, il messaggio è Renzi. È così da quando faceva "politica" al liceo: il suo unico progetto è il potere.

Potere personale, potere del clan. Bisognerà pure dirlo con chiarezza: il fenomeno Renzi si spiega più con la logica del gangsterismo, cioè delle bande, che non con quella della politica. Il suo "giglio magico" non ha alcun cemento ideologico: non ha contenuti, né progetti. L'unica regola è la sottomissione al capo, l'unico scopo è la conquista e la suddivisione del potere. Il Partito Democratico è stato scelto perché facilmente scalabile a causa dello spappolamento del suo gruppo dirigente. Ma se domani Renzi dovesse essere messo in minoranza, un partito personale (o qualunque altro cavallo potenzialmente vincente) sarebbe dietro l'angolo.

Nessuno è in grado di dire cosa abbia fatto Renzi da presidente della Provincia o da sindaco di Firenze: difficile dire se abbia governato bene o male. Non ha governato: ha garantito interessi, e ha costruito la propria folgorante carriera. Arrivato a Palazzo Chigi Renzi ha avuto un problema: non era più il momento di vendere.

La linea politica del governo romano è stata la stessa del governo fiorentino: semplicemente rafforzare lo stato delle cose, e garantire gli interessi di chi gli aveva consentito di arrivare repentinamente fin lì (tutti tranne il popolo sovrano, per capirsi). Una linea conservatrice, di destra blairiana: non per ideologia, ma perché le cose sono già orientate così, e bastava assecondarne l'inerzia.

Un'inerzia punteggiata da alcuni scossoni a destra (il Jobs Act su tutti, ma anche la legge Madia contro la Pubblica Amministrazione, la Buona Scuola e lo Sblocca Italia) e da una serie di elargizioni una tantum che potessero provare a tappare la bocca alla sinistra. Con vent'anni di Renzi al potere cosa sarebbe successo? I ricchi sarebbero stati più ricchi, i poveri più poveri. Stop.

Ma c'era una sproporzione troppo evidente tra il marketing del cambiamento e della rottamazione e la realtà di una gestione opaca e conservatrice dei rapporti di forza sociali attuali. Insomma: se dopo quasi tre anni di "rivoluzione" non cambia un accidenti, anche lo storytelling più spericolato inizia ad andare in sofferenza.

Soluzione: inventiamo un altro pacco. Il padre di tutti i pacchi: il referendum costituzionale. Poco importa del contenuto: potrei giurare che Renzi nemmeno l'aveva letta tutta, la riforma. Doveva annoiarlo a morte. Era una roba di Napolitano, ma Renzi ci ha visto la grande occasione: mettere se stesso nel pacco (il plebiscito-rischiatutto-prendere-o-lasciare) e ricominciare a correre.

Solo che stavolta era tutto troppo scoperto. Tutto: l'egotismo del capo, la sfacciataggine dei suoi pretoriani, il gioco del potere buttato in faccia ad un Paese sempre più impoverito e abbandonato. Gli italiani hanno capito e hanno detto un monumentale No. Non perché odino Renzi, no: perché hanno capito che Renzi ama solo se stesso.

La sera del 4 dicembre ero contento anche perché pensavo - quanto ingenuamente! - che non avrei mai dovuto scrivere righe come queste. Pensavo che Renzi avrebbe fatto quel che aveva promesso, ritirandosi a una serena vita privata nella provincia toscana: restituendoci la possibilità di parlare di visioni, progetti, problemi e soluzioni. Un finale dignitoso, dopo tanta sguaiatezza.

Gli italiani hanno capito che Renzi non fa politica perché sia curioso di conoscere la realtà. Né tantomeno perché abbia voglia di cambiarla: hanno capito che il suo unico scopo è cavalcarla, il più veloce possibile. Ora la domanda è: lo capirà anche il Partito Democratico? Lo capirà anche quella parte di sinistra che vede se stessa come una corrente esterna di quel partito? Prima lo si capisce, e prima si archivia Renzi, e prima si può ricominciare a pensare al futuro della sinistra e del Paese.

17 milioni di italiani sono sulla soglia della povertà: forse è venuto il momento di concentraci su di loro.

*** Tomaso MONTANARI, storico dell'arte, vicepresidente di Libertà e Giustizia, Dimenticare Renzi e la sua post-ideologia degli anni 80, 'L'Huffington Post', 21 dicembre 2016, qui


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venerdì 2 dicembre 2016

#LINK / Referendum costituzionale, triste il sì di Prodi (Tomaso Montanari)

Veniamo al nocciolo della questione. Se vince il Sì il governo (qualunque governo) sarà più forte, e i cittadini conteranno di meno. La riforma punta tutto sulla diminuzione della partecipazione, e sulla autoreferenzialità della classe politica. Come ha scritto don Ciotti, chi ha voluto questa "nuova" Costituzione vede "la democrazia come un ostacolo", e il bene comune come "una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi".

Come siamo arrivati a questo? La risposta è tutta racchiusa in una singola parola: diseguaglianza. Secondo il rapporto annuale Istat del 2016, l'Italia è il paese in cui - tra 1990 e 2010 - la diseguaglianza sociale è aumentata di più. In assoluto: "tra tutti i paesi per i quali sono disponibili i dati". È quello che succede in tutto l'Occidente: pochi ricchi sono sempre più ricchi, mentre si allarga la fascia degli impoveriti e la classe media non arriva agevolmente alla fine del mese. Come ha scritto il premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz, "la stragrande maggioranza sta soffrendo insieme, mentre i pochi in cima alla scala sociale - l'1% - stanno vivendo una vita diversa".

Ma quando la diseguaglianza arriva a questi livelli, l'establishment ha un problema: la democrazia. (...)

*** Tomaso MONTANARI, 1971, storico dell'arte, vicepresidente di 'Libertà e Giustizia', Perché il Sì di Romano Prodi è molto triste, 'L'Huffington Post', 1 dicembre 2016
https://it.wikipedia.org/wiki/Tomaso_Montanari

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martedì 22 settembre 2015

#RITAGLI / Cultura, ma i nemici non sono i sindacati (Tomaso Montanari)

Di fronte all’enorme spirale di polemiche innescata da una breve chiusura del Colosseo è urgente porsi alcune domande.
Perché si ritiene inaccettabile che un monumento chiuda a causa di un’assemblea sindacale (regolare e regolarmente annunciata) e si trova normale che la stessa cosa accada per una cena privata di milionari (si rammenti il caso di Ponte Vecchio, chiuso dall’allora sindaco Renzi per un’intera notte), o per una manifestazione commerciale (la sala di lettura della Nazionale di Firenze chiuse per una sfilata di moda nel gennaio 2014)? I diritti del mercato ci appaiono evidentemente più importanti dei diritti dei lavoratori.
Ma in Europa non è così. L’anno scorso la Tour Eiffel chiuse per ben tre giorni, e la National Gallery di Londra è aperta a singhiozzo da mesi per una dura lotta sindacale: nessuno ha gridato che la Francia o l’Inghilterra sono ostaggio dei sindacati. (...)

Non c’è alcun dubbio sul fatto che anche i sindacati abbiano le loro responsabilità nel pessimo funzionamento del ministero per i Beni culturali. Ma è davvero caricaturale dire che in Italia il diritto alla cultura sia negato per colpa dei sindacati. Le biblioteche e gli archivi sono in punto di morte a causa della mancanza di fondi ordinari e di personale, d’estate i grandi musei chiudono perché non c’è l’aria condizionata, nel centro di Napoli duecento chiese storiche sono chiuse dal 1980, due giorni fa è caduto per incuria il tetto della mirabile chiesa di San Francesco a Pisa, dov’era sepolto il Conte Ugolino… E si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Questo immane sfascio non è colpa dei sindacati: ma dei governi degli ultimi trent’anni, nessuno escluso (neanche il presente, che ha appena tagliato di un terzo il personale del Mibact, già alla canna del gas).
Se davvero vogliamo che la cultura (e non solo il turismo più blockbuster) diventi un servizio essenziale, come vorrebbe la Costituzione, allora non c’è che una strada: investire, in termini di capitali finanziari e umani. Quando gli italiani potranno davvero entrare nelle loro chiese, nei loro musei e nelle loro biblioteche (magari gratuitamente, o pagando secondo il reddito), e quando chi ci lavora avrà una retribuzione equa e puntuale, allora avremo costruito un servizio pubblico essenziale. Un traguardo che pare molto lontano, impantanati come siamo in questo maledetto storytelling, che invece di cambiare la realtà, preferisce manipolare l’immaginario collettivo.”

*** Tomaso MONTANARI, storico dell'arte, I veri nemici della cultura nascosti dietro quel decreto, 'la Repubblica', 20 settembre 2015

Link, articolo integrale qui - Sull'argomento vedi anche, in Mixtura, qui

Sempre in Mixtura, vedi 1 altro contributo di Tomaso Montanari qui

giovedì 4 giugno 2015

#TAVOLE #RITAGLI #LINK / Cementificazione italiana (Tomaso Montanari)


Suolo consumato - superficie consumata pro-capite

° ° °


Suolo consumato - km quadrati e percentuale su superficie nazionale

Nemmeno la grande crisi ha fermato l'unica impresa comune nella quale gli italiani delle ultime generazioni sembrano essersi coalizzati: il consumo irreversibile del sacro suolo della patria. Cioè il più evidente dei nostri vari suicidi collettivi.
È questa la più impressionante tra le moltissime notizie contenute dal rapporto 2015 sul consumo di suolo che (...) reso pubblico dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l'Ispra. 
Nel 2014 abbiamo "tombato" col cemento altri duecento chilometri quadrati di suolo: ogni giorno perdiamo 55 ettari, ogni secondo ci giochiamo tra i 6 e i 7 metri quadrati di futuro. In totale il suolo consumato in Italia è arrivato a quota 21mila chilometri quadrati, cioè il 7% del territorio. (...)

Di naturale c'è davvero poco, in questa nostra folle corsa al cemento. I dati dell'Ispra smentiscono, per l'ennesima volta, la presenza di un nesso causale tra edilizia e necessità di abitazioni: in una spirale perversa le città perdono abitanti, ma guadagnano case, vuote e sfitte. E se nel 2014 il suolo consumato per ogni cittadino italiano sembra, per la prima volta, lievemente scendere, non è perché si costruisca di meno, ma è a causa della ripresa demografica, dovuta in grandissima parte all'immigrazione. Come una specie di terribile peccato originale, i "nuovi italiani" si addossano un consumo statistico di suolo davvero impressionante: circa un chilometro quadro a testa! (...)

La battaglia contro il cemento si perde prima nelle leggi corrotte, e poi sul territorio: dipende dall'azione del governo Renzi ciò che leggeremo nel prossimo rapporto Ispra. O il governo invertirà la rotta, o leggeremo che ci siamo suicidati ancora un po'. La scommessa sarebbe facile: ma sul futuro dei nostri figli non si può scommettere. (...)

*** Tomaso MONTANARI, 1971, storico dell'arte, saggista, 50 ettari di cemento al giorno: così il Belpaese asfalta il futuro, 'la Repubblica', 4 maggio 2015

LINK, articolo integrale qui