Visualizzazione post con etichetta #QuartaDiCopertina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #QuartaDiCopertina. Mostra tutti i post

giovedì 9 gennaio 2020

#QUARTAdiCOPERTINA / "Il lavoro. Da diritto a bene", di Camilla Buzzacchi

Camilla BUZZACCHI
Il lavoro. Da diritto a bene.
Franco Angeli, pagine 132, € 17,00

Testo di presentazione dell'Editore

A fondamento della Repubblica la Costituzione colloca il lavoro: che è, da un lato, condizione di equilibrato sviluppo della democrazia; e, dall'altro, diritto fondamentale, il cui esercizio è fonte di dignità per la persona. Si comprende così quanto irrinunciabile sia l'impegno delle istituzioni per garantire e promuovere tale valore, la cui salvaguardia assicura la natura democratica dell'ordinamento e accresce la dimensione di partecipazione di ciascun individuo al cammino della comunità. 
Gli svolgimenti in atto, da oltre due decenni, nel sistema della produzione, e dunque nelle relazioni di lavoro, segnalano la sempre maggiore diffusione di stringenti logiche di mercato, il cui prevalere sulle funzioni pubbliche di collocamento viene legittimato dalle finalità di efficienza e dagli obiettivi occupazionali che la deregolamentazione pare assecondare. 
Il paradigma della flexicurity ha così trasformato il rapporto, ma ancor più il concetto stesso di lavoro, che perde i connotati di diritto e assume quelli di un bene, se non addirittura di una proprietà; con la rinuncia, spesso, al complesso di protezioni che vanno sotto il nome di 'sicurezza'. 
Alla luce delle coordinate valoriali che discendono dalla Carta fondamentale è possibile indagare la direzione che sta caratterizzando il fenomeno che sempre più spesso viene designato come 'mercato del lavoro', per una riflessione capace di inquadrare tale sviluppo senza smarrire la portata personalista del lavoro.

Citazioni (e sottolineature) scelte da Mixtura

" L'evoluzione a cui si assiste nei contesti a economia di mercato - tra i quali quello italiano è saldamente collocato - sollecita inevitabilmente interrogativi e induce ad esprimere riserve alla luce di un disegno costituzionale che collega la realtà del lavoro alla capacità dell'ordinamento di presentarsi autenticamente democratico: e dunque di fondarsi su una partecipazione dei consociati che è resa possibile primariamente dalla possibilità, per gli stessi, di dare un apporto al progresso del Paese con l'attività lavorativa che essi hanno la pretesa e l'opportunità di svolgere. La partecipazione dei lavoratori alla "organizzazione politica, economica e sociale del Paese", secondo la felice richiesta dell'alt. 3 Cost., è la condizione principale - anche se non l'unica - dello spessore democratico del sistema di convivenza nazionale: se tale partecipazione assume in misura crescente i connotati di una subordinazione a logiche di scambio da un lato, e di sostenibilità finanziaria dall'altro. Il timore è che il lavoro cessi di essere inteso come diritto e ritorni a essere considerato alla stregua di un bene, secondo l'impostazione culturale alle origini dei processi produttivi del mondo occidentale. Si tratterebbe di un'involuzione di forte incoerenza rispetto ad un cammino che, pur con tante distorsioni, ha rappresentato, per alcuni decenni, un'attuazione in raccordo con il sistema di valori alla base del patto fondamentale: ovvero in raccordo con la tensione di tutte le funzioni pubbliche al servizio dell'affermazione della persona ed alla protezione della medesima da dinamiche di interessi economici capaci di sacrificare le sue aspirazioni. Tendenze recenti, che sono espressione sempre più palese di tali dinamiche, suggeriscono l'opportunità di una riflessione e di un richiamo ai punti cardinali posti dalla Costituzione. "

" Ciò che prospetta la Carta fondamentale è un modello sociale nel quale ciascuna persona - considerata alla luce di quel principio non bilanciabile che è la dignità sociale - deve poter svolgere un'attività di soddisfazione e di sostentamento delle sue necessità; ma tanto l'affermazione che la Repubblica è fondata sul lavoro quanto la configurazione, nell'art. 4 Cost, anche di una dimensione di doverosità della scelta lavorativa di ciascuno, sottintendono un progetto di sviluppo che va oltre la condizione del singolo. L'occupazione di ogni consociato diventa fattore di crescita e di avanzamento dell'intero corpo sociale, la cui esistenza e vitalità si fondano su un modello del quale la partecipazione dei singoli in qualità di lavoratori rappresenta l'elemento distintivo: lo sviluppo non solo materiale, ma anche spirituale, della comunità non è qualcosa di simbolico e astratto, ma passa attraverso le molteplici e differenti attività di tutti coloro che al lavoro possono dedicarsi, e che così facendo garantiscono il benessere a se stessi ma anche determinano la solidità del sistema economico, sociale e culturale ed, in ultima analisi, politico. "

" La minaccia ad una concezione del lavoro funzionale alla dignità della persona non proviene solo dalla sua comprensione quale bene e merce di scambio; può riconoscersi anche in capo all'indirizzo - oggi sempre più accentuato - di considerare le politiche del lavoro funzionali primariamente alla crescita economica, e solo subordinatamente a valori e finalità che rientrano nella dimensione della persona e delle sue relazioni nella comunità.
Benché la dottrina giuslavorista abbia segnalato con forza che il diritto del lavoro non possa essere uno "strumento fondamentale e imprescindibile per la crescita economica" e che "si preoccupa tradizionalmente di proteggere i lavoratori, non di garantire la salute dell'economia e neppure di promuovere l'occupazione", negli ultimi anni la prospettiva appare diversa, e cioè incline da un lato a individuare nella tradizionale regolamentazione delle relazioni industriali una delle cause della situazione di crisi nella quale le economie di mercato sono sprofondate da più di un decennio; d'altro canto, a ravvisare in una nuova regolamentazione lo strumento per rendere più efficienti i processi della produzione e dunque per portare i sistemi economici a risultati più brillanti. "

" La garanzia del massimo sviluppo e del potenziamento della personalità di tutti i soggetti passa primariamente attraverso il lavoro: che la Costituzione non concepisce come un semplice fattore produttivo e generatore di reddito, bensì come fattore indispensabile di crescita morale e di realizzazione personale. I nuovi assetti regolativi che si possono concepire ed introdurre non possono allora essere solo funzionali a produrre sviluppo economico, mobilità sociale e dinamismo della forza-lavoro perché "l'efficienza economica non è mai uno scopo, ma è solo un mezzo": ma sono chiamati a consentire lo sviluppo della personalità del singolo e ad "elevare il lavoro a fattore generatore di unità e coesione sociale". "

*** Camilla BUZZACCHI, professore di Istituzioni di diritto pubblico dell'Università Milano-Bicocca.
https://www.unimib.it/camilla-buzzacchi


In Mixtura ark #QuartadiCopertina qui

lunedì 6 marzo 2017

#QUARTAdiCOPERTINA / "La tua giustizia non è la mia", di Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo

Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO
La tua giustizia non è la mia
Longanesi, 2017
pagine 112, € 12,90, ebook 8,99


Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Un confronto serrato, una conversazione aperta e sincera, non priva di accenti polemici, sui temi più scottanti della giustizia in Italia. Grazie alla loro lunga esperienza nelle aule dei tribunali, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, due tra i più noti magistrati del pool di Mani Pulite, forniscono in queste pagine non soltanto una diagnosi scrupolosa dei tanti mali che affliggono la giustizia del nostro paese, ma avanzano suggerimenti e proposte di riforma, senza nascondere conflittualità e divergenze d’opinione, talvolta radicali.

Lontani da ogni astrattismo, calati nella realtà della vita quotidiana, i loro interrogativi ci aiutano a capire perché le questioni più delicate e controverse che investono il mondo del diritto – le stesse che hanno ispirato pensatori come Aristotele e Kant, Sant’Agostino e Foucault – ci riguardano così da vicino. È la giustizia, infatti, che traccia i confini della nostra libertà. È la giustizia che indica il grado di civiltà di uno Stato e la cultura diffusa che permea le sue istituzioni. Ma quand’è che una legge può dirsi davvero «giusta»? Basta minacciare una pena per dissuadere il ladro o il truffatore dal commettere un reato? Il carcere è l’unica soluzione? È dunque più efficace educare o punire? Quanto è diffusa la corruzione in Italia, e come mai, nonostante la stagione di Mani Pulite e le tante inchieste che hanno svelato l’intreccio perverso tra politica e affari, non accenna a diminuire? La macchina burocratica e amministrativa è essa stessa un ostacolo alla giustizia?

A queste, e a tante altre domande, Colombo e Davigo danno risposte sorprendenti, dimostrando che la giustizia è un concetto non solo problematico ma anche in continua evoluzione.


«
Piercamillo DAVIGO:
«... io sono originario di Candia Lomellina, un piccolo comune della provincia di Pavia, ai confini con il Piemonte, con Casale Monferrato, dove ho fatto le scuole elementari. Ebbene, a Candia Lomellina, non a Corleone, io ho ricevuto un’educazione culturale di tipo mafioso dalla quale ho impiegato anni a liberarmi. Quando il maestro usciva dalla classe, lasciava il capoclasse con l’incarico di segnare alla lavagna i buoni e i cattivi. Costui tirava una riga, i buoni da una parte, i cattivi dall’altra. Il punto è che segnava i buoni sulla base di criteri tipicamente clientelari: chi gli dava il cioccolato, chi gli permetteva di giocare con il proprio pallone e così via... I cattivi non li segnava mai. Se qualcuno esagerava nel far baccano, dopo averlo vanamente richiamato più volte, cominciava a scrivere le prime lettere del cognome nella colonna dei cattivi e, immancabilmente, dai banchi, partiva il grido «spia!» Riflettiamoci un po’. Quando si è spia? Si è spia rispetto al nemico invasore. Si è spia rispetto al tiranno, non rispetto alla legittima autorità del proprio paese. Nessuno di noi aveva mai dubitato che il maestro fosse la legittima autorità, né che il capoclasse, ancorché fetente, fosse investito di un’autorità altrettanto legittima, per delega del maestro. Ma allora, in quel contesto, il grido «spia» diventava apologia dell’omertà, che è uno dei pilastri fondanti della cultura mafiosa. Quando sono in giro con la mia macchina e incontro veicoli che, provenendo dalla direzione opposta, mi lampeggiano per segnalarmi che più avanti c’è una pattuglia della polizia o dei carabinieri, penso che i conducenti di quei veicoli abbiano avuto un capoclasse come il mio.  (Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO, "La tua giustizia non è la mia", Longanesi, 2017)»

Gherardo COLOMBO:
«Sarò anche ingenuo, ma io sono convinto che l’unico modo per giustificare la democrazia sia la considerazione dell’essere umano. Altrimenti, è necessario che obbedisca. Ma il fatto che obbedisca non lo rende libero. Anzi, più lo educhi a obbedire più non sarà in grado di discernere, perché abituato a dipendere dal discernimento altrui. Potremmo continuare questo confronto leggendo il capitolo del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, perché lì c’è già scritto tutto. Questa idea della libertà come qualcosa di terribile. Ed effettivamente, qualche volta, lo è. Ma com’è più comodo rispondere agli ordini, ci fa capire il brano del romanzo, perché così facendo non sei mai davvero responsabile. Io credo invece che l’educazione debba andare verso la responsabilizzazione delle persone, che è esattamente il contrario dell’obbedienza. Perché i VoPos, come venivano chiamati i membri della Volkspolizei, sparavano alla gente che fuggiva a ovest? Perché erano costretti a obbedire. Sono stati condannati, ma tra loro ci sarà stato pure qualcuno che non voleva farlo. E che, tuttavia, l’ha fatto. Per obbedienza. Penso anche a La banalità del male di Hannah Arendt. Se proviamo a guardare, per quel che si può, l’intimità di Eichmann, io sono certo che sia morto convintissimo di essere stato un bravissimo gestore del sistema ferroviario del Terzo Reich, e che quello che ha fatto è stato giusto. Perché la mentalità era quella. La scuola, certo, insegna anche la frode, l’ipocrisia, ma succede perché è organizzata e gestita in quel modo. Ed è gestita e organizzata in quel modo proprio perché non ha come fine l’educazione alla libertà (essere capaci di scegliere autonomamente). Gli insegnanti sono responsabili del fatto che i loro alunni copino, quanto lo sono i ragazzi stessi, forse anche di più, perché sanno benissimo che cosa accade e non fanno nulla per impedirlo. Anche sul tema della competizione, che tu hai richiamato a proposito del sistema scolastico americano, ho posizioni differenti. Io sono dell’avviso che sia dannosa per lo sviluppo della collettività. Perché porta all’esclusione o alla mortificazione di chi non emerge. E, quel che è peggio, consente che la collettività continui a costruirsi e organizzarsi piramidalmente, attraverso una serie di strati gerarchici che non risponderanno più magari ai criteri del sesso o dell’etnia, ma che sono ugualmente funzionali a mettere le persone in una scala: chi vale di più e chi vale di meno. La scuola insegna fin da subito a collocar i in uno di questi schemi, per esempio dividendo i bagni degli studenti, maschi e femmine, da quello degli insegnanti. Perché si fa questa distinzione? Perché i ragazzi non sono degni di andare nei bagni dei professori, sono dei selvaggi. Questo il messaggio che, magari inconsapevolmente, si fa passare. E se dai loro un’indicazione di questo tipo, cosa vuoi che facciano? Si comportano da selvaggi. (Gherardo COLOMBO e Piercamillo DAVIGO, "La tua giustizia non è la mia", Longanesi, 2017)
»


In Mixtura altri contributi di (e su) Gherardo Colombo qui
In Mixtura altri contributi di (e su) Piercamillo Davigo qui
In Mixtura ark di #QUARTAdiCOPERTINA qui

sabato 22 ottobre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Dove la storia finisce", di Alessandro Piperno

Alessandro PIPERNO, "Dove la storia finisce"
Mondadori, 2016
pagine 277, € 20,00, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Matteo Zevi è sul volo di linea che da Los Angeles lo sta riportando in patria. È dovuto scappare molti anni prima, per debiti, abbandonando dall'oggi al domani i membri della sua famiglia. Su di loro, adesso, il suo ritorno incombe come una calamità persino peggiore di quelle seguite all'improvvisa fuga. Durante l'assenza di Matteo, infatti, ciascuno ha avuto modo di costruirsi un equilibrio apparentemente solido. Giorgio primogenito settario, ambizioso e intraprendente ha aperto l'Orient Express, un locale panasiatico che va per la maggiore, ed è in riluttante attesa di un figlio; Martina, che alla partenza del padre aveva solo nove anni, sconta un precoce matrimonio borghese con turbamenti affettivi e sessuali a dir poco sconvenienti; solo Federica, la seconda moglie che non ha mai smesso di attenderlo, sogna una nuova armonia familiare per la quale è disposta a tutto, mentre Matteo, attratto dalle suggestioni del patriarcato, ritrova vecchi amici e piaceri dimenticati in una Roma deturpata e bellissima. Sono tutti talmente presi da se stessi che quando la Storia irrompe brutalmente nella loro vita li coglie vulnerabili e impreparati. Ognuno è chiamato a fare i conti con il passato e con le incognite di un mondo che appare sempre più sinistro e imponderabile. Ecco allora che la storia finisce dove la Storia incomincia.

«
Era in corso il défilé dei soliti amici: lino, popeline, fresco di lana, sandali, mocassini senza calze, ciondoli di corallo; un red carpet ad uso di coppie di mezza età provenienti da un ambiente che un tempo si sarebbe chiamato “buona società”, ma che ora non aveva più nome, né prestigio, né distinzione, solo stock option, avvisi di garanzia, qualche brutto presentimento di casta. L’aristocrazia era svanita da secoli; la grande industria languiva impotente; resisteva una burocrazia di grand commis, amministratori delegati, direttori di rete, tanto venerabili quanto inamovibili. Più o meno ogni tre anni si scambiavano i posti come certa gente di mondo fa con le case di vacanza. Tutto era convenzionale: la musica in sottofondo, le bluse dei camerieri ornate di alamari d’ottone, il finger food dalla consistenza flaccida, le forme pretenziose, il retrogusto di ostrica e ricci di mare. (Alessandro PIPERNO, "Dove la storia finisce", Mondadori, 2016)

«Io non scopo più» diceva. 
«Come scusi?» chiese la signora, indecisa se mostrarsi sorpresa o indignata. 
«Non scopo più.» 
«E come ci riesci?» domandò la ragazza. 
«Potrei ribaltare la domanda, tesoro. Come fai tu a farlo così spesso? È una cosa talmente faticosa, triviale, umiliante per le controparti. E il premio è così effimero, almeno per noi uomini. Scopano gli africani, i portoricani, i cinesi. Per non dire degli indiani, che hanno una bieca predilezione per gli stupri. Ma ti informo che dalle nostre parti la gente perbene, la gente dotata di stile, ha smesso di farlo da decenni. Pare che anche gli americani ci stiano arrivando.» 
«E non ti manca?» 
«Sai, è un po’ come diventare vegani. Dopo qualche mese a base di farro e piselli la sola idea di una bistecca ti fa venire la nausea.» 
«E a te il sesso fa venire la nausea?» 
«Non ancora. Sono un novizio. Per il momento mi annoia e basta.» 
«E tua moglie che dice?» 
«E che dice, poveretta? All’inizio c’è rimasta male. Ma è una donna di spirito, ha gradito la mia schiettezza. Le ho detto quello che nessun marito ha il coraggio di dire: che dopo i primi sei mesi il sesso coniugale diventa intollerabilmente incestuoso. Del resto, quando prendi certe risoluzioni devi liberarti dal corollario di sentimenti elementari tipo orgoglio e gelosia. Sarebbe una vera cattiveria pretendere da mia moglie la stessa ascesi. Esigo solo un minimo di discrezione. Per esempio, stasera ci ha dato il benservito. Non me la sentirei di escludere che sia a un rendez-vous romantico con il maestro di yoga. Sesso tantrico, l’ultima perversione delle borghesi insoddisfatte.» 
«Non le sembra una posa un po’ patetica?» disse infine la signora. 
«La cosa davvero patetica sono questi maschi infoiati come scimmiette, vecchi sfatti con la fichetta al guinzaglio e il Viagra in tasca. Loro sì che li trovo patetici, degradanti e molto più infelici di me.» (Alessandro PIPERNO, "Dove la storia finisce", Mondadori, 2016)

Quello che Lorenzo non capiva era che i pettegolezzi non avevano niente di ozioso e di riprovevole. Semmai erano un modo collaudato da secoli per sentirsi migliori, per ribadire la superiorità della propria coppia sulle altre. Su questo prosperavano la maggior parte delle unioni felici. (Alessandro PIPERNO, Dove la storia finisce, Mondadori, 2016)
»

In Mixtura altri 21 contributi in #QuartaDiCopertina qui

lunedì 3 ottobre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Il canto della libertà", di Sandra Bonsanti

Sandra Bonsanti, "Il canto della libertà.
Un vecchio professore indica la strada a un gruppo di giovani 
che vogliono imparare a vivere" 
Chiarelettere, 2016
pagine 91, € 12.00, ebook € 7.99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Si può insegnare la democrazia? Sandra Bonsanti, che con l’associazione Libertà e Giustizia ha combattuto e combatte tante battaglie in difesa dei valori democratici, ci consegna la favola lieve di un vecchio professore e delle sue lezioni in una piccola libreria di quartiere, la bottega di Piero.
Correvano anni difficili, da un lato la guerra e la dura realtà della dittatura, dall’altro l’irresistibile scoperta dei classici, i lirici greci tradotti da Quasimodo, Saffo la decima Musa, la morte di Socrate, le belle parole che un tempo erano anche forti e vigorose perché piene di sostanza: libertà, amore, bellezza, giustizia. Ma quando è accaduto che sono diventate fantasmi? Ci restano solo le ombre di antiche battaglie, di eroi e sfide memorabili. Allora è fondamentale ritrovare i maestri del passato, riscoprire il momento in cui per la prima volta fu pronunciata la parola libertà: fu come un canto tanta era la bellezza che l’espressione voleva comunicare, “Il canto della libertà”.
Una favola senza tempo, un bellissimo gioiello da leggere e da custodire per tener vivo l’esempio, il ricordo, l’emozione della libertà e della democrazia.

«
Era citato un passo di Platone che ricordavo anche perché mi aveva sempre un po’ inquietata: «I poeti lirici creano i loro canti [...] in uno stato di divina insanità. [...] E come le Baccanti, quando son fuori di sé, trovano latte e miele nei fiumi, così fanno le anime dei poeti; [...] il poeta è una cosa leggera, alata e sacra, né può comporre, se non sia in furore, e la ragione sia del tutto assente da lui». (Sandra Bonsanti, "Il canto della libertà", Chiarelettere, 2016)

«Mi sono seduto comodamente in poltrona, ho acceso la luce forte che mi serve per leggere i caratteri un po’ invecchiati dal tempo e lì mi sono perso per diverse ore. A partire dalla pagina che contiene un’ode, una Pitica, l’ottava, con alcuni versi in assoluto fra i più belli, famosi e intensi della poesia antica. Furono scritti nel 446 a.C. (quando si tratta di odi per i vincitori di gare riusciamo ad avere anche la data precisa della loro composizione) da Pindaro per il suo amico lottatore. Ecco, ho portato il libro e ora ve li leggo: “Cresce in breve la gioia degli uomini, / ed egualmente a terra precipita / se contrario volere la scuote. / Creature d’un giorno, / che cosa è mai qualcuno, / che cosa è mai nessuno? / Sogno di un’ombra l’uomo. / Ma quando un bagliore scende dal dio, / fulgida luce risplende sugli uomini / e dolce è la vita”. (Sandra Bonsanti, "Il canto della libertà", Chiarelettere, 2016)

Ecco come risponde Teseo all’araldo tebano che chiede: “Il re dov’è di questa terra?”. “Tu cerchi un re: qui non comanda uno solo: / libera è la città: comanda il popolo, / con i suoi deputati, a turno eletti / anno per anno; e privilegio alcuno / non hanno i ricchi: ugual diritto ha il povero.” (Sandra Bonsanti, "Il canto della libertà", Chiarelettere, 2016)
»

sabato 17 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Il presente in poche parole", di Marino Niola

Marino NIOLA, "Il presente in poche parole"
Bompiani, 2016
pagine 177, € 12,00, ebook € 10,20

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Quando i tempi stanno per cambiare, cambiano anche le parole. Da che mondo è mondo le grandi trasformazioni hanno sempre un’eco anticipatrice nella lingua, che prova a misurarsi con la transizione inventando vocaboli nuovi o cambiando significato a quelli di sempre. Nel tentativo di dare suono e senso al nuovo che avanza.
Dopo Miti d’oggi, Marino Niola torna a occuparsi di sogni e incubi, passioni e ossessioni del nostro tempo. Un presente sempre più inafferrabile, popolato da personaggi bizzarri, fatto di grandi contraddizioni, tendenze effimere e scelte di campo complesse. In questo panorama spesso ci troviamo disorientati, a volte prigionieri di nuovi riti, feticci o mode. Assistiamo infatti al ritorno imperioso di leggende metropolitane, al diffondersi di supporti digitali che ricordano al posto nostro ogni istante della vita, alle leggi ferree delle tribù di consumatori autarchici o alle diete che diventano stili di vita. 
Con lo sguardo dell’osservatore critico e la leggerezza del fine narratore, Niola restituisce al lettore un’immagine del presente più nitida e chiara. Riesce a farlo grazie a istantanee, ritratti e parole chiave che con semplicità illuminano anche i coni d’ombra del presente.


«
Così il 31% dei nostri connazionali vive a casa con mammà. E non solo i soliti bamboccioni. Ma anche divorziati, separati, esodati, cassintegrati, licenziati. Insomma le vittime della crisi che tornano a leccarsi le ferite in famiglia. 
Che si rivela ancora una volta come l’unico welfare aperto sette giorni su sette h24. E che, per di più, eroga una doppia prestazione, economica e affettiva, assicurativa e rassicurativa. Anche perché i genitori di crisi ne hanno già viste tante. E nessuno come loro è in grado di indorare la pillola, di aiutare a vedere il bicchiere mezzo pieno. E, soprattutto, a fare di necessità virtù. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)

Gli studi parlano chiaro. Qualcosa è cambiato. Dentro e fuori di noi. Sembra proprio che l’algoritmo mentale che presiede ai conti della spesa stia diventando sempre più evoluto e scaltro. Ai tempi delle vacche grasse era il desiderio a creare il bisogno, “a nostra insaputa”. Facendo apparire ogni cosa esposta in vetrina indispensabile. Anche quando in realtà sapevamo benissimo che era solo uno sfizio, un surplus, un bene consolatorio. Adesso invece è il bisogno a creare il desiderio e soprattutto ad autorizzare la spesa. Perché nel frattempo il processore istintuale, che ciascuno di noi ha dentro di sé, ha fatto una sorta di aggiornamento spingendoci a un continuo ricalcolo del rapporto costi-benefici. Non a caso i tempi trascorsi davanti allo scaffale si allungano sempre di più. Con il risultato che le nostre compere sono diventate meditate, oculate, strategiche. E prima di tirare fuori la carta di credito contiamo fino a dieci. Un’autentica spending review che riguarda non solo il superfluo, come snack o caffè al bar. Ma anche yogurt, detersivi e altri prodotti per la casa. Lo dice l’Osservatorio Fedeltà dell’Università di Parma. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)

... se è vero come dice Edgar Morin, che la rete promuove una nuova coscienza planetaria, è anche vero che almeno per ora la quantità d’informazione disponibile online è inversamente proporzionale alla qualità. E rischia di generare un nichilismo culturale che rende difficile distinguere il vero dal falso. 
Come ha mostrato il sociologo francese Gérald Bronner, la nostra sta diventando la democrazia della credulità. Perché dove la gerarchia dei saperi frana e il principio di autorevolezza si polverizza, spopolano le spiegazioni semplici e soprattutto monocausali di una realtà che è invece sempre più complessa e sfaccettata come quella contemporanea. Soluzioni consolatorie che ci danno la sensazione rassicurante di capirci qualcosa, di saperla lunga, di non farci infinocchiare dalle versioni ufficiali dei fatti. Che si tratti di OGM, vaccini, sicurezza alimentare, biologico, coloranti, pesticidi, il minimo comune denominatore è una sindrome da complotto che provoca una sfiducia crescente verso tutte le autorità, scientifiche o politiche. Siamo sempre più bipolari. Per un verso malfidenti verso i vari esperti, ricercatori, professori, giornalisti o studiosi, e per l’altro pronti a prestar fede a tutte le voci che corrono in rete. Così il tessuto collettivo dell’attendibilità e della credibilità appare sempre più compromesso. Al punto che in Francia, dove la scienza è una fede e la ragione una religione, secondo uno studio recente, il 43% delle persone pensa che la ricerca comporti più rischi che benefici. E da un sondaggio Gallup di quest’anno emerge che la fiducia dei cittadini statunitensi nelle istituzioni è passata da un imponente 80% degli anni sessanta a un allarmante 10% di ora. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)

Se nel 1977 i prodotti certificati erano duemila, oggi sono 135.000. E ogni anno vengono immessi sul mercato ottomila nuovi alimenti a marchio kasher. E adesso le aziende convenzionali si mettono in coda per fare analizzare i loro prodotti dalle autorità religiose. Le sole che abbiano il potere di certificare che una pasta, un caffè, un filetto, una scatoletta di tonno, una bottiglia di vino sono prodotti come Dio comanda. Lo hanno già fatto marchi italiani come Barilla, Ferrarelle, Olio Sasso, De Cecco, Lazzaroni, Bonomelli e tanti altri. La prima al mondo fu la Procter & Gamble, che nel lontano 1911 ottenne di poter pubblicizzare come kasher il Crisco, un grasso vegetale per pasticceria. E adesso organizzazioni come la potentissima Orthodox Union, la più grande holding di certificazione ebraica del pianeta, dispensa il logo OU come una benedizione. Impartita da cinquecento rabbini che monitorano quattrocentomila alimenti e seimila fabbriche operanti in ottanta paesi. Nella sola sede centrale di Broadway, è al lavoro un imponente board rabbinico coadiuvato da una schiera di tecnologi alimentari e analisti del sapore, in uno scenario da film di Woody Allen. 
Siamo in pieno cortocircuito tra religione e alimentazione, tra salute del corpo e salvezza dell’anima. Tra fiducia e fede. Al punto che crediamo più nell’autorità religiosa che nell’authority alimentare. Finendo per caricare la religione di funzioni improprie. Come la tracciabilità dei nostri alimenti. Garantita da un’autorità percepita come superiore, al di sopra delle parti, al riparo da conflitti di interesse. E così chiediamo ai rappresentanti dell’Altissimo di proteggerci dal male. Lo aveva capito in anticipo la Hebrew National che nel 1960, per lanciare il suo celebre hot dog, scelse lo slogan “Rendiamo conto a un’autorità superiore”. Come dire, il nostro è un panino da padreterno. Parola di Dio. (Marino Niola, "Il presente in poche parole", Bompiani, 2016)
»

martedì 13 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Il Turista", di Massimo Carlotto

Massimo CARLOTTO, "Il Turista"
Rizzoli, 2016
pagine 202, € 18,00, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

«Tutti fingono, la menzogna è l'unica moneta di scambio che abbia valore. Solo che noi dobbiamo essere più bravi.»
Il Turista è un serial killer perfetto, diverso da ogni altro. Tanto per cominciare, non “firma” i suoi omicidi e non lancia sfide ai detective, perché farsi catturare è l’ultimo dei suoi desideri. È un mago del camuffamento, non uccide secondo uno schema fisso e mai due volte nella stessa città o nello stesso Paese: per questo lo chiamano il Turista. In più, non prova empatia né rimorso o paura, esercita un controllo totale sulla propria psicopatia. In altre parole, è imprendibile, l'incubo delle polizie di tutta Europa. Anche il più glaciale degli assassini, però, prima o poi commette un passo falso che lo fa finire in gabbia. Succede a Venezia – il territorio di caccia ideale per qualunque assassino – e la gabbia non è un carcere: è una trappola ben più pericolosa, tesa da qualcuno che in lui ha scorto la più letale delle opportunità.
Anche Pietro Sambo ha fatto un errore, uno solo ma pagato carissimo. Adesso, ex capo della Omicidi, vive ai margini, con il cuore a pezzi. Poi arriva l'occasione giusta, quella per riconquistare onore e dignità. Ma per prendere il Turista dovrà violare di nuovo le regole, tutte, rischiando molto più della propria reputazione. 
Maestro riconosciuto del noir europeo, Massimo Carlotto ci ha abituato a spingere i confini dei generi dove nessuno è mai arrivato. Per scrivere il suo primo thriller ha fatto saltare ogni paradigma, costruendo una macchina narrativa che non offre certezze se non quella dell’adrenalina che mette in circolo.


«
Sambo si fermò a guardare il ponte di Rialto. All’apice della carriera andava spesso ad appoggiarsi alla balaustra che dominava il Canal Grande. A quel tempo credeva di essere indispensabile per proteggere la comunità e che Venezia gli dovesse riconoscenza. Non aveva capito che la sua città non aveva considerazione nemmeno per se stessa. (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)

«Si sorprenderà delle doti che ancora non ha sviluppato» disse Abernathy. «Lei è insensibile, non prova empatia né rimorso e sensi di colpa. È il re della menzogna e della manipolazione. Se non avesse imboccato la strada dell’omicidio avrebbe potuto ambire alla carriera di dirigente in una grande azienda. Dove crede che le multinazionali vadano a pescare i tagliatori di teste? Noi le offriamo un futuro nel ramo di cui è già un discreto professionista. La proteggeremo e la pagheremo.»  (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)

«Noi dobbiamo fare attenzione a nascondere la nostra superficialità: nei discorsi, nelle relazioni personali» spiegò lui in tono complice. «Una volta che hai imparato a essere “profondo”, sei automaticamente sano di mente.» 
«Il segreto?» 
«Capire che tutti fingono, celano il volto dietro a una maschera, perché la menzogna è l’unica moneta di scambio che abbia valore fra gli esseri umani. Solo che noi dobbiamo essere più bravi.» 
«Sei anche un mezzo filosofo» commentò ammirata.  (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)

«Ti stai comportando da “mona”» disse Caprioglio in tono fraterno. 
«Perché mi rifiuto di svendere del tutto quel briciolo di moralità e umanità che ci è rimasto?» «Anche tu hai giocato sporco. E più di una volta.» 
«Con quelli che se lo meritavano.» 
«Secondo il tuo esclusivo e personalissimo giudizio.» 
«Hai ragione. A volte esagero con l’ipocrisia e sono stato il primo a non battere ciglio quando Tiziana ha ribadito che il Turista non finirà mai davanti a un tribunale. Mi chiedo però se riusciremo a sopportare il peso della responsabilità di negare verità e giustizia ai familiari delle sue vittime.» 
«Tu continuerai ad annaspare con i sensi di colpa, non riesci a farne a meno» sentenziò. «Io, invece, continuerò a campare rimpiangendo di non essere più bello e più ricco. Ma adesso andiamo a mangiare, al Turista penseremo dopo.» (Massimo Carlotto, "Il Turista", Rizzoli, 2016)
»


In Mixtura una mia recensione a Massimo Carlotto, "La banda degli amanti", edizioni e/o, 2015, qui

mercoledì 7 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla", di Salvatore Settis

Salvatore SETTIS, "Costituzione! 
Perché attuarla è meglio che cambiarla"
a cura di Anna Fava
Einaudi, 2016
pagine 328, € 19,00, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Si approfondirà ancora il baratro fra i principî della Carta fondamentale e le pratiche di governo? 
Nella Costituzione troviamo scritti la sovranità popolare, il diritto al lavoro, alla salute, alla cultura, il precetto di orientare l'economia e la proprietà secondo il principio supremo dell'utilità sociale (cioè del bene comune). 
Troviamo un orizzonte dei diritti dei cittadini, non ancora pienamente attuato, per cui possiamo dire con Calamandrei che «lo Stato siamo noi». 
Lo Stato, non i governi. 
Perché i governi hanno fatto il contrario: hanno smontato lo Stato, ridotto lo spazio dei diritti, svenduto le proprietà pubbliche, anteposto il profitto delle imprese al pubblico interesse. 
Dobbiamo essere con lo Stato in nome della Costituzione, anche contro i governi che non la rispettino e vogliano, anzi, distorcerla con improprie manovre. 
Dobbiamo misurare i drammi dell'economia sul metro della Costituzione, cercarvi soluzioni rivolte al bene comune, principio supremo che informa ogni sua parola.


«
La legge Renzi-Boschi è la madre di una prevedibile raffica di ulteriori “riforme”, ed è pensando soprattutto a queste che il libro è stato composto. Perché, quale che sia l’esito del referendum d’autunno 2016, il degrado civile e politico che passa attraverso la demolizione della Costituzione non si arresterà. Se dovesse vincere il No, identiche “riforme” verranno presto rilanciate (come già è avvenuto) in nuovi travestimenti. Se invece vincerà il Sí, la nuova «forma di Stato e di governo» sarà il trampolino di lancio per ulteriori erosioni dei nostri diritti. Troppo importante, nell’un caso come nell’altro, martellarci in testa la convinzione che la crisi non è dovuta alle politiche economiche, alla corruzione della vita pubblica, all’evasione fiscale, ma alle mani bucate dello Stato sociale (cioè alle nostre malattie, all’educazione dei nostri figli, alla ricerca, alla cultura...) Troppo importante predicare che l’austerità è così necessaria da debellare lo spirito e la lettera della Costituzione vigente. (Salvatore Settis, "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, Einaudi, 2016)

Nella sgangherata ingegneria istituzionale di questa riforma, si è creato un ibrido, un ircocervo all’italiana che potremmo chiamare «bicameralismo confuso». Quel che cambia davvero è la natura del Senato, che secondo la proposta Renzi-Boschi dovrebbe esser «composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica» (art. 57) fra i «cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» (art. 59, c. 2), oltre che dagli ex Presidenti della Repubblica (art. 59, c. 1). Visto che, con la modifica dell’art. 67 (vedi supra, p. 9), i membri del Senato non rappresenteranno più la Nazione, avremo l’assoluta meraviglia giuridica di un ex Presidente della Repubblica che rappresenta le autonomie locali, ma non la Nazione; lo stesso dicasi dei cinque senatori di nomina presidenziale, che avendo «illustrato la Patria per altissimi meriti» si troveranno, in mezzo a un’accolta di sindaci e assessori regionali, a rappresentare le istanze delle “piccole patrie” locali. Se questo monstrum logico, politico, etico e giuridico si è insediato nella proposta Renzi-Boschi, è perché chi l’ha pensata (e votata) aveva in mente tutt’altro: svilire quella che fu la Camera alta sottraendola all’elezione diretta da parte del popolo e facendola nominare dai consigli regionali fra i propri componenti e i sindaci (art. 57). A complicare ulteriormente il (dis)funzionamento di questo Senato di super-nominati, ciascun senatore decade dalla carica non appena cessi il suo mandato di sindaco o consigliere regionale (artt. 57 e 66): avremmo cosí un Senato a geometria variabile, funzionalmente incapace di seguire l’iter di un qualsiasi provvedimento dal principio alla fine. 
Infine, suprema mostruosità giuridica, l’elezione del Presidente della Repubblica. Continueranno a farla, insieme, deputati e senatori (art. 83). Ma con una differenza importante: 
Costituzione vigente: 
* Primi tre scrutini: maggioranza di due terzi dell’assemblea
* Al quarto scrutinio: maggioranza assoluta dell’assemblea 
Proposta Renzi-Boschi: 
* Primi tre scrutini: maggioranza di due terzi dell’assemblea 
* Dal quarto scrutinio: maggioranza di tre quinti dell’assemblea
* Dal settimo scrutinio: maggioranza dei tre quinti DEI VOTANTI. 
In altri termini, se al settimo scrutinio dovessero votare solo 15 fra deputati e senatori, a eleggere il Presidente della Repubblica basteranno 10 voti (che potrebbero essere anche tutti di “senatori”, cioè sindaci e consiglieri regionali). Gli assenti dall’aula, quale che ne sia la causa, avranno sempre torto. È aperta la gara a colpi di mano, trucchi, delegittimazioni, risse, conflitti procedurali. Un Presidente eletto così, certo, non «rappresenta la Nazione» nemmeno quando è in carica, figurarsi da senatore a vita. (Salvatore Settis, "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, Einaudi, 2016)
»

martedì 6 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "In te mi specchio. Per una scienza dell'empatia", di Giacomo Rizzolatti e Antonio Gnoli

Giacomo RIZZOLATTI e Antonio GNOLI, "In te mi specchio.
Per una scienza dell'empatia"
Rizzoli, 2016
pagine 115, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Perché comprendiamo le azioni di chi ci sta di fronte? Perché altre volte no? Siamo progettati biologicamente per essere soli o per stare con gli altri? 
Negli ultimi anni un gruppo di scienziati ha rivoluzionato gli studi sul cervello e può darci le risposte più convincenti a queste domande. Giacomo Rizzolatti è il più noto tra loro, per la scoperta di un tipo particolare di cellule, i neuroni specchio, dotate della caratteristica di attivarsi sia quando osserviamo un’azione sia quando la compiamo noi stessi. Insomma, sono i neuroni dell’empatia. Trovano così spiegazione molti dei nostri comportamenti individuali e sociali, e si trasforma il nostro modo di intendere percezione, azione e linguaggio.
Secondo alcuni, la scoperta dei neuroni specchio ha rivoluzionato l’idea che abbiamo della mente umana “come il Dna ha rivoluzionato la biologia”. Secondo altri si azzererebbe la differenza tra ragione ed emozioni.
In questo libro si sfatano molti luoghi comuni e si affrontano sia gli aspetti filosofici e sociali della scoperta sia le grandi prospettive cliniche che i neuroni specchio lasciano intravedere nella cura della malattia più misteriosa di tutte: l’autismo.
Forse una nuova stagione si apre, dopo quella dell’homo homini lupus: ora la scienza ci dice che siamo biologicamente costruiti per stare insieme agli altri, per provare le stesse emozioni degli altri.


«
L’apprendimento richiede tempo. Lo sviluppo di un organo, il suo crescere dentro una funzione, esige educazione e allenamento. Tutto questo accade perché, diversamente dagli altri primati, nasciamo in ritardo, con una velocità di maturazione molto minore rispetto ad altre specie. Ricordo che negli anni Trenta uno scienziato olandese, Louis Bolk, aprì una strada fino ad allora ignorata circa l’importanza della crescita, facendo ruotare le sue riflessioni intorno al concetto di lentezza. 
Bolk cercò di dimostrare, e aveva ragione, che lo sviluppo dell’organismo umano – «ominazione» in linguaggio scientifico – procede con un grado di lentezza che non si riscontra in altri primati. 
Diversamente dal darwinismo, che attribuisce un’importanza fondamentale per l’evoluzione dell’uomo ai fattori esterni (ipotesi dell’adattamento), Bolk pone tutta l’attenzione sui caratteri interni dell’organismo. Non si chiede come e quando abbia avuto luogo l’origine dell’uomo, ma qual è l’essenza della forma umana: «In che cosa il bios umano è essenzialmente diverso da quello delle altre forme animali e affini?». La risposta può discendere solo da un’analisi che prenda in esame fattori endogeni alla natura umana, primo fra tutti il feto. A questo riguardo, dopo aver notato una somiglianza iniziale tra il feto di una scimmia e quello di un uomo, Bolk si concentra sul modo in cui i feti si differenziano nel loro sviluppo. Rileva che, mentre negli altri primati la forma iniziale del feto viene quasi immediatamente abbandonata, nell’uomo tende alla conservazione. L’uomo, in altre parole, è segnato dal ritardo dello sviluppo. È come se crescesse con il freno a mano tirato. Scrive Bolk: «Non esiste un mammifero che cresce così lentamente come l’uomo, né uno che diventa adulto dopo così tanto tempo dal giorno della nascita». 
Lo sviluppo dell’essere umano procede effettivamente con grande lentezza: lunga durata della fase intrauterina, dentatura ritardata (il primo molare compare all’incirca a cinque anni) e soprattutto enorme ritardo nel raggiungere un’autonomia di vita dai genitori. Questa si ottiene solo dopo l’adolescenza. Il ritardo dello sviluppo è responsabile di quello che Bolk chiama la «fetalizzazione della forma». (Giacomo Rizzolatti e Antonio Gnoli, "In te mi specchio. Per una scienza dell'empatia", Rizzoli, 2016)

Non riduco affatto il nostro comportamento al dato biologico. Nasciamo con un meccanismo che fondamentalmente ci predispone a far parte di una società, e quindi ad avere empatia verso gli altri. Poi interviene la cultura. 
Questa è la tua tesi sull’empatia? 
Sì. A me non dispiace sapere che nasciamo con un atteggiamento positivo verso gli altri. Non siamo affatto delle carogne. A scanso di equivoci, non sto sostenendo la tesi alla Rousseau, per cui l’uomo nasce buono e la società lo travia. Noi veniamo al mondo con delle predisposizioni fondamentalmente positive verso gli altri, ma poi deve essere la società a modularle. Se davanti a un ascensore vedi un cartello con sopra scritto «guasto», non sali, no? Hai fiducia in chi lo ha scritto. Non pensi che sia uno scherzo. Ecco, la fiducia è alla base delle nostre scelte. Può diventare conformismo, o peggio ancora ottusità. Ma all’inizio è una risorsa biologica magnifica. È un modo diverso di chiamare l’empatia. Mi fido di te. Tu ti fidi di me. So che posso imitarti o essere imitato. È la nascita del consorzio umano. Delle relazioni tra esseri umani. La vasta tessitura dell’umano. (Giacomo Rizzolatti e Antonio Gnoli, "In te mi specchio. Per una scienza dell'empatia", Rizzoli, 2016)
»

sabato 3 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Silicon Valley. I signori del silicio", di Evgeny Morozov

Evgeny MOROZOV, "Silicon Valley.
I signori del silicio"
Codice Edizioni, 2016
traduzione di Fabio Chiusi
pagine 115, ebook € 5,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Da alcuni anni le aziende della Silicon Valley promettono prosperità, uguaglianza e una nuova società in cui tutto sarà condivisibile e accessibile, superando le vecchie logiche di mercato. 
Ma le cose stanno davvero così? Siamo sicuri che Google, Amazon, Facebook, Twitter & Co. non siano piuttosto l’ultima incarnazione del capitalismo (ancora più subdolo, perché mascherato dietro la suadente retorica della rivoluzione digitale) e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi? 
In tutto questo, sostiene Morozov, di democratico, rivoluzionario e “smart” c’è ben poco; c’è invece una merce svenduta sull’altare del profitto: i nostri dati personali, la nostra privacy e soprattutto la nostra libertà.


«
Il punto non è che le promesse della Silicon Valley siano false o fuorvianti – spesso lo sono –, ma che quelle promesse possono essere comprese solo se inquadrate in un contesto più ampio: la scomparsa dello Stato sociale, la sua sostituzione con alternative più snelle, rapide e cibernetiche, e poi il ruolo che la libera circolazione dei dati è destinata a ricoprire in un regime commerciale di completa deregulation. Di solito non ci poniamo questi problemi quando parliamo di Facebook, Google o Twitter. E invece dovremmo: proprio come la Silicon Valley ha un futuro solo all’interno del capitalismo contemporaneo, il capitalismo contemporaneo ha un futuro solo all’interno della Silicon Valley. (Evgeny Morozov, "Silicon Valley. I signori del silicio", Codice Edizioni, 2016)

La favola dell’empowerment (“dare potere agli utenti”), uno dei mantra della Silicon Valley, è fatta di promesse di questo tipo. Se lo sfondo è uno Stato sociale al collasso, incapace di far fronte alle promesse fatte alle proprie stesse popolazioni, la Silicon Valley ci offre una nuova rete di protezione sociale: magari dovremo vendere la macchina e saremo sommersi dai debiti, ma avremo sempre accesso a Spotify e Google. La morte per fame è sempre possibile, ma non quella per fame di contenuti. 
Prima che auto e case scompaiano, comunque, la Silicon Valley potrebbe aiutarci a renderle beni produttivi. Grazie a start up come JustPark – un’app alla moda che consente ai proprietari di un posto auto di affittarlo a guidatori disperati in cerca di parcheggio – è possibile colmare perfino i divari dovuti alle disuguaglianze economiche, anche se in piccola parte. I comuni cittadini dovrebbero esserne felici: non solo finirebbero per non pagare nulla per i servizi di base, ma potrebbero anche integrare il modesto reddito di sempre monetizzando capitale finora “inerte”. (Evgeny Morozov, "Silicon Valley. I signori del silicio", Codice Edizioni, 2016)


Gli ipotetici benefici per l’ambiente derivanti dall’economia della condivisione sono altrettanto risibili: se è vero che ci viene chiesto di condividere le nostre auto con i vicini – è più economico, è verde! – è altrettanto vero che i ricchi continuano a godersi i propri yacht, le limousine e i jet privati, il tutto mentre i veri inquinatori – compagnie petrolifere e altri giganti industriali – continuano a farla franca perfino per cose ben peggiori. 
Nessuno nega che la sharing economy possa rendere le conseguenze dell’attuale crisi finanziaria più sopportabili, e magari lo sta già facendo; il fatto è che nell’affrontarne le conseguenze non fa nulla per rimuoverne le cause. È vero che grazie al progresso dell’information technology alcuni di noi possono finalmente cavarsela con meno, affidandosi principalmente a una distribuzione più efficiente delle risorse già esistenti. Ma non c’è niente da festeggiare: è come distribuire tappi per le orecchie contro i fastidiosi rumori stradali, invece di fare qualcosa per ridurli. 
Sensori, smartphone, app: sono questi i tappi per le orecchie della nostra generazione. Il fatto che non riusciamo più ad accorgerci di quanto allontanino le nostre vite da qualunque cosa abbia anche solo un sentore di politica è già di per sé un segnale rivelatore: la sordità – all’ingiustizia e alle disuguaglianze, ma soprattutto a quanto sia disperata la nostra stessa condizione – è il prezzo da pagare per questa dose di benessere istantaneo. (Evgeny Morozov, "Silicon Valley. I signori del silicio", Codice Edizioni, 2016)
»

giovedì 1 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara", di Paco Ignacio Taibo II

Paco Ignacio TAIBO II, "Senza perdere la tenerezza.
Vita e morte di Ernesto Che Guevara"
traduzione di Gloria Cecchini, Gina Maneri, Sandro Ossola
2011, Il Saggiatore, 2012
pagine 1.052, € 25,00, ebook 10,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Questa è la biografìa più riuscita e più letta del guerrigliero e dell'uomo che fu Ernesto Che Guevara. 
Una vita che è già leggenda, dalla giovinezza nomade e ribelle alla rivoluzione castrista, dal periodo di governo a Cuba alla tragica fine sui monti della Bolivia. 
Paco Taibo, con il suo talento di romanziere, riesce a farne una storia palpitante che si svolge davanti ai nostri occhi, tenendone vivo il carattere di "provocazione che viene dal passato" e di simbolo di una rivoluzione latinoamericana che continua a essere necessaria. In equilibrio tra lucidità e passione, svela del Che le mille sfumature, la tenacia, l'idealismo, le idiosincrasie, gli attacchi d'asma, le letture preferite, gli innamoramenti non solo intellettuali.


«
"Si è molto sviluppato in me il senso del collettivo in contrapposizione al privato, sono sempre il solitario che ero, alla ricerca della mia strada senza l’aiuto di nessuno, ma adesso ho il senso del mio dovere storico. Non ho casa, né moglie, né figli, né genitori, né fratelli, i miei amici sono tali finché la pensano politicamente come me, e tuttavia sono felice, sento la presenza di qualcosa nella mia vita, non solo una grande forza interiore, che ho sempre sentito, ma anche una capacità di trasmetterla agli altri, e il fatalismo della mia missione mi toglie ogni timore. Non so perché scrivo questo, forse è semplice nostalgia di Aleida. Prendila per quello che è: una lettera scritta in una notte di temporale nei cieli dell’India, lontano dalla mia patria e dalle persone che amo". (Che Guevara, dai suoi diari, in Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012)

"Trasformarsi in un informatore costante; non un informatore sulle possibili cospirazioni, abbiamo un intero popolo che vigila e che ci aiuterà, ma un osservatore della reazione popolare alle misure prese da un ministro o dal governo in generale, per sapere persino che cosa si pensa (…). E non per schedare qualcuno, non per punirlo per aver espresso un’opinione: tutto il contrario, per analizzare quell’opinione, per vedere quanto di vero ci sia in quell’opinione sulle nostre azioni e che cosa pensa il popolo di quelle azioni. Il popolo non sbaglia mai, siamo noi che sbagliamo, che dobbiamo rettificare." (Che Guevara, dai suoi diari, in Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012)

Il 13 marzo viene decretato un nuovo razionamento di carne, latte, scarpe e dentifricio. Oltuski racconta: «Una volta qualcuno criticò la scarsità di cibo, e lui disse che non era vero, che a casa sua si mangiava in modo adeguato. “Forse ti danno una quota aggiuntiva” dissi un po’ per scherzo e un po’ sul serio. 
«Il Che si accigliò, si avvicinò al telefono che stava su un tavolino a tre metri dalla scrivania dell’ufficio e chiamò casa sua. 
«Il giorno dopo ci chiama per dirci: “Era vero, fino a ieri ricevevamo una quota aggiuntiva”. 
«E informò il suo segretario Manresa: “A partire da ora in casa mia si mangia con la tessera (di razionamento)”». 
E fece di più: non solo a casa sua si sarebbe mangiato con la libreta, ma anche al ministero. Manresa racconta: «Mi disse di parlare con Manuel Luzardo, ministro del Commercio interno, per sapere che cosa si mangiava nei locali pubblici, che cosa mangiava la popolazione, in modo che esattamente quello gli venisse dato al ministero. Per me era un cazzo di problema. Quell’uomo lavorava venti ore al giorno, aveva l’asma, non poteva mangiare uova e non poteva mangiare pesce per via dell’allergia. A volte lo ingannavo per migliorare la sua dieta. A lui piaceva molto la frutta, il brodo di pollo e la carne di manzo, da buon argentino. Per questo ogni tanto gli inventavo una grigliata, e dovevo anche inventarmi una storia. Gli raccontavo che dei compagni latinoamericani volevano fare qualcosa e organizzavo una grigliata sul tetto del ministero dell’Industria». 
Dato che quello dell’alimentazione era uno dei settori più colpiti dalle ristrettezze di cui l’economia cubana cominciava a risentire, il Che era incredibilmente rigido riguardo al cibo. Orlando Borrego ricorda che una volta, dopo che il Che aveva avuto un attacco di asma, il cuoco della mensa collettiva del ministero portò da casa un pezzo di carne e glielo servì, ma appena se ne rese conto il Che ordinò che gli portassero via il piatto e fece una sfuriata terribile. Rimproverato dai suoi più stretti collaboratori, che dicevano che il cuoco aveva portato la carne da casa sua, che era un gesto di stima e che doveva prendersi cura della sua salute, li liquidò con un "si inizia così e poi ci si abitua ai privilegi inaccessibili alla maggior parte delle persone, e si diventa viziati, insensibili ai bisogni degli altri". Gli aneddoti sulla sua battaglia contro qualsiasi privilegio in ambito “alimentare” sono centinaia. (Paco Ignacio Taibo II, Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara, Il Saggiatore, 2012)
»

martedì 30 agosto 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Una casa a Bogotà", di Santiago Gamboa

Santiago GAMBOA, "Una casa a Bogotà"
2014, traduzione di Raul Schenardi
Edizioni e/o, 2016
pagine 171, € 17,00, ebook 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Grazie al denaro di un premio letterario, il filologo protagonista del romanzo può comprarsi una casa a Bogotà nel quartiere della sua infanzia. Orfano dall’età di sei anni (i genitori sono morti in un incendio) vi abiterà con l’anziana zia che l’ha cresciuto e con la quale ha condiviso una vita nomade all’estero, una donna colta e raffinata, ex funzionaria dell’Onu e militante di sinistra. La ricerca di un luogo da sentire come proprio, la nostalgia del passato, il ricordo di viaggi, incontri, scoperte e amori, sono il filo conduttore di una storia che si sviluppa a partire dalla descrizione delle varie stanze della casa, ciascuna dotata della sua speciale magia evocativa. 
Da lì il filologo, guidato dal fido autista, muove alla scoperta degli aspetti più inquietanti della città che non somiglia più a quella della sua adolescenza: covi di drogati, spettacoli di sesso dal vivo, persino una festicciola omoerotica di nazisti. 
Non meno drammatiche sono le rivelazioni che lo attendono in un baule alla morte della zia, e che lo spingeranno sull’orlo del suicidio. Con la sua consueta abilità, Santiago Gamboa costruisce un racconto a tratti intimista e ricco di elementi autobiografici che vede fra i suoi maggiori protagonisti Bogotà, la cittadina provinciale degli anni giovanili e la caotica metropoli odierna.


«
Ma appena feci un passo all’interno, nel vedere i corridoi e la disposizione delle sale sentii che quell’odore e quel silenzio sapevano di me, mi aspettavano, e questa sensazione mi sembrò reale, perché erano stati testimoni a distanza di un’epoca della mia vita che io davo per conclusa, ma che in qualche modo era ancora intrappolata in quelle ombre e in quei labirinti che la ragazza, goffa con il suo enorme mazzo di chiavi in mano, cercava di disfare aprendo persiane, accendendo luci, spalancando finestre per far circolare l’aria e dicendo, mi scusi, dottore, lei sa come sono queste case, restano chiuse e prendono questo odore un po’ triste, vero?, e io dissi, non si preoccupi, me l’immagino, però mi dica, crede che un odore possa essere triste?, e lei, molto sicura di sé, confermò annuendo, be’, certo, dottore, ci sono odori tristi e altri felici, e allora le domandai, e quale sarebbe un odore felice?, e lei rispose come se ci avesse pensato per tutta la vita, o come se stesse leggendo un manuale, lo Chanel n. 5, dottore, non crede?, quello è un odore molto felice, e subito dopo si avviò verso la scala aggiungendo, venga a vedere il secondo piano, se il dottore vuole coniugare abitazione e studio questa è la soluzione ideale, venga, le mostro le stanze di sopra, sono enormi, e io dissi, è proprio quello che sto cercando, quindi salii, stregato dai chiaroscuri, dal lieve scricchiolio del legno sotto i piedi, e poi, mentre entravo nelle varie stanze, sentii che qualcosa dentro di me si svegliava e stirava le braccia, come un animale dormiente riportato allo stato di veglia da un brusco cambiamento. (Santiago Gamboa, "Una casa a Bogotà", Edizioni e/o, 2016)

Il gesto di portarsi un enorme boccale alle labbra e di buttare giù un sorso di quel liquido denso che, in fondo, ci ripugnava, faceva parte di quel rituale. Il rituale della tristezza e del disincanto, poiché intuivamo che in fondo niente di quello che potevamo fare avrebbe avuto senso, e che tutto era perduto già da prima, ma che bisognava affrontare ugualmente la vita e dare battaglia, come una nave priva di luci e di radar che naviga nel cuore della notte e che nessuno attende. 
Quell’immagine della mia giovinezza fu probabilmente l’ultimo momento dignitoso di un’epoca, un’età della vita che dovrebbe prolungarsi e invece è sempre più breve e inquinata, perché, che giovinezza vivono i ragazzi oggi?, che ne sanno loro di quel desiderio di coerenza e purezza, di quella voglia di portare avanti la vita senza per questo corromperla? La verità è che non lo intuiscono neanche, perciò non gli restano che le briciole, al massimo la speranza di essere utili. (Santiago Gamboa, "Una casa a Bogotà", Edizioni e/o, 2016)

«Non lasciarti ingannare da questa post-sinistra rosa, più vicina al metodo Stanislavskij che all’impegno politico. Davanti alla vera sinistra, quella del pugno alzato e della falce e martello, prova orrore e soffre di vertigini, e la teme quanto i suoi nemici naturali, i capitalisti di destra, o forse di più, perché è una sinistra che vince battaglie soltanto ai cocktail e sulle colonne dei giornali; una sinistra zuccherata, fatta di giornalisti imborghesiti e di intellettuali che hanno ereditato grandi fortune senza mai muovere un muscolo. Come se fosse possibile essere di sinistra e portare scarpette di porcellana! A questi tiepidi fanno orrore i veri compagni dalle unghie spezzate e dalle dita forti che hanno l’anima nelle braccia, nei calzoni sporchi di grasso per il lavoro, cresciuti in case prive di elettricità, cibandosi di cavoli cotti su un fuoco di legna; certo, è gente di paese o delle periferie che a volte sbaglia e con i suoi errori crea leggende nere, mentre nessuno rivolge domande alla democrazia, che è un laghetto artificiale per il divertimento della società borghese, qualsiasi cosa faccia, nessuno la giudica né gliene chiede conto, nemmeno se ammette la schiavitù e il crimine o se lascia morire di fame i bambini. Non dimenticare mai, nipote, che davanti alla vera sinistra, e mi riferisco a gente come Fidel o il Che, queste caramelline rosse delle nostre stupide città se la fanno addosso. Il fatto è che la Colombia odierna susciterebbe la perplessità dello stesso Marx, perché qui i poveri sono di destra e la borghesia di sinistra, ma naturalmente di quella sinistra salottiera, dei soldatini di piombo che girano su un tamburello, ti sembra plausibile una mostruosità del genere? Insomma, qualcuno, racconta menzogne o, peggio ancora, prende in giro la storia e la gente, e un po’ anche se stesso». (Santiago Gamboa, "Una casa a Bogotà", Edizioni e/o, 2016)
»

sabato 27 agosto 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Assassinio senza volto", di Henning Mankell

Henning MANKELL, "Assassinio senza volto"
traduzione di Giorgio Puleo
1991, Marsilio, 2010
pagine 368, € 12,50, ebook 7,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

La prima inchiesta del commissario Wallander. Sulle tracce di un assassino che colpisce con inaudita violenza, il commissario Kurt Wallander deve fare i conti anche con chi ha deciso di farsi giustizia da sé.
Una fredda giornata di gennaio poco prima dell’alba, in un paese del sud della Svezia, un contadino scopre che i suoi vicini, una coppia di vecchi contadini come lui, sono stati assaliti e picchiati barbaramente. Basta una fuga di notizie e comincia la caccia all'uomo. I cittadini non si fidano della polizia, preferiscono organizzare da sé la loro sicurezza e la loro vendetta: Kurt Wallander deve ora arginare la loro determinazione a farsi giustizia da soli, ma scoprirà presto che la vittima barbaramente trucidata conduceva in realtà una doppia vita...
«
Ogni volta che Wallander era costretto a dare la notizia di una morte provava la stessa sensazione di irrealtà. Informare delle persone sconosciute che un bambino o un parente erano mancati improvvisamente, e riuscire a farlo con dignità, gli era sempre sembrato un compito ingrato e impossibile. (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

«Perché la tenevano?» si chiese Wallander ad alta voce. 
«Per un vecchio contadino, una stalla vuota è come una sala dell’obitorio» rispose Nyström. «Un animale fa sempre compagnia e aiuta a fare passare il tempo.» (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

«Lo sapevi che statisticamente la percentuale di poliziotti vittime di cancro allo stomaco è molto più alta della media?» chiese. 
«No. Non lo sapevo.» 
«E sembra che sia dovuto all’enorme quantità di caffè che ingurgitiamo ogni giorno.» 
«Ed è grazie alle tazze di caffè che riusciamo a tirare avanti e fare il nostro lavoro.» 
«Come adesso?» (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

Sin dall’inizio della sua carriera, Wallander aveva adottato il principio di fare le cose da solo. Lo considerava parte del suo lavoro. Era un concetto che si era formato durante l’adolescenza. Solo i ricchi e quelli che si consideravano superiori usavano dei tirapiedi per sbrigare le proprie faccende. Per Kurt Wallander, non consultare un elenco telefonico e non alzare il ricevitore da soli erano forme di pigrizia e indolenza inammissibili… (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)

«Il concetto di giustizia non significa solo che le persone che commettono reati vengano condannate. Significa anche non arrendersi mai.» Rydberg si alzò a fatica, andò nel soggiorno e tornò con una bottiglia di cognac e due bicchieri. Mentre li riempiva, Wallander notò che la mano gli tremava. «Ci saranno sempre dei vecchi poliziotti che muoiono assillati da un crimine irrisolto» disse Rydberg. «Io sarò uno di quelli.» (Henning Mankell, "Assassinio senza volto", Marsilio, 2010)
»

venerdì 26 agosto 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / Achille piè veloce, di Stefano Benni

Stefano BENNI, "Achille piè veloce"
Feltrinelli, 2003
pagine 193, € 8,50, ebook € 5,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Ulisse, giovane scrittore con un libro alle spalle, scarso futuro e incerto presente, lavora in una piccola casa editrice a fatturato zero. È ossessionato dagli ‟scrittodattili” (pare che nessuno, proprio nessuno, si esima dal cimento della scrittura) e si riconosce ‟poligamo politropo” (vale a dire che, malgrado la bella Pilar, signora del suo cuore, cede volentieri a effimere avventure). 
Un giorno riceve una lettera misteriosa. ‟Egregio signor Ulisse. Le scrivo per tre motivi. Il primo è che lei ha un nome omerico come me…” 
Chi scrive è Achille. Un ragazzo malato, deforme, inchiodato davanti a un computer, che paga con la volontaria reclusione domestica la minaccia sempre in-combente di un internamento clinico. Chiede un incontro. Ulisse ci sta. Achille è colto, vitale, curioso, impudico. Di Ulisse vuole sapere tutto, e in particolare vuole sapere tutto dell'intrepida Pilar, sudamericana in attesa di permesso di soggiorno. 
Ulisse parla. Senza reticenze. E Achille risponde digitando sulla tastiera. Nella semioscurità di una stanza in cui il mondo entra con il clangore di armi lontane. 
La loro è una sbilenca, strana, amicizia. Un'amicizia fra eroi, in cui l'emerso e il sommerso sembrano coincidere in un'unica figura. Combattono insieme una grande battaglia, una di quelle battaglie che ha il suono mitico delle antiche gesta. 
Stefano Benni desta dall'ombra di un mondo tetramente allo sfascio la luminosa fierezza della sfida, il riso liberatorio sull'orlo dell'abisso. Commuove e inquieta. Non ci lascia in pace. E ci regala un personaggio che non si fa dimenticare.


«
Poi c’è il parcheggio. Ai tempi d’oro ospitava seimila macchine, si facevano ore di fila per accedervi, era il limbo da cui entrare all’Eden. Ora ce n’è appena un terzo, la crisi economica morde i portafogli, metà dei negozi sono chiusi e pile di carrelli vuoti arrugginiscono tristemente nei magazzini. Entrando nelle vaste sale, specialmente nel cuore di Shop Eden, l’Eden Market, potreste non accorgervi che qualcosa è cambiato. Il paradiso del consumatore sembra intatto. Tra gli scaffali c’è ancora cibo per sfamare mezzo Malawi, per far venire il diabete al Botswana, per ubriacare il Benin, per vestire mezza Groenlandia, per far giocare tutti i bimbi dello Yemen, per profumare le isole di guano delle Galápagos, per far ballare tutti i masai, per illuminare la notte lappone, per riempire del superfluo, dell’inutile, del troppo, dell’inutilizzato, dello sprecato una vasta zona del globo. Ma guardando con maggior attenzione, potrete cogliere i segni del morbo, la malattia sottile che rode l’economia del mondo e da lì contagia il nostro paese, le sue case e i salvadanai. Qualche cartello in più di offerte speciali e saldi, un velo di polvere su qualche scatoletta, qualche capo di vestiario fuori moda. Ascoltate bene e udrete il triste lamento degli Invenduti: la mela che marcisce nascosta in fondo al cesto, lo yogurt scaduto che cerca di coprire la data della sua fine ignominiosa, il formaggio che emana un lieve afrore, il detersivo a cui fa la pubblicità un divo morto da tempo, i gadget del cartone animato già dimenticato dalla gioventù irriconoscente, gli zainetti con idoli rock svaniti nel nulla, il ferro da stiro parlante bocciato dalle massaie. 
E soprattutto, anche se mascherate con festoni e cartelli, noterete che sono chiuse ben dodici casse su trenta. Poiché il morbo, oltre che gli onesti finanzieri e l’incolpevole mercato, ha colpito anche le avide maestranze dello Shop Eden, che vistesi minacciate nel privilegio del loro lavoro, invece di accettare con serenità un licenziamento foriero di tempo libero e svolte esistenziali, hanno iniziato a strepitare, scioperare e picchettare. Eccole, fuori dall’entrata Uno, quella più nobile, intente a distribuire un ignobile volantino contenente accuse alla proprietà e al governo, nonché ovvietà bolsceviche culminanti nello stantio slogan: 
Vogliamo soltanto lavorare. (Stefano BENNI, "Achille piè veloce", Feltrinelli, 2003)

... quando uno è triste non servono le classifiche, non c’è un tristometro, è inutile dire sto mediamente peggio di te o decisamente meglio di te, si diventa tutti ottusi ed egoisti e la propria tristezza diventa una grande campana in cui ci si chiude, per non ascoltare la tristezza degli altri. (Stefano BENNI, "Achille piè veloce", Feltrinelli, 2003)

Quale dietrismo. È tutto spudoratamente, illegalmente, arrogantemente davanti agli occhi. Non sono tempi di dietrismo ma di davantismo. (Stefano BENNI, "Achille piè veloce", Feltrinelli, 2003)
»