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martedì 25 agosto 2015

#SENZA_TAGLI / Placebo, è una vera medicina (Elena Dusi, Roberto Bassi)

La sperimentazione che sta per partire all’università di Baltimora è piuttosto inusuale. Vi partecipano persone malate, ma i medici spiegheranno loro con chiarezza che non possono aiutarle. Gli somministreranno un farmaco, ammettendo che non contiene nessun principio attivo efficace. E poi aspetteranno con fiducia la guarigione, o quanto meno il miglioramento dei sintomi.

Sembrerebbe un controsenso, ma nel mondo dell’effetto placebo non è la logica a farla da padrona. Nel 2010 un ricercatore di Harvard si accorse che le pillole di “acqua fresca” sono efficaci anche quando il paziente è consapevole di non assumere un farmaco vero.

E da allora le sperimentazioni con il placebo “open label” - in cui il malato è informato della natura del trattamento - sono state avviate per depressione, emicrania, mal di schiena, sindrome da deficit di attenzione e iperattività e - oggi a Baltimora - per la spossatezza che segue il trattamento contro il cancro.

La scelta di confessare ai pazienti di aver prescritto un placebo nasce dal disagio che alcuni medici provano nel mentire. Ted Kaptchuk, il ricercatore di Harvard che per primo ha adottato il “placebo onesto” ha osservato che i suoi benefici si fanno sentire, migliorando i sintomi di circa il 20% (nel suo caso i pazienti soffrivano di sindrome del colon irritabile). Il segreto, secondo lui, è spiegare bene ai malati che il placebo non è semplicemente acqua fresca, ma una pratica medica ben studiata e consolidata, capace di trarre vantaggio dal rapporto fra mente e corpo.

Teri Hoenemeyer, direttrice dei servizi di supporto del Cancer Center dell’università dell’Alabama, sta iniziando in questi giorni la sua sperimentazione su un gruppo di ex malati di cancro che si sono sottoposti ad almeno sei mesi di trattamento e soffrono di sindrome da affaticamento.

Un gruppo riceverà una pillola di “placebo onesto” per sette settimane, l’altro nessuna cura. Alla fine i ricercatori misureranno gli eventuali miglioramenti di chi ha ingoiato nulla più di una caramella e analizzeranno il Dna dei volontari per controllare — come è stato ipotizzato — se davvero l’efficacia del placebo è legata al profilo genetico.

Il compito più difficile sarà mettere in piedi una teoria sul controsenso di un “placebo senza inganni”. L’ipotesi avanzata da Kaptchuk è il cosiddetto “effetto film dell’orrore”. Chi si trova di fronte allo schermo sa che si tratta di una finzione, ma non può fare a meno di impaurirsi.

«Esiste una componente inconscia in molte procedure legate all’effetto placebo, per esempio nel dolore» conferma Fabrizio Benedetti, neuroscienziato dell’università di Torino e autore di molte ricerche sul tema. «Anche se i miglioramenti dell’open label sono piccoli, la sfida oggi è capire quali malattie potrebbero trarne i maggiori benefici».

*** Elena DUSI, giornalista, Effetto placebo. Ecco perché è una vera medicina, 'la Repubblica', 7 agosto 2015, qui


° ° °

[D: La sua esperienza con il placebo è dunque positiva?]
«È molto efficace, ma tutto dipende dalla fi­ducia del paziente. Se esiste un buon rappor­to, ogni cosa che il medico dica o prescriva è gradita. Il placebo ha il vantaggio di non fare mai male e di fare a volte molto bene». 

[D: Come distingue il paziente per il quale ba­sta un placebo?]
«Alcuni pazienti hanno bisogno di sentirsi rassicurati. Spesso si presentano con sintomi vaghi e preoccupazioni ingiustificate. Allora capisco che è il caso di curarli, ma senza tar­maci che possano far male. Non saprei dire la percentuale, ma potrebbe avvicinarsi a 1 pa­ziente su 2».

[D: Con quali parole accompagna la prescrizio­ne di un placebo?
«Qualsiasi spiegazione viene apprezzata da un paziente che abbia fiducia nel suo medi­co. Spesso uso formule come "questo farma­co ha funzionato in casi simili al suo"».


[D: Ma un farmaco andrà pur sempre prescrit­to, con i suoi principi attivi, gli effetti colla­terali e il libretto illustrativo]
«Non è difficile trovare tarmaci con princi­pi attivi molto blandi, praticamente nulli. Quanto al bugiardino, ci sono scritte dentro talmente tante cose, e in termini tanto gene­rici, che il paziente finisce per convincersi».

[D: Ma potrebbe anche sentirsi truffato]
«Ci sono malattie che vanno curate con i farmaci giusti. Ma dei pazienti che ho curato con il placebo mai nessuno è tornato a lamen­tarsi. O forse hanno cambiato medico senza dirmelo».

*** Roberto BASSI, ex primario di dermatologia all'Ospedale civile di Venezia, autore di L'effetto placebo, Libreria Editrice Cafoscarina, 2010, intervistato da e.d., Elena Dusi, "Se il paziente ha fiducia si può alleviare un caso su due", 'la Repubblica', 7 agosto 2015

Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Elena Dusi qui

venerdì 17 luglio 2015

SENZA_TAGLI / Bambini, ogni giorno 8 ore al tablet (Elena Dusi)

Cara, vecchia Tv. La baby sitter di una generazione è stata (quasi) mandata in soffitta da un esercito di agguerriti smartphone e tablet. Ai genitori i telecomandi per spegnere tutto ormai non bastano più, anche perché i nuovi strumenti sono ben custoditi nelle tasche e nelle camere dei ragazzi, anziché nel salotto di casa.

Un bambino di 7 anni in Gran Bretagna ne ha già trascorso uno a tu per tu con uno schermo. Un bambino americano di 8 anni passa 8 ore al giorno con i media elettronici. Un ragazzo tra i 13 e i 17 anni negli Usa spedisce 3.364 sms al mese, di cui 34 al giorno dopo aver spento la luce la sera. In Italia l'81 per cento dei tredicenni si collega a internet tutti i giorni. Per il 12% accedere a un social network è la prima attività dopo il risveglio e per il 35 per cento l'ultima prima del sonno.
Secondo gli ultimi dati della Società italiana di pediatria, il rapporto tra adolescenti e internet è sempre più privato - il 71% dei tredicenni si collega alla rete con il proprio telefonino - e lontano dal controllo dei genitori. Il 46% degli adolescenti passa da 1 a 3 ore al giorno sul web e il 26% supera le 3 ore. Per 6 giovani su 10 internet è "irrinunciabile " e quasi uno su 4 senza i suoi amici virtuali "si sente solo". Ma l'uso di Whatsapp (il social network prediletto per l'81% dei ragazzi) e Facebook (tre adolescenti su quattro hanno un profilo) rende gli utenti raggiungibili giorno e notte, trasformando il calcolo delle ore di connessione in un'operazione senza senso. "La migrazione dal computer al telefonino - spiega Giovanni Corsello, presidente della Società italiana di pediatria - impedisce ai genitori di rendersi conto del tempo trascorso dai figli sui social network. E agevola l'abuso notturno, rubando ore preziose al sonno dei ragazzi".

Negli Stati Uniti, secondo una ricerca del 2010 della Kaiser Family Foundation citata dal New York Times , i genitori hanno ormai abdicato al loro ruolo di controllo: 2 su 3 non impongono neanche una regola sull'uso di tablet, tv, telefonini e videogiochi. E la passione per gli schermi luminosi va a colonizzare fasce d'età sempre più precoci. Ad aprile di quest'anno una ricerca dell'ospedale di Philadelphia Einstein Healthcare Network ha trovato che il 36% dei bambini inizia a maneggiare un telefonino o un tablet ancor prima di aver compiuto un anno.

Se l'attaccamento eccessivo all'elettronica è diventato un'epidemia mondiale o quasi, c'è un Paese che ha deciso di affrontarla con i muscoli. La Cina ha classificato la dipendenza da internet come una malattia e per curarla ha aperto centri di riabilitazione dove nessuno spiraglio è lasciato alla libertà di smanettare su schermi e tastiere. Al programma militaresco imposto a tre adolescenti "internati" per tre mesi nella Internet addiction clinic di Pechino è dedicato il documentario shock Web Junkie. 

"Un po' di ironia - è al contrario la ricetta suggerita dallo psicoterapeuta Fulvio Scaparro - per far sì che i ragazzi si rendano conto da soli di quanto la realtà sia più vasta di uno schermo". Ai genitori Scaparro consiglia di offrire alternative altrettanto accattivanti della realtà virtuale. "Non è un caso che nei periodi di vacanza l'uso di internet crolli. Per i bambini arriva finalmente il momento di correre, giocare e azzuffarsi. La vita si impara vivendo, ma in casa e in città spesso ci sono poche attività da offrire. I genitori hanno il compito di trovare delle alternative più affascinanti di telefonini e videogiochi".

*** Elena DUSI, giornalista, Ogni giorno 8 ore al tablet. "Per i piccoli è una droga", 'la Repubblica', 14 luglio 2015, qui

giovedì 16 luglio 2015

#RITAGLI / Procrastinare, per non farlo basta ingannare il cervello (Elena Dusi)

Secondo l’American Psychological Association, 1 individuo su 5 è un “procrastinatore seriale”. (...)

... due esperti americani ci offrono dalle colonne di Psychological Science una ricetta che si presume infallibile.
Per costringerci a fare oggi quel che si potrebbe benissimo rimandare a domani - suggeriscono Neil Lewis dell’università del Michigan e Daphna Oyserman di quella della Southern California - basta cambiare l’unità di misura del tempo. Pensare che la prossima scadenza sarà fra 30 giorni anziché fra 1 mese «farà aumentare il nostro senso di impellenza». E calcolando che non si andrà in pensione fra 30 anni, ma fra 10.950 giorni, si inizia a risparmiare con un anticipo 4 volte superiore.
Che il nostro elaborato cervello si faccia ingannare da trucchi tanto ingenui potrà sembrare incredibile, ma è confermato anche da altri esperimenti. 
L’anno scorso ad alcuni studenti fu chiesto di completare una ricerca in 5 giorni. Ma quelli che avevano come termine il 29 aprile hanno rispettato meglio l’impegno di quelli la cui scadenza cadeva il 2 maggio, nel mese successivo. 
La spiegazione, secondo i due psicologi americani, affonda in una duplice personalità che alberga in ciascuno di noi: il “me presente” e il “me futuro”. Il primo, che si occupa dell’oggi, finisce per assumere un ruolo di comando sul secondo. Spezzettare l’unità di misura del tempo, spiegano Lewis e Oyserman, serve a ridurre la dicotomia fra presente e futuro, e quindi a riavvicinare le due personalità. «Per agire con efficienza - scrivono i due ricercatori americani - il futuro deve sembrare imminente ».

Per due psicologi che ci invitano a sbrigarci, altri due suggeriscono di aspettare un attimo. 
Alla fine di giugno, alias undici giorni fa, David Rosenbaum dell’università della Pennsylvania ed Edward Wasserman di quella dello Iowa hanno scritto su Scientific American che la pre-crastinazione è altrettanto dannosa della pro-crastinazione. La tendenza a spedire una mail importante senza ponderarne il contenuto o a pagare le tasse subito anziché aspettare la scadenza solo per il bisogno di levarsi il pensiero è, scrivono i due docenti, «un altro sintomo delle nostre vite vissute sempre di corsa».

A conciliare le tesi antitetiche dei due gruppi di psicologi è per fortuna arrivato un filosofo. John Perry della Stanford University. Autore del blog Structured procrastination, ci invita a escogitare un compito veramente arduo, ma falso, e poi a rimandarlo facendo quel che dovremmo veramente fare. «Fare meno, ingannare se stessi, ma avere lo stesso successo» è la summa della sua filosofia. 

*** Elena DUSI, giornalista, Basta procrastinare: il segreto è 'ingannare' il cervello, 'la Repubblica', 10 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Elena Dusi qui

giovedì 9 luglio 2015

#RITAGLI #LINK / Sesso, è tutta una questione di geni? (Elena Dusi)

Se il sesso esiste è per migliorare i geni di una specie. Ma anche i geni hanno molto da dire sul nostro modo di vivere il sesso. Nel Dna infatti esistono caratteri che influenzano l’età della prima volta, la propensione a sposarsi, ad avere figli e a restare fedeli, l’orientamento sessuale e l’identità di genere.

Questi tratti, studiati finora in maniera aneddotica e sporadica, sono stati messi insieme da un esperto di Dna e da un sessuologo in uno studio appena uscito su 'Sexual Medicine Review'.
Il “matrimonio” tra le due discipline ha come protagonisti Giuseppe Novelli, genetista e rettore di Tor Vergata ed Emmanuele Jannini, che nell’università romana insegna sessuologia medica, presidente della Società italiana di Andrologia e medicina della sessualità.
Citare i geni come fattore del comportamento sessuale espone sempre a polemiche. 
«Il Dna non ci obbliga a fare nulla. Le nostre scelte restano comunque libere », ci tiene a premettere Jannini. «I geni sono l’ hardware che regola le scelte e i comportamenti sessuali di base» spiega Novelli. «L’educazione, l’esperienza, gli incontri rappresentano il software ».
La nuova disciplina della “genetica della sessualità” ha come strumenti lo studio dei gemelli identici e di animali che non ti aspetteresti, come le arvicole delle praterie. Nei maschi di questa specie — raro esempio di vera monogamia in natura — basta bloccare il gene della vasopressina (ormone prodotto dall’ipofisi del cervello) per scatenare istinti promiscui. Attivare lo stesso gene nelle ben più dissolute arvicole di montagna rende invece il maschio attaccato alla compagna. «La vasopressina e la sua variante femminile, l’ossitocina, sono ormoni che creano attaccamento di coppia, se parliamo nel linguaggio della biologia. Oppure amore, se preferiamo la versione romantica del termine», spiega Jannini. (...)

Se l’influenza della genetica nell’omosessualità è molto dibattuta dal punto di vista sociale, la scienza qualche idea chiara prova oggi a raggiungerla. 
«Il ruolo del Dna negli omosessuali uomini è più evidente rispetto alle donne. Forse perché in queste ultime entrano in gioco fattori ormonali», premette Novelli. Nel 1993 il ricercatore americano Dean Hamer ha trovato che una particolare variante del gene Xq28 era presente nel 70% degli omosessuali osservati. Lo studio ha aperto un dibattito molto vivo, che nemmeno una conferma pubblicata a maggio di quest’anno dallo psichiatra americano della NorthShore University Alan Sanders è riuscita a sopire. 
«Abbiamo chiesto a diversi circoli Arcigay di aiutarci a chiarire quest‘aspetto», dice Jannini. «Ma ci siamo sentiti rispondere che gli omosessuali non sono scimmie da laboratorio. Siamo i primi a credere che i geni non funzionino in assoluto ed è sempre l’ambiente a favorire la loro attività. D’altro canto, è assurdo sostenere che un certo tipo di formazione scolastica possa modificare l’orientamento sessuale»
Di fronte al paradosso del Dna omosex (perché mai l’evoluzione dovrebbe favorire un gene che non porta alla riproduzione?) le ricerche degli ultimi anni hanno avanzato l’ipotesi che Xq28 aumenti la fertilità nelle portatrici donne.

*** Elena DUSI, giornalista, Sesso: è tutta una questione di geni, 'la Repubblica', 6 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui