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sabato 14 ottobre 2017

#RACCONTId'AUTORE / Gli odori (Ermanno Bencivenga)

Una volta gli uomini sentivano gli odori dov'erano, come con tutte le altre cose che sentivano. Sapete come succede con rumori, sapori e tutto il resto: il rumore del treno lo sento dov'è il treno, non nelle orecchie, e il gusto di lampone lo sento sulla lingua perché è lì che sta il lampone. Il sole lo vedo nel cielo, non negli occhi, e il morbido del tappeto lo sento sotto i piedi perché i piedi ci stanno sopra. Ecco, allo stesso modo gli uomini sentivano l'odore di una rosa là dov'era la rosa: se la tenevano in mano sentivano un odore vicino, e se invece era a dieci passi di distanza e un po' spostata a sinistra sentivano un odore a dieci passi, un po' spostato a sinistra.

Ma non poteva durare. Tutto funzionava a meraviglia finché si trattava di rose e lamponi, ma c'erano grossi problemi con le cose che puzzano. Se una cosa non voglio vederla mi basta girarmi dall'altra parte, e se qualcuno fa un rumore fastidioso posso pregarlo di smettere. Se non mi piacciono le prugne non le mangio, e se la pentola scotta basta non metterci le mani su. Con le puzze, però, girarsi dall'altra parte non serviva, o tenere le mani in tasca, o chiedere gentilmente di fare un buon odore. Così, siccome di puzze ce n'erano in giro tante, gli uomini vivevano una vita infelice, dominata dal fetore.

Fu per questo che, quando uno di loro vinse una lotteria e gli concessero tre desideri, l'uomo non ebbe dubbi. Da allora gli odori si sentono tutti nel naso, anche se sono altrove. Se una puzza ci da fastidio basta avvicinare al naso un fazzolettino imbevuto di acqua di colonia: la puzza rimane fuori e noi possiamo continuare a vivere felici e contenti.

*** Ermanno BENCIVENGA, 1950, filosofo, saggista, Gli odori, da Ermanno Bencivenga, La filosofia in trentadue favole, Oscar Mondadori, 1991
https://it.wikipedia.org/wiki/Ermanno_Bencivenga



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sabato 17 giugno 2017

#RACCONTId'AUTORE / Un posto per un'idea (Ermanno Bencivenga)

Sara aveva avuto un’idea. Era una bella idea: a pensarci veniva da sorridere. Sara voleva conservarla, come sempre faceva con le cose che le piacevano. Un giorno aveva trovato una coccinella, tutta rossa con dei puntini neri, che quando ti camminava sulla mano ti faceva un po’ il solletico, e l’aveva chiusa in una vecchia scatola di mentine. C’era abbastanza spazio per muoversi, e lei ci metteva sempre delle briciole perché la coccinella non soffrisse la fame. Poi, quando voleva sentirla camminare sulla mano e farsi fare un po’ il solletico, la tirava fuori dalla scatola e ci giocava insieme. Un altro giorno aveva trovato una grossa conchiglia, bianca e azzurra, che quando la tenevi vicino all’orecchio sentivi mugghiare il mare, e l’aveva nascosta nel primo cassetto del comò, sotto le calze. Si stava morbidi lì, come sulla sabbia, e anche molto più puliti. Poi, quando voleva sentir mugghiare il mare, le bastava aprire il cassetto e sollevare le calze.

Con l’idea, però, era un bel problema. Perché un’idea non si può chiudere in una scatola, non si può nascondere sotto le calze. Un’idea non si può neanche prendere in mano. Come si fa a conservare un’idea? Se sapessi scrivere, pensò Sara, potrei fermarla sulla carta e non volerebbe più via. Forse dovrei dirla alla mamma, così la scrive. Ma no, concluse dopo averci pensato su, chi me lo dice che i segni sulla carta la fermano davvero, un’idea? È l’idea, invece, che va a stare insieme ai segni, e questi diventano qualcosa di più che segni perché l’idea è con loro, ma se un giorno l’idea decide di volar via non restano altro che segni, e non vogliono dire più niente.

Sara era disperata, e come sempre quando era disperata andò a chiedere consiglio al nonno. Il nonno era seduto sulla sedia a dondolo e sembrava guardare nel vuoto. Forse anche lui aveva avuto un’idea.

Sara gli disse: «Nonno, sono tanto triste».
«Perché?» chiese il nonno.
«Perché ho avuto un’idea».
«Una brutta idea?» fece il nonno un po’ preoccupato.
«No, una bella idea: a pensarci viene da sorridere.»
«E allora perché sei triste?».
«Perché ho paura di perderla».
«Di perderla?».

Il nonno sembrava non capire.
«Sì, di perderla. Se adesso mi viene in mente qualcos’altro me la dimentico e quando voglio pensarci non la trovo più e non posso più sorridere».

Il nonno scosse la testa. «Sara» disse «sai perché le idee non si possono tenere in mano?».
«No, nonno».
«Perché altrimenti la gente le chiuderebbe in una scatola o in un cassetto, come fai tu con i tuoi tesori, e in giro non ne rimarrebbero più, di quelle belle almeno, di quelle che fanno sorridere. Così invece nessuno le può prendere e loro volano sempre intorno. Oggi vengono in mente a te, domani a un altro, ma nessuno le può imprigionare, non sono di nessuno ed è un po’ come se fossero di tutti. E a tutti può capitare di pensarci e di sorridere».
«Ma nonno» disse Sara «se perdo la mia idea non sarò più contenta come prima».
«Sì, lo sarai, perché non la perdi per sempre. Un giorno ti tornerà in mente e sorriderai ancora, più di adesso anzi, perché sarà come incontrare un vecchio amico che non vedevi da tanto tempo. La terrai un po’ con te, poi la saluterai e lei tornerà al suo posto, in mezzo al mondo».

*** Ermanno BENCIVENGA, 1950, filosofo e saggista, Un posto per un'idea, da La filosofia in trentadue favole, Mondadori, 1991.


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