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giovedì 4 marzo 2021

#SPOT / Non lo so (Vera Gheno)

Vera GHENO, sociolinguista
facebook, 1 marzo 2021, qui

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domenica 3 gennaio 2021

#LINGUA_ITALIANA / Il 'neostandard' italiano (Vera Gheno)

 Al di là di quanto studiato a scuola, insomma, il parlante tenderà [nella sua lingua di tutti i giorni] a non usare costrutti, parole, tempi e modi verbali, congiunzioni ecc. complessi e sentiti in qualche modo come poco utili o poco economici. 
Questo fenomeno diviene evidente tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, tanto che negli Ottanta i linguisti sentono il bisogno di portare a sistema queste novità, che non potevano più essere considerate semplicemente una deviazione dalla norma, data la loro enorme diffusione nella lingua realmente usata dalle persone. 
Questo «nuovo italiano», che non corrisponde perfettamente alla norma studiata a scuola (fondamentalmente uguale a sé stessa da secoli), ma che ormai non si può dire sbagliato, viene definito italiano neostandard da Gaetano Berruto, dell’uso medio da Francesco Sabatini e tendenziale da Alberto Mioni. 

Comunque si decida di chiamarlo, il «nuovo standard» comprende fenomeni come la semplificazione del sistema verbale, con caduta in disuso di tempi come il trapassato remoto o il futuro anteriore, l’impiego del presente pro futuro (come in "domani vado" invece di "domani andrò") o dell’imperfetto di cortesia ("volevo del pane" invece di "vorrei del pane") o, ancora, dell’indicativo al posto del congiuntivo ("penso che è una buona idea"); la semplificazione del sistema pronominale, con lui, lei e loro come soggetto invece di egli, ella, essi (chi è che impiega mai egli «dal vivo», in una conversazione reale, fuori dall’astrazione dell’ambiente scolastico?); l’oblio delle congiunzioni più complesse come affinché, acciocché, poiché, tutte tendenzialmente sostituite da perché. In più, emerge una serie di fenomeni tipici del parlato, come le dislocazioni a destra e sinistra ("il biglietto l’ho preso ieri") o il riflessivo apparente ("mi bevo un caffè") o quel "ci" che non si sa mai come scrivere ("ci ho fame/c’ho fame"). Forse l’esempio più noto di italiano neostandard, che nonostante la sua diffusione fa tuttora venire i brividi alle persone più sensibili, è il testo della canzone Ragazzo fortunato di Lorenzo Jovanotti Cherubini, che contiene versi come "sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno" (un bell’esempio di "che polivalente", laddove sarebbe piú corretto "non c’è niente di cui ho bisogno") oppure "a me mi fai impazzire" (il già discusso pleonasmo, in realtà comunissimo nel parlato: "mi fai impazzire" ha sicuramente un impatto molto differente, non comunica lo stesso pensiero nello stesso modo). 

Che cosa pensiamo di questo neostandard? Per molti è indigeribile: che si avallino queste devianze dalla norma è visto come una specie di «alto tradimento» nei confronti della «bella lingua». Per i linguisti è segno della vitalità dell’italiano, del fatto che finalmente sia usato da una grande quantità di parlanti. Certo, è un problema se una persona non riesce a elevarsi da questo livello di uso della lingua ad altri più formali; per ora, diciamo che l’affermarsi del neostandard mostra, senza ombra di dubbio, che l’italiano è diventato la lingua degli italiani, e che questo ha provocato una serie di cambiamenti molto veloci resi ancora piú evidenti dal fatto che per secoli la lingua dove il sì suona era rimasta di fatto imbalsamata, non sfruttata pienamente. 

Occorre ricordare, ci piaccia o meno, che le lingue non sono solitamente create a tavolino, e che il sistema della norma, pur dovendo senz’altro molto alle indicazioni dei linguisti, si realizza prima di tutto tramite l’uso vivo delle persone, come si è già detto.

*** Vera GHENO, sociolinguista, Potere alle parole, Einaudi, 2019, estratto da facebook, 2 gennaio 2021, qui


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mercoledì 18 novembre 2020

#LINGUA_ITALIANA / Ma che significa che il ruolo è neutro? (Vera Gheno)

"Eh ma io dico rettore perché il ruolo è neutro".

Il.ruolo.è.neutro.

Cosa vuol dire, esattamente? E maestra, regina, segretaria, operaia, cassiera, infermiera o uno qualunque di tutti i ruoli e mestieri che decliniamo normalmente al femminile, in che cosa differiscono da rettrice o ministra o ingegnera?
Chi eccepisce in questo modo, di solito pensa di dire una cosa scientificamente sensata: eh, il ruolo è neutro... Ma raramente si sofferma sul vero senso delle proprie parole.

Certo che il ruolo, quando se ne parla in maniera astratta, può essere nominato per brevità al maschile: il ruolo di re, il compito del professore, i doveri del ministro. Per brevità, per chiarezza, per convenzione (quando non è possibile un circonlocuzione magari semanticamente neutra). 

Altro è quando ci si riferisce a una persona specifica, di cui si sa il genere, o almeno lo si presume: il ruolo di re prevede questo e quello, la regina Elisabetta ricopre egregiamente tale ruolo. La poltrona di sindaco di Roma è in questo momento occupata dalla sindaca Raggi. Non è difficile. 

Secondo me, appellarsi alla neutralità del ruolo non ha nessun senso rispetto all'uso dei femminili previsti dalla nostra lingua.
Ribadisco: a mio avviso, l'unica differenza tra infermiera e ingegnera e tra maestra e ministra è che ai primi siamo  abituati, ai secondi no.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 17 novembre 2020, qui


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venerdì 13 novembre 2020

#LINGUA_ITALIANA / I femminili professionali (Vera Gheno)

[Un commento recente che ho letto: "Io non uso i femminili professionali, se non quelli che esistono tradizionalmente in italiano. La storia della nostra lingua è importante!"]

Vogliamo appellarci alla storia della lingua? Allora studiamola. Sin dal latino, passando attraverso i secoli fino all'italiano, è documentata la presenza di nomi "di agente" al femminile. Alcuni esempi? Ministra e gubernatrix in latino classico, tinctrix nel latino tardo, giudicessa nel Medioevo, architettrice nel '600, sindaca spontaneamente dagli anni Settanta, là dove c'erano sindache, ecc. 

Che cosa ci dice la storia? Che i nomina agentis al femminile sono stati impiegati nel corso dei secoli quando la persona a cui ci si doveva riferire era di sesso femminile. Nessuna rivendicazione, nessuna questione politica: è il funzionamento della nostra lingua (e del latino prima di essa). 

Nessuno ha problemi a parlare di maestra, sarta, cassiera, regina, imperatrice o papessa (quella dei tarocchi), femminili a cui abbiamo fatto l'orecchio, mentre le difficoltà sono per avvocata, minatrice o ingegnera, ruoli lavorativi nei quali fino a tempi recenti non si è usata la parola al femminile per... oggettiva mancanza di donne in quell'ambito. Ma anche in passato, mi ripeto, i femminili sono emersi "alla bisogna", quando compartiva una donna in una certa posizione lavorativa o in un certo ruolo.

Quindi, dopo questa panoramica storica, cosa mi sento di concludere? Che dal punto di vista storico, il costume linguisticamente più consono alla nostra "tradizione linguistica" sarebbe quello di usare i femminili. E la resistenza a farlo, secondo me, dipende soprattutto dall'abitudine a sentire o meno una certa parola. Ma siccome passare per abitudinari è brutto, ci inventiamo le peggio castronerie: "suona male", "il ruolo è neutro", "i problemi sono ben altri" eccetera.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, facebook, 7 novembre 2020, qui


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giovedì 5 novembre 2020

#MOSQUITO / La competenza linguistica come una rete (Vera Gheno)

Serve conoscere tante parole, serve tentare di arricchire la propria competenza linguistica? 

Io penso di sì. Penso che, dato che le parole ci servono per concettualizzare la realtà ("traduco" la realtà che mi circonda in parole, e così divento capace di pensarci e di parlarne con gli altri), possedere una competenza linguistica più ricca offra la possibilità di avere in testa reti semantiche più fitte, con maglie più strette. Di conseguenza, quando la realtà passa tramite il setaccio della competenza linguistica, chi ha una rete dai nodi più ravvicinati "trattiene" più elementi della realtà, e così può ambire a comprenderla meglio.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 3 novembre 2020, qui


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lunedì 7 settembre 2020

#SENZA_TAGLI / I pensieri orrendi, evitiamo di esibirli in pubblico (Vera Gheno)

Penso che gli esseri umani siano fatti di pensieri altissimi e pensieri triviali. E ritengo che questo ci accomuni un po' tutti. Siamo capaci di slanci verso l'iperuranio, come pure di razzolare nella melma puteolente dei pensieri più deprecabili. 

E allora come cavarsela? Qual è la soluzione? Smettere di avere pensieri brutti? Sarebbe molto bello, ma probabilmente è pura utopia: rassegniamoci all'esistenza, in noi, di una "parte cattiva", e impariamo, piuttosto, a gestirla. 

Secondo me, è importante riuscire a mettere un filtro tra il pensiero orrendo che possiamo avere e la sua esternazione. Abbiamo la libertà di pensare quello che vogliamo, ma tale libertà si dovrebbe scontrare poi con il setaccio del buonsenso: cosa possiamo portare "in pubblico" di quei pensieri? E soprattutto: abbiamo consapevolezza di quando e quanto siamo in pubblico? Per esempio, siamo consapevoli del fatto che scrivere un pensiero su un social network equivale a tutti gli effetti a stare in pubblico, anche se abbiamo un profilo privato?

Riprendo un paragone che faccio spesso: nel tinello o nel salotto di casa nostra siamo liberi, più o meno, di dire quello che pensiamo senza troppi filtri: è probabile, infatti, che al massimo saremo circondati di persone che sono in qualche relazione con noi, che ci vogliono bene, che sanno chi siamo... e che quindi saranno pronte a ricevere anche la battuta oscena, il commento offensivo per qualche categoria, la barzelletta triviale, contestualizzandoli all'interno di ciò che rappresentiamo per loro. I nostri familiari, i nostri amici, conoscendoci più o meno bene, non ci giudicheranno in base a quell'unica cosa orrenda che possiamo avere detto o scritto. Sanno che magari stiamo scherzando, o siamo arrabbiati; sanno che non siamo davvero la persona che potremmo sembrare in base a quell'unica uscita infelice, o comunque fatta a cuor leggero.

Il problema nasce se quella stessa uscita infelice la facciamo in un contesto pubblico, appunto; per continuare il paragone domestico, se usciamo in terrazza. Il nostro terrazzino può affacciarsi su una corte interna (nel caso avessimo un profilo social privato) oppure su una pubblica piazza (se, viceversa, abbiamo un profilo social "aperto"). In questi casi, chi non ci conosce potrebbe giudicarci (male) in base a quell'unica cosa orribile che abbiamo detto o scritto senza pensare fino in fondo alle conseguenze del nostro atto comunicativo. Cambia la dimensione del pubblico, ma siamo comunque in pubblico.

Il pensiero orrendo viene pubblicato su un nostro canale social, dove è sottoposto a una prima decontestualizzazione (non ci siamo noi, con la nostra presenza fisica, ad aggiustare il tiro rispetto a quella dichiarazione); poi quello stesso pensiero orrendo inizia a girare su altri profili e altri media, subendo una seconda decontestualizzazione (non è più nemmeno sul nostro profilo, ma viaggia ormai in maniera completamente indipendente da tutte le altre informazioni che ci riguardano). 
Che cosa succede? Succede che agli occhi di chi non ci conosce noi *diventiamo* quel pensiero orrendo. La nostra reputazione finirà per risentirne, dato che agli occhi di molti risulteremo appiattiti su quell'unica cosa deprecabile, che magari avevamo detto con leggerezza e che in realtà non ci connota per nulla.

Mi sento di richiamare - me stessa e chi mi legge - alla piena consapevolezza di ciò che diciamo e scriviamo in pubblico, e alla responsabilità rispetto alle conseguenze dei nostri atti di comunicazione. Soffermiamoci un attimo a pensare se riusciremo a "reggere" quella "cosa" che stiamo per mettere in pubblico, o se potremmo venirne travolti. 

Non possiamo smettere di avere pensieri orrendi, oltre a quelli stupendi, ma possiamo evitare di esibirli a cuor leggero in pubblico. In altre parole, possiamo girare nudi per casa nostra, ma magari evitiamo di uscire in terrazza in costume adamitico.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 4 settembre 2020, qui


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giovedì 13 agosto 2020

#LINGUA_ITALIANA / Il filo rosso dell''argomento fantoccio' (Vera Gheno)

C'è un filo rosso che a mio avviso lega "petaloso", "presidenta", "esci il cane" e la questione dello schwa di questi giorni. Si chiama "argomento fantoccio" (in inglese "straw man argument"); consiste nel prendere una qualsiasi istanza, distorcerla portandola all'estremo, rendendola così davvero irricevibile e, conseguentemente, "darle fuoco", così da demolirla con facilità. Ecco i quattro esempi che cito.

- PETALOSO: "Eh, ma allora se tutte le parole che tutti inventano verranno registrate nel vocabolario, dove andremo a finire!" 
FALSO: Tutti possono inventare parole, ma nel vocabolario finiranno sempre e solo quelle che verranno realmente usate da un numero molto grande di persone per un tempo sufficientemente lungo e possibilmente in contesti differenziati. Per far questo, le opere lessicografiche si avvalgono di strumenti statistici, non scelgono in base al gusto di questo o quel linguista. Non a caso, "petaloso" nei dizionari non c'è.

- PRESIDENTA: "Ecco, Laura Boldrini ha avuto la pretesa di cambiare la lingua italiana con questa forma inventata! Che schifo i femminili che distorcono l'italiano!" 
FALSO: Boldrini ha sempre e solo chiesto di essere chiamata "la presidente" o "signora presidente". "Presidenta" è una forma inesistente in italiano, coniata apposta per prendersi gioco di Boldrini e dell'intera istanza dei femminili professionali: Nessuna persona a favore dell'uso dei nomina agentis al femminile ha mai pensato di usare o introdurre nell'italiano "presidenta" (che pure esiste in spagnolo, per es.).

- ESCI IL CANE: "Ormai i linguisti hanno sdoganato anche 
 'esci il cane', che credibilità possono avere?"
FALSO: qualsiasi linguista ha solo ribadito che l'uso transitivo di verbi che per la norma nazionale sono intransitivi è ben attestato in molti dialetti italiani (e, di conseguenza, è passato anche in molti italiani regionali). Questo significa che in contesti informali o "regionali" non c'è nulla di male a uscire la macchina dal garage o scendere la borsa dal treno: semplicemente, occorre ricordare che ci sono contesti più formali (o fuori dalla regione in cui queste forme sono in uso) nei quali è più rilevante seguire la norma dell'italiano, pena tutta una serie di giudizi negativi sul parlante/scrivente.

- SCHWA: "Si vuole stravolgere l'italiano abolendo i generi e introducendo un unico genere indistinto! Si vuole creare una neolingua orwelliana!"
FALSO: nessuno punta ad abolire i generi; casomai si invita a riflettere su come rendere l'italiano ancora più inclusivo. La riflessione sullo schwa (e l'asterisco, e la chiocciolina, ecc.) riguarda due ambiti estremamente circoscritti, ossia come rivolgersi a una moltitudine mista (invece di "tutte e tutti") e come appellare una persona che non si identifica con il maschile e il femminile. Questa riflessione (che per molti parrà campata in aria, e lo comprendo) non va a toccare la morfologia dell'italiano "come lo conosciamo", ma casomai mette in luce alcuni aspetti che diamo spesso per scontati; per esempio, l'automatismo che ci porta a considerare naturale il maschile sovraesteso (anche se in un consesso c'è un solo maschio a fronte di una frotta di femmine) e altrettanto naturale il binarismo di genere (rispetto al quale mi è stato molto utile incontrare persone che si definiscono non-binarie, devo dire la verità).  
Il problema dell'argomento fantoccio è che, nella sua estremizzazione, porta a reazioni di indignazione (che, se le cose stessero in quei termini, sarebbero anche sacrosante, diciamocelo); le reazioni indignate, però, sono per definizione poco ponderate. L'ulteriore problema è che una volta che una notizia ha iniziato a circolare in certi termini, sollevando un polverone, è quasi impossibile riuscire a controbatterla col buonsenso. La versione originaria, per quanto distorta, sopravvive a qualsiasi tentativo di correzione o confutazione. La sensazione è che a molte persone faccia quasi piacere avere qualcosa per cui indignarsi vibratamente.
E la soluzione, quindi, quale sarebbe? Per me è solo spiegare, spiegare, chiarire, approfondire, spiegare ancora. Per ognuno di questi argomenti posso fornire fonti che confermano quanto ho scritto. Se siete interessati, basta chiedere. Da parte di ogni "utente della lingua" c'è, invece, la possibilità di fermarsi un secondo di più a chiedersi se quanto scritto corrisponde davvero alla realtà dei fatti, o se qualcuno può invece trarre qualche vantaggio da una loro distorsione. Almeno, è l'atteggiamento che io provo a tenere davanti a *qualsiasi* notizia, soprattutto quando mi rendo conto che tale notizia sta titillando in me un certo interesse morboso.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, facebook, 10 agosto 2020, qui


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lunedì 15 giugno 2020

#SENZA_TAGLI / Empatia e dintorni (Vera Gheno)

Come probabilmente sanno molti di coloro ai quali devo riflessioni condivise nel tempo, non provo particolare affetto per la parola "empatia", perché fatico a credere a chi dice "so come ti senti", me stessa compresa. In fondo, non puoi saperlo davvero, perché semplicemente non sei me: non puoi indossare i miei panni e camminare nelle mie scarpe. Puoi provarci, certo, ma sarà sempre una sorta di esperimento.
Personalmente, colgo qualcosa di concessivo, nel concetto di empatia. Chi è, magari inconsapevolmente, in una posizione di privilegio o superiorità, sembra potersi "permettere" l'empatia oppure, per me ancora più discutibile, la tolleranza. O magari, al contrario, può non vedere dove stia il problema, sempre da una posizione più o meno esplicita di forza.
Ho la sensazione che l'idea di poter sapere cosa provano gli altri ci porti spesso a giudicare le cose dal nostro punto di vista senza renderci conto che è il *nostro* punto di vista. Ma non mi pare che in generale esistanto una sensibilità giusta e una sensibilità sbagliata a priori. Esistono piuttosto sensibilità differenti, e pensare di poter "empatizzare" con quelle altrui è per me un'idea quasi illusoria. In fondo, mi ritrovo spesso a interrogarmi, chi sono io per giudicare le sensibilità altrui e soprattutto per decidere se sono giuste o sbagliate?
In molte situazioni in cui o mi ritrovo a pensare di sapere che cosa provano gli altri, oppure al contrario non vedo proprio perché si stia discutendo di una determinata questione, preferisco tacere, invece che magari dare un'opinione che sento viziata dal mio essere me. Non mi piace nemmeno prendere in giro o minimizzare le rivendicazioni altrui, per le quali posso anche pensare di provare una qualche empatia, ma magari senza riuscire a sentire davvero simpatia perché, di fatto, non mi pungono sul vivo.
Tutto questo per dire che se non parlo di certi argomenti non è per disinteresse, ma è perché non mi sento titolata a parlarne.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista, facebook, 14 giugno 2020, qui


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mercoledì 20 maggio 2020

#LINGUA_ITALIANA / Come se uno chef stellato (Vera Gheno)

Mi cade l'occhio sulla condivisione di un'iniziativa culturale di altissimo livello, legata al mondo della scuola e della formazione, nella quale è coinvolto uno studioso di lingua italiana di altissimissimo livello. Nel titolo dell'articolo condiviso campeggia un bel "perchè".

Ora. Lungi da me essere grammarnazi. Partiamo dal presupposto che la lingua è un codice, che funziona in base a una serie di convenzioni e che le convenzioni possono cambiare, anzi, tendono a cambiare. Prendiamo anche atto del fatto che se un "errore" diventa la forma largamente prevalente, presto o tardi le grammatiche ne terranno conto (è successo tante volte, dal latino a ora, e continuerà a succedere: ad esempio, "lastrico" deriva da "astracum" con concrezione, cioè inglobamento, dell'articolo). Non è una prospettiva che mi sconvolge più di tanto.

Tuttavia, in questo momento storico, "perché" si scrive tendenzialmente con l'accento acuto (per motivi di pronuncia, legati a loro volta a questioni etimologiche, ecc. ecc.). Quindi, benché non vada in giro a sventolare il mio ditino alzato per far notare l'errore, vederlo nella condivisione di un evento legato al mondo della scuola e della linguistica mi fa un effetto strano.

Come se uno chef stellato avesse cucinato un piatto ricercatissimo, con materie prime di alta qualità, lo avesse impiattato di tutto punto e poi lo servisse personalmente al commensale del locale di lusso con il pollice infilato nel condimento.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 17 maggio 2020, qui


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martedì 28 aprile 2020

#MOSQUITO / Errori, come prezzemolo tra i denti (Vera Gheno)

Ecco, gli errori sono un po’ come l’alitosi: distraggono dal contenuto della comunicazione e si prendono inevitabilmente le luci della ribalta, concentrando su di sé tutta l’attenzione. 

Potremmo immaginarci un’altra scenetta. Abbiamo pensato a lungo a cosa metterci. Perfino l’intimo è coordinato. I capelli sono puliti e sistemati alla perfezione. Gli abiti lavati di fresco e stirati. Le scarpe lucide. Le unghie corte e in ordine. Nessun pelo fuori posto. Attitudine tranquilla ma non spavalda, empatica ma non mielosa. Stringiamo la mano con l’intensità giusta. Mano che è ferma, asciutta, sicura, proprio come ci hanno insegnato. Se non fosse per quel rovinoso pezzo di prezzemolo incastrato tra i denti di cui non ci eravamo accorti, e che si vede tutte le volte che sorridiamo. Per me, ogni citazione colta, coltissima, nella quale c’è un accento sbagliato, un errore di ortografia o un nome straniero con la grafia errata, appare esattamente cosí. Elegante, con un ciocco di prezzemolo tra i denti.

*** Vera GHENO, sociolinguista, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Einaudi, 2019


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sabato 11 aprile 2020

#MOSQUITO / 'Hybris' e 'pietas' (Vera Gheno)

C’è un concetto che possiamo prendere in prestito dalla mitologia greca: quello di hỳbris. Chi ha fatto il classico ricorderà che questo termine viene sovente tradotto con «tracotanza»: è la presunzione degli uomini che, a forza di accumulare successi, credono di potersi elevare al rango degli dèi o di poter commettere azioni che vanno contro le loro leggi (scritte e non scritte). Insomma, chi commette un atto di hỳbris si ritiene superiore perfino alle divinità. Una forma odierna, forse meno appariscente, di hỳbris è quella esercitata da molti intellettuali: avendo studiato, ritengono di essere superiori alle altre persone, che meritano solo disprezzo perché meno acculturate. Ma la funzione dell’intellettuale non dovrebbe essere quella di ricondividere, a sua volta, quanto ha potuto studiare? In altre parole, se l’intellettuale tiene per sé la propria conoscenza, qual è il suo ruolo nella società? La tracotanza va controbilanciata con un altro sentimento, che possiamo prendere questa volta in prestito dalla tradizione antica romana: la pietas. Che non vuol dire «pietà», quanto piuttosto «attenzione per il prossimo» non dimenticarsi, insomma, di essere parte di una rete di esseri umani.

A modo suo, è il messaggio che Antonio Gramsci affida al alcune righe scritte nel 1916:
" Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri" (Antonio Gramsci, Socialismo e cultura, in 'Il grido del popolo', 29 gennaio 1916.

*** Vera GHENO, sociolinguista, Potere alle parole: Perché usarle meglio, Einaudi, 2019


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mercoledì 19 febbraio 2020

#LINK / Tra influenze, virus e pandemie (Vera Gheno)

... osserviamo con preoccupazione l’evoluzione della più recente epidemia, quella da coronavirus. Lascio ai colleghi scienziati l’onere di approfondire la questione da un punto di vista specialistico; ciononostante, anche io da linguista riesco a fare qualcosa. Poiché si ha ancora più paura di ciò che non si conosce o non si comprende bene, può essere utile passare in rassegna i termini che in questi giorni sentiamo spesso, ma che magari non ci sono così familiari. Magari così posso, nel mio piccolo, contribuire alla necessaria conoscenza del fenomeno.

*** Vera GHENO, a cura di, sociolinguista, saggista, La salute vien ricercando: tra influenze, virus e pandemie, LINK'dizionaripiuzanichelli.it', 10 febbraio 2020


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lunedì 17 febbraio 2020

#MOSQUITO / Culture diverse, sensibilità diverse (Vera Gheno)

Ecco due episodi che mi sono capitati personalmente e mi hanno fatto ragionare sulla differenza di sensibilità che non va sottovalutata. 

Una mia amica cinese, tanti anni fa, mi ha regalato un paio di scarpe. Però mi ha chiesto una moneta in cambio. Io devo avere fatto una faccia perplessa, al che lei mi ha spiegato che per i cinesi regalare delle scarpe a un amico vuol dire invitarlo ad andarsene, ad allontanarsi. Del resto, noi in Italia non regaliamo coltelli, e se lo facciamo esigiamo esattamente la stessa monetina in cambio.

Un’esperienza in un certo senso piú sgradevole, ma ancora piú educativa, è stata quando un mio innocente complimento (innocente nelle mie intenzioni) alla bellissima acconciatura di una ragazza afroamericana è stato considerato alla stregua di un’offesa razzista. Lí per lí mi sono contro-offesa e arrabbiata. Poi, parlando con persone che lavorano in ambienti internazionali, ho scoperto che per molte culture i commenti di qualunque genere, anche positivi, sulle caratteristiche fisiche o di abbigliamento, in particolare, ma non esclusivamente, quelle che connotano in qualche modo l’origine di una persona (tratti somatici, acconciature o abbigliamento «etnici») sono considerati offensivi, razzisti, xenofobi. Chi sono io per decidere aprioristicamente che la sensibilità altrui è sbagliata? Da allora faccio molta piú attenzione nel fare eventuali apprezzamenti sull’aspetto di persone che non conosco bene.

*** Vera GHENO, sociolinguista, Potere alle parole. Perché usarle meglio, Einaudi, 2020, 



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lunedì 10 febbraio 2020

#VIDEO / Donne al lavoro (Vera Gheno)


Vera GHENO
sociolinguista, traduttrice, saggista
Women at Work
youtube, roba da donna, 7 febbraio 2020
video, 6min36

"L'insulto principale rivolto a una donna è p***ana.
Ma anche quando si vuole insultare un uomo spesso di dice 'figlio di p***ana'. Quindi ancora una volta è 'colpa' della donna". (Vera Gheno)

Una sottolineatura di quanto le parole sono importanti e ancora, troppo spesso, sessiste: anche qui il femminismo ci può aiutare. 

Vera Gheno, Femminili singolari, edizioni effequ, 2019

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mercoledì 22 gennaio 2020

#LIBRI PREZIOSI / "Potere alle parole", di Vera Gheno (commento di Massimo Ferrario)

Vera GHENO
Potere alla parole. Perché usarle meglio
pagine 170, Einaudi, 2019, € 13,00, ebook 3,99

Quando apprendere è godimento
Ho smesso di scrivere recensioni ai libri che leggo: era diventato un 'compito', sia pure autoinflitto, e sono nella fortunata età in cui posso decidere cosa fare, scegliendo solo ciò che mi piace. 
L'eccezione non annulla la regola: che rimane. 
Ma il libro di Vera Gheno, Potere alle parole, appena posato, mi 'impone' un commento, almeno veloce: e non so resistere. 
A scanso di equivoci chiarisco che non me lo chiede l'autrice, che conosco solo virtualmente, per essermi gustato altre sue letture e per seguirla sempre con interesse sui social; ma lo 'pretende' il suo volumetto, appena pubblicato.
Per chi ama la lingua italiana senza essere un esperto, il breve saggio è godimento puro: per contenuto e forma, che si esaltano a vicenda.
Anche chi maneggia la lingua italiana con una qualche disinvoltura grazie al privilegio di aver acquisito un certo grado di acculturamento, prima perseguito a scuola e poi alimentato con costanza in chiave autodidattica, trova preziosità non scontate: ed è subito un goloso apprendimento. Di cose non sapute. O di cose sapute in modo sbagliato. Ma anche di conferme per talune convinzioni radicate, benché quotidianamente messe in discussione dalle tendenze evolutive (o 'involutive'?) in atto. 
E poi, per nulla secondario, c'è lo stile: niente accademia, massima chiarezza e precisione, documentazione inoppugnabile, scrittura fluida, leggerezza e sottile ironia.

Insomma, non è un romanzo e il taglio saggistico, pure di alta qualità, c'è tutto; ma le pagine filano che è un piacere. E alla fine l'unico dispiacere è non poter continuare la conversazione, magari dal vivo, a tu per tu con l'autrice: per confrontarsi, approfondire, avere ulteriori suoi pareri, argomentati e sempre scrupolosamente documentati.

Più che condivisibile, credo anche per chi come me ha una pulsione 'rigorista' alla grammatica che qualche volta lo 'perseguita' ossessivamente come lascito di un'educazione severamente formalistica d'altri tempi, è l'equilibrio intelligente con cui Vera Gheno cerca di ricordare la 'giusta misura' tra un approccio puramente 'descrittivo' e uno più 'prescrittivo' ad ogni lingua e in particolare all'italiano. Ogni idioma, se è vivo, è animato e tenuto vivo da chi lo parla: i parlanti, e non gli specialisti, sono gli unici titolati, nell'uso maggioritario che ne fanno, a farlo evolvere. E, per questo, anche l'italiano è sempre in movimento: muta, accoglie nuove regole e nuove parole, anche da altre lingue, crea nuovi termini, manda in soffitta lemmi e formalismi ieri considerati assoluti e inscalfibili, cambia il colore degli errori, da blu a rossi, magari anche non classificandoli più errori.

Non è facile, qui come in ogni campo, percorrere il crinale della 'via di mezzo': su questo terreno, al linguista e agli accademici, ancor più se circonfusi dall'aura della Crusca, si chiede, e spesso si pretende, una 'prescrizione', che tagli i nodi con la spada: si fa così e basta, no a questa parola e sì a quest'altra, questo è un errore blu, guai a scrivere questo o quello.
Vera Gheno, però, forte della sua competenza sofisticata di sociolinguista e anche ricordandoci la sua esperienza passata di collaboratrice dell'Accademia della Crusca, riesce perfettamente a offrire una proposta misurata: riflettuta, critica, documentata. Le regole, nella lingua come altrove, devono esserci: altrimenti i parlanti non si parlerebbero più e qualunque comunità impazzirebbe come una maionese non riuscita, andata insieme perché incapace di stare insieme. Ma le regole vanno relativizzate: al contesto specifico e al particolare registro in uso, cercando sempre di cogliere quella corrente di fondo, e non l'onda breve di superficie, che spinge una lingua a mantenersi viva proprio perché sempre più parlata e scritta, anche 'piegata' ai nuovi costumi e 'strattonata' rispetto ai formalismi consolidati. Dunque in mutamento costante.

Conoscere e capire le ragioni delle trasformazioni consente di padroneggiare parole, grammatica e sintassi: e chi parla 'bene' pensa 'bene' e discute meglio.
In definitiva nulla di nuovo, ma non molto scontato in pratica: dando potere alle parole, si acquista più potere sulla realtà. E' la grande verità di Lorenzo Milani (Lettera a una professoressa, 1967): «L’operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo è lui il padrone.»
Quando lo capiremo e lo metteremo in atto, saremo più padroni e meno sudditi.

Massimo Ferrario, per Mixtura

CITAZIONI

(1) - «Ecco, gli errori sono un po’ come l’alitosi: distraggono dal contenuto della comunicazione e si prendono inevitabilmente le luci della ribalta, concentrando su di sé tutta l’attenzione. Potremmo immaginarci un’altra scenetta. Abbiamo pensato a lungo a cosa metterci. Perfino l’intimo è coordinato. I capelli sono puliti e sistemati alla perfezione. Gli abiti lavati di fresco e stirati. Le scarpe lucide. Le unghie corte e in ordine. Nessun pelo fuori posto. Attitudine tranquilla ma non spavalda, empatica ma non mielosa. Stringiamo la mano con l’intensità giusta. Mano che è ferma, asciutta, sicura, proprio come ci hanno insegnato. Se non fosse per quel rovinoso pezzo di prezzemolo incastrato tra i denti di cui non ci eravamo accorti, e che si vede tutte le volte che sorridiamo. Per me, ogni citazione colta, coltissima, nella quale c’è un accento sbagliato, un errore di ortografia o un nome straniero con la grafia errata, appare esattamente cosí. Elegante, con un ciocco di prezzemolo tra i denti.» (Vera GhenoPotere alla parole. Perché usarle meglio, Einaudi, 2019)

(2) - «Un popolo cognitivamente povero è una vera manna per populismi, manipolazioni, reazioni di pancia; che non possono essere eliminati, ma semplicemente controbilanciati da cittadini che alla pancia (pur importantissima: per la medicina orientale, l’intestino è il secondo cervello) e al cuore (altrettanto necessario) affiancano l’uso del cervello: un organo cosí sofisticato da essere, per molti aspetti, irriproducibile nella sua complessità. Oggi possiamo lamentarci della decadenza culturale della «ggènte», sport preferito di molti, oppure iniziare a ragionare sulle contromisure da adottare rispetto a tale supposta decadenza.» (Vera GhenoPotere alla parole. Perché usarle meglio, Einaudi, 2019)

(3) - «Mi è capitato recentemente, alla fine di una conferenza, di subire un pizzico di mansplaining, parola che indica l’atteggiamento che assume un uomo quando decide di «spiegare le cose» a una donna in tono smaccatamente paternalistico (talvolta tradotta in italiano come minchiarimento) da parte di un signore di una certa età. Il suo intervento – che, come spesso succede alle conferenze, non era una domanda – verteva sull’indignazione per il fatto che tutti, ma proprio tutti, perfino intellettuali e giornalisti, usassero il modo di dire piantare in asso, secondo lui assolutamente errato. Quanta ignoranza, signora mia! Come possiamo pensare di cambiare le cose, e migliorare le magnifiche e progressive sorti della nostra lingua, se nessuno corregge l’errore? È evidente che piantare in asso è sbagliato, perché il modo di dire viene da un episodio della mitologia greca, nel quale Arianna abbandona Teseo sull’isola di Nasso: si deve dire piantare in Nasso! Ho spiegato al signore che basta aprire un dizionario per verificare che il modo di dire, quale che sia la sua origine (la maggior parte degli etimologici lo riporta all’asso delle carte, piú che al mito dell’antica Grecia), oggi è piantare in asso e che, per una volta, nessuno sbaglia. Non sarebbe strano, peraltro, anche se il detto nascesse da un errore; fatto sta che oggi è cosí, e il riferimento a Nasso si è perso nel tempo. Il signore, che forse aveva cercato in me una sponda, è rimasto deluso dal fatto che io lo abbia contraddetto. A fine risposta, si è alzato e se n’è andato apparentemente seccato. Gli avevo rovinato la festa.» (Vera GhenoPotere alla parole. Perché usarle meglio, Einaudi, 2019)


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domenica 19 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / Dove si può fare cultura? (Vera Gheno)

Dove si può fare cultura?

Nei libri, certo. E nelle riviste scientifiche. Nelle accademie e negli enti di ricerca. Ai convegni e ai congressi. A scuola e nelle università. Nei panel, con gli speech e le conferenze, ma anche con i poster.

Non dimentichiamo workshop, masterclass,TED e TEDx, tavole rotonde, elevator pitch e laboratori. Summer school e winter school, master e corsi. La televisione e la radio.

Si può fare cultura su Facebook, Instagram, Twitter, TikTok, Snapchat, Telegram, Youtube, Quora e gli altri social che ho dimenticato. Sui siti web, nei blog, con i podcast, sui quotidiani. Nelle riunioni carbonare tra amici, a una cena, al pub, al bar, a letto. Per strada, in casa, in biblioteca, nei musei, tramite i fumetti, le lettere, le email. In treno e sugli autobus. Con i volantini, gli adesivi, le figurine. In edicola e in libreria. Al supermercato e dal verduraio. Nella sala d'aspetto del dentista. In ospedale. In chiesa. In un bosco.

Il punto, a mio avviso, non è tanto dove siamo, in quale contesto, su che piattaforma, ma con chi e come ci mettiamo in relazione.

Secondo me, si può far cultura - o succhiare cultura - ovunque. Penso che fare gli schizzinosi e ritenere che ci siano dei recinti circoscritti dentro i quali è possibile, anzi lecito, farlo, magari solo nelle forme codificate, "giuste", sia il più grande sgarbo che possiamo fare alla cultura stessa.

[Nessun anglismo è stato maltrattato nello scrivere questo post e ognuno di loro è usato volontariamente.]

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 9 gennaio 2020, qui


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mercoledì 15 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / La Scuola dell'Indicatore (Vera Gheno)

Il tempo è quasi maturo per il CRR, il Centro di Ricerca dei Reietti. Sito nella prestigiosa località di Indicatore, alle porte di Firenze (la stazione alla quale non ferma quasi nessun treno, come sanno bene coloro che usano i regionali toscani), sarà identificato dai posteri come "La scuola dell'Indicatore".

Sarà rivolto *esclusivamente* alle categorie seguenti:

Quelli che sarebbe toccato a loro, ma poi è arrivato qualcuno che andava assolutamente sistemato.
Quelli che sono stati segati all'Abilitazione Scientifica Nazionale perché non si capisce cosa studino (presente).
Quelli che non si sono adeguati alle richieste del professore e quindi sono stati tagliati fuori.
Quelli che hanno il cognome sbagliato.
Quelli che stanno facendo carriera all'estero, nei quattro cantoni del mondo, perché in Italia non c'era posto.
Quelli che per un contratto di insegnamento fanno i pendolari dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno.
Quelli che vorrebbero studiare ciò che amano, ma non possono, perché "non è roba spendibile sul mercato della ricerca".
Quelli che sono precari della cultura da almeno sette vite, e temono di rimanerlo anche per le due che hanno ancora a disposizione.
Quelli che si sono trovati pubblicati a loro insaputa, con le loro cose firmate da altri.
Quelli che sono arrivati primi allo scritto del dottorato ma quarti (primi senza borsa) dopo l'orale, e hanno rinunciato per mancanza di possibilità economiche.
Quelli che mi spiace, il suo curriculum corrisponde a tutti i criteri, ma questo concorso non è per lei.
Quelli che accidenti, lei ormai è fuori tempo massimo per qualsiasi carriera, come mai non l'hanno sistemata prima?
Quelli che hanno cambiato mestiere perché erano stanchi di combattere.

Ci vediamo alla Scuola dell'Indicatore. Sarà un posto bellissimo.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 11 gennaio 2020, qui


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giovedì 2 gennaio 2020

#SENZA_TAGLI / Riflessioni miste di inizio anno (Vera Gheno)

Riflessioni miste per iniziare il 2020.

- Per quante cose buone uno possa fare, lo si tenderà a ricordare per l'unica cosa opinabile che si sia mai lasciato scappare. Di conseguenza: per ognuno di noi, prevenire la crisi è meglio che doversene prendere cura a posteriori.

- Lombroso, porcaccia la miseria, in alcuni casi non aveva proprio tutti i torti.

- Ciò che cerchi di nascondere torna sempre a galla, come la vernice all'anilina. A questo punto, sii ciò che sei davvero, nel bene e nel male.

- Non "cosa devono fare gli altri?", ma "cosa posso fare io?". E basta lamentele sul prossimo, se prive di azione in prima persona.

- Fatti non fummo a viver come bruti, tuttavia devo ammettere che a volte la tentazione è forte. Ma resisterò, perché poi le cose si complicano.

- Non c'è alcun motivo al mondo per cui tu, sui social, debba confondere accenti gravi e acuti o scrivere "pò" invece che "po'". Pensa che ogni volta che lo fai stai inquinando i pozzi della riserva. Non hai scusanti.

- [Non c'entra niente ma] Star Wars IX è bello, se guardato con gli occhi dell'innocenza. Se vuoi godertelo, risveglia il fanciullino in te.

- Aggiungo una cosa:
non.c'è.bisogno.di.commentare.qualsiasi.notizia.che.circoli. Soprattutto se non abbiamo nulla di particolarmente inedito da dire.

*** Vera GHENO, sociolinguista, saggista,  facebook, 1 gennaio 2010, qui


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mercoledì 25 dicembre 2019

#SENZA_TAGLI / Buona "Joulurauha" a tutti (Vera Gheno)

Tra i dieci e i dodici anni ho abitato in Finlandia. Il Natale, chiaramente, era diverso: c'era il buio, c'era la neve, faceva freddo e lo spirito del Natale era più semplice da trovare. O forse ero solo una ragazzina più sognatrice di adesso.

Tra tutte le tradizioni natalizie, ce n'è una in particolare che ricordo da quegli anni, e che mi è sempre sembrata significativa: alla Vigilia, a Turku, la città dove vivevamo, un messo del comune dichiara solennemente, dal balcone di un palazzo cittadino, l'inizio dei venti giorni di Joulurauha, di "pace natalizia", che si concludono il 13 gennaio.

Si tratta di una tradizione antichissima; fino agli ultimi decenni dell'Ottocento, chi commetteva un crimine durante la Joulurauha subiva pene più severe del solito. Oggi la "pace natalizia" non ha alcuna rilevanza giuridica, ma rimane qualcosa a cui oggi, dopo trent'anni, ho ripensato con affetto.

Volendo trovare un augurio da condividere con chi mi conosce e conosco, forse per il momento turbolento, bellissimo e orripilante al tempo stesso che sto vivendo, ho pensato a questo: auguro a tutti di trovare un po' di pace, interiore o con altri che sia. Dato che, volenti o nolenti, siamo costretti a rallentare un po' rispetto ai ritmi soliti, forse possiamo passare qualche minuto in più alla ricerca della nostra pace.

Buona "Joulurauha" a tutti.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 23 dicembre 2019, qui


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domenica 8 settembre 2019

#SENZA_TAGLI / Piccoli accidenti dell'esser donna oggi (Vera Gheno)

Piccoli accidenti dell'esser donna oggi: succede che uno sconosciuto (di sesso maschile) su Twitter mi faccia notare che è una vergogna che il mio nickname (o nomignolo) sia inglese, quando promulgo il buon uso della lingua italiana. E non me lo fa notare e basta, ma lo fa appellandomi come "darling".

Questo, al di là dell'assurdità dell'obiezione, mi spinge a ribadire due osservazioni:
- Non serve usare parole di per sé aggressive per offendere una persona. Siamo bravissimi a usare le parole più eleganti per farlo.
- Non è vero che sia stata raggiunta la parità dei sessi. E questi sottili e fastidiosi comportamenti paternalistici ne sono la continua riprova.

*** Vera GHENO, sociolinguista, facebook, 7 settembre 2019, qui


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