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domenica 27 giugno 2021

#EX LIBRIS / Il compito di una buona memoria (Massimo Carlotto)

Voleva festeggiare la morte di quell’essere orrendo, la fine di quell’incubo, il ritorno alla vita. O forse aveva solo voglia di staccare per una notte. Avrebbe cenato con il dottor Gianola e la moglie in un ristorante stellato, ma poi si sarebbe data alla pazza gioia infilandosi una parrucca, che la rendeva sufficientemente irriconoscibile, e un vestito corto e scollato. La mise giusta per andare a ballare al Bobadilla, dove notoriamente abbondavano i bei manzi. Avrebbe bevuto un giusto numero di French 75: gin e champagne sono perfetti perché i ricordi diventino confusi. L’aveva imparato al liceo, studiando Montale. Ricordava una frase che più o meno sosteneva che il primo compito di una buona memoria è di saper dimenticare, concetto che lei e le sue compagne di baldorie avevano interpretato a modo loro.

*** Massimo CARLOTTO, 1956, scrittore, E verrà un altro inverno, Rizzoli, 2021


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martedì 13 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Il Turista", di Massimo Carlotto

Massimo CARLOTTO, "Il Turista"
Rizzoli, 2016
pagine 202, € 18,00, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

«Tutti fingono, la menzogna è l'unica moneta di scambio che abbia valore. Solo che noi dobbiamo essere più bravi.»
Il Turista è un serial killer perfetto, diverso da ogni altro. Tanto per cominciare, non “firma” i suoi omicidi e non lancia sfide ai detective, perché farsi catturare è l’ultimo dei suoi desideri. È un mago del camuffamento, non uccide secondo uno schema fisso e mai due volte nella stessa città o nello stesso Paese: per questo lo chiamano il Turista. In più, non prova empatia né rimorso o paura, esercita un controllo totale sulla propria psicopatia. In altre parole, è imprendibile, l'incubo delle polizie di tutta Europa. Anche il più glaciale degli assassini, però, prima o poi commette un passo falso che lo fa finire in gabbia. Succede a Venezia – il territorio di caccia ideale per qualunque assassino – e la gabbia non è un carcere: è una trappola ben più pericolosa, tesa da qualcuno che in lui ha scorto la più letale delle opportunità.
Anche Pietro Sambo ha fatto un errore, uno solo ma pagato carissimo. Adesso, ex capo della Omicidi, vive ai margini, con il cuore a pezzi. Poi arriva l'occasione giusta, quella per riconquistare onore e dignità. Ma per prendere il Turista dovrà violare di nuovo le regole, tutte, rischiando molto più della propria reputazione. 
Maestro riconosciuto del noir europeo, Massimo Carlotto ci ha abituato a spingere i confini dei generi dove nessuno è mai arrivato. Per scrivere il suo primo thriller ha fatto saltare ogni paradigma, costruendo una macchina narrativa che non offre certezze se non quella dell’adrenalina che mette in circolo.


«
Sambo si fermò a guardare il ponte di Rialto. All’apice della carriera andava spesso ad appoggiarsi alla balaustra che dominava il Canal Grande. A quel tempo credeva di essere indispensabile per proteggere la comunità e che Venezia gli dovesse riconoscenza. Non aveva capito che la sua città non aveva considerazione nemmeno per se stessa. (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)

«Si sorprenderà delle doti che ancora non ha sviluppato» disse Abernathy. «Lei è insensibile, non prova empatia né rimorso e sensi di colpa. È il re della menzogna e della manipolazione. Se non avesse imboccato la strada dell’omicidio avrebbe potuto ambire alla carriera di dirigente in una grande azienda. Dove crede che le multinazionali vadano a pescare i tagliatori di teste? Noi le offriamo un futuro nel ramo di cui è già un discreto professionista. La proteggeremo e la pagheremo.»  (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)

«Noi dobbiamo fare attenzione a nascondere la nostra superficialità: nei discorsi, nelle relazioni personali» spiegò lui in tono complice. «Una volta che hai imparato a essere “profondo”, sei automaticamente sano di mente.» 
«Il segreto?» 
«Capire che tutti fingono, celano il volto dietro a una maschera, perché la menzogna è l’unica moneta di scambio che abbia valore fra gli esseri umani. Solo che noi dobbiamo essere più bravi.» 
«Sei anche un mezzo filosofo» commentò ammirata.  (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)

«Ti stai comportando da “mona”» disse Caprioglio in tono fraterno. 
«Perché mi rifiuto di svendere del tutto quel briciolo di moralità e umanità che ci è rimasto?» «Anche tu hai giocato sporco. E più di una volta.» 
«Con quelli che se lo meritavano.» 
«Secondo il tuo esclusivo e personalissimo giudizio.» 
«Hai ragione. A volte esagero con l’ipocrisia e sono stato il primo a non battere ciglio quando Tiziana ha ribadito che il Turista non finirà mai davanti a un tribunale. Mi chiedo però se riusciremo a sopportare il peso della responsabilità di negare verità e giustizia ai familiari delle sue vittime.» 
«Tu continuerai ad annaspare con i sensi di colpa, non riesci a farne a meno» sentenziò. «Io, invece, continuerò a campare rimpiangendo di non essere più bello e più ricco. Ma adesso andiamo a mangiare, al Turista penseremo dopo.» (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)
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In Mixtura una mia recensione a Massimo Carlotto, "La banda degli amanti", edizioni e/o, 2015, qui

mercoledì 25 marzo 2015

#LIBRI PIACIUTI / Massimo Carlotto, La banda degli amanti (recensione di M. Ferrario)

Massimo CARLOTTO, La banda degli amanti, edizioni e/o, 2015,
pagine 195, € 15,00, ebook € 9,99

Chi apprezza Massimo Carlotto e compra un suo romanzo si aspetta quel che trova, soprattutto se il protagonista è l'Alligatore: una storia con un buon intreccio, una scrittura fluida e accattivante, paesaggi e atmosfere in linea con il degrado morale di taluni personaggi, il confronto tra una criminalità vecchio stile, in qualche modo rispettosa di una sua etica, e una criminalità dell'oggi, cinica, spavalda, di una violenza anche sadica e disposta a tutto pur di sacrificare al dio denaro.
Anche questo libro, che segna il ritorno dell'Alligatore, in campo da 20 anni, ma assente da qualche anno, non delude.

Tutto prende l'avvio dalla scomparsa di un giovane docente universitario. 
La sua amante, una svizzera altoborghese che aveva rifiutato il riscatto per il suo rapimento, dopo oltre un anno dalla scomparsa non resiste ai sensi di colpa e, su segnalazione di un'amica, si rivolge all'Alligatore perché indaghi. 
Un po' di resistenza iniziale, anche manifestata con modi bruschi e scostanti che mirano a far desistere la cliente, a causa di una crisi d'amore che sembra virare sull'esistenziale e lo vorrebbe isolato a leccarsi le ferite, e alla fine, per quanto strappato e sofferto, il sì. 
E la storia parte, con l''investigatore senza licenza' al centro, circondato dalla intelligenza e dall'affetto dei suoi amici-soci tradizionali, Max la Memoria e Beniamino Rossini, che lo seguono nelle sue avventure e che stavolta si rivelano indispensabili nel dargli una mano per combattere Giorgio Pellegrini, un personaggio brutale, squallido e ripugnante, che ritorna in campo 'dal passato' di altri romanzi.

Una lettura tesa e gustosa, resa ancor più stuzzicante e drammatica, dall'alternarsi dell'ottica dell'io narrante, dall'Alligatore al Pellegrini: un artificio efficace, e all'inizio spiazzante, per coinvolgere il lettore, come fosse in presa diretta, nella partita mortale tra i due.
Due ore di svago non banale: se è vero che mentre sei 'preso' dal ritmo della trama, qualche pensiero ti viene su come va il mondo e sulla mobilità dei confini tra bene e male.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

° ° °
«
Il cameriere mi portò un bicchiere old fashioned con sette parti di calvados, tre di drambuie, ghiaccio in abbondanza e una fettina di mela verde da sgranocchiare alla fine per consolarsi del bicchiere vuoto. Un Alligatore. (...)

In quel periodo non riuscivo a smettere di seguire programmi assurdi che raccontavano la crisi negli Stati Uniti. Banchi di pegni in città economicamente fottute come Detroit, con file interminabili di afroamericani che cercavano di piazzare qualsiasi cosa in cambio di pochi dollari. Aste di case o di ville disputate come battaglie da squali che diventavano personaggi televisivi. Box di sterminati self storage i cui lucchetti venivano aperti con le tronchesi. I compratori avevano cinque minuti per dare un’occhiata dall’esterno, poi si contendevano con rilanci da cinquanta dollari oggetti che avevano fatto parte della vita di altre persone che un giorno non erano state più in grado di pagare l’affitto. Impossibile non meravigliarsi della bassezza dei contenuti, eppure qualcosa mi spingeva a seguirli. In particolare quelli ambientati nel mondo dei pegni. Donne che volevano pagare la cauzione per tirare fuori di galera i loro uomini e che dovevano arrendersi all’idea di non farcela perché i loro gioielli, televisori, computer, pellicce venivano valutati una miseria. Ogni tanto arrivava qualcuno che doveva pagarsi le medicine ma quelle scene non riuscivo a reggerle e cambiavo canale. Un tempo attendevo il sonno con scorpacciate di televendite. Ora la civiltà televisiva offriva di meglio, il voyeurismo sulla povertà della grande America. Il messaggio era sempre lo stesso: “Fottetevi. Tocca a voi pagare i costi della crisi”. (Massimo Carlotto, da La banda degli onesti)
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