E' il conformismo che intorpidisce le menti a spaventarmi, quello sì pericolosissimo e drammaticamente diffuso negli ultimi tempi, non tanto questo tipo di episodi. (...)
E' la chiacchiera da bar la grande minaccia, quella pigrizia mentale che spinge l'uomo della strada a dire ''i negri ci rubano il posto di lavoro, gli immigrati devono tornare a casa propria'' per trovare approvazione nel gruppo di amici. Questo meccanismo si sviluppa, prende piede piano piano e forma una vera e propria stratificazione sociale dalla quale nascono poi gli episodi isolati, quelli più gravi. (...)
I media, nonostante tutte le campagne di sensibilizzazione non ottengono alcun risultato concreto. La televisione continua a proporre storie edificanti e un po' banali fondate sull'uguaglianza totale tra le persone, tra le razze, tra i popoli, dimenticando le ragioni, soprattutto economiche, che sottostanno a comportamenti di carattere razzista. Nel concreto, le condizioni della gente sono ben diverse da quelle troppo spesso presentate dagli organi di informazione. In Italia c'è un diffuso malessere, sebbene nel nostro Paese sia presente un numero di immigrati ancora piuttosto basso, un terzo delle presenze registrate in Francia, un quarto degli stranieri della Germania. Se la situazione è già da ora compromessa, credo che in futuro ne vedremo delle brutte.
*** Franco FORTINI, 1917-1994, poeta, critico letterario, dichiarazione a AdnKronos, 24 gennaio 1992 (come commento all'aggressione a due immigrati nordafricani da parte di un gruppo di naziskin romani), qui.
Sulle piazze delle città, nelle vie dei vecchi borghi, ecco gli importanti, i dignitari, i fiduciari, i potenti, le eccellenze, gli eminenti, gli autorevoli, gli onorevoli, i notabili, le autorità, i curati, i podestà, gli uomini dell’autorizzazione, dell’intimidazione, dell’unzione e della raccomandazione; ecco quelli che fanno il prezzo del grano e delle opinioni, che hanno in pugno il mercato del lavoro e quello delle coscienze, e ci sono quelli che aprono gli sportelli, baciano la mano a “voscenza”, e ringraziano sempre perché non sanno mai i propri diritti. Eccoli dire di sì: di sì perché lo fanno tutti, di sì perché lo ha detto monsignor vescovo e il commendatore che ha studiato, di sì perché hanno quattro creature, di sì perché bisogna far carriera, di sì perché non vogliamo più essere morti di fame, di sì perché ho un credito, di sì perché ho un debito, di sì perché ci credo, di sì perché non ci credo. Perché tanto nulla conta. Perché io non conto nulla… Di sì perché non ho più compagni.
Versi dal film All’armi siam fascisti! realizzato da Lino Del Fra (1927-1997, romano, regista e sceneggiatore), Cecilia Mangini (1927-, pugliese, regista e fotografa) e Lino Miccichè (1934-2004, siciliano, storico e critico cinematografico). Musica di Egisto Macchi (1928-1992, toscano, compositore). Da 'Canzoni contro la guerra', qui
Sempre in 'Canzoni contro la guerra, qui, dal libretto che accompagna il dvd del film, pubblicato a cura di Rarovideo; recensione sul sito della Scuola di cinema documentario intitolata a Cesare Zavattini:
“All’armi siam fascisti!” rivoluzionò il cinema documentario in Italia e fu da subito una spina nel fianco di un paese che, ancora saldamente in mano a molti degli stessi protagonisti e conniventi del Ventennio, si affacciava sull’epoca radiosa del boom economico, ben disposto a stendere un velo pietoso sul recente, interminabile passato di dittatura, di sangue e di guerra. I registi Del Fra, Mangini e Miccichè penarono non poco nel realizzare questo capolavoro: prima, l’Istituto Luce, detentore dei diritti su tutti i cinegiornali e documentari girati durante il Ventennio, di punto in bianco revocò l’autorizzazione d’accesso ai propri archivi e all’estrazione di copia delle sequenze individuate; poi fu il Ministero dello Spettacolo a negare permessi ed autorizzazioni… Ma intanto il film era approdato alla Mostra del cinema di Venezia del 1961 ed era evidente che nessuno e nulla avrebbe potuto fermarlo, perchè non c’era fotogramma che non fosse tratto da documenti autentici dell’epoca e quindi ogni immagine era inequivocabilmente vera, difficile vietarne la libera ed integrale visione se non per motivi indicibili, inconfessabili.
Eppure per mesi fu ritardato il visto della censura. Solo in seguito alla coraggiosa iniziativa personale del sindaco di Firenze Giorgio La Pira, democristiano ma illuminato, che decise di proiettarlo comunque pubblicamente al Festival dei Popoli, finalmente nel marzo del 1962 “All’armi siam fascisti!” ebbe l’autorizzazione a circolare. Tuttavia molte copie già nelle sale vennero tagliate (la sequenza dei preti che fanno il saluto romano e quella dei matrimoni e dei parti di massa per fornire “figli alla patria”) e ad un festival in Cecoslovacchia il film non venne proiettato a causa delle sequenze sul culto della personalità di Stalin e sul patto Molotov-Ribbentrop e per via di un passaggio in cui Fortini paragona la guerra di Spagna alla repressione in Ungheria.
E poi “All’armi siam fascisti!” provocò le reazioni, diciamo, “scomposte” dei missini. A Roma, dopo la proiezione al cinema Quattro Fontane, i fascisti scaraventarono dalle finestre sedie e tavoli sopra al pubblico in uscita dalla sala, causando decine di feriti. E non fu un episodio isolato… Come scrive Fortini: “Questo film non vuole persuadere nessuno. Questo film vuole dire soltanto che noi siamo i figli degli eventi riassunti da questo schermo, ma che siamo anche i responsabili del presente. In ogni momento, in ogni scelta, in ogni silenzio come in ogni parola, ciascuno di noi decide il senso della vita propria e di quella altrui.”
Non è vero che non siamo stati felici. Lo sei stato ogni volta che un occhio fissava deciso a negare o ad imprendere. Se entravi in una città ancora ignota o dove il mare sta. Se un gesto ricordava il buon uso dell’amore. Penetravi le chiese, contro gli affreschi il cuore come ti correva via. E rammentalo: piangeva di speranza quando ha voluto abbracciarti lo straniero perseguitato. O quando leggevi dello sconfitto sfuggito di mano ai potenti? E sul lavoro anche, per impercettibili respiri, tra ira e polvere, se pensavi altre menti. Che senza sapere di noi in esse felici, altra gioia ora o quando che sia consumando, altro tempo a più durare avranno con noi costruito di attimi.
E' il conformismo che intorpidisce le menti a spaventarmi, quello sì pericolosissimo e drammaticamente diffuso negli ultimi tempi (...). E' la chiacchiera da bar la grande minaccia, quella pigrizia mentale che spinge l'uomo della strada a dire ''i negri ci rubano il posto di lavoro, gli immigrati devono tornare a casa propria'' per trovare approvazione nel gruppo di amici. Questo meccanismo si sviluppa, prende piede piano piano e forma una vera e propria stratificazione sociale dalla quale nascono poi gli episodi isolati, quelli più gravi.
*** Franco FORTINI, 1917-1994, poeta, critico letterario, saggista, dichiarazione a Adn-Kronos, 24 gennaio 1992, 'adnkronos.com', qui
Sulla spalletta del ponte Le teste degli impiccati Nell'acqua della fonte La bava degli impiccati. Sul lastrico del mercato Le unghie dei fucilati Sull'erba secca del prato I denti dei fucilati. Mordere l'aria mordere i sassi La nostra carne non è più d'uomini Mordere l'aria mordere i sassi Il nostro cuore non è più d'uomini. Ma noi s'è letta negli occhi dei morti E sulla terra faremo libertà Ma l'hanno stretta i pugni dei morti La giustizia che si farà. *** Franco FORTINI, dalla raccolta Fogli di via e altri versi, Einaudi, Torino, 1946
(da 'Canzoni contro la guerra', qui)
In Mixtura i contributi di Margot e Franco Fortini qui
Si tratta di una delle “Sette canzonette del Golfo” contenuta nella raccolta “Composita solvantur”, l’ultima ad essere pubblicata prima della morte del poeta nel 1994 e che raccoglie poesie da lui scritte tra il 1984 ed il 1993. (da 'canzoni contro la guerra', qui)
Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra. Io questa mattina mi sono ferito a un gambo di rosa, pungendomi un dito. Succhiando quel dito, pensavo alla guerra. Oh povera gente, che triste è la terra! Non posso giovare, non posso parlare, non posso partire per cielo o per mare. E se anche potessi, o genti indifese, ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese! Potrei sotto il capo dei corpi riversi posare un mio fitto volume di versi? Non credo. Cessiamo la mesta ironia. Mettiamo una maglia, che il sole va via.