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martedì 14 maggio 2019

#SENZA_TAGLI / Ma che bello sarebbe un mondo (Marta Fana)

Importante il gesto dell'elemosiniere del papa.

Ma che bello sarebbe un mondo dove non ci siano uomini chiamati 'elemosiniere' dove ogni cittadino ha il diritto inviolabile ai beni essenziali, tra cui l'elettricità?!

Il punto politico sta qui, i diritti non possono dipendere dalla benevolenza di uno, spesso molto più ricco di chi si vede negare il diritto. Perché il diritto non è un'elemosina. E allora dovremmo batterci per questo mondo qui, non star fermi a batter le mani quando ci arriva la carità.

*** Marta FANA, 1985, economista, facebook, 13 maggio 2019, qui


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domenica 20 maggio 2018

#SENZA_TAGLI / Contratto di governo, indennità di maternità (Marta Fana)

Mi era sfuggito: «Inoltre, è necessario prevedere: l’innalzamento dell’indennità di maternità, un premio economico a maternità conclusa per le donne che rientrano al lavoro e sgravi contributivi per le imprese che mantengono al lavoro le madri dopo la nascita dei figli. »

Cosa non ci si inventa pur di regalare un po' di soldi dei lavoratori pagati con le tasse alle imprese?! L'ultima trovata è premiare quei datori di lavoro che si accollano le donne dopo che hanno fatto dei figli. Un premio monetario, chiamato in gergo incentivo. Perché si sa, il problema non è la strutturale discriminazione delle donne nel mondo del lavoro (soprattutto quelle che di solito non son poi così ricche da potersene stare a casa o a teatro o fare shopping tutto il giorno), il problema è come drenare un altro po' di soldi alle imprese. E si crea anche una disfunzione culturale: se ti licenziano nonostante abbiano gli sgravi, vuol dire che proprio il problema sei tu, cara la nostra lavoratrice con figli. 
#amen #contrattodigoverno

*** Marta FANA, ricercatrice in economia presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi, esperta di economia del lavoro e diseguaglianze, saggista, facebook, 17 maggio 2018, qui


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giovedì 1 marzo 2018

#BREVITER / Se la distribuzione fra salari e profitti (Marta Fana)

Marta FANA
ricercatrice in economia 
presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi
esperta di economia del lavoro e diseguaglianze
saggista, 
twitter, 28 febbraio 2018, qui

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venerdì 19 gennaio 2018

#SENZA_TAGLI / Flat tax, investimenti e occupazione, i numeri (Marta Fana)

(Marta Fana, facebook, 18 gennaio 2018, qui)

La destra continua a sostenere la proposta della flat tax, la misura più classista dal punto di vista fiscale: i più ricchi pagheranno molto molto meno, i poveri pagheranno lo stesso. 
Ma addirittura Lupi oggi sostiene ancora che bisogna abbassare le tasse alle imprese e a chi si arricchisce (spesso sulle spalle dei lavoratori) per stimolare l'economia e creare posti di lavoro. 
Qui un semplice grafico per smentirlo: abbiamo fatto crollare le tasse sui profitti (dal 37 al 24,5%), ma il tasso di investimento (la quota di investimenti sui profitti) non aumenta, anzi diminuisce.

Oggi stesso è uscito l'ennesimo osservatorio sul precariato che oltre a far notare che nel 2017 le cessazioni di contratti a tempo indeterminato superano le assunzioni di -356,113, ci dice anche che tra il 2015 e il 2017 il numero di contratti a chiamata sul totale dei contratti a termine aumenta dal 5 al 9%.

*** Marta FANA, 'ricercatrice in economia presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi, esperta di economia del lavoro e diseguaglianze, saggista, facebook', 18 gennaio 2018, qui

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martedì 12 dicembre 2017

#MOSQUITO / Toglieteci tutto ma non il consumo (Marta Fana)

Dietro la frenesia del risparmio, della ricerca della spedizione gratuita su cui una commessa si concentra per assolvere alla sua funzione di consumatore si annidano sia l’impoverimento del lavoratore-consumatore sia lo sfruttamento del lavoro nella logistica. Lo stesso vale per il precario che rivendica il diritto di trovare aperti i negozi la domenica o durante i giorni festivi, gli unici a sua disposizione per fare la spesa. E capita che inveisca anche contro le chiusure o gli scioperi, non accorgendosi che il problema non è dei lavoratori del commercio e della distribuzione, ma di chi gli ha sottratto ogni tempo di vita oltre quei brevi momenti. «Toglieteci tutto ma non il consumo!»: un breve ma ossessivo messaggio subliminale in costante filodiffusione.

*** Marta FANA, ricercatrice in economia presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi, esperta di economia del lavoro e diseguaglianze, saggista, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, 2017


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venerdì 1 dicembre 2017

#SENZA_TAGLI / Lavoro, barbarie (Marta Fana)


Così vengono licenziati, o meglio non rinnovati, 530 lavoratori in somministrazione alla FCA di Cassino. Una parte maggioritaria di quelli assunti alle porte del referendum del 4 dicembre. 

Lo stesso metodo di chi viene licenziato con una lettera intestata "a tutti i lavoratori e le lavoratrici" senza neppure avere la decenza di copiare il nome e il cognome. Oppure come chi viene licenziato senza avviso per mezzo della smagnetizzazione del cartellino d'ingresso.

Poi c'è la barbarie Amazon, o quella IKEA, dove il punto non è esser padre o madre di famiglia ma la brutalità e l'autoritarismo con cui la libertà di licenziamento si esplica.
Abbiamo un problema enorme quanto una casa enorme, di quelle che non possiamo neppure permetterci di guardare sui cartelli di un'agenzia immobiliare. Forse è il caso di ripartire da qui.

*** Marta FANA, ricercatrice in economia presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi, esperta di economia del lavoro e diseguaglianze, saggista, 'facebook', 30 novembre 2017, qui

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giovedì 26 ottobre 2017

#MOSQUITO / Lavoro, liberismo come passaggio obbligato per la modernità (Marta Fana)

Verrebbe da chiedersi quanti, svegliandosi al mattino, si ritrovano tormentati da una domanda, piuttosto semplice: ma perché un’azienda che fattura centinaia di milioni di euro l’anno deve pagare i lavoratori una miseria e a cottimo, senza riconoscergli alcun diritto, né ferie, né malattia, né gli occhi per piangere? 
E verrebbe da chiedersi quante volte tutti coloro che ordinano una zuppa a domicilio comodamente seduti su quel divano Ikea, comprato a rate, siano coscienti dell’umiliazione che ad ogni consegna subisce quel fattorino che, sforzandosi di sorridere, porge il sacchetto che sprigiona vapore acqueo. Ha fatto in fretta, la zuppa è ancora calda. Quel fattorino pagato tre euro a consegna, che indossa una pettorina rigorosamente color rosa shocking o verdino pastello. Lui, che ormai si sveglia la notte pensando che il telefono stia vibrando e ci sia un’altra consegna da fare, e non può perderla perché è in debito con chi gli ha riparato la bici l’ultima volta. Sì, perché per lavorare usa la sua bici che, come ogni cosa, ha bisogno di manutenzione che però non viene pagata dall’azienda (o quantomeno non sempre). Tutto è a carico del lavoratore. Lui, che si è laureato al Politecnico di Torino in ingegneria e ha accettato di fare il fattorino la sera, mentre di giorno lavora in un centro commerciale a voucher. Lui che, dopo la laurea, ha accettato qualunque impiego pur di non dover tornare al Sud perché lì è sicuro che non troverà lavoro. E non può più chiedere i soldi a casa perché a casa il lavoro è finito e pure l’assegno di disoccupazione. E, si sa, l’Italia spende lo 0% del Pil in diritto alla casa, mentre i prezzi degli affitti salgono, perché è facile speculare e arricchirsi sui bisogni degli altri, bisogni non al lusso ma alla sopravvivenza. E chi l’avrebbe mai detto che dopo una laurea in ingegneria al Politecnico ci si sarebbe trovati in quel 15% di lavoratori in stato di deprivazione materiale, quelli cioè che non possono permettersi un pasto completo più di due volte a settimana? 
Ma tutto questo Briatore non lo sa e si permette di accusare quei giovani che non vogliono emigrare di essere non solo fannulloni ma anche troppo nostalgici dei pranzi della domenica. Come potrebbe capire la fame di chi ha voglia di casa, di pranzi con gli spaghetti dalla nonna che magari ha fatto pure le polpette? Un pasto completo servito da chi dalla miseria è uscito, combattendo prima i fascisti e poi il capitale. Ma, lo abbiamo già visto, né i fascisti né il capitale si sono mai arresi, anzi. Qualcuno si è confuso, avallando il liberismo come passaggio obbligato per la modernità. E quasi quasi ci abbiamo creduto, perché siamo nati e cresciuti negli anni Novanta e ci siamo abituati in fretta a sentir chiamare le cose col prefisso post: post-ideologico, post-fordista, post-operaista, post-capitalista, post-rock... Del cottimo non parlava più nessuno. Figuriamoci se qualcuno parla di conflitto, nell’era che vogliono spacciarci per modernità. 

*** Marta FANA, ricercatrice in economia presso l'istituto di studi politici di Sciences Po di Parigi, esperta di economia del lavoro e diseguaglianze, saggista, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, 2017


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lunedì 9 ottobre 2017

#LIBRI PREZIOSI / “Non è lavoro, è sfruttamento”, di Marta Fana (recensione di M. Ferrario)

Marta FANA, Non è lavoro, è sfruttamento
Laterza, 2017
pagine 110, € 14,00, ebook € 8,99

Un punto di vista 'contro', ma tutto documentato
Marta Fana è una giovane ricercatrice che si divide tra Italia e Francia, dove lavora a Parigi all’Istituto di studi politici di Sciences Po. Il suo impegno anche sul campo, sui temi del lavoro e delle relazioni industriali, è attivo e appassionato. 

Il saggio Non è lavoro, è sfruttamento (Laterza, 2017) non è una sorpresa: i suoi contributi, frequenti negli ultimi tempi, su stampa e in trasmissioni televisive, ci hanno abituato ad analisi e prese di posizioni puntute, documentate, controcorrente, che non fanno sconti al pensiero prevalente. C’è sempre più bisogno di un punto di vista fuori dal coro, che sveli i dati dì realtà occultati dall’ideologia dominante (che peraltro si finge senza ideologia) e il suo libro, appena uscito, conferma il taglio consueto, ma la capacità di scavo profondo e ricco di dati e riflessioni critiche ha qui la possibilità di allargarsi, proprio grazie al respiro di un saggio, e di disegnare un quadro sistemico dello stato del lavoro oggi in Italia duro e inquietante. E i riferimenti storici offerti sono importanti per capire che il dramma del presente non è congiunturale, ma viene da lontano e non è così casuale come spesso colpevolmente o dolosamente si pensa. 

Ne esce un pamphlet combattivo, ma rigoroso, perché l’approccio polemico, certo mai nascosto, poggia su rilevazioni empiriche e sulla connessione intelligente di dati e fatti cuciti con il filo di un metodo che aspira alla ricostruzione oggettiva. Da anni l’attacco al capitalismo è considerata prassi antiquata, da relegare al Novecento e agli epigoni irriducibili di un marxismo fuori dalla storia: il neoliberismo ha fatto breccia ovunque e, non solo in Italia, la sinistra, nelle sue versioni ostinatamente e fondamentalisticamente di governo, ha imitato le destre.

Marta Fana recupera un’ottica che sembrava gettata nella spazzatura degli strumenti per leggere e cambiare là realtà: si può non concordare con le sue posizioni, sicuramente dure e drastiche,  ma è difficile, se si mantiene onestà intellettuale, rifiutare di meditare sull’affresco impietoso che sa fotografare, anche con uno stile chiaro e colloquiale, senza chiusure narcisistiche nel gergo sociologico. Per questo, perché il suo libro è oggi quanto mai necessario per comprendere la questione lavoro e, più ampiamente, la questione sociale, va ringraziata.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

da: Marta FANA, Non è lavoro, è sfruttamento, Laterza, 2017
«
Ed eccola, l’innovazione: l’emergere di spazi di ‘coworking’, dove apparentemente si lavora insieme, ma, molto più realisticamente, ognuno se ne sta per i fatti suoi. Mettere a disposizione uno spazio di coworking viene spesso raccontato come l’offrire un servizio che dà l’opportunità di incontrarsi, fare rete, scambiarsi idee e, perché no, crearne di altre tra una pausa e l’altra. A pagamento. Per sentirsi meno soli si spende intorno ai 15 euro al giorno, si affitta una postazione con una presa e se va bene si scambia qualche parola con quel collega fittizio e potenziale. Solitudine e frammentazione create dai processi di precarizzazione produttiva rimangono questioni private a cui il mercato risponde, trova soluzioni a carico dei lavoratori e su cui è sempre pronto a trarre un po’ di utili. Un cortocircuito che rende bene l’idea di come il concetto di condivisione venga messo a valore. In questo caso, infatti, la solitudine e la frantumazione del lavoro diventano ‘nuovi mercati’; la condivisione non ha un connotato sociale bensì di mercato: si paga per condividere qualcosa che non si detiene, a parte la frustrazione della solitudine. Mentre le aziende risparmiano sui costi relativi ai luoghi fisici del lavoro, i lavoratori pagano per dotarsi di uno spazio di lavoro in cui immaginarsi una vita non atomizzata. Si potrebbe ovviamente sostenere che è possibile riconquistare spazi pubblici dismessi, che il settore pubblico potrebbe impegnarsi a adibire a postazioni di lavoro. La riappropriazione degli spazi pubblici da parte della collettività è un obiettivo nobile che va costantemente rivendicato: tuttavia non si capisce perché, ancora una volta, sia il pubblico a dover pagare per il privato e la sua deresponsabilizzazione! (...)
Ogni giorno, in Italia, più di tre persone muoiono sui luoghi di lavoro, a cui vanno aggiunti gli infortuni e tutte le malattie che si manifestano lentamente, quando ormai il lavoratore è andato in pensione. Secondo i dati ufficiali, nel 2016 le denunce per infortunio sul lavoro sono oltre seicentomila. Neanche fossimo in guerra!
° ° °
Nel 2012 essere «bamboccioni», termine coniato dal fu ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, era ormai un complimento: stavano per arrivare gli «sfigati» e gli «schizzinosi». «Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa»: parola di Michel Martone, viceministro del Lavoro del governo Monti (gennaio 2012). Rincara la dose la ministra Elsa Fornero (ottobre 2012): «Non bisogna mai essere troppo choosy [schizzinosi], meglio prendere la prima offerta e poi vedere da dentro. Non aspettare il posto ideale. Bisogna entrare subito nel mercato del lavoro». 
Così come ha fatto Chiara, che per due anni ha lavorato come cassiera a chiamata all’ipermercato Martinelli di Mantova. Alla cassa tutti i week-end da venerdì a domenica e poi anche un turno durante la settimana. Per gli infrasettimanali la chiamavano il giorno prima per darle conferma. No ferie, no malattia. Il turno era di dodici ore, con un’ora e mezza di pausa pranzo. La pausa pranzo era il solo momento in cui Chiara aveva diritto a bere. In cassa era vietato bere, ma anche sedersi. Così lei e le sue colleghe erano costrette a tenere nascoste le bottigliette e a scomparire sotto la cassa per qualche istante. Essere sorridenti sempre, anche quando ti arrivava un’infezione urinaria, perché pure se bevi poco al bagno devi andare, ma quando chiami il cambio la collega non arriva a tamburo battente. Aspetti, anche mezz’ora, quaranta minuti. A fine turno, nonostante nel contratto ci fosse scritto «cassiera», Chiara e le sue colleghe dovevano pulire i bagni, tutti. 
Chiara è riuscita a trovare lavoro subito e a farsi sfruttare come si deve; le dichiarazioni della Fornero però rimangono non soltanto offensive ma anche fuorvianti. Per la legge della domanda e dell’offerta, se tre milioni di persone sono disoccupate e altrettante scoraggiate – cioè non lavorano e si sono stancate di cercare – significa che la prima offerta spesso neppure esiste. Lo dimostra il numero di posti vacanti, cioè disponibili rispetto al totale dei posti di lavoro esistenti (somma tra i posti vacanti e quelli occupati). Un indicatore che misura la domanda di lavoro da parte delle imprese, a ben vedere fanalino di coda europeo tra il 2009 e il 2016.
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venerdì 18 novembre 2016

#SENZA_TAGLI / Voucher e contratti a tempo indeterminato (Marta Fana)

Tra gennaio e settembre 2016, sono stati venduti 109.553.754 voucher. 
Con quattro mesi di anticipo abbiamo quasi raggiunto il vecchio record, quello del 2015 in cui in totale i voucher venduti erano stati 115 milioni.

Intanto i contratti a tempo indetermianto continuano a calare a picco, siamo notevolmente sotto il dato del 2014, pure includendo le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato : 52.617 vs -14.446.

*** Marta FANA, ricercatrice, Istituto Studi Politici di Parigi, 'facebook', 16 novembre 2016


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lunedì 17 ottobre 2016

#LINK / Consegne a domicilio, il prezzo è pagato dai fattorini (Marta Fana)

Lo sciopero dei fattorini della Foodora, società che gestisce ordini e consegne di pasti a domicilio, ha mostrato all’Italia il risvolto amaro dietro la comodità del consumo on demand. L’azienda ha recentemente deciso, unilateralmente, di eliminare per i nuovi assunti la remunerazione fissa basata sul numero di ore lavorate e mantenere solo la parte variabile, legata alle consegne: 2,7 euro ciascuna.

I nuovi lavoratori sono quindi pagati a cottimo in base a un contratto di collaborazione, di quelli in cui non c’è traccia di tutele e diritti minimi (ferie, malattia, contributi). Così funziona la gig economy, “l’economia dei lavoretti”, di cui Foodora fa parte: a chiamata si consuma la cena e a chiamata si sfruttano i lavoratori (...).

*** Marta FANA, ricercatrice, Il prezzo delle consegne a domicilio lo pagano i fattorini, 'internazionale.it', 13 ottobre 2016

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