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lunedì 8 maggio 2017

#MOSQUITO / Democrazia, l'esigenza (Michael J. Sandel)

La democrazia non esige uguaglianza perfetta, ma richiede che i cittadini condividano una vita comune. Ciò che importa è che la gente di diversi background e posizioni sociali si incontrino e si confrontino l'un l'altro nella vita di tutti i giorni. È così che sopportiamo le reciproche differenze e arriviamo ad occuparci del bene comune. 

*** Michael J. SANDEL, filosofo statunitense dell'Univerità di Harvard, autore di What money can't buy, 2012, citato da Guido Rossi, Ora il nemico è la povertà, ‘Il Sole 24 ore’, 9 settembre 2012

venerdì 24 febbraio 2017

#MOSQUITO / Uguaglianza e performance economica (Joseph Stiglitz)

Il quadro che si è delineato in Occidente dimostra che oggi l'uguaglianza e la performance economica sono forze tra loro complementari, non contrastanti; e che la diseguaglianza e la carenza di crescita sono forze tra loro complementari, non contrastanti.

*** Joseph STIGLITZ, 1943, economista, saggista, premio Nobel per l'economia nel 2001, Le nuove regole dell'economia. Sconfiggere la disuguaglianza per tornare a crescere, Il Saggiatore, 2016


In Mixtura altri 3 contributi di Joseph Stiglitz qui

domenica 10 aprile 2016

#MOSQUITO / Democrazia, l'uguaglianza irrisa (Gustavo Zagrebelsky)


Ciò che davvero qualifica e distingue i regimi politici nella loro natura più profonda e che segna il passaggio dall’uno all’altro, è l’atteggiamento di fronte all’uguaglianza, il valore politico, tra tutti, il più importante e, tra tutti però, oggi il più negletto, perfino talora deriso, a destra e a sinistra. Perché il più importante? Perché dall’uguaglianza dipendono tutti gli altri. Anzi, dipende il rovesciamento nel loro contrario. Senza uguaglianza, la libertà vale come garanzia di prepotenza dei forti, cioè come oppressione dei deboli. Senza uguaglianza, la società, dividendosi in strati, diventa gerarchia. Senza uguaglianza, i diritti cambiano natura: per coloro che stanno in alto, diventano privilegi e, per quelli che stanno in basso, concessioni o carità. Senza uguaglianza, ciò che è giustizia per i primi è ingiustizia per i secondi. Senza uguaglianza, la solidarietà si trasforma in invidia sociale. Senza uguaglianza, le istituzioni, da luoghi di protezione e integrazione, diventano strumenti di oppressione e divisione. Senza uguaglianza, il merito viene sostituito dal patronaggio; le capacità dal conformismo e dalla sottomissione; la dignità dalla prostituzione. Nell’essenziale: senza uguaglianza, la democrazia è oligarchia, un regime castale. Quando le oligarchie soppiantano la democrazia, le forme di quest’ ultima (il voto, i partiti, l’ informazione, la discussione, ecc.) possono anche non scomparire, ma si trasformano, anzi si rovesciano: i diritti di partecipazione politica diventano armi nelle mani di gruppi potere, per regolare conti della cui natura, da fuori, nemmeno si è consapevoli. Questi rovesciamenti avvengono spesso sotto la copertura di parole in-variate (libertà, società, diritti, ecc.). Possiamo constatare allora la verità di questa legge generale: nel mondo della politica, le parole sono esposte a rovesciamenti di significato a seconda che siano pronunciate da sopra o da sotto della scala sociale. Ciò vale a iniziare dalla parola ‘politica’: forza sopraffattrice dal punto di vista dei forti, come nel binomio amico-nemico; oppure, dal punto di vista dei deboli, esperienza di convivenza, come suggerisce l’etimo di politéia. Un uso ambiguo, dunque, che giustifica la domanda a chi parla di politica: da che parte stai, degli inermi o dei potenti? La ricomposizione dei significati e quindi l’ integrità della comunicazione politica sono possibili solo nella comune tensione all’ uguaglianza. 

*** Gustavo ZAGREBELSKY, costituzionalista, Presidente emerito della Corte costituzionale e Presidente onorario di Libertà e Giustizia, Senza uguaglianza la democrazia è un regime, ‘La Repubblica’, 26 novembre 2008


In Mixtura altri 6 contributi di Gustavo Zagrebelsky qui.  
(comprese due mie recensioni a due suoi recenti libri: G. Zagrebelsky, "Senza adulti", Einaudi, 2016 e G. Zagrebelsky, "Liberi servi", Einaudi, 2015)

lunedì 25 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Uguaglianza, secondo Atkinson (Thomas Piketty)

Anthony Atkinson occupa un posto speciale fra gli economisti. Nell'ultimo mezzo secolo, a dispetto delle tendenze dominanti, è riuscito a collocare il tema della disuguaglianza al centro del suo lavoro, dimostrando che l'economia è anzitutto e soprattutto una scienza sociale e morale. Nel suo nuovo libro, "Disuguaglianza. Che cosa si può fare?" - più personale dei suoi precedenti e totalmente centrato su un piano d'azione - ci offre le linee guida di un nuovo radicale riformismo. Qui c'è qualcosa che ricorda il riformismo sociale progressista del britannico William Beveridge e il lettore potrà godersi il modo in cui Atkinson presenta le sue idee.

Atkinson, studioso inglese la cui prudenza è leggendaria, rivela un lato più umano, si butta nella disputa e presenta un elenco di proposte concrete, innovative e convincenti per dimostrare che le alternative esistono ancora, che la battaglia per il progresso sociale e l'uguaglianza deve rivendicare la propria legittimità, qui e ora. Propone benefici universali per le famiglie finanziati dal gettito di una tassazione progressiva. Difende anche l'idea di posti di lavoro garantiti nel settore pubblico a salario minimo per i disoccupati e la democratizzazione dell'accesso alla proprietà di beni attraverso un innovativo sistema nazionale di risparmio, con rendimenti garantiti per i depositanti. In "Disuguaglianza. Che cosa si può fare?", Atkinson lascia il terreno della ricerca accademica e si avventura nel campo dell'azione e dell'intervento pubblico. Così facendo, ritorna al ruolo dell'intellettuale pubblico, che non ha mai davvero abbandonato, sin dagli inizi della sua carriera. Si assume dei rischi e propone un vero piano d'azione. Atkinson traccia distinzioni e prende posizione in modo assai più drastico di quello che in genere la sua innata cautela lo induce a fare. Non ha scritto un libro divertente, ma nelle sue pagine troviamo l'ironia mordace che i suoi studenti e colleghi conoscono bene.

L'idea di tornare a una struttura fiscale più progressiva ha un ruolo decisamente importante nel piano d'azione proposto da Atkinson. L'economista non lascia alcun dubbio: lo spettacolare abbassamento delle aliquote fiscali per i redditi più alti ha contribuito fortemente all'aumento della disuguaglianza a partire dagli anni Ottanta, senza produrre benefici corrispondenti per la società nel suo complesso. Perciò non dobbiamo perdere tempo, dobbiamo invece buttare alle ortiche il tabù secondo il quale i tassi d'imposta marginali non devono mai superare il 50 per cento. Atkinson propone una riforma di vasta portata dell'imposta britannica sui redditi, con aliquote massime innalzate al 55 per cento per redditi annui superiori alle 100.000 sterline e al 65 per cento per quelli al di sopra delle 200.000, oltre a un innalzamento del tetto per i contributi alla previdenza nazionale. Tutto questo renderebbe possibile finanziare una significativa espansione della sicurezza sociale e del sistema di ridistribuzione dei redditi in Gran Bretagna, in particolare con un netto aumento dei benefici per le famiglie (che raddoppierebbero, addirittura quadruplicherebbero in una delle varianti proposte) e anche con un aumento dei benefici pensionistici e per la disoccupazione per quanti hanno minori risorse.

Se queste proposte, giustificate statisticamente e finanziate dal gettito fiscale, venissero adottate, si verificherebbe una caduta significativa dei livelli di disuguaglianza e povertà nel Regno Unito. Secondo le simulazioni, quei livelli scenderebbero dai loro attuali valori quasi americani fino al punto di avvicinarsi alle medie dei Paesi europei e dell'Ocse. Questo è l'obiettivo centrale del primo gruppo di proposte di Atkinson: non si può pretendere tutto dalla ridistribuzione fiscale, ma è comunque da lì che si deve partire.

Il piano d'azione di Atkinson però non si ferma qui. Al centro del suo programma sta una serie di proposte che puntano a trasformare lo stesso funzionamento dei mercati del lavoro e del capitale, introducendo nuovi diritti per quelli che oggi ne hanno di meno. Anziché scendere nel dettaglio delle proposte, voglio concentrarmi in particolare sul problema del più ampio accesso a capitale e proprietà. Atkinson qui presenta due idee particolarmente innovative. Da un lato, richiede la costituzione di un programma nazionale di risparmio che consenta a ogni risparmiatore di ricevere un rendimento garantito sul proprio capitale (al di sotto di una certa soglia di capitale individuale). Data la fortissima disuguaglianza di accesso a equi rendimenti finanziari, in conseguenza soprattutto della scala degli investimenti da cui una persona parte (situazione che con tutta probabilità è stata aggravata dalla deregulation finanziaria degli ultimi decenni), trovo questa proposta particolarmente valida. Nella prospettiva di Atkinson, essa è strettamente collegata al più ampio problema di un nuovo approccio alla proprietà pubblica e al possibile sviluppo di una nuova forma di fondo patrimoniale sovrano. L'autorità pubblica non può rassegnarsi a continuare semplicemente ad accumulare debiti su debiti e a privatizzare incessantemente tutto ciò che possiede.

*** Thomas PIKETTY, 1971, economista francese, Le brevi lezioni di uguaglianza di Atkinson, m.repubblica.it, 24 gennaio 2016, qui


In Mixtura altri 2 contributi di Thomas Piketty qui

martedì 8 settembre 2015

#VIDEO / Uguaglianza, pregiudizi e attese (Dan Ariely)


Dan ARIELY, 1967, psicologo statunitense ed esperto di economia del comportamento
Quanto vogliamo che sia uguale il mondo?, Ted, marzo 2015
video, 9min57
(1milione 400mila visualizzazioni)

Le notizie della crescente ineguaglianza del mondo ci mette tutti a disagio. Ma perché? Dan Ariely rivela alcune nuove ricerche sorprendenti su quello che pensiamo sia giusto e come dovrebbe essere distribuita la ricchezza nella società... e poi ci mostra il confronto con le statistiche reali. (dalla presentazione Ted)

I pregiudizi e le aspettative influenzano la nostra visione del mondo. Dovremmo saperlo. Ma non si finisce mai di saperlo.
Dan Ariely ce lo ripete, con argomenti convincenti, in questo intervento (mf)

«
Abbiamo fatto due domande: la gente sa che livello di ineguaglianza ci sia? E poi, quale livello di ineguaglianza vogliamo? Guardiamo la prima domanda. Immaginate di prendere tutti gli americani e di ordinarli dal più povero a destra al più ricco a sinistra, e dividerli in cinque gruppi: il 20 per cento più povero, il 20 per cento successivo, quello dopo, quello dopo, e il 20 per cento più ricco. E poi ho chiesto di dire quanta ricchezza pensate sia concentrata in ciascun gruppo. Per farla semplice, immaginate vi chiedessi, quanta ricchezza pensate sia concentrata nei primi due gruppi, il 40 per cento? Prendetevi un attimo. Pensateci e ditemi un numero. Di solito non si pensa. Pensate per un attimo, pensate a un numero. Ce l'avete?
Ok, ecco cosa ci dicono molti americani. Pensano che il 20 per cento più povero abbia il 2,9 per cento della ricchezza, il gruppo successivo il 6,4 per cento, quindi insieme fanno poco più di nove. Il gruppo successivo, dicono, ha il 12 per cento, 20 per cento, e il 20 per cento più ricco, pensano che abbiano il 58 per cento della ricchezza. Potete vedere come sia rispetto a quello che avete pensato.
Qual è la realtà? La realtà è un po' diversa. Il primo 20 per cento ha lo 0,1 per cento della ricchezza. Il 20 per cento successivo ha lo 0,2 per cento della ricchezza. Insieme, fanno lo 0,3 per cento. Il gruppo successivo ha il 3,9 per cento, 11,3 per cento, e il gruppo più ricco ha l'84-85 per cento della ricchezza. Quello che abbiamo e quello che pensiamo di avere sono molto diversi. (...)

Abbiamo preso un altro grande gruppo di Americani, e abbiamo fatto la domanda nel velo dell'ignoranza. Quali sono le caratteristiche di un paese in cui vorreste vivere, sapendo che potreste finire in qualunque posizione? Ecco cosa abbiamo ottenuto. Cosa ha dato la gente al primo gruppo, il 20 per cento più povero? Hanno voluto dare circa il 10 per cento della ricchezza. Il gruppo successivo, 14 per cento della ricchezza, 21, 22 e 32.
Nessuno nel nostro campione ha voluto piena uguaglianza. Nessuna ha pensato che il socialismo sia un'idea fantastica. Ma cosa significa? Significa che c'è un divario di conoscenza tra quello che abbiamo e quello che pensiamo di avere, ma abbiamo almeno un divario simile tra quello che pensiamo sia giusto e quello che pensiamo di avere. (...)

Cosa possiamo imparare da questo? Abbiamo due lacune: una lacuna nelle conoscenze e un'altra nei desiderata. Alle lacune di conoscenze possiamo provvedere: come formiamo le persone? Come spingere le persone a pensare altrimenti all'ineguaglianza e le conseguenze dell'ineguaglianza in termini di salute, istruzione, gelosia, tasso di criminalità, e così via?
Poi c'è la lacuna nei desiderata. Come portiamo la gente a vedere diversamente quello che vuole veramente? La definizione di Rawls, il suo modo di vedere il mondo, l'approccio alla cieca, esclude la motivazione egoistica. Come lo applichiamo a un livello superiore su scala più vasta?
Infine, abbiamo anche una lacuna nell'azione. Come possiamo fare qualcosa per queste cose? Parte della risposta sta nel pensare alle persone come giovani e bambini che non hanno molta indipendenza, perché la gente è più disposta a farlo. (...)
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