venerdì 31 luglio 2015

#SPILLI / Non pensare (troppo) (M. Ferrario)

(dal web, via linkedin)
Non pensare troppo. 
Potresti creare un problema 
che neppure c'era al primo posto


Una frase anonima.
Forse perché è stata scritta da quello Zeitgeist che oggi soffia come una bora: sì, lo 'spirito dei tempi' attuali.

In astratto e in teoria convengo.
In altra epoca il messaggio potrebbe costituire un utile avvertimento: quel 'troppo', in effetti, può far diventare il pensiero un problema. Ci si installa dentro: come per difendersi dal decidere e dall'agire. E il non decidere (se non è frutto di una decisione consapevole) ovviamente crea problemi.
Peraltro, tema del pensare a parte, già mia nonna ripeteva che il «troppo stroppia». Sempre. In ogni campo. E aveva ragione.

Ma oggi? Dove la frenesia (fare fare fare e non importa cosa) è il valore e il pensiero è il disvalore perché fa perdere tempo, rallenta, 'gufa' contro le 'progressive e magnifiche sorti'?
Oggi la frase mi pare tanto più pericolosa quanto più è seducente e 'cool'.
E infatti gira in rete: sottoscritta con molti convinti 'like'.
In fondo basta dimenticare il 'too much' e mettere in atto il 'don't think'.
E poi, il 'too much' è soggettivo: anzi, se ci penso ci ho già pensato troppo. E' così che nascono i problemi.
Che sono i peggiori nemici di chi vuol vivere senza pensieri.

Del resto è il nuovo Zeitgeist: 'Vivi positivo: spensierato è bello'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#SENZA_TAGLI / Fondo Monetario, curare la polmonite tagliando una gamba (Alessandro Robecchi)

Dunque mettiamola così: il medico che per curarti la polmonite ti ha amputato una gamba ora ti guarda perplesso. Dannazione, la polmonite non è passata. Dunque propone di amputarti l’altra gamba. 
Sembra una storiella per chirurghi, e invece è la storia del prodigioso Fondo Monetario Internazionale, quello che di fatto gestisce e controlla l’economia mondiale, un medico che se lavorasse in corsia farebbe più morti della peste del Seicento. La nuova vulgata ora è questa: bravini, avete fatto qualche sforzo nella direzione da noi indicata (traduco: vi siete tagliati una gamba), ma non basta. Per essere felici e tornare a correre nelle praterie del benessere dovrete tagliarvi pure quell’altra. Quasi tutti riportano con grande enfasi le parole dell’illustre medico, invece di rincorrerlo, come sarebbe più comprensibile, con un martello molto pesante. E dunque ecco: per riavere il tasso di occupazione pre-crisi, l’Italia dovrà aspettare ancora una ventina d’anni, e questo se tutto va bene e si fanno le riforme che il Fondo Monetario prescrive. Tra queste, tenetevi forte, la contrattazione decentrata di secondo livello (in italiano: basta contratti nazionali, ogni fabbrica discuta col proprio imprenditore), rivedere i modelli retributivi (in italiano: guadagnare tutti un po’ meno), cambiare il sistema educativo (in italiano: trasformare la scuola in una fabbrica di mano d’opera). 
Siamo ancora lì: invece di alzarsi e cominciare a inveire, come farebbero in ogni ospedale del mondo i parenti del degente, al ministero dell’economia dicono che insomma, loro quelle cose le stanno già facendo. Disperante.
Fortunatamente, nota qualcuno, non è raro che il Fondo Monetario prenda della cantonate, ma pare che questo non infici in alcun modo il fatto che le sue ricette vengano accolte come sacre e inviolabili. Insomma: la politica economica degli Stati la fanno quei signori lì, e gli stati si adeguano. 
Ne fa in qualche modo fede l’accanirsi del ministero del lavoro sui dati dell’occupazione, diffusi a piene mani anche con criteri un po’ risibili. Esempio: se nella famiglia Brambilla lavorava solo il padre e ora, avventurosamente o per merito, ha trovato lavoro anche il figlio, è possibile rintracciare i titoloni sui giornali: “Brambilla: raddoppiata l’occupazione!”, segue dibattito. Invece si dice poco e male che i contratti a tempo indeterminato (si fa per dire, perché senza articolo 18 sono tutti a termine a capriccio del padrone) sono quasi tutti sostitutivi di altre posizioni, che la disoccupazione resta mostruosa, che l’80% e più dei nuovi contratti è a tempo determinato, cioè il vecchio caro precariato che si voleva (ehmm…) sconfiggere.
Sono numeri che schiantano il paese, ma che in qualche caso – solo per osservatori attenti – sotterrano anche una certa retorica farlocca dispiegata a piene mani. Basta pensare all’enfasi con cui si propugna come vincente e risolutiva la figura dell’imprenditore. Non c’è talk show, pagina economica o rotocalco che non abbia in bella vista il geniale imprenditore (delle salsicce, dei gelati, delle giacche a vento in piuma d’oca) che tiene la lezioncina su quanto è bello fare i padroni, con conseguente invito ai “giovani”: dai fatelo anche voi! Risultati devastanti. Da un lato frustrazione per chi non ha un papà finanziatore. Dall’altro gradi applausi per piccole, a volte geniali, start-up, salvo poi andare a vedere e scoprire che fatturano milioni e hanno un dipendente: la segretaria (se va bene). 
Creare valore per sé e non lavoro e benessere per tutti, insomma, è considerato modernissimo e à la page. Sempre in attesa, ovviamente, che il medico dica: perbacco, nemmeno tagliare un’altra gamba ha fatto passare questa fastidiosa polmonite, propongo di amputare un braccio. Applauso del paziente.

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Fondo Monetario: curare la polmonite tagliando una gamba, 'Il Fatto Quotidiano', 30 luglio 2015. Anche in 'alessandrorobecchi.it', qui

Sempre nel blog, altri 5 contributi di Alessandro Robecchi qui

#LINK / Smartphone, la dipendenza (Jaime D'Alessandro)

(... ) Ma spegnerlo? Domanderete. Non si può: secondo una ricerca condotta dalla Tecmark su 2 mila persone in Inghilterra, guardiamo lo schermo del telefono oltre 200 volte al giorno. Qualche tempo fa un'altra società di ricerca, la Kleiner Perkins Caufield & Byers's, era arrivata a contarne centocinquanta. E non è semplice arginare un'abitudine del genere, o una dipendenza che dir si voglia, semplicemente con il buon senso. (...)

«La dipendenza nasce dall'illusione del controllo», spiega Alessandra Orsi, specializzata in psicologia dello sviluppo. «Potenzialmente ogni cosa che dà piacere e allo stesso tempo l'illusione del controllo può far sorgere una dipendenza: la televisione con il suo telecomando, la guida di una macchina, il gioco di azzardo, un videogame, il sesso. Nella variante dello smartphone ciò è amplificato, perché non solo controlli il dispositivo, ma col suo tramite anche le relazioni interpersonali». (...)

*** Jaime D'ALESSANDRO, giornalista, Ecco il manuale per guarire dalla smartphone-dipendenza, 'la Repubblica', 13 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

#RITAGLI / Italcementi e non solo, outlet Italia (Sandro Catani)

La famiglia Pesenti vende la maggioranza di Italcementi Group ai tedeschi di Heidelberg  per 1,7 miliardi di euro. Non è una notizia che ci turberebbe se non venisse dopo quella di Pirelli ai cinesi (sia pure con altre modalità), di Indesit agli americani, di Telecom passato al controllo dei francesi Vivendi, di Parmalat ai francesi di Lactalis, per non parlare dello shopping fatto nel made in Italy: Loro Piana, Pomellato, Poltrona Frau, Bulgari, per citare solo alcune recenti.

L’imprenditoria italiana sembra aver perduto l’iniziativa a intraprendere, si ritira dalle scene o assume un ruolo defilato. Bisogna riconoscere un dettaglio non trascurabile nelle valutazioni delle dinastie interessate: lo fanno rastrellando quantità significative di denaro. Ma era questo l’obiettivo delle prime generazioni fondatrici? (...)

Sarà mica che la crisi economica italiana sia anche la crisi di quella che Ernesto Rossi nel suo libro straordinario chiamava i Padroni del vapore, mettendo sotto accusa l’imprenditoria italiana e la Confindustria? Se il dubbio fosse fondato, non basterebbe abbassare le imposte sul profitto di cui parla il primo ministro.

*** Sandro CATANI, consulente e saggista, Italcementi: adesso vanno via anche i Pesenti. Outlet Italia, blog 'ilfattoquotidiano.it', 29 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui


Sempre in Mixtura, altri 3 contributi di Sandro Catani qui

#TAVOLE / Matrimoni, ragazzi e ragazze nel mondo (Unicef)


° ° °


da 'internazionale', 23 luglio 2015

#SPILLI / Verità, cosa ci vuole (M. Ferrario)

(dal web, via linkedin)


Sembra che le palle c'entrino sempre.
Piacciono.
Non solo ai maschi, visto che abbondiamo ormai di donne in similmaschio.
Danno l'idea della forza: del testosterone viriloide, che afferma, asserisce, ti sbatte in faccia ciò che ha da dire, incurante di tutto e di tutti. Se necessario, con arroganza, strafottenza, sfacciataggine. Come è (deve essere) l'uomo che non deve chiedere mai. E che ogni mattina, sotto le ascelle, si spruzza la giusta dose di arrogance pour homme.
Io preferisco il termine coraggio: che rimanda al cuore
E per il quale mi piace inventare un'etimologia che evochi, in quell'aggio del termine coraggio, un latino (sottinteso e nascosto) agere, in italiano agire. Come fosse 'mettere in moto il cuore'.
E in effetti, non si ha coraggio se non si muove il cuore.

Comunque, al di là delle etimologie, per la verità basta (basterebbe) l'onestà.
Che non ha palle. 
Perché non urla: è sobria, discreta. Tanto discreta che pare non esistere.
E infatti forse non esiste.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#FUMETTI / Buni, anguria (Ryan Pagelow)

Ryan PAGELOW, fumettista statunitense
Buni, anguria, da 'internazionale', 24 luglio 2015

#SPOT / Libri (Amos Oz)



I libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
*** Amos OZ, 1939, scrittore e saggista israeliano

(Immagine e citazione da NN Editore, via facebook, 13 febbraio 2015, qui)

#RITAGLI / Stipendio, e il merito dov'è? (Walter Passerini)

Salary Satisfaction Report, Jobpricing, 2015
da 'La Stampa', 13 luglio 2015

Pochi, complicati e senza criterio. E’ la sintesi che i lavoratori italiani fanno sui soldi che entrano nelle loro buste paga a fine mese. 
In una scala da 1 a 10, i dipendenti privati danno un voto negativo alle aziende: 3,9, nemmeno un 4. Ma non è solo un problema di quantità degli stipendi: con questa risposta di pancia gli italiani si dichiarano insoddisfatti sull’intero pacchetto retributivo, fatto di elementi monetari, ma non solo. 
Solo 1 lavoratore su 3 esprime un giudizio di media soddisfazione; solo il 3% dichiara di essere pienamente soddisfatto del proprio pacchetto retributivo. (...) 

Per esempio, qual è la percezione di equità interna dei lavoratori italiani? In altri termini, esiste una giustizia retributiva all’interno delle aziende a parità di ruolo ricoperto? L’indice 4.9 rivela che i dipendenti italiani non prendono una posizione netta (negativa o positiva). 
Il 52% si trova d’accordo con questa affermazione, mentre il 48% dà un giudizio negativo. 
Anche nella equità esterna non si sbilanciano troppo: il voto complessivo è 4,7. Chi ritiene di essere retribuito equamente rispetto al mercato è il 48% dei rispondenti, il 52% dà un giudizio negativo. Pessimo è il voto registrato sul rapporto tra retribuzione e contributo personale. Solo 1 lavoratore su 3 ritiene di essere retribuito in maniera adeguata al contributo fornito, mentre una percentuale elevatissima di lavoratori 
(il 30,9%) si dimostra in totale disaccordo. 
Il mancato riconoscimento economico è un tarlo che mina le motivazioni, una delle prime ragioni per dare le dimissioni. 
Nelle aziende in cui vi è un sistema di incentivazione trasparente e formalizzato individuale, la percezione di un collegamento tra contributo e retribuzione è molto alta. La sola presenza di un elemento variabile del pacchetto retributivo aumenta la percezione di allineamento tra prestazione lavorativa e retribuzione. 

Infine, si è chiesta la percezione sulla meritocrazia in azienda. L’opinione è piuttosto negativa (indice a 3.8). Solo il 7,8% ritiene che vi sia vera meritocrazia nella propria azienda, mentre il 32,0% ritiene che non sia per nulla applicata. La presenza di un sistema di incentivazione individuale determina una maggior percezione di meritocrazia da parte dei lavoratori, in quanto collegata a obiettivi. 
La presenza di un sistema di contrattazione aziendale abbassa il livello di percezione di meritocrazia: un sistema che garantisce una quota fissa per tutti, non riconosce le situazioni dove il merito dei singoli possa essere premiato. Escludendo la retribuzione fissa (che è la leva principale dichiarata dai lavoratori), le principali voci ambite non monetarie sono: lo sviluppo di carriera, l’aspetto formativo e la relazione positiva con i colleghi. La flessibilità degli orari e il bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata sono aspetti fondamentali nella scelta di un posto di lavoro.

*** Walter PASSERINI, w.p., giornalista, "Lo stipendio non ripaga il merito": italiani insoddisfatti  e demotivati, 'La Stampa', 13 luglio 2015

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo (segnalato) di Walter Passerini qui

#TAVOLE / Usa, Bianchi e neri (Pew Research Center)


Usa, redditi Bianchi-Neri a confronto
Fonte: Pew Research Center
da 'internazionale', 23 luglio 2015

giovedì 30 luglio 2015

#SPILLI / Uno che (ancora) legge (M. Ferrario)

(dal web, via linkedin)

Sì, va fotografato. 
Uno che (ancora) legge un libro.
Va fotografato perché senz'altro è uno che non si fa il selfie.
E forse non diventerà mai presidente del Consiglio.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#PIN / Innovazione sarebbe anche (MasFerrario)


#FUMETTI / Connessi (Sephko)

SEPHKO, Gojco Franulic, Cile
Sempre connessa
da 'internazionale', 24 luglio 2015

#SPOT / Coccobello, oggi

(dal web)

#RITAGLI / Assuefazione, alla disumanità (Marisol Barbara Herreros)

Giorno dopo giorno, telegiornale dopo telegiornale, ascoltiamo da anni oramai che una quantità di immigrati sono deceduti cercando di arrivare attraverso il mare mediterraneo alle nostre coste. 
E così ora, siamo veramente tutti assuefatti. Non so neanche se sia un termine adatto all'occasione, ma credo facilmente comprensibile per chi vive in Italia da un po' di anni. Oramai, non ci fa più impressione, sentiamo distrattamente la notizia e al massimo ci scappa un “povera gente!” e si passa oltre. (...)

Ognuno di questi cadaveri sepolti nel mediterraneo apparteneva in vita a qualcuno; a qualcuno che lo ha partorito, a qualcuno che lo ha conosciuto, amato, avuto a che fare con lui/lei. 

Dietro ognuno di loro c'è una storia, che non è tanto diverse da quella della signora filippina che lavora nelle case della borghesia italiana, della quale i suoi “padroni” conoscono - a questo punto dopo tanti anni di servizio – madre, padre, sorelle, figli, nipoti e tutto quanto. Stessa situazione con la badante russa o ucraina che vive con la nonna e che ogni estate parte carica di regali e articoli di prima necessità in autobus per congiungersi con i propri familiari. Ma, certo, le ucraine, le peruviane le filippine sono delle migranti alle quali lentamente ci siamo abituati e molte volte anche controvoglia, ma faceva comodo poter mantenere i nostri anziani in casa e non dovere portarli ad un posto sconosciuto per loro e molto più dispendioso per loro e per noi. Dunque, con rassegnazione, lamentandoci un po', reclamando che certe volte queste slave alla fine si accaparrano i nostri vedovi incauti perché ci sanno fare, sono entrate dentro il panorama quotidiano degli italiani. Lo stesso discorso per i camerieri, giardinieri e tuttofare di sesso maschile. (...)

Ma gli africani sono diversi, si vedono subito, non puoi nascondere il loro colore, la loro esuberanza, e certe volte la loro bellezza. E a questo punto, è più facile considerarli una massa non identificabile. Un corpo in più che, dipendendo molte volte solo dalla fortuna, può avere la possibilità di vivere un po' di più. 

Anche qui, ci bendiamo gli occhi e l'ignoranza ci viene in aiuto dandoci una grossa mano. Se tu non sai nemmeno identificare i diversi paesi che formano il continente Africano, e non distingui veramente  un paese nella mappa, è difficile dargli una identità. (...)

La soluzione politico/economica deve essere trovata, ma nel frattempo cerchiamo di svegliarci un po' e di eliminare questa assuefazione che ci ha fatto diventare impermeabili al dolore, alla sofferenza umana.
Ridiventiamo un po' più degni di essere chiamati umani!

*** Marisol Barbara HERREROS, cilena nazionalizzata italiana, esperta di marketing, caporedattrice di 'caosmanagement', Assuefazione, 'caosmanagement, 99, luglio 2015.

LINK, articolo integrale qui


#RITAGLI / Il Potere e le sue pisciate (Peter Gomez)

Il fumus persecutionis non c’è. Ma Azzollini è un potente esponente del Ncd, partito indispensabile alla sopravvivenza della maggioranza. E sopratutto ha presieduto per dodici anni la commissione Bilancio del Senato, un organismo che filtra le leggi spesa e che da sempre è il luogo in cui avvengono scambi di ogni tipo. Se i parlamentari vogliono finanziare una strada, un’opera pubblica, un ente del proprio collegio elettorale o in in qualche modo utile ai propri accoliti, devono passare da lì.

Questa è l’origine del suo potere. E in questo modo si spiega pure la sua arroganza. (...)

E diventata di dominio pubblico quando, nell’indagine sul crac da 500 milioni di euro della Casa di Cura Divina Provvidenza di Bisceglie, altri due testi, hanno detto di averlo sentito pronunciare con una suora una frase destinata a entrare nella storia  del malaffare politico italiano: “Da oggi in poi qui comando io, sennò vi piscio in bocca”.

Come molti ricorderanno, la religiosa, arrestata assieme ad altre 10 persone, davanti al gip si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Poi ha inviato un memoriale in cui nega di averlo sentito pronunciare la minaccia.

Non sta a noi (né al Parlamento) stabilire chi abbia ragione. Lo faranno i giudici. Sappiamo però che i testimoni hanno l’obbligo di dire la verità. Gli indagati no.

Sappiamo anche che con il voto pro Azzollini il Senato ha pisciato in bocca ai cittadini. A tutti quegli italiani che a bocca aperta speravano nella rottamazione di Matteo Renzi e che ora devono constatare come il suo Pd stia invece rottamando il proprio elettorato e quel poco di buono che ancora rimaneva della sua storia.

La truffa politica è evidente. L’11 giugno il presidente del partito, Matteo Orfini, dichiara: “Credo che di fronte a una richiesta del genere si debbano valutare le carte, ma mi pare che sia inevitabile votare a favore dell’arresto”. Mancano tre giorni ai ballottaggi  delle comunali, apparire morbidi non conviene. La giunta per le immunità dà così il via a una lunga istruttoria. Legge le carte, convoca Azzolini, e il Pd vota per le manette. Si arriva al Senato dove i documenti processuali non li ha visti quasi nessuno. Il capogruppo Zanda, però manda una lettera ai propri senatori con cui lascia a tutti la libertà di coscienza.
I vertici del partito non dicono una parola. Sanno che il voto è segreto. Che il risultato è scontato. Ma stanno zitti. Poi, a salvataggio compiuto, interviene il vice-segretario Dem, Debora Serracchiani, che dice: “Sono arrabbiata. Credo che abbiamo commesso un errore. Se fossi stato senatore avrei votato sì”.

Dalla pisciata in bocca, si passa a quella in testa. Se non fosse luglio ci direbbero che piove.

*** Peter GOMEZ, giornalista e saggista, direttore de 'ilfattoquotidiano.it', Azzollini salvo, ovvero come il Potere piscia in bocca ai cittadini, 'ilfattoquotidiano.it', 29 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

#SGUARDI POIETICI / Ci siamo venduti l'anima (M. Ferrario)

Ci siamo venduti l’anima
senza neppure farcela pagare:
perché non sapevamo
che ce la stavamo vendendo.
E oggi siamo senz’anima
senza neppure saperlo:
perché per saperlo dovremmo ricordare
l’anima
cos’è.

Ma ormai siamo troppo indaffarati 
a correre dietro al mondo,
a lisciare il pelo alla gente,
a coccolare e gonfiare
le povere pance selvagge spaventate
di tutti noi che sogniamo sicurezze per sempre smarrite:
a cercare di vincere anche alle aste elettorali
quel po’ di potere
che serve a contare
nei posti che contano
solo perché distribuisce potere
tra tutti coloro che
sbavando
si affollano per avere
il potere di potere
- soprattutto di comandare.

Un piccolo, triste, meschino,
potere. 

Che però fa sentire potenti gli impotenti
e non ci fa più vedere
possibile
quell’altro Potere
che pure dovrebbe
- potrebbe –
finalmente tornare a contare
se solo (ri)provassimo a far contare la Politica:
che orienta e testimonia
valori,
non solo rappresenta - e rincorre –
interessi.

Perché forse non c’è da cambiare il mondo: 
più semplicemente
– più difficilmente –
ci sarebbe da rendere noi uomini,
tra noi e con il mondo,
almeno un po’
migliori,
più umani.

*** Massimo Ferrario, Ci siamo venduti l’anima, da ‘ContrAppunti,’ n. 95, 25 maggio 2008. Anche in 'losguardopoIetico', 350, 31 maggio 2014, qui


#RITAGLI / Jobs Act, una bufala neoliberista (Luciano Gallino)

[Il Jobs Act] è una riforma sbagliata perché lega l'occupazione alle decontribuzioni per le aziende. Ma intanto riduce le tutele sociali. Si assume per licenziare più facilmente. Si assume a condizione di poter fare dell'assunto ciò che si vuole, come mandarlo a lavorare a 500 chilometri di distanza. Si assume su un vincolo che dura tre anni, quello delle decontribuzioni, e che è destinato ad esaurirsi. Tutto cambia per lasciare tutto com'è o, addirittura, per peggiorare la situazione. E questo sistema, seppur dovesse creare qualche beneficio, è destinato ad esaurirsi per le sue stesse debolezze. N è si può pensare che siano solo le aziende a creare occupazione.

[D: A chi tocca?]
Credo che, in questi casi, ci sia bisogno di una ricetta robustamente keynesiana: quando ci sono squilibri sul mercato del lavoro e disoccupazione, bisogna agire sulla a domanda aggregata: lo Stato deve intervenire e fare in modo che aumentino i livelli di produzione e quindi anche di occupazione. Proprio come è accaduto nel 1933.

[D: Che è successo quell'anno?]
Il presidente americano Roosvelt, padre del New Deal, sapeva che lo Stato non dovrebbe occuparsi di economia ma fece ciò che l'economia privata, da sola, non riusciva a fare. Diede lavoro agli americani impiegandoli in lavori pubblici come antidoto alla crisi: sono stati realizzati chilometri e chilometri di strade, ferrovie, case. Infrastrutture che hanno contribuito allo sviluppo del paese e hanno generato posti di lavoro, centinaia di migliaia di posti di lavoro. Che a loro volta hanno generato stipendi, incrementato i consumi e la produzione. È così che si fa ripartire un'economia. Non come oggi. 

[D: Cioè?]
Con metodi neoliberisti di governi che amano giocare con numeri, decimali e calcolatrice. Non è così che si misurano il lavoro, la crescita e lo sviluppo di un Paese. Quella è propaganda, che di sicuro non costruisce il futuro. Dal 1994, riforma dopo riforma, non è cambiato nulla: Treu, Berlusconi, Sacconi. Veri massacri per arrivare al prodotto di oggi: la disoccupazione media al 13%, quella giovanile oltre il 40. Tra vent'anni il prodotto delle riforme di oggi sarà la previsione del Fmi.

[D: Come siamo arrivati a questo punto?] 
Si sono susseguiti governi di dilettanti, incapaci di organizzare politiche del lavoro efficienti. Sarebbe bastato circondarsi di ministri e tecnici competenti. Ma, l'Italia ha soprattutto un altro problema.

[D: Quale?]
Il debito pubblico. Come si può pensare che uno stato sia in grado di riformarsi in modo strutturale se il suo debito pubblico aumenta a ritmo di 100 miliardi l'anno? Se deve pagare gli interessi, come può investire sul lavoro? Allora fa scelte inverse. Taglia 10 miliardi sulla sanità, taglia la ricerca, taglia sulla formazione. Si inventa che ci sono troppi assunti nella pubblica amministrazione. Le dirò: in Francia i dipendenti pubblici sono molti di più di quelli italiani.

*** Luciano GALLINO, sociologo e saggista, professore emerito dell'università di Torino, intervistato da Virginia Della Sala, "Il Jobs Act è una bufala neoliberista. Lo Stato assuma come Roosvelt", 'Il Fatto Quotidiano', 28 luglio 2015

Sempre in Mixtura, altri 2 contributi di Luciano Gallino qui



#SENZA_TAGLI / Sanità, ma quanto deve 'costare'? (Gino Strada)

Ma quanto deve “costare” la ‪#‎sanità‬? 
A mio avviso, l’unica risposta intelligente (e carica di giustizia) è: quanto serve, quanto serve per curare al meglio le persone che ne hanno bisogno. Tutte. IdeaImente, non un euro in più, né un euro in meno. 
I rapporti ufficiali, invece, ci dicono che circa 10 milioni di italiani non possono curarsi come dovrebbero, perché non se lo possono più permettere. La spesa sanitaria italiana è di poco superiore ai 100 miliardi di euro annui. 
Troppi? Pochi? Chissà. 
La “spesa sanitaria” è però il costo per lo Stato, o meglio per la collettività, del “sistema sanitario”, non è quanto viene speso per curare le persone. C’è molto di più in quei 100 miliardi l’anno. Certamente ci sono un uso poco razionale delle risorse e la dannosa “medicina difensiva” a dilapidare danaro pubblico. 
C’è però una cosa nella #sanità che costa più di tutto il resto e che viene ostinatamente censurata: il profitto. In tutte le sue forme, nelle strutture pubbliche come in quelle private “convenzionate”, che ormai da noi funzionano esattamente nello stesso modo. Aziende, non più Ospedali. 
Il profitto stimato nel settore della #sanità si aggira attorno ai 25 miliardi di euro annui. E se si iniziasse a “tagliare” da lì? 
Con i soldi risparmiati dando vita ad ospedali non-profit, cioè a strutture che abbiano come obiettivo le migliori cure possibili per tutti e non il pareggio di bilancio, si potrebbe ricostruire una vera #sanità pubblica, cioè un servizio totalmente gratuito, di alta qualità…e molto meno costoso.

*** Gino STRADA, medico, fondatore di Emergency, 'facebook', 28 luglio 2015, qui

#LINK / Stupri (2), il corpo delle donne ancora terreno di conquista (Lea Melandri)

La sentenza di assoluzione dei sei imputati per lo stupro avvenuto alla Fortezza di Basso a Firenze, le proteste, gli appelli, le manifestazioni che vi hanno fatto seguito, ripropongono perciò un “già visto” che interroga per un verso la cultura maschilista ancora dominante nel nostro come in altri paesi, per l’altro la scarsa incisività delle consapevolezze nuove e del cambiamento che il femminismo è venuto portando sulla relazione tra i sessi.

Un grande passo avanti è stato riconoscere che la violenza maschile contro le donne è un “fatto strutturale” e non un’emergenza, un caso di cronaca nera, o la patologia di un singolo. Ma su quali siano le “strutture”, i “fondamenti” a cui deve la sua durata, la tendenza a ripetersi nell’indifferenza di tempi, luoghi, generazioni, poco si è detto, se non che rimandano a una “normalità” ancora da indagare nei suoi risvolti “perturbanti”. (...)

Se si vogliono scalzare gli stereotipi di genere, che sono alla base dei rapporti di potere tra uomo e donna, ma anche del perverso legame tra amore e violenza, è alla cultura alta e alla sua presunta “neutralità” che bisogna guardare con coraggio e senso critico.

Dopo la provocazione liberatrice di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, sembra che anche gran parte del movimento delle donne abbia preferito volgere gli occhi altrove, rivisitare in chiave di positività la tradizionale “differenza” femminile, ricostruire “genealogie” del proprio sesso, anziché continuare a scalfire l’immaginario che ha permesso ai padri di trasmettere ai figli la consegna di un potere inscritto nelle istituzioni pubbliche quanto nelle relazioni più intime, come la sessualità.

*** Lea MELANDRI, saggista, Il corpo delle donne è ancora terreno di conquista per giudici e stupratori, 'internazionale.it', 29 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

# LINK / Stupri (1), la ragazza della Fortezza

(...) «Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io. Esisto. Nonostante abbia vissuto anni sotto shock, sia stata imbottita di psicofarmaci, abbia convissuto con attacchi di panico e incubi ricorrenti, abbia tentato il suicidio più e più volte, abbia dovuto ricostruire a stenti briciola dopo briciola, frammento dopo frammento, la mia vita distrutta, maciullata dalla violenza: la violenza che mi è stata arrecata quella notte, la violenza dei mille interrogatori della polizia, la violenza di 19 ore di processo in cui è stata dissezionata la mia vita dal tipo di mutande che porto al perché mi ritengo bisessuale». 
Così si legge sul blog Abbatto i muri e a scrivere, secondo quanto riferisce lo stesso blog, sarebbe la ragazza della Fortezza dopo che, qualche giorno fa, sono uscite le motivazioni che hanno spinto la Corte d'Appello ad assolvere i sei imputati che erano stati condannati a 4 anni e mezzo di reclusione con l'accusa di violenza sessuale di gruppo. I fatti risalgono al 2008.
"Vicenda "incresciosa" e "non encomiabile per nessuno", ma "penalmente non censurabile" hanno scritto i giudici. Secondo la Corte (composta da Angela Annese, Maria Cannizzaro e Federico Boscherini), con la denuncia la ragazza voleva "rimuovere" quello che riteneva essere stato un suo "discutibile momento di debolezza e fragilità". Il rapporto avvenne in un'auto parcheggiata nelle vicinanze della Fortezza da Basso, dopo una serata passata a una festa. Gli imputati, tutti italiani, avevano fra i 20 e i 25 anni, la ragazza ne aveva 23. 
In primo grado, il gruppo venne condannato per aver abusato delle condizioni di inferiorità psichica e fisica della ragazza, che sarebbe stata ubriaca. Secondo i giudici d'appello, invece, il comportamento della ragazza fa "supporre che, se anche non sobria" fosse comunque "presente a se stessa". Riferendosi al rapporto, la Corte parla di una "iniziativa di gruppo comunque non ostacolata, in sostanza i giudici hanno ritenuto che i ragazzi possano aver "mal interpretato" la disponibilità della ragazza. (...)

*** (non firmato), "Io, la ragazza della Fortezza, violentata anche dalle vostre domande", 'la Repubblica-Firenze', 21 luglio 2015, qui

mercoledì 29 luglio 2015

#FAVOLINE / Un manager da convention (MasFerrario)


#SPOT / Sognando, volando (Karina Cocq)

Karina COCQ
Sognando, volando
karinacocq.tumblr.com, gennaio 2015, qui

#VIDEO / Viaggiare, perché ci piace (Alain De Botton)

http://www.internazionale.it/video/2015/07/24/perche-ci-piace-viaggiare

Alain DE BOTTON
Perché ci piace viaggiare
da 'internaziomnale.it', 24 luglio 2015
video, 3min03


Partire, vedere posti molto lontani da noi ci rende delle persone migliori, dice il filosofo Alain de Botton. 
«Il senso del viaggio è andare in luoghi che possono aiutarci nel nostro sviluppo interiore. Il viaggio esteriore dovrebbe assisterci in quello interiore». 
Un video da guardare prima di partire per le vacanze.
(dalla presentazione del video)

Sempre in Mixtura, altri 11 contributi di Alain De Botton qui

#FOTO / Freud e Jung al bagno turco, 1907 (@HistoricalPics)

Sigmund FREUD, 1856-1939
Carl Gustav JUNG, 1875-1961
Al bagno turco, in relax, durante un ritiro di psicoanalisti, 1907 circa
via twitter, @HistoricalPics, 25 gennaio 2015

#LIBRI PIACIUTI / Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso (recensione di M. Ferrario)

Rosa MOGLIASSO, Bella era bella, morta era morta, NN Editore, 2015
pagine 137, € 13.00, formato ebook € 5.99

«Bella era bella e morta era morta» è insieme il titolo e l'incipit di questo romanzo breve. 
Il cadavere di una donna, sulla riva di un fiume in una città del Nord Italia, dà lo spunto per un racconto veloce, sbrigliato e ironico, condensato in agili capitoletti che si leggono con curiosità crescente. 

I personaggi (una ancora avvenente ex modella e ora commessa che spasima per entrare nel 'bel mondo', sperando nel matrimonio con un avvocato di famiglia altolocata; una coppia di studenti che, più che essere chini sui libri, preferiscono amoreggiare in luoghi appartati, almeno quando lui non è a caccia di clienti cui spacciare marijuana; un massaggiatore pranoterapeuta affascinato di esoterismo e di 'energie', nonché innamorato di un ciclope muscoloso che in genere frequenta le patrie galere; un barbone un po' picchiatello che vive all'aperto tra cartoni che lo separano dal mondo e col mondo non smette di prendersela urlandogli dietro, come un mantra, i suoi improperi coloriti) sono capitati uno dopo l'altro sul luogo di quello che sembra un delitto. Ma nessuno denuncia ciò che ha visto. Ed è così che la vicenda apre uno squarcio sulle umane ipocrisie e vigliaccherie, descrivendo, con disimpegnata leggerezza ma acuta sottigliezza, ciò che sono i personaggi. E ciò che, troppo spesso, siamo noi.

La vicenda scorre zampillante come un torrentello di montagna grazie ad una scrittura rapida, nervosa, accattivante. 
Non conoscevo l'autrice, che ha già avuto occasione di sperimentare le sue abilità in altri romanzi, ma questa prova mi pare pienamente riuscita: poco più di due ore per una lettura piacevole, intelligente, arguta. Sfogli le pagine, ti diverti e ti viene qualche pensiero: non capita spesso. Specie di questi tempi.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Superficiale, egoista, autoriferita, così le aveva detto Renato la sera prima. Anzi: ego ipertrofico, aveva detto. Così lei gli aveva risposto che almeno qualcosa di ipertrofico nella loro coppia c’era e lui, invece di prenderla sul ridere, si era arrabbiato secco, perché quelli erano argomenti circa i quali i maschi non riuscivano proprio a fare dell’ironia. (Rosa Mogliasso, Bella era bella, morta era morta, NN Editore, 2015)

° ° °
Sai, Jacopo, il dolore è una questione molto complessa, ambigua, tu non hai idea quante volte ho visto piangere mio padre dopo che aveva tradito mia madre, voglio dire, è mia madre che avrebbe dovuto piangere, fino a prova contraria, no?» spiegò Valentina inanellandosi nervosamente sul dito indice una ciocca sfuggita alla coda di cavallo. «E tua madre che faceva?» incalzò Jacopo. «Spaccava piatti, chiedeva cose».
«Quali cose?». 
«Cose tipo il divano nuovo, il frigo che fa il ghiaccio espresso, il Bimby...». 
«I bimbi?». 
«Il Bim-by, è un elettrodomestico: cucina, fa di tutto e lo fa da solo, anche la fonduta di formaggio senza grumi, tu metti dentro gli ingredienti, programmi, chiudi bene il coperchio, insomma blindi tutto e poi puoi guardare la tele o andare in palestra». «E così tua madre baratta la sua dignità con mobili ed elettrodomestici». 
«Beh, dipende, a volte punta più in alto; una volta ha preteso una casa, ha detto: “A questo punto credo proprio di avere diritto a un appartamento vista mare”. E così mio padre ha comprato il monolocale in Costa Azzurra, che lì si chiama studiò, quindici metri quadrati in tutto, se fai il sugo di pomodoro bisogna ridare il bianco... Più che di un appartamento si è trattato di una scelta simbolica». (Rosa Mogliasso, Bella era bella, morta era morta, NN Editore, 2015)
»

#PIN / Pensiero complesso (MasFerrario)


#LINK / Così la camorra ha creato l'ecomafia (Dario Del Porto, Luca Ferrari, Nello Trocchia)

Alla sbarra a Napoli Cipriano Chianese, considerato "l'inventore del sistema rifiuti". 
I pentiti lo descrivono come un uomo potentissimo e temuto. Ma l'imprenditore nega e tra mille reticenze ricorda solo i rapporti con i politici, l'Arma dei Carabinieri, i ministri dell'Ambiente. 
Parole pronunciate in un'aula di tribunale semideserta dove si tenta di ricostruire come è stato possibile compiere il disastro ambientale fruttato ai clan milioni di euro e che seminerà morte fino alla fine del secolo. Un genere di crimine, avverte il pubblico ministero Alessandro Milita, che le nuove norme sugli ecoreati rischiano di lasciare impuniti.
(dalla presentazione)

*** Dario DEL PORTO, Luca FERRARI e Nello TROCCHIA. Video di Luca FERRARI e Nello TROCCHIA, Così la camorra ha creato l'ecomafia, inchieste.repubblica.it, 24 luglio 2015

LINK, articoli integrali e video qui

#SENZA_TAGLI / Aumento di stipendio, uomini e donne (Barbara Stefanelli)

Gli uomini che - in teoria - si dicono favorevoli alla parità finiscono - nella pratica - per vivere la leadership femminile come una minaccia. La realtà di un capoufficio o di un capofamiglia femmina fa scattare, inconsapevolmente, il bisogno di farsi rispettare: di più. L'auto assertività dei maschi va poi a incidere sulle donne: che, a loro volta inconsapevolmente, frenano lungo la scala delle ambizioni personali per garantirsi un clima più sereno. In tre mosse si chiude così un cerchio poco incoraggiante per il futuro delle nostre evoluzioni. Ma la consapevolezza, si sa, può aiutare a spezzare la catena delle azioni e reazioni - e coazioni a ripetere. 
E' questo lo spirito che anima la relazione di una ricercatrice, Ekaterina Nerchaeva, legata all'Università Bocconi di Milano: il suo lavoro, pubblicato sul 'Personality and Social Psichology Bulletin', fa riferimento a tre esperimenti realizzati in gruppi misti sottoposti a una specifica "pressione di genere". 
Uno di questi vedeva un gruppo di 76 individui americani, di cui 24 femmine e 52 maschi, discutere un aumento di stipendio con un proprio superiore. Se il superiore era femmina, il maschio subordinato si sentiva chiamato a chiedere una cifra media di 49.400 dollari; se il colloquio avveniva con un altro maschio 42.870 dollari potevano bastare. Per le femmine nessuna differenza e comunque pretese minori: 41.346 dollari. 
Siamo fortunati/e perché tutto questo viene raccontato e calcolato. Niente dibattito, dunque, lasciamoci andare. Le donne capo possono non pensare di dover alzare i toni per farsi rispettare; gli uomini non capo pure.

*** Barbara STEFANELLI, giornalista, Esperimenti di (dis)parità, blog 'IoDonna', 25 luglio 2015

#RITAGLI / In fondo l'italiano è molto fascista (Angelo Del Boca)

(...) [D: Che pensa del dibattito fascismo-antifascismo: è ancora inspiegabilmente vivo, forse anacronisticamente vivo]
Tutto dipende dall’amnistia Togliatti, terribile perché ha ripulito tutto quello che c’era da ripulire. Si ricorda quel Longarotti che aveva scassato il cranio di un ragazzino? L’ho rivisto dieci anni dopo la Liberazione e sa cosa faceva? Il magistrato ad Aosta. Lo avevano accusato di omicidio: l’ergastolo era stato tramutato in dieci anni e i dieci anni in nulla. Quella volta mi sono dovuto trattenere, lo stavo per picchiare.

[D: La Resistenza è una guerra che hanno fatto in pochi e dopo hanno usato in molti. O no?] 
Non eravamo più di 150 mila. Hanno sfilato, da supposti partigiani, in 300 mila. Infatti io non sono andato alla sfilata: avevo saputo che andavano delle persone che non erano partigiani.

[D: Altri Paesi europei hanno fatto molto più i conti con la loro Storia?] 
In Germania il dibattito è ancora vivo, ed è un dibattito serio, storico. Aveva ragione Giorgio Bocca quando diceva: “Ho fatto la guerra contro i fascisti perché ero convinto che si potesse eliminare il fascismo. Ma adesso ne sono molto meno convinto”. In fondo l’italiano è molto fascista.

[D: Piace l’uomo forte, l’attitudine al comando?]
Sì e questo spiega il successo di Berlusconi prima e di Renzi ora. Piace il cesarismo, piace quest’uomo che gridava “rottamo tutti”. Piace l’uomo forte, l’uomo che decide, l’uomo che non ha dei tentennamenti.

[D: Era questa l’Italia che v’immaginavate sulle montagne?]
No, assolutamente. Ho scritto un articolo subito dopo la Liberazione per il giornale di Piacenza. L’ho riletto molti anni più tardi e mi sono dato dell’ingenuo. L’Italia che immaginavo io era un’Italia così depurata, così pulita. Ma erano sogni.

[D: Chi sostiene le ragioni dell’amnistia dice che dopo le guerre c’è sempre bisogno di una pacificazione]
Anche in Francia hanno fatto un’amnistia, però è servita per qualche migliaio di persone. Da noi è servita a decine di milioni: tutta la popolazione era fascista. Dopo la guerra c’è stata una stagione di grande fervore, anche intellettuale, si è cominciato a ricostruire il Paese. Con foga, con convinzione e testardaggine. Accanto a questo la Costituente è riuscita, con un grande sforzo di mediazione, a produrre una carta fondamentale, che ha retto fino ad oggi nonostante gli urti e le spallate. Pare che tutti quelli che arrivano al governo vogliano toccare la Costituzione. È pazzesco.

*** Angelo DEL BOCA, 1925, giornalista, storico, saggista, intervistato da Silvia Truzzi, "La mia resistenza tradita: sognavo un'Italia pulita, invece è ancora Nera", 'Il Fatto Quotidiano', 8 luglio 2015

LINK, intervista integrale qui

martedì 28 luglio 2015

#LINK / 60 Mini-Recensioni librarie (M. Ferrario)

Credo (spero...!) di fare cosa gradita e utile agli affezionati che seguono il mio blog inserendo qui il link alle 60 recensioni librarie che ho avuto modo di scrivere nel periodo che va dall'ottobre 2014 al giugno 2015.
Ho diffuso volta a volta le recensioni in Mixtura distribuendole nelle sezioni di #LibriPreziosi e #LibriPiaciuti. 

In questa raccolta ho abbandonato la distinzione e trovate, in ordine cronologico di stesura, recensioni sia di romanzi che di saggi.

Negli ultimi tempi, ho preso l'abitudine, per ogni recensione diffusa nel blog, di inserire alcuni brevi estratti dal libro di cui fornisco la valutazione: nella raccolta che qui ho elaborato questi estratti non compaiono, ma, ovviamente, nel blog resta sempre attivo tutto il materiale pubblicato e quindi, se desiderate, potete rintracciare ogni estratto attraverso la ricerca dell'autore.

Buona lettura a tutti: non tanto di quanto ho scritto io, ma dei libri, da me recensiti e non...;-)

LINK, Massimo Ferrario, 60 mini-recensioni librarie, estate 2015, qui


#LIBRI PIACIUTI / Era di maggio, di Antonio Manzini (recensione di M. Ferrario)

Antonio MANZINI, Era di maggio, Sellerio, 2015
pagine 381, € 14,00, formato ebook, € 9,99

È il quarto romanzo della serie del vicequestore Rocco Schiavone. Un appuntamento atteso; e, ovviamente, tutto come previsto: nessuna delusione per gli affezionati, anzi.
Ormai storia, protagonista, personaggi, stile sono collaudati. E brio, ritmo, intreccio sono assicurati: agli ingredienti non manca nulla per rendere saporita e trascinante la nuova vicenda, a cavallo tra 'noir' e 'giallo'.
Le pagine corrono e il lettore si gode la corsa, desideroso di scoprire il finale. Ma il finale, anche stavolta, non ha un punto: se mai un punto e virgola, tanto sembra provvisorio e rimandare alla prossima puntata.

E intanto Rocco Schiavone, con il suo caratteraccio ispido e i suoi comportamenti spigolosi, ma anche con i suoi momenti di abbandono quasi poetici al ricordo della moglie e una (tenera) relazione (forse nascente) con il suo viceispettore Caterina, sempre più è diventato l'amico di chi spia le sue vicende.
Accade: ai protagonisti dei racconti seriali che hanno cuore e anima e non sono semplici e banali 'figurine' inventate per muovere una storia. Il limite, se mai, è proprio questo: Schiavone ci è entrato dentro. Forse, come gli spinelli che si rolla la mattina, sprofondato nella poltrona dell'ufficio, ci ha indotto un po' di dipendenza. Ma è una dipendenza leggera, dolce, per nulla opprimente. Perché è come 'sospesa': e non fa male.

Così noi non possiamo che aspettare, ancora una volta. E l'unica cosa certa è che il godimento continuerà.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

«
Rocco le cose le avvertiva prima sulla pelle e poi le capiva nella res cogitans. Ci sono vibrazioni e onde fra le persone che a volte valgono più di cento pensieri. Un po’ come quando giocava a carte con suo zio che gli diceva sempre: «Rocco, ricordati la regola del chitarrella: è sempre mejo na’ guardata che cento pensate!». (Antonio Manzini, Era di maggio, Sellerio, 2015)

«Dove... dove andiamo?». «Tu tornatene in ufficio. Me la vedo da solo». «Perché ti sei intristito?». «Perché non mi abituerò mai alla realtà, Caterina. Passano gli anni, vedo lo schifo ma non riesco ad abituarmi». «Quale realtà... di cosa stai parlando?». «Scoprire la verità, Caterì. È il mio mestiere. Mi pagano per questo. Poco ma mi pagano. E ogni volta che la scopro, vorrei chiudere gli occhi e fingere che non sia così. Ma i fatti, amica mia, quelli parlano e sono evidenti». Caterina non capiva. Guardava il vicequestore che s’era trasformato davanti ai suoi occhi. «È la merda, viceispettore Rispoli. Che tracima continuamente, e non sopporto più quella puzza. Tutto qui». (Antonio Manzini, Era di maggio, Sellerio, 2015)
»

Sempre in Mixtura, la mia recensione al libro precedente di Antonio Manzini, Non è stagione, Sellerio, 2015, qui

#FOTO / Un ponte, per avvicinarsi lentamente (Søren Svendsen, Olafur Eliasson, Valentina Ravizza)

foto di Søren SVENDSEN
Ponte Cirkelbroen, Copenhagen 
disegnato da Olafur ELIASSON, 1967, artista danese



Un ponte circolare per rallentare il passo. 
E' l'idea dell'artista danese Olafur Eliasson che ha firmato il Cirkelbroen di Copenaghen: 5 piattaforme tonde di diverse dimensioni per un totale di 39 metri di lunghezza. Ognuna, quasi fosse una barca a vela, ha un albero maestro e la capacità di spostarsi in 20 secondi. 
La struttura sarà inaugurata il 22 agosto e permette a pedoni e ciclisti di passare da una sponda all'altra del canale di Christianshavn. 
Ma senza fretta: la forma non lineare è pensata, come spiega il suo creatore, per «ridurre la velocità, cambiare la direzione degli sguardi e permettere di fare un respiro profondo». 

*** Valentina RAVIZZA, Guardarsi (e respirare) sul ponte di Copenhagen, rubrica 'metropolis', 'Io Donna', 25 luglio 2015

#SPOT / Cosa ricordiamo (Sylvia Duckworth)

Sylvia DUCKWORTH, @sylviaduckwort
(dal web, via twitter)

#LINK / Complessità, il decalogo (Alberto De Toni)

Viviamo in un mondo sempre più complesso. Tutti ne siamo più che consapevoli. Ma si può gestire la complessità? 
Alberto De Toni, rettore dell’Università di Udine e docente all’Executive MBA e International MBA part-time del CUOA, così insegna agli allievi come si può imparare a surfare sull’orlo del caos.

Questo il suo decalogo.
1. Conoscenza
2. Saperi
3. Cambiamento
4. Innovazione
5. Sostenibilità
6. Merito e appartenenza
7. L'approccio sistemico
8. Leadership
9. Potere
10. Futuro
(dalla presentazione dell'articolo)

*** Alberto DE TONI, La gestione della complessità. Come imparare a vivere ogni giorno (e bene) sull’orlo del caos, blog 'Fondazione Cuoa', 20 luglio 2015

LINK, articolo integrale qui

#RITAGLI / Si semplifica e si strilla (Annamaria Testa)

(...) Gestire il dibattito politico in una situazione ad alta complessità, in cui si intrecciano questioni nazionali e internazionali, è difficile. Così, nel nostro paese, tendiamo a semplificare troppo.

[D: I motivi?]
L’età media degli italiani è alta. Siamo il paese più vecchio del mondo dopo il Giappone. Il livello medio di istruzione è basso: abbiamo un 16% di laureati tra i 25 e i 64 anni. Nel Regno Unito è il 41% (OECD 2014). È un paese che legge poco: solo il 41% degli italiani legge almeno un libro all’anno. Abbiamo pochi strumenti per affrontare una situazione complessa: così ci si rifugia nell’ideologia e nel pregiudizio.

[D: Quali sono i luoghi del dibattito e come lo influenzano?]
La rete e i talk show. In rete vince la semplificazione dei contenuti, che crea sorpresa, scandalo e reazioni emotive forti. Il meccanismo dei talk show macina quotidianamente posizioni e opinioni, in una macchina perversa che finisce per commentare se stessa. E produce un circolo vizioso: si viene invitati per creare scandalo e si crea scandalo per essere invitati. Per gli spettatori, i talk show diventano simili alle serie tv: di puntata in puntata gli stessi personaggi rigiocano infinite variazioni sullo stesso schema. Ma manca l’azione: allora si strilla.

*** Annamaria TESTA, pubblicitaria, intervistata da Wanda Marra, "Tasse giù? Solo slogan e show televisivi. La politica ormai parla del nulla”, 'Il Fatto Quotidiano', 26 luglio 2015.

LINK, intervista integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 7 contributi di Annamaria Testa qui

#VIDEO / Cina, cercasi moglie a Pechino (China Files)


China Files
Cercasi moglie a Pechino
'internazionale.it', 22 luglio 2015
video, 3min58


In Cina la società sta cambiando. 
Se molti giovani preferiscono la convivenza al matrimonio, altri subiscono le pressioni familiari e cercano qualcuno da sposare. 
Ma in un paese sempre più competitivo, capita di vedere annunci matrimoniali di questo tipo: “Cerco moglie residente a Pechino che guadagni almeno 1.400 euro al mese e che abbia casa e automobile”. 
E intanto aumentano anche i divorzi. 
Il reportage di China Files.
(dalla presentazione del video)

«Oggi in Cina ci sono tanti giovani che lavorano troppo. Non hanno tempo per innamorarsi. Così i familiari organizzano un giorno in cui fare incontrare i giovani...» (una cinese intervistata)

Negli anni 70 divorziava il 2% delle coppie sposate.
Negli anni 90 il 14%.
Oggi divorzia il 27%.
Solo nel 2013 ci sono stati 3,5 milioni di divorzi: il 152% in più rispetto a 10 anni prima.
Ogni giorno in Cina divorziano 10mila coppie. (dal video)

lunedì 27 luglio 2015

#SPILLI / Frasi da cioccolatini (M. Ferrario)

(dal web, via linkedin)

Sembra che più sono cretine e più hanno successo: le frasi che girano sui social.
Come questa.
Ma che vuol dire?
"Sei stato scelto": e da chi? Dalla vita? La vita mette al mondo forti e deboli e 'poi' sceglie: Darwin insegna che la vita non è per tutti.
"Sei abbastanza forte per vivere la vita": e tutti quelli che non ce la fanno e (soprattutto) tutti quelli che non ce l'hanno fatta: più di 600mila suicidi al mondo quest'anno, secondo le statistiche? (qui)
Una frase del genere va bene per chi ha deciso di mangiarsi un cioccolatino: la legge e aggiunge zucchero a zucchero. 
E' autoconsolatoria: ti fa sentire tra i 'giusti'. Quelli che, se non vincono, almeno ancora non hanno perso. Perché, se non altro, per il momento sono vivi.
Ma se ti senti davvero giù, al punto da credere di non farcela più, questa frase ti colpevolizza: perché ti fa sentire non abbastanza forte. 
Implicitamente ti ripete il solito ritornello: "sorridi e la vita ti sorriderà".
Poi, se per caso riesci a fare un sorriso e vedi che la vita non ti sorride, ti deprimi ancora di più.
Comunque non temere: nella scatola ci sarà senz'altro un altro cioccolatino. Con un'altra frase. Stucchevole e 'pericolosamente inutile' come questa. 
Le mettono tutte in rete. Ed è gara a chi clicca più 'like'.

*** Massimo Ferrario, per Mixtura

#VIDEO / Sesso orale, la filosofia (Alain De Botton)


Alain DE BOTTON
La filosofia del sesso orale
da 'internazionale.it', 3 luglio 2015
video, 2min55

«Il sesso orale è interessante ed eccitante perché riguarda la vicinanza», dice il filosofo Alain de Botton. 
«La vita normale ci richiede di essere educati per gran parte del tempo. Dobbiamo reprimere tutto ciò che è ritenuto cattivo dentro di noi, le nostre voglie e i nostri desideri».
Alain de Botton è uno scrittore, filosofo e conduttore televisivo. 
Ha fondato The school of life. 
Si occupa di cultura e storia del pensiero sottolineando il loro valore per la vita quotidiana. 
Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è L’arte come terapia. The school of life, Guanda, 2013
(dalla presentazione del video)

Sempre in Mixtura, altri 9 contributi di Alain De Botton qui

#RITAGLI / Scuola, prima quella pubblica (Salvatore Settis)

[D: Professor Settis, lei è stato tra i firmatari nel 2013 di un appello contro i finanziamenti alla scuola privata ispirato alla Costituzione. Ora la Cassazione dice che le paritarie chiedono una retta, quindi utilizzano modalità commerciali, e per questo non possono essere esenti dall’Ici. Se l’aspettava?] 
«La sentenza fa scalpore perché è in controtendenza con quello che fanno i governi, compresi quelli di centrosinistra. La Costituzione all’articolo 33 parla di scuola pubblica e aggiunge che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma “senza oneri per lo Stato”. Invece, negli ultimi anni non è stato così. A partire dalla legge Berlinguer, con un governo di centrosinistra, e poi negli anni c’è stato uno smottamento verso la scuola privata». 

[D: Lei dice “prima la scuola statale”. Ma la legge riconosce anche le scuole paritarie come pubbliche] 
«Ma “senza oneri” per lo Stato non può avere un’interpretazione diversa. Purtroppo i contributi di cui le scuole paritarie già godono e i privilegi di natura fiscale si accompagnano a una contestuale riduzione dei finanziamenti per la scuola pubblica. E sarebbero molto più tollerabili se la scuola pubblica venisse salvaguardata, invece non è così. Non dubito che la scuola privata vada difesa, ma la scuola pubblica dovrebbe avere il primato». 

[D: La Cei dice che gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, ma lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo. Chi chiede il sostegno alla scuola paritaria lo motiva anche col fatto che con un milione e trecentomila studenti in più le scuole statali avrebbero un costo molto più alto.] 
«La Costituzione dice che l’istruzione è obbligatoria e gratuita. Visto che stanno facendo delle modifiche alla Costituzione, cambino anche questo articolo... Potrei capire di più la posizione di chi difende la scuola privata se desse la giusta priorità alla scuola pubblica che invece viene mortificata da continui tagli. Data la scarsità dei finanziamenti, se si rinuncia a pescare dalla tasse, si taglia da altre parti e non vorrei che ci stessero trascinando verso un sistema di tipo americano». 

[D: Dove però i costi di un’istruzione di qualità sono molto alti.] 
«Ci sono Paesi come gli Stati Uniti dove le scuole private sono più importanti e la pubblica è un disastro. Quindi, alla scuola privata vanno i ricchi, e non vorrei che l’Italia andasse in questa direzione. Specie in un momento in cui stanno crescendo le disuguaglianze e le nuove povertà di cui parla anche papa Francesco. In una situazione di questo tipo rafforzare la scuola pubblica dovrebbe essere la prima cosa. Poi se la scuola di carattere commerciale può essere aiutata, è lecito». 

[D: Quindi cosa risponde a chi dice che senza finanziamenti le scuola paritarie chiuderebbero?] 
«Che non stanno facendo i conti con la Costituzione, la difesa dei privilegi in quanto acquisiti è piuttosto debole». 

*** Salvatore SETTIS, storico dell'arte, archeologo, già direttore della Scuola Normale di Pisa, intervistato da Melania Di Giacomo, Il professore: «La Carta è chiara. Non devono pesare sullo Stato», 'Corriere della Sera', 25 luglio 2015, qui

Sempre in Mixtura, 1 altro contributo di Salvatore Settis qui 

#TAVOLE / Anziani, sempre più (Onu)

da 'internazionale', 10-16 luglio 2015

#LINK / Propaganda sovietica in Italia (Alessandro Robecchi)

Questa è una piccola storia che parte da una buona notizia. La buona notizia è che i lavoratori Whirpool (ri)avranno il loro posto di lavoro, e accanto a questa c’è un’altra buona notizia: governo, lavoratori e sindacato hanno agito insieme per fare un accordo. E’ una buona notizia per i lavoratori e anche per la politica: dimostra che il sindacato serve eccome, non è quell’ingombrante corpo intermedio che si dice di voler eliminare un giorno sì e l’altro pure. Bene. Ma veniamo alla propaganda.
Avevo notato il tweet trionfale del Presidente del Consiglio, ansioso (come è nelle cose) di intestarsi un successo.
(...)

*** Alessandro ROBECCHI, giornalista e scrittore, Where is Landini? Una minuscola storia di propaganda sovietica, blog 'alessandrorobecchi.ot', 26 luglio 2015

LINK articolo integrale qui

Sempre in Mixtura, altri 4 contributi di Alessandro Robecchi qui

#PIN / La retorica dell'uomo al centro (MasFerrario)


#SENZA_TAGLI / Il peggior giorno di sempre? (Chanie Gorkin)

Il testo sta girando viralmente in rete.
Non basta leggerlo, occorre rileggerlo: seguendo le istruzioni indicate in corsivo al termine.
Sorprende il 'gioco' dei due punti di vista opposti... (mf)

° ° °

Oggi è stata la giornata più brutta di sempre
E non provate a convincermi che
C'è qualcosa di buono in ogni giorno
Perché, se guardate da vicino,
Questo mondo è davvero un brutto posto.
Anche se
Un po' di gentilezza ogni tanto traspare
La soddisfazione e la felicità non durano.
E non è vero che
Sta tutto nella testa e nel cuore
Perché
La vera felicità si può ottenere
Solo se il contesto di ognuno è buono
Non è vero che il bene esiste
Sono sicura che siete d'accordo che 
La realtà
Crea
Il mio atteggiamento
E' tutto fuori dal mio controllo
E nemmeno tra un milione di anni mi sentirete dire che
Oggi è stata una bella giornata

(adesso rileggete ogni riga dal basso verso l'alto...)


*** Chanie GORKIN, studentessa statunitense che frequenta le scuole superiori di Brooklin, Worst Day Ever?, blog 'poetry.nation.com', senza data (luglio 2015), traduzione di Massimo Ferrario, qui

#MOSQUITO / Fondamentalismo, e noi (Hanif Kureishi)

Il fondamentalismo – lo vedo anche in Pakistan – ha enormi energie. Questa è gente che ci crede davvero, sono veri idealisti e rivoluzionari, vogliono costruire uno Stato. Si guardi l’Is e poi si guardi uno Stato stagnante come l’Italia: come farà quest’ultima a salvarsi? Perché da questa parte dell’Occidente l’atmosfera è sonnolenta. Come si può sperare di combattere la follia di questo fondamentalismo, di questo fascismo? Il liberalismo è certo impotente davanti alla ferocia di questo fondamentalismo. Cosa potrà svegliare i giovani italiani e portarli a creare lo Stato che vogliono? Come resistere al fascismo europeo e al fondamentalismo fascista dell’Is, che si vede anche in Pakistan? Berlusconi ha fatto addormentare l’Italia creando una cultura volgare, la cultura dello spettacolo, stile Las Vegas. Questo è scioccante: come si spiega una cosa del genere in un paese industriale moderno? Lo vedi nella musica e anche nel cinema; e pensare che l’Italia ha avuto un cinema e una cultura così importanti! Ogni volta che vengo in Italia mi chiedo quando si sveglieranno i suoi giovani, quando si renderanno conto che il fondamentalismo sta per fotterli? (...)

Un fattore positivo è l’immigrazione, perché crea energia. Londra è piena di vita perché è multiculturale: da lì le viene una grande energia. Dove non c’è multiculturalismo, c’è un monoculturalismo morto. In città come Londra e New York c’è vita, perché c’è un pluralismo culturale. C’è bisogno di società aperte per creare una nuova cultura. Il neoliberismo invece crea il multiculturalismo con le sue enclave. Ma sarebbe un disastro pensare per esempio a un sistema giuridico organizzato secondo la provenienza etnico-culturale. Sarebbe ridicolo: pura idiozia. Immaginiamo cosa accadrebbe se ogni culto, ogni quartiere avesse una sua versione della legge. Quello di cui abbiamo bisogno è maggiore universalità, non più singolarità. Abbiamo bisogno di ideali e leggi universali. Questa teoria si basa sull’idea assurda di collegare la legge all’identità. Vogliamo una legge che si applica agli omosessuali musulmani ma non a quelli rastafariani o a quelli cattolici? È uno scherzo?

*** Hanif KUREISHI, 1954, drammaturgo, sceneggiatore, scrittore e saggista britannico, di padre pakistano e madre inglese, Nuovi fascismi crescono, testo raccolto da Giorgio Cesarale, 'MicroMega', 4, 2015

#RITAGLI / Genere, in Svezia (Raffaele Oriani)

(...) Che in Svezia il politicamente corretto sia preso estremamente sul serio lo dimostra anche l'agenzia statale Vinnova, dedicata al sostegno dell'innovazione in uno dei Paesi più innovativi del mondo. Nell'ultimo anno il programma Gender&DiversityforInnovation ha finanziato 42 progetti di attacco frontale ai ruoli di genere consolidati: «C'è chi ha ideato una sedia andrologica per sensibilizzare gli uomini sul trauma che le donne subiscono a ogni visita dal ginecologo» ci spiega la responsabile Sophia Ivarsson. «Oppure chi ha lanciato sul mercato una gonna di pelle con tanto di tasche porta-attrezzi per artigiani che vogliano lavorare al fresco». Si può sorridere di tanto zelo. Ma la via nordica all'ideologia prevede che un minuto pragmatismo metta alla prova anche le prese di posizione più radicali. E che nessuno si scomponga per gli effetti a volte surreali dell'incontro tra principi e realtà: è il caso dello scienziato che si è rivolto al Difensore civico nazionale perché ingiustamente discriminato dai fondi per la ricerca femminile; o della festa di Santa Lucia che in tutta la Svezia illumina la notte del 13 dicembre con la coroncina di candele della più brava e la più bionda del paese. Da qualche anno le processioni non si fanno più in chiesa ma a scuola, per scrupolo verso i non cristiani. E dal 2014 Santa Lucia può essere anche un santo, per rispetto dei tanti maschietti che ambivano a indossarne la corona.
Paradossi, certo. Eppure è presto per dire che la rivoluzione di genere ha cominciato a divorare le sue figlie. Anche perché nell'aprile di quest'anno la riscossa femminile ha messo a segno un altro colpo epocale. Nella sua decennale revisione del vocabolario ufficiale della nazione, l'Accademia di Svezia ha infatti accolto un nuovo pronome: né lui (han), né lei (hon}, ma l'altro (hen). Quando 3 anni fa la piccola casa editrice Olika lanciò il neologismo con il libro per bambini Kivi e il cane-mostro sembrava una bizzarria: «In svedese se non si conosce il genere della persona o dell'animale di cui si parla si è sempre usato il maschile» spiega la direttrice editoriale Karin Saimson. «Come Olika siamo da anni impegnate per l'uguaglianza sociale e di genere, e questa disparità ci sembrava ingiusta». Con l'autore Jesper Lundqvist hanno quindi pubblicato una storia su un bambino che non si sa se sia bimbo o bimba. Sarà che gli svedesi leggono molto, o che ci tengono molto ai più piccoli, ma da subito un Paese intero ha cominciato a dibattere sul nuovo pronome, né maschio né femmina. E sorprendentemente nessuno ha sollevato obiezioni: «Ormai la lingua scritta lo ha accettato» dice Karin. «E per il parlato è solo questione di tempo». 
Cosi funziona il politicamente corretto made in Sweden: fra qualche anno non utilizzare hen sarà impensabile come una toilette maschile senza fasciatoio, una paternità senza congedo, o un programma televisivo con contorno di valletto in bikini. 
«E da voi in Italia come va?» hanno chiesto tutte le intervistate con inaspettato senso dell'umorismo.

*** Raffaele ORIANI, giornalista, estratto da Nel Regno del Politically Correct, 'Il Venerdì', 24 luglio 2015