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venerdì 9 dicembre 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum, come in un 68 rovesciato (Enrico Mentana)

Ora in molti spiegano che Renzi ha perso perché è diventato antipatico, o perché è passato dalla bicicletta al volo di stato. 
Il referendum non è una gara a chi è più simpatico o più austero: quando il tema è generale investe il peso e la caratura delle forze politiche e dei leader. Ti accorgi che un personaggio non ti sta più simpatico quando il suo film ti delude, quando il suo libro si rivela solo un'operazione commerciale, quando nel suo ristorante cominci a mangiar male pagando troppo. Un Renzi impettito e ingrassato e impegnato nei tagli di nastro poteva resistere anni e anni, se avesse risposto alle domande fondamentali che salgono dal profondo della società. La cosa è diventata insopportabile per molti perché nel triennio renziano la loro condizione è rimasta uguale o è peggiorata. 
Da molto tempo batto qui e altrove sulla cecità della politica riguardo allo schiacciamento generazionale della società. I meccanismi fondamentali tutelano all'ingrosso chi già lavora e chi ha lavorato (leggi, concertazione, dialettica sindacale, ammortizzatori sociali). Il ruolo degli ordini e delle corporazioni blinda notai, avvocati, magistrati, docenti universitari, ingegneri, architetti, giornalisti e manager, permettendo loro di lavorare e guadagnare in progressione fino a ben oltre la soglia di pensione dei comuni mortali. La paura di perdere il posto negli anni della crisi ha ulteriormente bloccato il mercato del lavoro, ermeticamente sigillato rispetto ai giovani. Rispetto a questo il più giovane premier della storia repubblicana e il suo governo non hanno fatto praticamente nulla di realmente riformatore. 
E questo stato di cose ha vanificato anche le misure più 'smart' di Renzi: come può gioire alla lunga per gli 80 euro mensili un lavoratore dipendente che ha in casa un figlio disoccupato? Secondo tutte le analisi il voto giovanile ha affossato il Sì referendario: fosse stato per gli ultra sessantenni avrebbe vinto, scendendo fino ai quarantenni avrebbe perso onorevolmente. La frustrazione delle nuove generazioni è la stessa degli insegnanti. Se quella per il lavoro ai giovani è la grande riforma che Renzi non ha fatto, quella della scuola è la riforma che il premier ha voluto e fatto riuscendo nel capolavoro di buttarci quattro miliardi e di scontentare la gran parte dei professori, compresi i nuovi assunti. Un harakiri politico e elettorale, sapendo che gli insegnanti erano la base più ampia del bacino elettorale Pd. 
Come in un 68 rovesciato giovani e insegnanti hanno abbattuto il governo, ma stanno peggio di prima. Chiunque guiderà l'Italia, grillini centrodestra o Renzi stesso, non potrà che partire da qui

*** Enrico MENTANA, giornalista, direttore 'TgLa7', 'facebook', 6 dicembre 2016, qui


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mercoledì 7 dicembre 2016

#LINK / Referendum, quanto ha pesato la disoccupazione (Roberta Carlini)

Due isolette del sì nella marea del no. La mappa di Roma, con le circoscrizioni del centro e dei Parioli baluardo altoborghese del Partito democratico (Pd), assediate dalla valanga dei quartieri dell’ex ceto medio, delle periferie sconfinate, delle zone declinanti come di quelle emergenti, insomma del resto del mondo, potrebbe essere una premessa fin troppo scontata al capitolo più dolente che il risultato del referendum apre per il Pd: la questione sociale, prima ancora che la ragione sociale, della sinistra. “Torna il problema delle periferie per il Pd”, dice l’Istituto Cattaneo guardando ai dati di Bologna.

Non è una cosa nuova, basti pensare al voto recente delle amministrative di aprile, ma anche agli episodi più antichi dell’abbandono del voto operaio per Pci ed eredi, quando esplose la Lega a nord e i metalmeccanici che avevano in tasca la tessera della Fiom votavano per il Carroccio. Ma è nuovo il contesto, al termine di una lunga crisi economica che ha lasciato cicatrici profonde. E nuovo il fatto che si esprima in modo così netto su una questione “alta”, non collegata a schieramenti diretti né a scelte concrete di politica sociale, come le riforme costituzionali: una delle poche su cui, in teoria, i voti di appartenenza si potevano scardinare.

Per questo è importante guardare da vicino i dati sulla distribuzione del voto e la loro correlazione con quelli economici e sociali: (...)

*** Roberta CARLINI, giornalista, saggista, Quanto ha pesato la disoccupazione sul risultato del referendum, 'internazionale.it', 6 dicembre 2016

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Foto di Riccardo De Luca

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martedì 6 dicembre 2016

#LINK / Referendum, forse non bisognava soffiare (Alessandro Gilioli)

«Non credevo che mi odiassero così tanto», è una delle frasi che il presidente del consiglio dimissionario ha consegnato ieri notte a Maria Teresa Meli, del Corriere.

Già: le categorie dell'amore e dell'odio verso una persona - un virus che Berlusconi ha introdotto a tonnellate nel confronto politico - sono diventate nebbia comune negli occhi di molti, poi vento e tempesta. Che si può abbattere anche su chi l'ha provocata.

Eppure qualcuno ha votato sulla Costituzione, domenica - quorum ego - quindi ieri sera era semplicemente contento che la maggioranza degli italiani avesse deciso di mantenerne intatto l'impianto. (...)

*** Alessandro GILIOLI, giornalista e saggista, Forse non bisognava soffiare, blog 'piovono rane', 5 dicembre 2016

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#LINK / Referendum, l'imprevisto (Ida Dominijanni)

L’imprevisto è il sale della politica: quello che all’improvviso la costringe a fare il salto da ciò che c’è a ciò che può essere, ridandole per ciò stesso vita e senso. Diciotto e passa punti di scarto fra il no e il sì alla riforma governativa della costituzione non se li aspettava nessuno, né fra chi aveva scelto il sì né fra chi aveva scelto il no. Che questa sorpresa sia la molla per un salto di immaginazione politica è l’augurio del day after che dobbiamo farci tutti, rispondendo con la fiducia nella democrazia a chi insiste tristemente a vederci un salto nel buio.

Bisogna andare con la memoria molto indietro nel tempo, forse ai referendum sul divorzio e l’aborto, per trovare dei precedenti a un no di tale chiarezza e tale potenziale forza propulsiva. Inutile e nevrotico, invece, leggerlo con in mano il pallottoliere delle sigle di partito, delle minoranze di partito, dei transfughi di partito, dei “fronti” coerenti o incoerenti. È un no di popolo che ha respinto lo stravolgimento della costituzione, la retorica da cui è stato accompagnato, il metodo con cui è stato tentato, e non ultimo il coro dell’establishment economico e mediatico che l’ha sostenuto. Soprattutto, è un no che respinge con la pratica della partecipazione una riforma tutta tarata sulla fine della partecipazione. E con il peso di una eclatante maggioranza il tentativo di riscrivere il patto fondamentale in base alle convenienze di una minoranza di governo. (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, L'imprevisto, 'internazionale.it', 5 dicembre 2016

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lunedì 5 dicembre 2016

#VIGNETTE / Post-Referendum (Biani, Natangelo)

Mauro BIANI
'il manifesto', 5 dicembre 2016

° ° °
NATANGELO
'il Fatto Quotidiano', 5 dicembre 2016

#SPILLI / Un tracollo, e l'hybris degli antichi greci (M. Ferrario)

Così come, anche facendo il mio mestiere di consulente e formatore per quarant'anni, ho sempre rifiutato la convinzione insulsa che "il cliente ha sempre ragione", da sempre ripeto che il voto (la maggioranza) decide, ma non assegna la ragione. E basta guardare alla storia per capire come questo sia vero: almeno da Barabba in poi. 
Tuttavia, credo sia indubbio che se il popolo non ha sempre ragione, ha sempre delle ragioni. E talvolta, queste ragioni sono talmente forti e giustificate che coincidono con la ragione.

Penso sia questo il caso. 
E lo dico senza retorica e, ancor più, senza occhieggiare alla demagogia: due atteggiamenti e comportamenti di cui non so dire quale mi infastidisca di più.

Tutto avrebbe dovuto concludersi sul filo di lana, con una vittoria risicata degli uni o degli altri. 
Invece è stato un tracollo. 
Il referendum, trasformato in plebiscito da chi ha voluto puntare tutto su se stesso prendendo l'Italia per un tavolo da gioco e gustandosi per due anni l'adrenalina dell'uomo solo (al comando) contro tutti, ha schiantato una politica e il suo autore. 

Con queste dimensioni, impensabili fino alle 23 di ieri sera, il voto evidentemente non è stato solo 'per' la messa in sicurezza della Costituzione del 48 e 'contro' una proposta di riforma politicamente pericolosa e tecnicamente assurda, ma anche (ancor più) 'contro' un premier tracotante.
Gli antichi greci temevano l'hybris: noi finalmente abbiamo scoperto che c'è un limite a tutto: narcisismo, prepotenza, fanfaronate, vuotezza, retorica, falsità, patacche, spaccio di progetti paradisiaci, negazione della realtà in nome di un ottimismo beota... 

E' stato, formalmente, un voto sì-no: avrebbe dovuto essere limitato alla Costituzione. 
Ma, se così non è stato, non è certo responsabilità di chi ha partecipato in massa al voto, ma di chi, in questi due anni, ha prodotto questa forzatura, con un tentativo di 'distrazione di massa' che oggi si rivela non riuscito e che addirittura si è trasformato in boomerang.

Adesso, la maggioranza che ci ha portato sin qui (sin qui in tutti i sensi), ha l'onere di assolvere agli impegni improrogabili che devono essere completati (come la legge di bilancio) e di accompagnare il Paese, il più presto possibile, verso nuove elezioni. 
Per quel momento si dovranno mettere in campo proposte, programmi e persone che, sperabilmente, ci portino fuori dal berlusconismo-renzismo di questi anni.

Sarà, ovviamente, difficilissimo: per le condizioni di divisione e disfacimento in cui siamo (le pulsioni xenofobe di destra, l'assenza di una sinistra, il velleitarismo dei 5Stelle, le prevedibili reazioni del mondo renziano). Ma fare questo si chiama politica. 
E magari, facendo questo, si potrebbe ritrovare pure un po' di Politica.

*** Massimo Ferrario, Un tracollo, e l'hybris degli antichi greci, per Mixtura

domenica 4 dicembre 2016

sabato 3 dicembre 2016

venerdì 2 dicembre 2016

#LINK / Referendum costituzionale, triste il sì di Prodi (Tomaso Montanari)

Veniamo al nocciolo della questione. Se vince il Sì il governo (qualunque governo) sarà più forte, e i cittadini conteranno di meno. La riforma punta tutto sulla diminuzione della partecipazione, e sulla autoreferenzialità della classe politica. Come ha scritto don Ciotti, chi ha voluto questa "nuova" Costituzione vede "la democrazia come un ostacolo", e il bene comune come "una faccenda in cui il popolo non deve immischiarsi".

Come siamo arrivati a questo? La risposta è tutta racchiusa in una singola parola: diseguaglianza. Secondo il rapporto annuale Istat del 2016, l'Italia è il paese in cui - tra 1990 e 2010 - la diseguaglianza sociale è aumentata di più. In assoluto: "tra tutti i paesi per i quali sono disponibili i dati". È quello che succede in tutto l'Occidente: pochi ricchi sono sempre più ricchi, mentre si allarga la fascia degli impoveriti e la classe media non arriva agevolmente alla fine del mese. Come ha scritto il premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz, "la stragrande maggioranza sta soffrendo insieme, mentre i pochi in cima alla scala sociale - l'1% - stanno vivendo una vita diversa".

Ma quando la diseguaglianza arriva a questi livelli, l'establishment ha un problema: la democrazia. (...)

*** Tomaso MONTANARI, 1971, storico dell'arte, vicepresidente di 'Libertà e Giustizia', Perché il Sì di Romano Prodi è molto triste, 'L'Huffington Post', 1 dicembre 2016
https://it.wikipedia.org/wiki/Tomaso_Montanari

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mercoledì 30 novembre 2016

#SPILLI / Il 'bigliettino', Renzi e la proposta di riforma costituzionale (M. Ferrario)

Dunque: a questo punto, grazie a un falso coniglio tirato fuori dal cappello a 5 giorni dal voto referendario, il 4 dicembre non si voterà più soltanto sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi, ma anche su un 'bigliettino', mai visto dal cittadino comune, eppure sottoscritto da quattro dirigenti Pd (tra cui l'ex esponente della minoranza Cuperlo). 

Tale bigliettino (non si sa se controfirmato da Renzi, il quale comunque se lo è solo venduto come accordo raggiunto durante l'ultima immancabile Leopolda) verrà sottoposto (pare), dopo il referendum, agli organi del Pd e alle altre forze politiche perché dicano di sì, tra l'altro, alla 'promessa', dentro contenuta, di approvare una legge che consenta ai cittadini di votare i consiglieri regionali da eleggere per il nuovo Senato. 
"Campa cavallo", direbbe la nonna. Ma sarebbe senz'altro volgare e irrispettosa: verso i quattro stimabili signori del patto privato, verso tutte le forze politiche che saranno coinvolte nell'analisi del bigliettino e nella sua (eventuale, possibile) declinazione in proposta di legge, nonché, ancor più, verso la materia delicata della Costituzione che, come continuiamo a vedere, viene appunto tanto delicatamente affrontata dai rottamatori attuali.

Al di là del futuro tutto da definire, resta certo che questa promessa, contenuta nel bigliettino firmato dai quattro signori in un libero patto privato, non è propriamente in linea con la proposta di riforma costituzionale, già approvata in Parlamento e ora sottoposta al voto dei cittadini.
La suddetta proposta, infatti, prevede espressamente all'art 57, come a suo tempo peraltro ripetutamente vantato dai promotori, che «i Consigli Regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori fra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, fra i sindaci dei comuni dei rispettivi territori». 
Cioè (almeno per chi capisce l'italiano): i cittadini non eleggeranno più direttamente i futuri senatori (come oggi avviene), ma i senatori verranno eletti dai consiglieri regionali.

Invece, questo evidente contrasto fra bigliettino e proposta di riforma, almeno per Renzi firmatario della proposta stessa, non esiste e chi ne solleva la presenza viene accusato di dire il falso: i cittadini, secondo il bigliettino ormai da considerare parte integrante dell'oggetto del referendum costituzionale, se voteranno Sì e riusciranno a far 'passare' la riforma, devono sapere che potranno continuare a eleggere i senatori come oggi. 
In base al bigliettino, naturalmente, perché la proposta di riforma afferma invece che saranno i consiglieri regionali a eleggere i senatori.

Tutto chiaro?
Certamente. E' nella linea della riforma costituzionale chiarire, semplificare, snellire. E dunque affiancare il valore di un bigliettino privato al valore di una legge che, se approvata, avrà forza costituzionale un po' superiore a un patto tra privati, è cosa più che ammissibile: ce lo dice Renzi. 
Il bigliettino è un impegno: e come si può non credere a un impegno?
E poi è un impegno di Renzi. E di Renzi c'è da fidarsi.

Vero. 
C'è da fidarsi.
Come quando diceva che mai sarebbe andato al governo senza passare dalle urne.
E come quando diceva al suo predecessore di 'stare sereno' perché mai gli avrebbe soffiato il posto.

*** Massimo Ferrario, Il 'bigliettino', Renzi, la proposta di riforma costituzionale, per Mixtura

#LINK / Referendum, il Sì che chiude e il No che apre (Ida Dominijanni)

Meno cinque al fatidico 4 dicembre, e stando a quel che passano governo e mezzi d’informazione non è chiaro su che cosa stiamo per andare a votare. Sul governo? Sullo spettro a 5 stelle che incombe? Sullo spread? Sui diktat dei mercati? Sui desiderata della Bce, di Angela Merkel, di Marchionne, del Financial Times, dell’Economist? Sull’eterogeneità dell’“accozzaglia” per il no e sulla rassicurante omogeneità della coalizione Renzi-Verdini per il sì? Sul precipizio oscurantista e il “rigor mortis” – giuro che l’ho letto – in cui ci butterebbe il no e sul sol dell’avvenire che risorgerebbe con il sì? Sul tripudio che ci prende ascoltando le istruzioni per il voto di Vincenzo De Luca, che il governo premia invece di scomunicarlo e che i talk titillano perché lui è fatto così e un po’ di political uncorrectness stile Trump anche in Italia non guasta?

Mai un voto, a mia memoria, è stato sottoposto a pressioni così esagitate, improprie e depistanti: più che una campagna referendaria sembra una nobile gara a chi ci tratta meglio da stupidi.  (...)

*** Ida DOMINIJANNI, giornalista, Il Sì che chiude, il No che apre, 'internazionale.it', 29 novembre 2016

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sabato 26 novembre 2016

#LINK / Referendum, il voto degli italiani all'estero (internazionale.it)

In occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre sono emerse diverse polemiche legate al voto degli italiani che vivono all’estero. Le critiche riguardano principalmente i costi e la sicurezza del voto per corrispondenza. Il comitato del no al referendum ha già annunciato che, in caso di vittoria del sì, presenterà un ricorso legato proprio ai voti degli italiani all’estero.

Com’è nato il voto degli italiani all’estero. (...)
Come funziona il voto dall’estero. (...)
Quanti sono gli italiani che votano all’estero. (...)
Perché il comitato del no propone un ricorso. 
I casi contestati. (...)
Il testo Ravaglia e le possibili soluzioni. (...)

*** internazionale.it, Perché si parla molto del voto degli italiani all'estero, 25 novembre 2016

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martedì 22 novembre 2016

#RITAGLI / Italia, referendum, l'amicizia con Sciascia (Andrea Camilleri)

A guardare l’Italia ridotta così, mi sento in colpa. Avrei voluto fare di più, impegnarmi di più. Nel Dopoguerra ci siamo combattuti duramente, ma avevamo lo stesso scopo: rimettere in piedi il Paese. Oggi quello spirito è scomparso. 

[D: Renzi non è un buon presidente del Consiglio?]
No. È un giocatore avventato e supponente. Mi fa paura quando racconta balle: ad esempio che il futuro dei nostri figli dipende dal referendum. Mi pare un gigantesco diversivo per realizzare un altro disegno. 

[D: Quale?]
Mi sfugge, ma c’è». 

[D: Al referendum andrà a votare?]
Pur di votare No mi sottoporrò a due visite oculistiche, obbligatorie per entrare nella cabina elettorale accompagnato. Io le riforme le voglio: il Senato deve controllare la Camera, non esserne il doppione. Ma questa riforma è pasticciata. E non ci consente di scegliere i nostri rappresentanti. 

[D: Spera nei Cinque Stelle?]
Non mi interessano. Non ci credo. Mi ricordano l’Uomo Qualunque: Grillo è Guglielmo Giannini con Internet. Nascono dal discredito della politica, ma non hanno retto alla prova dei fatti: Pizzarotti è stato espulso dal movimento; la Raggi non mi pare stia facendo grandi cose.

[D: Se vince il No cosa succede?]
Entra in campo Mattarella. Che si comporterà bene; perché è un gran galantuomo. (...)

Leonardo Sciascia era di un anticomunismo viscerale. Eravamo molto amici, ma abbiamo litigato come pazzi. Nei giorni del sequestro Moro lui e Guttuso andarono da Berlinguer e lo trovarono distrutto: Kgb e Cia, disse, erano d’ accordo nel volere la morte del prigioniero. Sciascia lo scrisse. Berlinguer smentì, e Guttuso diede ragione a Berlinguer. Io mi schierai con Renato: era nella direzione del Pci, cos’altro poteva fare? Leonardo la prese malissimo: “Tutti uguali voi comunisti, il partito viene prima della verità e dell’amicizia!“.
Un’altra cosa non mi convinceva di Sciascia. Nei suoi libri a volte rendeva la mafia simpatica. A teatro gli spettatori applaudivano, quando nel Giorno della civetta don Mariano distingue tra “uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà“. Leonardo mi chiedeva: ma perché applaudono? “Perché hai sbagliato” gli rispondevo. Altre volte rendeva la mafia affascinante. “Lei è un uomo” fa dire a don Mariano. Ma la mafia non ti elogia, la mafia ti uccide; per questo di mafia ho scritto pochissimo, perché non voglio darle nobiltà. Eppure a Leonardo ho voluto un bene dell’anima. Andavo di continuo a rileggere i suoi libri. Per me erano come un elettrauto: mi ricaricavano.

*** Andrea CAMILLERI, 1925, scrittore, sceneggiatore, regista, intervistato da Aldo Cazzullo, "Gli scontri con Sciascia, la vita da cieco e il No al referendum, 'Corriere della Sera', 18 novembre 2016

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domenica 6 novembre 2016

#SPILLI / Referendum e trucchetti, a proposito di vergognarsi (M. Ferrario)

«Ci dicono di vergognarci per Verdini e Alfano con noi nel Sì. Ma loro stanno con Casa Pound e Brunetta». 
(Matteo RENZI, intervento alla Leopolda, 4 novembre 2016, 'la Repubblica', 5 novembre 2016).

Mi permetto di rilevare una dimenticanza: il No sta anche con Anpi e Cgil. 
Ma non è questo il punto importante. 

Quel che conta, invece, è la (miserevole) osservazione di Renzi: peraltro già sentita da una sua ministra. 
L'osservazione-battuta, infatti, o manca di logica, capace di analizzare e capire i dati di realtà, oppure è frutto di consapevole malafede. 

Poiché in genere preferisco gli 'et-et' agli 'aut-aut' e poiché credo di conoscere certi comportamenti di 'politichetta' attuale, propenderei per dire che l'uscita del cosiddetto premier somma superficialità a disonestà intellettuale. 
Infatti - da sempre, dappertutto - chi vota contro può trovarsi dentro un'aggregazione casuale di oppositori, tenuti insieme soltanto dal filo di una comune scelta contraria alle decisioni della maggioranza. 

In passato, ad esempio, in Italia, comunisti e fascisti, in Parlamento, hanno quasi sempre condiviso lo stesso voto contrario rispetto all'allora Dc e soci, senza necessariamente condividere, tra loro, le stesse ragioni e mantenendo, tra loro, anni luce di distanza in termini di visione e ideali. 
Nessuno ha mai seriamente sostenuto che comunisti e fascisti fossero alleati. Perché condividere un voto non equivale, ovviamente, a stringere un'alleanza: di pensiero, valori, obiettivi, programmi. 

Invece, Renzi, Verdini e Alfano 'sono' un'alleanza. E i primi due addirittura, insieme con 'madre' Maria Elena Boschi, sono 'padri' (per ora solo eventuali e potenziali) della nuova Costituzione, avendo scritto insieme il testo della riforma sottoposta a referendum. 

Confondere le cose (una aggregazione casuale con una alleanza consapevole) è un trucchetto per anime candide: messo in piedi da anime meno candide.

Io voterò No. A testa alta. 
Dunque senza neppure un'ombra di imbarazzo e men che meno di vergogna.

*** Massimo Ferrario, Referendum e trucchetti, a proposito di vergognarsi, 'facebook', 5 novembre 2016, qui

mercoledì 26 ottobre 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum costituzionale, ma la credibilità è un fatto (Giulio Cavalli)

Ci vuole un gran fegato nel proporre una riforma costituzionale: significa essere convinti di avere lo spessore politico e morale di impugnare la penna in un testo che è costato sangue e richiede la convinzione di essere legittimati a un’operazione che avrebbe il dovere di unire un Paese che è sempre più diviso, crepato finanche nelle istituzioni e rabbioso. Questo non significa che la Costituzione sia sacra, no: la Carta Costituzionale è la legge madre delle leggi dello Stato e in quanto tale può essere migliorata. Di più: deve essere migliorata poiché il compito della politica, quella vera, è di alimentare e sintetizzare un continuo dibattito che tenda al meglio, alla limatura continua al passo dei tempi e delle esigenze.

La contrapposizione tra riformisti e conservatori nel prossimo referendum sulla riforma costituzionale Renzi-Boschi è un falso: qui c’è uno schieramento innamorato del feticcio del cambiamento per il cambiamento da una parte e chi invece crede che sia meglio il niente (ora, così) piuttosto che un “peggio di niente”. Poi di contorno ci sono di resto coloro che cavalcano il referendum per zuffe di partito o per spodestare il governo di turno ma questi ora non ci interessano.

Però nel minestrone del populismo e della strumentalizzazione la credibilità non c’entra. La credibilità di chi propone questa riforma è un fatto politico. La compagine di chi ha tessuto le trame di questa proposta di riforma (oltre che il modo) è un elemento caratterizzante e indicativo: in una democrazia parlamentare così tanto interferita dall’Europa finanziaria, un governo non è legittimato semplicemente dai banchi che si trova ad occupare. Troppo facile, no. Se una maggioranza si propone come elemento riformatore (se non addirittura stravolgente) in tema di Costituzione ha il dovere di farsi giudicare nella sua composizione.

Renzi e Verdini (ma anche Alfano ministro dell’Interno e la Pinotti ministra della guerra e la Lorenzin ministra alla riproduzione) sono connotazioni importanti: è la differenza tra chi vota no alla riforma “come” e questi che scrivono la riforma “con”. Per questo non dobbiamo avere remore nel giudicare la credibilità di questa strampalata ciurma: la credibilità è un fatto. Di merito. E va discussa dappertutto: nei banchetti, negli incontri, casa per casa.

*** Giulio CAVALLI, scrittore, giornalista, Ma la credibilità è un fatto, 'possibile', 24 ottobre 2016, qui


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sabato 22 ottobre 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum, gli inganni del Sì (Adriano Prosperi)

La domanda a cui si deve rispondere è ingannevole: col Sì non ci sarebbe la fine del bicameralismo, visto che il Senato futuro sarebbe una strana accozzaglia di membri e di poteri destinata a creare solo problemi (oltre a risolvere con l'immunità le pendenze giudiziarie di amministratori locali disonesti). E non parliamo della promessa di tagliare le spese della politica, che ha un tono populistico e riguarda un risparmio ridicolo a fronte della necessità democratica di avere rappresentanti eletti dal popolo adeguati nel numero e nella gamma politica alle tante differenti realtà di un paese complicato e disuguale per ragioni storiche e sociali come l'Italia. 

C'è poi il nodo tra nuova Costituzione e legge elettorale "Italicum": un nodo voluto e deliberato, che non è stato sciolto quando si doveva farlo e forse  non lo sarà mai. Le promesse attuali sono un altro inganno. Chi ha impostato la riforma della Costituzione – cioè Renzi che ne è il responsabile e il beneficiario in prima persona – ha concepito il disegno di garantirsi mani libere per l'intera prossima legislatura 

Mani libere significa la tendenziale depressione della democrazia in un paese come l'Italia che ne conserva un buon patrimonio di tradizioni e di forme di partecipazione. La breve durata dei governi passati è stata dovuta alla durezza dei condizionamenti esterni e interni, nazionali e internazionali, del partito di maggioranza relativa e del principale partito d'opposizione, ma anche alla vitalità democratica degli italiani che è invece la cosa che si vorrebbe eliminare (e in questo senso il passo più micidiale è stato fatto dal governo Monti con l'inserimento in Costituzione dell'obbligo del pareggio di bilancio che, da solo, ha cancellato il fondamento stesso della Costituzione – il diritto al lavoro). 

Una sola osservazione sulla campagna in corso: la sua deliberata drammatizzazione la sta trasformando in un gioco di massa – una distrazione di massa. Col risultato di fare il gioco di chi possiede quasi tutte le fiches, cioè i canali televisivi. Per questo, personalmente, preferisco abbassare la voce.

*** Adriano PROSPERI, 1939, storico, giornalista, Referendum: gli inganni del Sì, 'MicroMega online', 19 ottobre 2016, qui


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venerdì 14 ottobre 2016

#SPILLI / Referendum costituzionale, ma questa riforma non è stata chiesta dai cittadini (M. Ferrario)

Sono andato a rileggermi il documento-base su cui il Pd, con gli alleati dell'epoca, ha chiesto il voto e vinto, sia pure di misura, le elezioni del 2013 (29,55% dei votanti alla coalizione).

Enrico Letta, prima, e Matteo Renzi, dopo, sono stati e sono al governo grazie al voto raccolto con 'quel' programma, di cui era leader, consacrato dalle primarie, Pierluigi Bersani.

In nessuna riga di 'quella Carta di intenti' si accennava alla possibilità di proporre una riforma costituzionale che, rottamando 47 articoli su 139 della Costituzione, operasse quegli stravolgimenti realizzati dalla riforma Renzi-Boschi, sulla quale saremo chiamati a votare nel prossimo referendum di dicembre.
Anzi: si diceva che la Costituzione italiana resta "tra le più belle e avanzate del mondo" e che "il suo progetto di trasformazione" è "per buona parte ancora da mettere in atto".

Chi segue la politica, se è intellettualmente onesto, lo sa. 
La maggioranza, che non la segue, così come può credere - perché qualcuno glielo fa credere - che da 70 anni si attende la revisione della Costituzione e che i costituenti, già prima ancora di approvarla il 22 dicembre 1947, auspicassero un suo superamento, altrettanto può essere convinta che la riforma oggetto di referendum sia stata promessa dal Pd, e dai suoi alleati, durante la campagna elettorale e gli elettori, votando partiti e coalizione, abbiano detto sì agli impegni assunti.

Ovviamente, non è così. 
Ecco quanto si diceva nel 2^ paragrafo del documento di quella alleanza dei Progressisti di cui il Pd era attore principale, sotto il titolo 'Democrazia':
«Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. (...) 
La sola vera risposta al populismo è la partecipazione democratica. La crisi della democrazia non si combatte con “meno” ma con “più” democrazia. Più rispetto delle regole, una netta separazione dei poteri, una vera democrazia paritaria e l’applicazione corretta e integrale di quella Costituzione che rimane tra le più belle e avanzate del mondo. Siamo convinti che il suo progetto di trasformazione civile, economica e sociale sia vitale e per buona parte ancora da mettere in atto.» 
(Patto dei democratici e dei progressisti, Carta d'intenti, L'Italia Giusta. Per la ricostruzione e il cambiamento, 31 luglio 2012, qui)

Quanto sopra sarebbe bene non venisse dimenticato, anche solo per dare 'alla' storia ciò che è 'nella' storia.

Così come, sempre per precisione storica, è utile ricordare che il "Pacchetto Riforme", di cui la riforma costituzionale è parte (insieme - ma non solo - con la legge elettorale detta Italicum), più che chiesto dai cittadini, è stato ostinatamente voluto dal Presidente, oggi emerito, Giuseppe Napolitano, come condizione per l'accettazione del suo secondo mandato presidenziale (evento accaduto per la prima volta nel corso della Repubblica e non previsto dalla Costituzione), e ancor più ostinatamente perseguito sino ad oggi, con massimo investimento personale giocato in chiave di aut-aut ("o mi dite di sì o me ne vado"), da Matteo Renzi, vincitore delle ultime primarie Pd, ma mai eletto in occasione di elezioni politiche.

Tra parentesi, anche nel documento congressuale di Matteo Renzi per le primarie dell'8 dicembre 2013, intitolato 'Cambiare verso' (qui), al contrario di quanto sostiene la ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, nessun accenno viene fatto alla volontà del neo-segretario Pd, se eletto,  di contribuire  alla riforma della Costituzione.

Dichiara infatti Maria Elena Boschi per sostenere il consenso alla sua riforma:
«Sento molti pareri favorevoli non solo da parte dei professori ma anche fra i cittadini e gli elettori del Pd. Abbiamo ascoltato Regioni, Comuni, parti sociali, autorevoli costituzionalisti e il giudizio complessivo è positivo. Il Pd la scelta sul Senato l’ha già fatta. E non ha mica deciso Matteo Renzi da solo, hanno scelto milioni di elettori del Pd che hanno votato alle primarie un programma chiaro in cui era scritto che se avessimo vinto noi avremmo superato il bicameralismo perfetto con un Senato delle autonomie dove sarebbero stati presenti i presidenti delle Regioni e sindaci, senza senatori eletti e senza indennità e senza potere di fiducia sul governo […]. Quindi, almeno per chi fa parte del Pd, sarebbe utile rispettare le decisioni prese da milioni di elettori democratici». (Maria Elena Boschi, 31 marzo 2014, citata in Duccio Facchini, Le ragioni del no, Altreconomia, 2016)

Così non è: "milioni di elettori democratici" non hanno deciso ciò che ora gli si fa credere di aver deciso.

Nel documento-programma cui la ministra fa riferimento non compaiono termini come “Senato”, “bicameralismo”, “autonomie” o “indennità”. Si fa cenno alla parola “Costituzione” solo in un unico caso, non per proporre l'abolizione del bicameralismo o il cambio della forma di governo, ma per indicare la necessità di “aprire una discussione di merito sulla riforma del Titolo V, che ha dato troppi poteri alle Regioni”. Nulla di più (vedi anche Duccio Facchini, Le ragioni del no, Altreconomia, 2016).
Dunque, se "la revisione del titolo V della parte II della Costituzione" è uno dei 5 punti del progetto di riforma Ranzi-Boschi, che ha un qualche riferimento 'evocativo' nel documento Renzi delle primarie, gli altri 4 punti ("disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario", "riduzione del numero dei parlamentari", "contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni", "soppressione del Cnel": come recita anche il quesito referendario indicato in scheda, peraltro discutibile nella sua formulazione 'poco neutrale') sono tutti aggiunti e 'calati dall'alto', in linea con  la volontà di un "uomo solo al comando" e dei suoi fan.

Intendiamoci: è già discutibile che un gruppo politico dirigente proponga 'grandi progetti' non previsti nel programma con cui si è presentato alle urne, o alle primarie di partito o di coalizione: ci si potrebbe chiedere, infatti, in questo caso, a cosa serva un programma da sottoporre ai cittadini. 
E' però, a mio avviso, ancor più inconcepibile e grave che si gabelli per 'richieste del popolo' richieste che dal popolo non vengono e che il popolo, nel momento in cui ad esso ci si è rivolti per raccogliere il voto, non ha sottoscritto, avendo firmato, se mai, ben altro (come ad esempio: il rifiuto delle "virtù prodigiose di un uomo solo al comando").

*** Massimo Ferrario, Referendum costituzionale, ma questa riforma non è stata chiesta dai cittadini, per Mixtura

domenica 25 settembre 2016

#SENZA_TAGLI / Referendum, quesito vuoto e fuorviante ma bisognava pensarci prima (Giuseppe Civati)

Con Andrea Pertici abbiamo ricostruito il percorso che ha portato alla formulazione del quesito referendario di cui si parla molto in queste ore.
Tutta la discussione sulla scheda del referendum costituzionale prossimo venturo, in corso da qualche ora, è la solita tempesta in un bicchier d’acqua. Oltre a rappresentare un ulteriore esempio di discussione tardiva, come quasi tutte quelle che vengono fatte.

L’art. 16 della legge n. 352 del 1970 ci dice che «il quesito da sottoporre a referendum  consiste nella formula “Approvate il testo della legge di revisione dell’articolo (o degli articoli…) della Costituzione, concernente… (o concernenti…), approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale numero… del …?»; ovvero: «Approvate il testo della legge costituzionale … concernente … approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero… del …».
Poiché l’attuale legge è sì di revisione di numerosi articoli della Costituzione, ma introduce anche disposizioni ulteriori, essa rientra nella seconda ipotesi, per la quale dopo il «concernente» si introduce il titolo della legge approvata dalle Camere.
Così nel 2006 il quesito era: «Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente “Modifiche alla Parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005?» e nel 2001 «Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione" approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 2001?».
Ora, la legge costituzionale approvata lo scorso aprile, come noto, è stata proposta dal Governo (che ne ha guidato – con una maggioranza blindata, anzi costretta tra i famosi quattro paletti – tutta la fase di approvazione) con il titolo “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione”.

Il quesito, quindi recherà questo titolo.

Chi si “indigna” ora per un titolo che strizza troppo l’occhio alla demagogia poteva pensarci prima. Alcuni lo avevano fatto e ci permettiamo di ricordare che siamo tra questi. In ogni caso non rimarrà che spiegare che quel titolo è vuoto e fuorviante, come risulta pezzo per pezzo. Infatti:
a)      il “superamento del bicameralismo paritario” non significa nulla tante sono le modalità con cui questa può avvenire. Peraltro il superamento del bicameralismo perfetto complica il sistema allontanandosi dall’ipotesi più semplice del monocameralismo;
b)      la “riduzione del numero dei parlamentari” è una mezza verità. I “parlamentari” infatti sono “deputati” e “senatori”, come specificato sempre nella Costituzione, e se i secondi sono ridotti a prezzo della sottrazione della loro elezione ai cittadini per affidarla ai consiglieri regionali, i primi – pari al doppio dei secondi – non diminuiscono neppure di un’unità;
c)      il “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni” praticamente non c’è secondo conti fatti dalla stessa Ragioneria generale dello Stato, che li quantifica al massimo in una sessantina di milioni;
d)      la “soppressione del CNEL” è l’unica voce precisa, ma tutti devono sapere che questa sarebbe generalmente condivisa e che non si può votare una riforma così ampia perché si vuole cambiare un solo articolo;
e)      la “revisione del titolo V” è un’espressione vuota che può voler dire tutto e il contrario di tutto. E nel caso di specie si risolve nella ennesima complicazione dei rapporti tra lo Stato e le Regioni, secondo modalità che riaccenderanno il contenzioso di fronte alla Corte costituzionale, ridottosi negli ultimi anni.

In sostanza per cambiare il titolo è tardi, per spiegarlo c’è ancora tempo.

*** Giuseppe CIVATI, politico, leader di 'Possibile', Tutto quello che avreste voluto sapere sul quesito referendario, 'ciwati.it', 23 settembre 2016, qui


In Mixtura altri 3 contributi di Giuseppe Civati qui

giovedì 9 giugno 2016

#VIDEO / Referendum Costituzionale, perché NO (Ugo De Siervo)


Ugo DE SIERVO, presidente emerito della Corte Costituzionale
Perché NO al Referendum costituzionale
intervista di Giovanni Floris, 'Di Martedì', 'La7'
pubblicato da Possibile, 8 giugno 2016
video 13min27

Ugo De Siervo, Presidente emerito della Consulta, elenca le ragioni del “NO” al Referendum Costituzionale durante la trasmissione DiMartedì. Il Senato non viene abolito, i costi della politica non vengono ridotti, e viene fatta con una maggioranza semplice ricorrendo al referendum: "così facendo si distrugge il concetto di Costituzione".
(dalla presentazione)