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sabato 6 marzo 2021

#MOSQUITO / Democrazia dall'alto (Gustavo Zagrebelsky)

Chi saluta con gioia i "governi del Presidente" o i "governi dei migliori" e chi vede con soddisfazione i partiti politici rallegrarsi insipientemente per essere stati messi "in buone mani" lavora a favore d’un cambio di paradigma costituzionale: la sostituzione del "basso" con "un alto", il che non è buona cosa per la democrazia, ma è ottima per l’oligarchia. 

*** Gustavo ZAGREBELSKY, 1943, costituzionalista, presidente emerito della Consulta, La democrazia dall'alto, 'la Repubblica', 24 febbraio 2021.


In Mixtura i contributi di Gustavo Zagrebelsky qui
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domenica 2 ottobre 2016

#SPOT / Se vince il Sì (Gustavo Zagrebelsky)


Ad esempio:
Provate a leggere (se riuscite ad arrivare fino all'ultima riga):

* Art. 70 della Costituzione attuale: 
«La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due camere.» 

* Art. 70 della riforma Boschi-Renzi-Verdini:
«La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di referendum popolare, per le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, secondo comma, lettera p), per la legge di cui all’articolo 122, primo comma e negli altri casi previsti dalla Costituzione. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati, entro i successivi venti giorni, si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. Per i disegni di legge che dispongono nelle materie di cui agli articoli 114, terzo comma, 117, commi secondo, lettera u), quarto, sesto e decimo, 118, quarto comma, 119, 120, secondo comma e 132, secondo comma, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei suoi componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. Per tali disegni di legge le disposizioni di cui al comma precedente si applicano solo qualora il Senato della Repubblica abbia deliberato a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni.» 

#VIDEO / Riforma costituzionale, confronto Renzi-Zagrebelsky


Confronto Renzi-Zagrebelsky 
sulla Riforma Costituzionale
conduttore Enrico Mentana
'Sì o No', 'La 7', 30 settembre 2016
video 2h18min07

Video integrale della trasmissione: oltre 2 ore, ma - comunque la si pensi - 'storiche'...

In Mixtura altri 11 contributi di Gustavo Zagrebelsky qui

giovedì 23 giugno 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / Loro diranno, noi diciamo, di Gustavo Zagrebelsky

Gustavo ZAGREBELSKY, "Loro diranno, noi diciamo
Vademecum sulle riforme istituzionali"
Laterza, 2016
pagine 86, € 10,00, ebook € 5,99

Libro segnalato da Mixtura - Testo di presentazione dell'Editore

Gustavo Zagrebelsky e Francesco Pallante argomentano per il rinnovamento di una democrazia partecipata, contro le modifiche della Costituzione – di cui si vorrebbero cambiare ben 47 articoli (oltre un terzo del totale) – e contro la legge elettorale. Oltre alle critiche di merito (contraddizioni, errori concettuali, complicazione del sistema), vengono messe in evidenza le forzature procedurali che hanno connotato il percorso di approvazione delle due leggi. Ne emerge un quadro tutt'altro che rassicurante: le nuove regole del gioco politico risultano essere, a giudizio degli autori, sempre più un'imposizione unilaterale basata su rapporti di forza incostituzionali – leggi approvate in tutta fretta e al costo di qualunque forzatura.
Il libro si chiude offrendo al lettore il confronto, articolo per articolo, del testo della Costituzione vigente con quello che scaturirebbe dalla riforma. Ciò allo scopo di offrire al cittadino una chiara visione d'insieme del nuovo dettato costituzionale.

domenica 19 giugno 2016

#MOSQUITO / Riforma Costituzionale, e legittimità del Parlamento (Gustavo Zagrebelsky)

Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia.
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, perché antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). 
La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente. Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo di una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. Come minimo, ci si sarebbe aspettati un poco d’umiltà politica da parte di chi sa di essere seduto abusivamente in un posto che non gli spetta, in attesa dell’arrivo di chi ne avrebbe il diritto. Invece, addirittura della riforma costituzionale si sono sentiti investiti: nuovi costituenti! 
È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e di non poca “dottrina” costituzionalistica si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. Onde si può dire che la riforma è frutto d’un furto di democrazia.

*** Gustavo ZAGREBELSKY, presidente emerito della Corte Costituzionale, costituzionalista, saggista, (con Maurizio Pallante), Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali, Laterza, 2016


In Mixtura altri 8 contributi di e su Gustavo Zagrebelski (comprese alcune mie recensioni a suoi libri) qui

martedì 7 giugno 2016

#LINK #VIDEO / La solitudine di Pilato, dialogo Ezio Mauro-Gustavo Zagrebelsky (Viola Giannoli)

L'ex direttore di "Repubblica", Ezio Mauro, e l'ex presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, si interrogano a partire dalla figura del prefetto della Giudea sul potere e la democrazia

Un dialogo a due voci su "La solitudine di Pilato" e il processo a Gesù. L'ex direttore di "Repubblica", Ezio Mauro, e l'ex presidente della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, introdotti da Giulia Santerini si interrogano al Maxxi per "RepIdee" sulla figura del prefetto della Giudea che, secondo quanto testimoniano i Vangeli, fu giudice del processo di Cristo e ne ordinò la flagellazione. Ma perché occuparsi di un evento che risale a duemila anni fa? Perché quel processo, sostiene Mauro, rappresenta uno degli atti di inizio della modernità. E, secondo alcune interpretazioni, segna anche il primo esempio di democrazia nell'appello al popolo di Pilato. Una democrazia, ragiona però Zagrebelsky, che si fonda su un popolo non libero, ma sobillato, manipolato.

*** Viola GINNOLI, giornalista, Mauro-Zagrebelsky: la solitudine di Pilato, il potere e la democraziaRepIdee, Mauro-Zagrebelsky: la solitudine di Pilato, il potere e la democrazia, 'repubblica.it'. 5 giugno 2016

LINK articolo e VIDEO del dialogo qui

domenica 10 aprile 2016

#MOSQUITO / Democrazia, l'uguaglianza irrisa (Gustavo Zagrebelsky)


Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall’uno all’altro, è l’atteggiamento di fronte all’uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall’uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario. Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione. Nell’essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest’ ultima (il voto, i partiti, l’ informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli. Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole in-variate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale. Ciò vale a iniziare dalla parola ‘politica’: forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l’etimo di politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l’ integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all’ uguaglianza. 

*** Gustavo ZAGREBELSKY, costituzionalista, Presidente emerito della Corte costituzionale e Presidente onorario di Libertà e Giustizia, Senza uguaglianza la democrazia è un regime, ‘La Repubblica’, 26 novembre 2008


In Mixtura altri 6 contributi di Gustavo Zagrebelsky qui.  
(comprese due mie recensioni a due suoi recenti libri: G. Zagrebelsky, "Senza adulti", Einaudi, 2016 e G. Zagrebelsky, "Liberi servi", Einaudi, 2015)

martedì 15 marzo 2016

#LIBRI PREZIOSI / Senza adulti, di Gustavo Zagrebelsky (recensione di M. Ferrario)

Gustavo ZAGREBELSKY, "Senza adulti", Einaudi, 2016
pagine 112, € 12,00, ebook € 6,99

La giovinezza si estende, l'adultità si ritrae
Le età della vita non sono cambiate: se seguiamo l'anagrafe, possiamo distinguere, oggi come ieri, i tre periodi della giovinezza, dell'adultità e della vecchiaia. 
Ma l'anagrafe, come sappiamo, dice sempre meno: come per le generazioni, gli anni che le contraddistinguono cedono il passo ai valori, agli atteggiamenti e ai comportamenti che le dominano. Insomma, anche qui la sostanza vince sulla forma, il contenuto prevale sul contenitore. Ed è così che la tripartizione, utile per connotare il passato, può essere ora fuorviante: e, nei fatti almeno, ha perso il tre in epoca recente. Il numero cui ormai riferirsi si è trasformato prima in due (giovinezza e vecchiaia) e poi - è cronaca attuale - in uno (giovinezza). 

Certo, siamo in un'età in cui, nel nostro mondo occidentale e in Europa in particolare, i vecchi aumentano. E, come spesso accade, la quantità fa problema: con una serie di conseguenze pratiche di cui stiamo sperimentando la complessità (la crisi del welfare, ad esempio). L'affermazione che vede il focus sui giovani, che la farebbero da padroni, sembrerebbe quindi in contraddizione con il processo in corso. 
Ma è la qualità di quanto sta accadendo che va presa in considerazione: è la spinta giovanilistica che pervade lo spirito del tempo a conquistare l'intera società, in qualche modo mettendo a tacere anche chi per età non può essere iscritto alla generazione dei giovani. E' una pulsione tipicamente giovanile quella che si si realizza, anche con sfarzo propagandistico continuamente promosso e raccontato, nell'iperfare efficientista, avente come mira esclusiva il risultato immediato.

La ricchezza dell'analisi condotta nel testo non è sintetizzabile e corro il pericolo di sovrapporre il mio punto di vista, meno pacato e più radicale anche nella forma, alla riflessione dell'autore. Ma a mio avviso sono individuabili almeno due fattori cruciali che segnano il presente, e non solo in Italia.
Il primo è la baldanza assolutista con cui si impone il cambiamento di tutto (e la conseguente 'rottamazione' del vecchio, inteso come cose e persone); e il secondo è l'arroganza, arrembante e tracotante, con cui ogni limite si vuole rimosso.
Se si concorda almeno in parte su queste rapide e sbrigative asserzioni, dando qui per scontati argomenti a iosa che possono supportarle, l'interrogazione sul domani si fa oggettivamente inquietante: 'senza adulti', come dice il titolo del libro, il rischio di irresponsabilità per aver espunto dal nostro pensiero il lungo termine, dunque la preoccupazione per la sostenibilità del pianeta e il diritto a vivere delle generazioni future, può non essere soltanto un fantasma apocalittico.

Sono questi alcuni fili di meditazione suggeriti dalla lettura di questo breve volume di Gustavo Zagrebelsky, noto costituzionalista abituato a sconfinare con intelligenza dal diritto alla sociologia, alla filosofia e alla politica. 
Chi lo conosce dai suoi scritti sa quanto l'autore sia capace di non seguire l'onda del monopensiero dominante, usando con abilità lo strumento, sempre meno consueto, di interpellare le coscienze: la sua e le nostre. 
Se non si è ancora perso il vizio di cercare di capire il contesto in cui siamo e il futuro in cui prevedibilmente potrà trovarsi a vivere la società di domani, facendoci domande e non dandoci risposte semplici e consolatorie, questo libro cade a proposito, per almeno tre ragioni: si 'gusta' in una sera, presi dall'acutezza del contenuto e dalla fluidità dello stile, colto e facile insieme; si è spinti dall'autore a richiamare alla mente pensatori classici tuttora capaci di parlarci; e ci si confronta con un pensiero che non ci lascia 'tranquilli', qualunque sia il nostro posizionamento ideologico.
E chi ama chiosare i passi salienti di un testo, per ricordare o approfondire in seguito, qui ha solo l'imbarazzo della scelta: deve solo contenere la sua voglia di sottolineare tutto.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Guardiamoci attorno. Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, persino il linguaggio della giovinezza e, d’altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire? Dov’è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore? Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella «cultura giovanile» dei figli. L’eterna giovinezza, la promessa di patti con il diavolo di fantasiosi elisir, è diventata un’aspirazione che la pubblicità commerciale alimenta per i suoi fini. 
(...) La paura d’invecchiare ha fagocitato anche l’età di mezzo. (Gustavo Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi, 2016)

In due parole, l’identità dell’odierna generazione emergente è lo sviluppo e la produttività, anzi la produttività crescente finalizzata allo sviluppo. È una corsa costante che deve almeno stare al passo e, possibilmente, allungarlo rispetto a quanti partecipano alla gara globale. È, altresì, una gara nichilistica, perché la meta, cioè un’idea di società giusta che si possa aspirare a raggiungere, si allontana in misura proporzionale all’accelerazione della corsa di tutti contro tutti. (...)
A differenza di altre identità generazionali che fissavano, stabilizzavano e arrestavano il tempo e, dunque, in un certo modo, rassicuravano fino a quando non fossero state sostituite da altre, la produttività crescente è la più implacabile delle leggi, perché richiede la mobilitazione di tutte le energie sociali disponibili e implica, d’altro canto, la marginalizzazione di coloro i quali non ne sono partecipi. 
(Gustavo Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi, 2016)

Volendo sintetizzare le trasformazioni che il corso della vita ha subito nelle nostre concezioni pratiche, potremmo fare ricorso a una sequenza numerica: tre, due, uno e infine, minacciosamente, zero. Tre era il numero della giovinezza, della maturità e della vecchiaia. Due, della giovinezza che si prolunga sino alla vecchiaia. Uno, della giovinezza che annulla la vecchiaia. Zero, della giovinezza che consuma se stessa senza preoccupazione di quanto l’avvenire potrebbe riservare. Poiché siamo infine giunti a questa soglia, sconosciuta nel lungo corso della storia dell’umanità, si è posto il tema dei «diritti delle generazioni future». In questa espressione è sintetizzato un passaggio che, per usare una formula abusata, è «epocale», e impone di reagire alla sequenza che si è testé esposta nella successione dei numeri discendenti verso lo zero, per cercare di risalire la china.Gustavo Zagrebelsky, Senza adulti, Einaudi, 2016)
»

In Mixtura un'altra mia recensione al libro di Gustavo Zagerbelsky, "Liberi servi", Einaudi, 2015, qui

venerdì 6 novembre 2015

#VIDEO / Senza legge, se è possibile è lecito (Gustavo Zagrebelsky)

Gustavo ZAGREBELSKY
costituzionalista, emerito della Consulta
Un mondo senza legge: tutto ciò che è possibile è lecito
RepIdee, Genova, 7 giugno 2015
(video, 2min24)

"La legge ha sempre delimitato i confini del potere, ma adesso non esiste più. E tutto ciò che è tecnicamente possibile è diventato lecito". 
Così il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gustavo Zagrebelsky, ha descritto la condizione del mondo in occasione dell'edizione 2015 della Repubblica delle Idee a Genova
(Dalla presentazione, di Antonio Nasso)

In Mixtura altri 4 contributi di Gustavo Zagrebelsky qui

martedì 8 settembre 2015

#SENZA_TAGLI / L'umiliazione del Parlamento, appello ai legislatori (Gustavo Zagrebelsky)

Il funzionamento della democrazia è cosa difficile, stretto tra l’inconcludenza e la forza. Chi crede che si tratti di una battaglia che si combatte una volta ogni cinque anni in occasione delle elezioni politiche e che, nell’intervallo, tutto ti è concesso perché sei il “Vincitore”, si sbaglia di grosso ed è destinato a essere travolto, prima o poi, dal suo orgoglio, o dalla sua ingenuità, mal posti.

La prima vittima dell’illusione trionfalistica è il Parlamento. Se pensiamo che si tratti soltanto di garantire l’azione di chi “ha vinto le elezioni”, il Parlamento deve essere il supporto ubbidiente di costui o di costoro: deve essere un organo esecutore della volontà del governo. Altrimenti, è non solo inutile, ma anche controproducente.

Le riforme in campo, infatti, sono tutte orientate all’umiliazione del Parlamento, nella sua prima funzione, la funzione rappresentativa. Che cosa significano le leggi elettorali, che prevedono la scelta dei candidati attraverso le “liste bloccate” stilate direttamente dai capi dei partiti o attraverso la farsa delle cosiddette “primarie”, se non l’umiliazione di quella funzione nazionale: trionfo dello spirito gregario o del mercato dei voti. Il prodotto degradato, se non avariato, è davanti agli occhi di tutti. Così, mentre dalle istituzioni ci si aspetterebbe ch’esse tirassero fuori da chi le occupa il meglio di loro stessi, o almeno non il peggio, di fatto avviene il contrario. Queste istituzioni inducono alla piaggeria, alla sottomissione, all’assenza di idee, alla disponibilità nei confronti dei potenti, alla vigliaccheria interessata o alla propria carriera o all’autorizzazione ad avere mano libera nei propri affari sul territorio di riferimento. Per essere eletti, queste sono le doti funzionali al partito nel quale ti arruoli. Non devi pensare di poter “fare politica”. Non è più il tempo: il tempo è esecutivo!

Una prova evidente, e umiliante, dell’inanità parlamentare è la vicenda che ha agitato la vita politica negli ultimi due anni: la degradazione del Senato in Camera secondaria che dovrebbe avvenire col consenso dei Senatori. Si dice loro: siete un costo, cui non corrisponde nessun beneficio; siete un appesantimento dei processi decisionali, cui corrisponde non il miglioramento, ma il peggioramento della qualità della legislazione. Sì, risponde il Senato: è così. Finora siamo stati dei parassiti inutili e dannosi e siamo grati a chi ce ne ha resi consapevoli! Sopprimeteci!

Vediamo più da vicino questo caso da manuale di morte pietosa o suicidio assistito nella vita costituzionale.

A un osservatore non superficiale che non si fermi alla retorica esecutiva e “governabilitativa”, cioè ai costi (“Senato gratis”, è stato detto) e alla velocità (una deliberazione per ogni legge, invece di due), l’esistenza di una “seconda Camera” risulta bene fondata su “ragioni conservative”. Non conservative rispetto al passato, come fu al tempo delle Monarchie rappresentative, quando si pose la questione del bilanciamento delle tendenze anarcoidi e dissipatrici della Camera elettiva, propensa a causa della sua stessa natura a sperperare denaro e tradizioni per accattivarsi gli elettori. Allora ciò che si voleva conservare era il retaggio del passato. Oggi, di fronte alla catastrofe della società dello spreco, si tratterebbe dell’opposto, cioè di ragioni conservative di risorse e opportunità per il futuro, a garanzia delle generazioni a venire.

Il Senato come concepito nella riforma moltiplica la dissipazione. Se ne vuole fare un’incongrua proiezione amministrativistica di secondo grado di enti locali, a loro volta affamati di risorse pubbliche. A questa prospettiva “amministrativistica” se ne sarebbe potuta opporre una “costituzionalistica”. Nei Senati storici, le ragioni conservative corrispondevano alla nomina regia e alla durata vitalizia della carica: due soluzioni, oggi, evidentemente improponibili, ma facilmente sostituibili con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola tassativa della non rieleggibilità, come garanzia d’indipendenza da interessi particolari contingenti. A ciò si sarebbero potuti accompagnare requisiti d’esperienza, competenza e moralità particolarmente rigorosi, contenuti in regole di incandidabilità, incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti. Fantasie. I riformatori costituzionali pensano ad altro: a eliminare un contrappeso politico, ad accelerare i tempi. Non riuscendo a eliminare, puramente e semplicemente, un organo, che così come è si ritiene inutile, anzi dannoso, si sono persi in un marchingegno la cui assurda complicazione strutturale – le modalità di estrazione dei nuovi “senatori” dalle assemblee locali – e procedimentale – i rapporti con l’altra Camera – verrà alla luce quando se ne dovesse sperimentare il funzionamento.

*** Gustavo ZAGRBELSKY, Presidente emerito della Corte costituzionale e Presidente onorario di Libertà e Giustizia, L'umiliazione del Parlamento, Appello ai legislatori alla vigilia dell’ultima lettura della riforma costituzionale promossa dal governo, sostenuto dal Presidente Alberto Vannucci, la ex Presidente Sandra Bonsanti e tutto il Consiglio di Presidenza di Libertà e Giustizia, 8 settembre 2015, 'libertàegiustizia.it', qui




Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Gustavo Zagrebelsky qui 
(compresa una mia recensione al suo ultimo libro, Liberi servi, Einaudi, 2015)

mercoledì 12 agosto 2015

#RITAGLI / E i principi democratici? (Gustavo Zagrebelsky)

[D: Professore, la prigione per debiti non esiste più. O forse sì, guardando la Grecia?]
Quando si contrae un debito, si lega la propria sorte alla volontà del creditore. Se il debitore è inadempiente, il creditore aggredisce i suoi beni. Il fallimento dello Stato, in passato, era inconcepibile: lo Stato – dicevano i costituzionalisti – è un “ente necessario”. È vero che lo Stato ha sempre contratto debiti e lo Statuto Albertino diceva che “ogni suo impegno verso i creditori è inviolabile”. Lo Stato però governava sovranamente la moneta, cioè il mezzo per far fronte ai suoi debiti. Ma oggi i creditori dello Stato non sono solo i cittadini, ma soprattutto i grandi capitali internazionali. Che hanno il controllo su un aspetto fondamentale della sovranità, perché lo Stato ha perso la sovranità monetaria. Se non è solvibile, possono “aggredire” i suoi beni – imprese pubbliche, coste, isole, monumenti, cose un tempo ritenute res extra commercium – fino a ridurlo sul lastrico. Ridurre un Paese sul lastrico, però, vuol dire annientare il suo popolo.

[D: Ha attaccato il “moralismo vuoto” di chi rimprovera a Paesi come la Grecia d’essersi indebitati, quando proprio i creditori sono interessati al loro indebitamento]
Si dice: di che si lamenta la Grecia? Bastava che non s’indebitasse. Logico, no? Ma le bolle speculative – ricorrenti a partire dal ‘700 (si menziona la “crisi dei tulipani” in Olanda) – non sono incidenti, ma fasi cicliche nell’economia finanziarizzata. Perché si formano le bolle? Perché la finanza speculativa ha necessità di espandersi continuamente e si finisce per dare denaro a credito a soggetti che non potranno restituirlo. Questi debiti vanno a gravare sui bilanci degli Stati più deboli, costretti a riconoscere tassi d’interesse molto alti: dunque investire in quei Paesi conviene. Tanto più i sistemi economici sono fragili, quanto più hanno bisogno di finanza. E il cappio si stringe. Gli Stati indebitati per pagare chiedono prestiti agli stessi creditori che glieli danno, e il cappio si stringe ancora. In più, mentre il fallimento è una tragedia per i debitori, può essere una fortuna per i creditori che possono assicurarsi a poco prezzo i beni messi in vendita (anzi: in svendita) dallo Stato insolvente, attraverso le privatizzazioni. Se ci sono responsabilità “morali”, vanno almeno equamente suddivise. Solo che i debitori ne pagano il prezzo e i creditori, alla fine, ne approfittano. L’unica cosa che temono è il contagio finanziario. Per questo, il fallimento non è la loro prima scelta. La prima è stringere il cappio sempre di più.

[D: Se “l’erosione della sovranità è la resa alla legge dei più forti”, il popolo conta sempre meno. Ma almeno alle nostre latitudini, sembra non accorgersene. Vero?]
In Grecia è stato imposto un piano di “risanamento ” che tocca pensioni, Pubblica amministrazione, privatizzazione dei beni pubblici, ammortizzatori sociali, perfino articoli del codice di procedura civile! Non sono misure economiche, è un programma di governo di stampo ultraliberista. Tsipras ha dovuto dire in Parlamento: altro era il mio programma e su quello sono stato eletto, ma voi dovete votare l’esatto contrario perché lo chiedono i mercati finanziari. È un conflitto radicale, esplicito, che mette in discussione la democrazia. Si determina un cortocircuito tra la sovranità che “appartiene al popolo” e la sovranità che appartiene alla finanza. Diciamo finanza, come se fosse un mondo monolitico. Non è così e, per questo, se può far fallire gli Stati, non è in grado di assicurare un ordine mondiale. Dove c’è l’egoismo dei mercati, lì c’è disordine e i deboli soccombono. L’ordine spontaneo degli egoismi non esiste. Tanto più che la finanza globale non ha interessi solo finanziari, ma anche geopolitici conflittuali. Così, il Fondo monetario, che non è un soggetto speculativo, cerca di arginare la cecità del capitalismo finanziario a favore di visioni politiche strategiche diverse da quelle prevalenti nella parte forte dell’Europa. Christine Lagarde, contro l’opinione degli altri, ha detto che il debito greco è insostenibile e bisogna tagliarlo.

[D: C’è un problema di sovranità anche in Italia, dove non solo c’è la questione dell’erosione di sovranità nel rapporto con l’Europa, ma da anni non riusciamo a esprimere un governo con il nostro voto?]
In Italia ci sono stati slittamenti costituzionali progressivi di cui non si è avvertito il significato d’insieme. I governi tecnici successivi a Berlusconi non si basavano su una piattaforma elettiva democratica. Ma sulla legge della necessità: con Monti si è incominciato a dire: “Non ci sono alternative”. Vuol dire che sopra di noi c’era una forza a cui non si poteva resistere, ci si poteva solo piegare. Era la famosa lettera Draghi-Trichet, che conteneva molte delle richieste che sono poi state fatte alla Grecia: riforma della Pubblica amministrazione, interventi sul lavoro… C’è un disegno di cui non si è avvertita, all’inizio, la pervasività. Si è accettata la soluzione Monti perché ci liberava da Berlusconi, ma era l’inizio di una messa tra parentesi dei principi democratici.

[D: Mica ci hanno puntato la pistola]
Non ce n’è bisogno. Basta congelare la situazione, evitando le elezioni o, almeno, privandole del loro significato politico. I partiti si mettono d’accordo: il patto del Nazareno è stato un modo per sterilizzarle. Prima si dice di essere alternativi, poi ci si accorda. Ma nel grande accordo, esplicito o implicito, la politica sparisce, perché la politica è il luogo delle scelte. Norberto Bobbio diceva che la democrazia è non solo il luogo della contesa, ma (etimologicamente) della discordia. Oggi impera la retorica della coesione, della condivisione. I governi tecnici ci hanno lentamente abituato a essere apolitici.

[D: Come se ne esce?]
Si può premere sulle condizioni di vita delle persone fino a un certo punto. La finanza non conosce regole e andrà avanti fino a che i popoli non reagiranno. Già oggi succede, con il rigetto dell’euro che molti partiti sostengono in Europa. Si arriverà probabilmente a un conflitto radicale. La soluzione secondo me non dovrebbe essere il ritorno agli Stati-nazione, perché così si distruggerebbe l’Europa ma non la speculazione finanziaria. Si dovrebbe riprendere in mano la questione di un’Europa politica e in grado di fronteggiare le crisi finanziarie con un proprio, autonomo, sistema creditizio basato sulla solidarietà comune. Prima, però, credo che si debba toccare il fondo della crisi.

[D: Si è riacceso il dibattito sulla riforma costituzionale. Lei pensa che ci saranno aperture sul Senato elettivo?]
Renzi non disdegna le scommesse: penso che proverà ad andare fino in fondo. All’Europa non importa molto che ci sia o non ci sia il bicameralismo perfetto. Eliminare il Senato è un atto simbolico, una prova di forza all’interno e di soggezione all’esterno. Nel 2013 il report della banca d’affari americana JP Morgan diceva che le Costituzioni dei paesi del sud Europa, pluraliste e garantiste, dovevano essere modificate. Quello che sta accadendo da noi è un inchino.

[D: Lei è sempre stato attento ai temi di etica pubblica: cosa pensa del caso Azzollini?]
Legge della politica: subito si è etici; subito dopo si diventa pragmatici. Subito si salva l’anima; subito dopo, il corpo.

*** Gustavo ZAGREBELSKY, costituzionalista e saggista, presidente emerito della Consulta, presidente di Libertà e Giustizia, intervistato da Silvia Truzzi, «I principi democratici sono finiti tra parentesi», 'Il Fatto Quotidiano', 5 agosto 2015, e qui

Sempre in Mixtura, una mia recensione all'ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky (Liberi servi, Laterza, 2015) e 1 altro suo contributo, qui

lunedì 25 maggio 2015

#LIBRI PREZIOSI / "Liberi servi", di Gustavo Zagrebelsky (recensione di M. Ferrario)

Gustavo ZAGREBELSKY, "Liberi servi", Einaudi, 2015
pagine 305, € 30.00, ebook € 9,99

Saggio ponderoso, e poderoso, questo di Gustavo Zagrebelsky. E imprescindibile: se si vuole riflettere sulle questioni profonde del vivere e, soprattutto, del 'con-vivere'. 
Del resto, nessuna sorpresa: chi ha confidenza con la tante pagine scritte dall'autore in libri e articoli in questi anni sa che è giurista e intellettuale fine e acuto, che sa spaziare con competenza su temi di politica, sociologia, filosofia e sa trasformare l'erudizione in vera 'cultura', attraverso atti di conoscenza capaci di problematizzare e restituire un sapere né finto né appiccicato, ma assimilato, intimamente digerito. Ed è così che il sapere ritrova la sua etimologia e il suo sapore. 

Il volume ha un titolo (Liberi servi) che già dice, con la carica potente dell'ossimoro, dell'impegno che si è vuole affrontare: una riflessione (pacata, ma tesa; razionale, ma appassionata) sui modi individuali e sociali di vivere e relazionarsi in società e, in particolare, sul potere, nei suoi aspetti micro e macro e nelle sue dimensioni fluide e istituzionali. 
Lo spunto è una rilettura approfondita e puntuale della visione di Dostoevskij, ma soprattutto del capitolo de I fratelli Karamazov'centrato sul Grande Inquisitore. Il dialogo (monologo) del Grande Inquisitore con il Cristo è analizzato in ogni aspetto, con un acume critico inusuale, e le considerazioni che ne discendono servono a illuminare il passato e il presente, dandoci elementi per capire il gioco del Potere e le modalità di asservimento, anche dolce, suadente e inconsapevole, cui singoli e masse sono costretti. In genere, 'per il loro bene', naturalmente.

Impossibile restare indifferenti, specie per i rimandi all'oggi. Che restano impliciti in buona parte del libro. Ma, nel capitolo finale, si svelano senza equivoci e con una forza impressiva cui non si sfugge. Come qui: 
«La coercizione esteriore s’è resa superflua: non c’è bisogno di costringere, se non esistono opzioni possibili, da contrapporre a ciò che c’è. È una libertà paradossale, a senso unico: la libertà del conformista. Ciò che c’è s’impone da sé, per il solo fatto di esserci. Le società in cui viviamo, tecnologiche, «avanzate», impolitiche, nell’insieme, hanno interiorizzato il messaggio: non ci sono alternative. Tutto e solo ciò che è consentito è adeguarsi, cioè cercare di sistemarsi nel modo piú vantaggioso, o meno svantaggioso, nel grande formicaio umano. (...) Strana atmosfera: non siamo mai stati cosí liberi; al tempo stesso, non siamo mai stati tanto oppressi. Siamo liberi dall’arbitrio, ma siamo schiavi della situazione. Dire a un emarginato che è libero, suona beffardo; dire a un integrato che è oppresso, suona stonato. Entrambi reagirebbero male a quella che sembrerebbe loro un’irrisione.»

Ogni tanto confrontarsi con pensieri disturbanti fa bene al pensiero. E del resto, se un pensiero non disturba, c'è da pensare che non sia un pensiero. Un rischio che si è sicuri di non correre con Zagrebelsky: e con questo saggio meno che mai.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

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La comunicazione non è l’informazione, è la circolazione di notizie orientata a promuovere consenso e adesione. La comunicazione odierna è gravida di conseguenze fidelizzanti e omogeneizzanti. Nel campo commerciale crea mode e clienti; nel campo culturale, tendenze e benpensanti; nel campo politico, partiti e partitanti. Nella sfera politica, addirittura, la comunicazione da strumento è diventata un bene in sé. Si sarà certamente notato quante volte e da quante fonti si dice di questo o di quell’altro personaggio, costruito dalla comunicazione, ch’egli stesso è «un grande comunicatore». Non importa che cosa comunichi, anche il nulla: anzi, preferibilmente il nulla, perché se comunicasse qualcosa di diverso dalla comunicazione stessa, potrebbe incorrere in qualche incidente. Piú sei vuoto ma sai comunicare, più hai buone probabilità di fare strada. (Gustavo Zagrebelsky, "Liberi servi", Einaudi, 2015)
»

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sabato 25 aprile 2015

#LINK #SOCIETA' / 25 aprile, il nostro mito fondativo. Ne abbiamo bisogno (Gustavo Zagrebelsky, Giovanni De Luna)

Il nostro mito fondativo
Ogni ordinamento politico-sociale ha bisogno di un atto o atto che sia assunto come 'mito fondativo'. 
Il mito raccoglie in sé elementi fattuali degni di rispetto e tali da ingenerare nelle generazioni successive adesione a un universo di valori considerati sacri. 
In generale, per svolgere nel tempo questa funzione identitaria che è espressa con la parola Grundnorm (norma o principio fondamentale) il mito non può essere cristallizzato, non deve fossilizzarsi in vuota retorica celebrativa, in folkdore. Deve essere costantemente rivitalizzato attraverso una dialettica tra l'arcaico e l'attuale. 
D'altra parte, tolta la Resistenza, che cosa ci offre la nostra storia recente che valga la pena d'essere assunta come Grundnorm? Tutte le volte in cui si vuole cercare una risposta ai grandi problemi del nostro tempo, la cui risoluzione non si vuoi lasciare al puro e semplice dispiegarsi del darwinismo sociale rinasce la domanda rivolta alla Costituzione. 
La Costituzione è tuttora la bussola, una bussola che indica non una rotta pacifica, ma la direziono d'una lotta. Penso a grandi temi come il lavoro, la scuola e la cultura, l'ambiente, la sanità, i diritti civili, la pace. 
Lo «spirito della Resistenza» non lo troviamo in un diafano irenismo, ma nei conflitti sociali. La Costituzione, nel nostro paese, è da sempre il terreno di conflitti. 
Finché il conflitto si svolgerà attorno alla Costituzione, chiamandone in causa i princìpi, lo spirito della Resistenza sarà vivo.

*** Gustavo ZAGREBELSKY, giurista, costituzionalista, presidente emerito della Consulta, Il nostro mito fondativo che vive nella Costituzione, 'la Repubblica', 22 aprile 2015.


° ° °
Ne abbiamo ancora bisogno
(...) [D: Perché oggi abbiamo bisogno del 25 aprile?]
Avere espunto la Resistenza dal nostro spazio pubblico ha comportato una sorta di carestia morale. I valori di riferimento rischiano di essere solo gli interessi, ciò che conviene. Fu invece quello il grande momento della scelta. Dopo l'8 settembre, ciascuno fa i conti con le proprie risorse, tra coraggio e opportunismo. Prima furono settemila, poi settantamila, alla fine centocinquantamila. Pochissimi in confronto ai milioni che avevano affollato le piazze del fascismo. Ma mai nella storia di Italia così tante persone avevano scelto di mettere in gioco la propria vita per la collettività. E in un tempo come il nostro privo di una pedagogia politica, questo mi sembra il lascito più prezioso.

*** Giovanni DE LUNA, storico, intervistato da Simonetta Fiori, estratto, "Dopo tanto revisionismo oggi finalmente è una festa di tutti", 'la Repubblica', 23 aprile 2015.
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