mercoledì 7 settembre 2016

#QUARTAdiCOPERTINA / "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla", di Salvatore Settis

Salvatore SETTIS, "Costituzione! 
Perché attuarla è meglio che cambiarla"
a cura di Anna Fava
Einaudi, 2016
pagine 328, € 19,00, ebook € 9,99

Testo di presentazione dell'Editore - Citazioni scelte da Mixtura

Si approfondirà ancora il baratro fra i principî della Carta fondamentale e le pratiche di governo? 
Nella Costituzione troviamo scritti la sovranità popolare, il diritto al lavoro, alla salute, alla cultura, il precetto di orientare l'economia e la proprietà secondo il principio supremo dell'utilità sociale (cioè del bene comune). 
Troviamo un orizzonte dei diritti dei cittadini, non ancora pienamente attuato, per cui possiamo dire con Calamandrei che «lo Stato siamo noi». 
Lo Stato, non i governi. 
Perché i governi hanno fatto il contrario: hanno smontato lo Stato, ridotto lo spazio dei diritti, svenduto le proprietà pubbliche, anteposto il profitto delle imprese al pubblico interesse. 
Dobbiamo essere con lo Stato in nome della Costituzione, anche contro i governi che non la rispettino e vogliano, anzi, distorcerla con improprie manovre. 
Dobbiamo misurare i drammi dell'economia sul metro della Costituzione, cercarvi soluzioni rivolte al bene comune, principio supremo che informa ogni sua parola.


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La legge Renzi-Boschi è la madre di una prevedibile raffica di ulteriori “riforme”, ed è pensando soprattutto a queste che il libro è stato composto. Perché, quale che sia l’esito del referendum d’autunno 2016, il degrado civile e politico che passa attraverso la demolizione della Costituzione non si arresterà. Se dovesse vincere il No, identiche “riforme” verranno presto rilanciate (come già è avvenuto) in nuovi travestimenti. Se invece vincerà il Sí, la nuova «forma di Stato e di governo» sarà il trampolino di lancio per ulteriori erosioni dei nostri diritti. Troppo importante, nell’un caso come nell’altro, martellarci in testa la convinzione che la crisi non è dovuta alle politiche economiche, alla corruzione della vita pubblica, all’evasione fiscale, ma alle mani bucate dello Stato sociale (cioè alle nostre malattie, all’educazione dei nostri figli, alla ricerca, alla cultura...) Troppo importante predicare che l’austerità è così necessaria da debellare lo spirito e la lettera della Costituzione vigente. (Salvatore Settis, "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, Einaudi, 2016)

Nella sgangherata ingegneria istituzionale di questa riforma, si è creato un ibrido, un ircocervo all’italiana che potremmo chiamare «bicameralismo confuso». Quel che cambia davvero è la natura del Senato, che secondo la proposta Renzi-Boschi dovrebbe esser «composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica» (art. 57) fra i «cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» (art. 59, c. 2), oltre che dagli ex Presidenti della Repubblica (art. 59, c. 1). Visto che, con la modifica dell’art. 67 (vedi supra, p. 9), i membri del Senato non rappresenteranno più la Nazione, avremo l’assoluta meraviglia giuridica di un ex Presidente della Repubblica che rappresenta le autonomie locali, ma non la Nazione; lo stesso dicasi dei cinque senatori di nomina presidenziale, che avendo «illustrato la Patria per altissimi meriti» si troveranno, in mezzo a un’accolta di sindaci e assessori regionali, a rappresentare le istanze delle “piccole patrie” locali. Se questo monstrum logico, politico, etico e giuridico si è insediato nella proposta Renzi-Boschi, è perché chi l’ha pensata (e votata) aveva in mente tutt’altro: svilire quella che fu la Camera alta sottraendola all’elezione diretta da parte del popolo e facendola nominare dai consigli regionali fra i propri componenti e i sindaci (art. 57). A complicare ulteriormente il (dis)funzionamento di questo Senato di super-nominati, ciascun senatore decade dalla carica non appena cessi il suo mandato di sindaco o consigliere regionale (artt. 57 e 66): avremmo cosí un Senato a geometria variabile, funzionalmente incapace di seguire l’iter di un qualsiasi provvedimento dal principio alla fine. 
Infine, suprema mostruosità giuridica, l’elezione del Presidente della Repubblica. Continueranno a farla, insieme, deputati e senatori (art. 83). Ma con una differenza importante: 
Costituzione vigente: 
* Primi tre scrutini: maggioranza di due terzi dell’assemblea
* Al quarto scrutinio: maggioranza assoluta dell’assemblea 
Proposta Renzi-Boschi: 
* Primi tre scrutini: maggioranza di due terzi dell’assemblea 
* Dal quarto scrutinio: maggioranza di tre quinti dell’assemblea
* Dal settimo scrutinio: maggioranza dei tre quinti DEI VOTANTI. 
In altri termini, se al settimo scrutinio dovessero votare solo 15 fra deputati e senatori, a eleggere il Presidente della Repubblica basteranno 10 voti (che potrebbero essere anche tutti di “senatori”, cioè sindaci e consiglieri regionali). Gli assenti dall’aula, quale che ne sia la causa, avranno sempre torto. È aperta la gara a colpi di mano, trucchi, delegittimazioni, risse, conflitti procedurali. Un Presidente eletto così, certo, non «rappresenta la Nazione» nemmeno quando è in carica, figurarsi da senatore a vita. (Salvatore Settis, "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, Einaudi, 2016)
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