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martedì 25 aprile 2017

#SENZA_TAGLI / 25 aprile, il senso etico della Resistenza (Gianfranco Pasquino)

Chi avesse bisogno, ancora oggi (e sembrano essere in molti in Italia, ma anche in alcuni paesi europei, specialmente all’Est), di capire qual era e continua a essere il significato della Resistenza, dovrebbe assolutamente leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (in Italia pubblicato da Einaudi). Noterebbe, anzitutto, che la Resistenza non fu, in nessun paese europeo, un fenomeno esclusivamente di classe. Certo, furono i settori medio-bassi delle diverse società ad attivarsi. Erano anche stati i più oppressi dai rispettivi regimi autoritari, ma nel complesso l’aggettivo “interclassista” si attaglia ottimamente alla Resistenza. Dunque, per chi ha una visione equilibrata di che cosa è un popolo, la Resistenza fu guerra di popolo. In quelle lettere, scritte da combattenti di tutti i paesi europei, invasi e travolti dal nazismo, è possibile, anzi, facilissimo riscontrare alcuni elementi comuni, in particolare riguardo alle motivazioni e alle aspirazioni. La motivazione più forte e più diffusa è la (ri)conquista della libertà. È in nome della ricerca della libertà che milioni di uomini e donne europee presero le armi e rischiarono consapevolmente la vita, perdendola, come rivelano molte struggenti lettere, con grande serenità.

In queste lettere, i desideri di vendetta e le manifestazioni di odio sono sostanzialmente assenti. Sono, invece, molto presenti e visibili gli auspici che le loro morti siano utili, che contribuiranno a preparare un mondo migliore. Ancora una volta, in maniera sorprendente, certo con toni e accenni diversi che derivano, sì, dalle diversificate sensibilità e culture dei condannati a morte, si notano straordinarie somiglianze concernenti il mondo che quei resistenti avrebbero voluto costruire. Sullo sfondo, per tutti, sta ovviamente l’aspirazione alla pace, vale a dire a porre termine alle ricorrenti guerre. Tuttavia, ancora più chiara è la richiesta di giustizia sociale nella consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non è una pace riconosciuta come giusta ovvero basata su un assetto che protegga e promuova i diritti dei cittadini e che stabilisca criteri condivisi per la suddivisione delle risorse. No, non è né ricerca né anelito alla prosperità, ma l’obiettivo indicato è anche l’accesso ai frutti del proprio lavoro. Infine, ma assolutamente non come elemento marginale, questi condannati a morte condividono un elemento, forse embrionale, ma che si affaccia alle loro menti: il superamento dei gretti nazionalismi guerrafondai. L’idea che una pace giusta debba essere costruita superando, se non abolendo del tutto i nazionalismi, circola in molte lettere. È l’idea alla quale daranno sostanza fortissima Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni con il Manifesto di Ventotene (1941) redatto nel mezzo della guerra civile europea. Gli Stati nazionali sono fonti di guerre. Per renderle impraticabili è essenziale costruire un’Europa dei popoli che, naturalmente, è molto di più di un grande mercato. È uno spazio di diritti civili, politici, sociali, di convivenza, per l’appunto, nella pace, dove il perseguimento di politiche di potenza non ha più nessun senso.

Celebrare degnamente la Resistenza oggi (e domani) obbliga a riconoscere il messaggio delle lettere dei condannati a morte. Sono le loro ultime, nobili, solenni, mai retoriche, mai vendicative, parole. Quelle parole hanno un senso storico che, quindi, esclude dalle celebrazioni tutti coloro che allora stavano con i repressori e che oggi riadattano alcuni slogan di quei repressori. Hanno un senso politico che riguarda la costruzione di condizioni che impediscano il ripetersi dei fenomeni che portarono all’oppressione dei popoli europei. Hanno, infine, un potentissimo senso etico: cercare la pace nella giustizia sociale. Celebrare la Resistenza significa anche adoperarsi per un’Europa che sappia perseguire la giustizia sociale per i suoi cittadini e per tutti coloro, da dovunque vengano, che ripongono molte speranze nella giustizia.

*** Gianfranco PASQUINO, 1942, politologo, docente della John Hopkins University, 25 aprile: il senso etico della Resistenza, in 'qualcosacheso', 'gianfrancopasquino.wordpress', 23 aprile 2017, qui


In Mixtura altri contributi di Gianfranco Pasquino qui

lunedì 25 aprile 2016

#MOSQUITO / Nuova Resistenza (Sandro Pertini)

Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. [...] Oggi ci vogliono due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che dà scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato! 

*** Sandro PERTINI, 1896-1990, politico, 7^ Presidente della Repubblica Italiana, in carica dal 1978 al 1985, discorso del 31 dicembre 1983, citato in 'treccani', fb, 25 aprile 2016



In Mixtura altri 2 contributi di Sandro Pertini qui

#SENZA_TAGLI / Resistenza, un atto di sovranità popolare (Enzo Collotti)

Chi si ricorda più del 25 aprile? A settantuno anni dal giorno della Liberazione è lecito porsi questo interrogativo. Beninteso, non alludiamo al fatto in sé della conclusione della lotta di liberazione – anche se nella memoria della mia generazione quello fu comunque un giorno di festa e sarebbe anche opportuno che molti o pochi di noi ne rievocassimo le atmosfere e gli accadimenti -, ma più in generale al senso di quella conclusione, in una parola allo spirito del ‘45.

A guardare a ritroso i settanta e più anni trascorsi sembrano una distanza di tempo ultrasecolare se consideriamo la lontananza della realtà di oggi da quell’evento.

Contro la registrazione burocratica del 25 aprile come festa nazionale ci piacerebbe evocarlo come un momento sempre presente di esercizio della sovranità popolare. Perché la scelta che seguì all’8 settembre del 1943 di chi andò in montagna o di chi si diede alla macchia negli ambiti urbani per tessere le reti della Resistenza fu un atto di sovranità popolare, non comandato da nessun potere o da nessuna autorità superiore. Questa riflessione ci è suggerita dalle vicende di questa nostra democrazia repubblicana che, seguendo un processo peraltro non soltanto italiano, ma generalizzabile a livello europeo (se non mondiale), tende a restringere sempre più lo spazio di autonomia e di sovranità degli individui e dei corpi sociali e con ciò anche la consapevolezza che essi potessero avere del loro ruolo in una società democratica. Complici la minaccia del terrorismo islamico, i problemi immani che derivano dalle migrazioni dell’ultimo decennio, le persistenti crisi economiche legate a un modello di sviluppo destinate a perpetuare diseguaglianze e ingiustizie, si riaffacciano dappertutto le tentazioni a rafforzare il potere esecutivo e a rigettare al margine le istanze di democratizzazione e di partecipazione.

Il processo di svilimento dei partiti politici e di svigorimento degli stessi sindacati, che avrebbero dovuto rappresentare la palestra della democrazia nella società e nei luoghi di lavoro, ha aperto un vuoto e fa da sfondo a questa invasione del potere esecutivo. Nella cultura politica del nostro Paese lo spirito del ’45 non si è mai riflesso interamente, è penetrato a intermittenza, con qualche fiammata che non è riuscita a interrompere la continuità di un mediocre barcamenarsi in una perpetua navigazione a vista. Anche per questo alla classe dirigente dell’antifascismo storico, che rimane pur sempre quanto di meglio il Paese ha espresso, non ha fatto seguito la formazione di una classe dirigente degna di questo nome. La sua mediocrità è sotto gli occhi di tutti e, a differenza che in altri contesti europei, le sue insufficienze non sono state e non sono compensate neppure da un ceto amministrativo di provata capacità tecnico-gestionale e di assoluta probità. La corruzione in cui affonda il Paese non è l’ultimo dei fattori che espropria i cittadini della possibilità della partecipazione alla cosa pubblica come contributo a livello individuale dell’esercizio della sovranità.

Le utopie del ’45, il rinnovamento politico e morale all’interno e il sogno degli Stati Uniti d’Europa sul piano internazionale, si scontrano oggi con il rozzo empirismo di mestieranti della politica e il riemergere di anacronistici quanto feroci e aggressivi egoismi nazionali.

Le aspettative del ’45 hanno avuto breve durata. Nello spazio di due anni lo spirito di conservazione, la nostalgia del quieto vivere, e l’eterna paura del salto nel buio hanno frenato e affossato sul nascere le speranze e le istanze del rinnovamento.
Il 18 aprile del 1948 non è stato soltanto la sconfitta elettorale della sinistra, è stato il rifiuto a lungo termine delle aperture del ’45.

Non è certamente un caso che nel momento in cui si pone mano ad una pur necessaria revisione della Costituzione, che di per sé rimane l’espressione della stagione di rinnovamento aperta dalla Liberazione, non si è trovata strada migliore che proporre il pasticcio di una riforma costituzionale che, unita a un sistema elettorale truffaldino, intacca seriamente il principio della rappresentanza e di fatto limita il ruolo stesso del Parlamento.

Richiamare lo spirito del ’45 non vuole essere espressione di una improbabile nostalgia; vorrebbe essere un incoraggiamento a tornare a pensare fuori dalla contingenza immediata con una visuale di tempi lunghi, recuperando un patrimonio ideale che non è affatto spento. Contro la retorica della memoria ci piacerebbe che questa memoria fosse rivissuta nella pratica.

*** Enzo COLLOTTI, 1929, storico, La Resistenza fu un atto di sovranità popolare, 'il manifesto', 25 aprile 2016, qui

#MOSQUITO / Resistenza, «è quer che se ciama dignità» (Maurizio Maggiani)

Non c’è un’epica resistenziale della mia famiglia, né, tantomeno, una retorica al riguardo. Ciò che ho ascoltato è sempre stato un raccontare piano, un semplice considerare delle cose accadute. Quello che davvero contava è che chi era lì a raccontare era vivo. Vivere era quello che hanno sempre voluto, anche quando andavano a rischiare la morte: vivere con dignità. Per questo non so un granché di gesti eroici o eventi eccezionali: la dignità ha solo bisogno di fare tutti i giorni quello che va fatto; per quella mia gente la resistenza all’indegnità era cominciata molto prima della guerra e della Linea Gotica. 

L’unico discorso impegnativo che mi ha mai fatto mio padre al riguardo della sua partecipazione alla Resistenza è il seguente: «Quarcò de bon a l’ho fatto, adè te e to sorela a poté zogare, magnare e studiare, e a me m’è remasto en po’ de quer che se ciama». Qualcosa di buono l’ho fatto, adesso tu puoi giocare, mangiare e studiare, e a me è rimasto un po’ di quel che si chiama. In questo modo bizzarramente evocativo, «en po’ de quer che se ciama», mio padre chiamava la dignità. Dignità della vita. Per il resto, l’unico episodio di cui l’ho mai sentito vantarsi più volte è stato un mitico viaggio di tre notti, a piedi e disarmato, per trovare da mangiare a sé e ai suoi compagni libertari; era arrivato fin quasi a Parma ed era tornato con due sacchi di riso in spalla: per tutto il viaggio non ne aveva toccato neppure un chicco, anche se era quasi certo che sarebbe morto di fame prima di arrivare. Non ho mai sentito parlare con entusiasmo né lui né altri di battaglie e ammazzamenti, e quando è accaduto ho sempre avvertito insensatezza, rincrescimento e persino della vergogna. Parlavano di chi era morto abbassando la voce e guardando a terra, si fosse trattato di un compagno o di un brigata nera. (...)

So anche di mio padre e dei suoi compagni, perché altri e non lui me lo hanno detto, che non scesero dalla montagna proprio il 25 aprile, ma un po’ di giorni dopo. Il fatto è che volevano essere sicuri, sicurissimi, che le cose si erano messe nel modo giusto, nel modo della dignità, della dignità per tutti e per ciascuno. E so che non servirono le rassicurazioni di un famoso e rispettato comandante partigiano, e nemmeno le ossute pressioni del questore appena nominato, ma scesero perché andarono a prenderli le loro donne. Venì adè o ne farve pù vedere. Venite ora o non fatevi più vedere, ha intimato mia nonna ai suoi, gridandolo alla bocca della cava di marmo dove erano accampati.

*** Maurizio MAGGIANI, scrittore, Resistenza è «quer che se ciama dignità», ‘tuttolibri’, 24 aprile 2010.


In Mixtura 2 contributi di Maurizio Maggiani qui (compresa una mia recensione al suo libro 'Il Romanzo della Nazione', Feltrinelli, 2015)

sabato 30 gennaio 2016

#SENZA_TAGLI / Cambiamento, la resistenza non esiste (Davide Storni)

La resistenza al cambiamento non esiste. È un’affermazione che mi sento di ripetere ogni volta che sento usare la resistenza al cambiamento come alibi per progetti non riusciti o mai nati.

La prima volta la usai ad un convegno sul cambiamento presso la sede di una nota associazione industriale. Dopo il 4° intervento che ribadiva come, malgrado brillanti idee e la migliore buona volontà dei relatori, le persone si ostinassero a non comprendere il perché del cambiamento e a resistere ad ogni tentativo di migliorare le loro vite, mi alzai e dissi che guardando alla mia esperienza potevo tranquillamente affermare che la resistenza al cambiamento non esistesse.

Ovviamente si trattava di una provocazione, di un paradosso, ma non fu accolto bene; a volte non c’è persona più resistente al cambiamento di chi si occupa di cambiamento.

Facciamo un passo indietro per capire da dove nasce la mia affermazione e a cosa può servirci.
Le reazioni soggettive al cambiamento sono molto diverse, variabili in relazione a molti fattori fra i quali il momento storico e le condizioni in cui la persona si trova.
C’è chi prende il cambiamento come un’opportunità, chi come una cosa naturale, chi come una speranza, chi come angoscia, chi lo vive e basta. A volte la stessa persona è più o meno ben disposto verso il cambiamento a seconda dei momenti e dell’umore. Ognuno di noi vive questa variabilità.

Solo quando si entra in azienda le cose cominciano a chiarirsi: il cambiamento è un problema degli altri.
In particolare possiamo affermare con certezza che le persone non vogliono cambiare e che la resistenza al cambiamento è la nuova legge, la nuova verità. Su questa ineluttabile legge si infrangono i migliori progetti e naufraga qualsiasi tentativo di innovazione.
Innegabile, lo sperimentiamo ogni giorno (io stesso ho potuto sperimentarlo più volte).

A volte però capita di sperimentare anche l’opposto, ovvero le cose succedono, le persone cambiano, si adattano, adottano strategie per sfruttare il cambiamento. Almeno questa è la mia esperienza, anzi è la sintesi di una serie di esperienze fatte in luoghi diversi, in situazioni molto diverse e con persone diverse. Possiamo affermare che non si tratti di un caso.
Posso anche affermare che nelle medesime situazioni e con le stesse persone ho sperimentato sia la resistenza che la disponibilità. Non essendo cambiate le situazioni in cui mi trovavo, né le persone coinvolte, cosa può essere cambiato per determinare atteggiamenti diversi da parte dei miei interlocutori?
Semplicemente il mio modo di propormi.

Possiamo arrivare ad ipotizzare che la resistenza la cambiamento sia una proiezione di chi propone il cambiamento e non un “attributo” delle persone che sono coinvolte. Quindi ad affermare che la resistenza al cambiamento non esista, almeno non esista come elemento qualificante le persone, ma solo come effetto del modo di proporre il cambiamento o della natura del cambiamento proposto.
La resistenza al cambiamento non è una “colpa” delle persone, né qualcosa di ineludibile e immodificabile.
Piuttosto essa dipenderà dalle modalità di gestione del cambiamento, ovvero da come il facilitatore saprà approcciare alla realtà in divenire e a cosa proporrà e come lo farà.

Le persone tendono a massimizzare la propria utilità in base alle opportunità presenti nell’ambiente che li circonda e in base alle proprie capacità di attivare energie e competenze che gli permettano di migliorare la propria situazione iniziale.
Ne consegue che:
1. quando le persone non capiscono hanno una naturale diffidenza.
2. quando non hanno le capacità per affrontare la nuova situazione hanno una naturale e salutare paura.
3. Quando nella nuova situazione che si va delineando non esistono possibilità di migliorare la propria posizione, allora cercano di minimizzare le perdite.

Questi comportamenti sono naturali e sani, nel senso che sono finalizzati a migliorare la situazione dell’individuo (gli stessi meccanismi valgono anche a livello di gruppo, sia pure ad un livello di complessità più elevato).
Chi si appresta a proporre un cambiamento o ad aiutare le persone ad affrontare un processo di cambiamento dovrebbe semplicemente prenderne atto ed agire di conseguenza, cercando di aiutare le persone a trovare informazioni, risorse o vie di uscita. Se non lo fa è certo che troverà resistenza, ma questo non è sorprendente, è invece la logica conseguenza del suo approccio al problema.
Estremizzando: se proponessi ai dipendenti di una società che si trova a nord di Milano, di trasferirsi entro tre mesi a Torino, beh non potrei che aspettarmi delle resistenze. Devo tenerne conto e impostare il processo di cambiamento di conseguenza. Oppure cercare di ridurre gli aspetti del cambiamento stesso che più minacciano le persone coinvolte. O, in alternativa, semplicemente prenderne atto e includerne gli effetti nel mio progetto, ma certamente non esserne sorpreso o giudicare queste reazioni come qualcosa di illogico o sbagliato.

Ho potuto sperimentare come spesso le persone non abbiano tutti gli elementi per poter comprendere le dinamiche del cambiamento, lasciando spazio al dubbio di arbitrarietà, se non di illogicità delle scelte fatte.
Spiegare gli elementi oggettivi che hanno condotto a certe scelte non renderà il cambiamento meno duro, ma se non altro ne farà comprendere i motivi e ridurrà i motivi di lamentela o di scontro. Ci sono aziende che sono arrivate a condividere scelte molto sofferte come quelle di licenziare delle persone. In generale più sarà la chiarezza e la condivisione, minore sarà la resistenza.
Ci sono poi cambiamenti meno drastici dove sarà sufficiente approfondire e comprendere gli effetti sulle persone per poterle mitigare e, a volte, trasformare quello che era un temuto peggioramento in una opportunità. E il modo migliore di comprendere è coinvolgere ed ascoltare.

La Gerenza di Milano: una delle mie prime esperienze lavorative mi condusse a fare un dimensionamento degli organici della struttura deputata ai rapporti con i broker della Milano assicurazioni. Negli anni novanta, l’azienda vantava ancora un significativo portafoglio con il mercato dei broker assicurativi, in particolare nel settore aziende. Lavorare con i broker era considerato più complesso rispetto a lavorare con agenti mono mandatari in quando i broker non avevano legami con la compagnia e potevano liberamente rivolgersi a chi offriva condizioni migliori per il proprio cliente (nonché provvigioni più alte per loro stessi).
Si doveva perciò essere in grado di offrire il miglior servizio e le migliori coperture assicurative per poter competere in un mercato sempre in divenire. Negli anni precedenti però i risultati si erano rivelati piuttosto negativi e ciò aveva condotto a diverse azioni correttive, fra le quali anche quella che avrei dovuto intraprendere io.
Iniziai con lo stesso approccio già utilizzato in altre aree aziendali, distribuendo ai capi dei questionari per la rilevazione delle attività. Gli stessi mi tornarono completamente vuoti. Quando andai a chiedere spiegazioni mi fu detto che non avrei avuto alcuna collaborazione da loro. Avevo raggiunto il più alto livello di resistenza al cambiamento possibile, muro contro muro.
A quel punto avevo davanti a me due possibilità: la prima era quella di dare la colpa a queste persone che non si rendevano conto dell’importanza per l’azienda di quanto stavo facendo oppure chiedere l’intervento del vertice aziendale affinché prendesse gli opportuni provvedimenti verso questi capi “poco collaborativi”.

Scelsi invece una terza via, andai a chiedere loro il perché.
Non fu facile, ma con un po’ di pazienza riuscii a comprendere le logiche di quel microcosmo, ad individuare dei temi di comune interesse e su questi costruire un nuovo e diverso rapporto. Alcuni dei capi che inizialmente mi avevano mostrato aperta ostilità cominciarono a collaborare: fra questi ricordo con piacere la figura di Ivana M., persona molto sensibile e fiera della propria professionalità, che amava il proprio lavoro e temeva una involuzione della realtà organizzativa in cui operava. Con Ivana riuscimmo a fare degli interventi volti a migliorare la professionalità dei suoi collaboratori, a riorganizzare alcune attività e, come ultimo passo, anche a valutare il dimensionamento dell’ufficio.

Fu un progetto molto gratificante, che mi permise di capire la necessità di comprendere punti di vista differenti e l’importanza del coinvolgimento delle persone. Proprio a seguito di questa esperienza cominciai ad affiancare alle mie competenze organizzative anche competenze di tipo diverso, approcciando l’empowerment, l’analisi transazionale, la psicologia del lavoro.

Qualche anno dopo parlando con il professor Francesco Novara delle sue esperienze in Olivetti, condividemmo l’importanza di andare a vedere da vicino cosa succede sul posto di lavoro, ascoltando il punto di vista dei lavoratori che spesso sono anche le persone che più sanno di un certo specifico lavoro.
Ritrovai poi lo stesso concetto leggendo Taichi Ohno, adottando in seguito il suo motto: go and see, ask why, show respect.

Muoversi verso l’altro è già un segno di rispetto; rispetto che poi possiamo ribadire nel modo di porci e di proporci e che è alla base di ogni rapporto sano e proficuo. Proponendoci in questo modo scopriamo che il muro a volte non è tale e che la temuta resistenza al cambiamento non è altro che la proiezione di nostre paure e di nostre storie personali o per dirla con una frase di Ivano Fossati “… saremo noi che abbiamo nella testa un maledetto muro” (da La musica che gira intorno).

*** Davide STORNI, consulente, Change Management? Change Your Mind. Parte seconda: la resistenza al cambiamento non esiste, 'bloom', 18 gennaio 2016, qui

mercoledì 29 luglio 2015

#RITAGLI / In fondo l'italiano è molto fascista (Angelo Del Boca)

(...) [D: Che pensa del dibattito fascismo-antifascismo: è ancora inspiegabilmente vivo, forse anacronisticamente vivo]
Tutto dipende dall’amnistia Togliatti, terribile perché ha ripulito tutto quello che c’era da ripulire. Si ricorda quel Longarotti che aveva scassato il cranio di un ragazzino? L’ho rivisto dieci anni dopo la Liberazione e sa cosa faceva? Il magistrato ad Aosta. Lo avevano accusato di omicidio: l’ergastolo era stato tramutato in dieci anni e i dieci anni in nulla. Quella volta mi sono dovuto trattenere, lo stavo per picchiare.

[D: La Resistenza è una guerra che hanno fatto in pochi e dopo hanno usato in molti. O no?] 
Non eravamo più di 150 mila. Hanno sfilato, da supposti partigiani, in 300 mila. Infatti io non sono andato alla sfilata: avevo saputo che andavano delle persone che non erano partigiani.

[D: Altri Paesi europei hanno fatto molto più i conti con la loro Storia?] 
In Germania il dibattito è ancora vivo, ed è un dibattito serio, storico. Aveva ragione Giorgio Bocca quando diceva: “Ho fatto la guerra contro i fascisti perché ero convinto che si potesse eliminare il fascismo. Ma adesso ne sono molto meno convinto”. In fondo l’italiano è molto fascista.

[D: Piace l’uomo forte, l’attitudine al comando?]
Sì e questo spiega il successo di Berlusconi prima e di Renzi ora. Piace il cesarismo, piace quest’uomo che gridava “rottamo tutti”. Piace l’uomo forte, l’uomo che decide, l’uomo che non ha dei tentennamenti.

[D: Era questa l’Italia che v’immaginavate sulle montagne?]
No, assolutamente. Ho scritto un articolo subito dopo la Liberazione per il giornale di Piacenza. L’ho riletto molti anni più tardi e mi sono dato dell’ingenuo. L’Italia che immaginavo io era un’Italia così depurata, così pulita. Ma erano sogni.

[D: Chi sostiene le ragioni dell’amnistia dice che dopo le guerre c’è sempre bisogno di una pacificazione]
Anche in Francia hanno fatto un’amnistia, però è servita per qualche migliaio di persone. Da noi è servita a decine di milioni: tutta la popolazione era fascista. Dopo la guerra c’è stata una stagione di grande fervore, anche intellettuale, si è cominciato a ricostruire il Paese. Con foga, con convinzione e testardaggine. Accanto a questo la Costituente è riuscita, con un grande sforzo di mediazione, a produrre una carta fondamentale, che ha retto fino ad oggi nonostante gli urti e le spallate. Pare che tutti quelli che arrivano al governo vogliano toccare la Costituzione. È pazzesco.

*** Angelo DEL BOCA, 1925, giornalista, storico, saggista, intervistato da Silvia Truzzi, "La mia resistenza tradita: sognavo un'Italia pulita, invece è ancora Nera", 'Il Fatto Quotidiano', 8 luglio 2015

LINK, intervista integrale qui

martedì 2 giugno 2015

#RITAGLI / Ricordando la Repubblica: dietro alla pacificazione (Giorgio Agosti)

Il nostro errore psicologico […] è stato proprio nel credere che la grande massa degli italiani dovesse guardare con riconoscenza quei pochi che avevan preso l’iniziativa della riscossa e se ne erano addossati, nell’interesse di tutti, il peso più duro e più tragico. E non abbiam capito che è proprio l’aver agito, quando gli altri scappavano o si nascondevano, ciò che i milioni di attendisti non ci perdonano. […] 
Dietro alla politica di pacificazione non c’è soltanto il proposito subdolo dei vecchi fascisti, ma c’è il desiderio – più o meno confessato – della grandissima maggioranza degli italiani di dimenticare, di metter tutti sullo stesso piano, di ridurre a pura fazione politica quella che è stata soprattutto una rivoluzione morale.

*** Giogio AGOSTI, 1910-1992, magistrato, partigiano, Lettera a Lucilla Jervis, moglie di Willy, trucidato dai nazisti, 3 novembre 1947, citato da Paolo Borgna, 23 luglio 1943: inizia la Resistenza, 'MicroMega', Almanacco di storia, Ora e sempre Resistenza, 3, 2015

Su Giorgio Agosti,
http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Agosti


2 giugno 1946

giovedì 7 maggio 2015

#RITAGLI #SOCIETA' / Tradimento (Moni Ovadia)

La Resistenza, non solo è stata tradita, ma di parti di essa è stata fatta carne di porco. Già l’articolo 1. Pilastro dell’edificio costituzionale è stato sfregiato. Possiamo dire oggi che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro»? Oggi sarebbe piuttosto più coerente enunciare l’articolo 1 così: «L’Italia è una Repubblica pseudodemocratica, fondata sul precariato, la corruzione, l’evasione fiscale, le malavite». 
Sono state brutalmente tradite tutte le parti che avevano e hanno lo scopo di promuovere l’uguaglianza e la giustizia sociale.

*** Moni OVADIA, 1946, autore e attore teatrale, regista, saggista, La defascistizzazione mancata, 'MicroMega', Almanacco di storia, Ora e sempre Resistenza, 3, 2015


sabato 25 aprile 2015

#VIDEO #MUSICHE & TESTI / Bella ciao



O bella ciao, di Anonimo
recitazione, immagini e montaggio di Carlo Stanzani
pianoforte di Andrea Di Donna
video, 2min41

Canto popolare antifascista italiano, nato nell’Appennino emiliano prima della Liberazione, diventato poi celeberrimo dopo la Resistenza perché fu idealmente associato al movimento partigiano italiano. 

Per informazioni 'originali' e molto approfondite sul canto, si veda il sito 'antiwarsong.org', QUI

Una mattina mi sono svegliato
una mattina mi sono svegliato
e ho trovato l’invasore

O bella ciao bella ciao ciao ciao

O partigiano portami via
o partigiano portami via
perché mi sento di morire

O bella ciao ciao ciao

E se io muoio da partigiano
se io muoio da partigiano 
tu mi devi seppellire

O bella ciao

Mi seppellirai lassù in montagna
mi seppellirai lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fiore

O bella ciao ciao ciao bella ciao 

E tutte le genti che passeranno
tutte le genti che passeranno
diranno che bel fiore

#LINK #SOCIETA' / 25 aprile, il nostro mito fondativo. Ne abbiamo bisogno (Gustavo Zagrebelsky, Giovanni De Luna)

Il nostro mito fondativo
Ogni ordinamento politico-sociale ha bisogno di un atto o atto che sia assunto come 'mito fondativo'. 
Il mito raccoglie in sé elementi fattuali degni di rispetto e tali da ingenerare nelle generazioni successive adesione a un universo di valori considerati sacri. 
In generale, per svolgere nel tempo questa funzione identitaria che è espressa con la parola Grundnorm (norma o principio fondamentale) il mito non può essere cristallizzato, non deve fossilizzarsi in vuota retorica celebrativa, in folkdore. Deve essere costantemente rivitalizzato attraverso una dialettica tra l'arcaico e l'attuale. 
D'altra parte, tolta la Resistenza, che cosa ci offre la nostra storia recente che valga la pena d'essere assunta come Grundnorm? Tutte le volte in cui si vuole cercare una risposta ai grandi problemi del nostro tempo, la cui risoluzione non si vuoi lasciare al puro e semplice dispiegarsi del darwinismo sociale rinasce la domanda rivolta alla Costituzione. 
La Costituzione è tuttora la bussola, una bussola che indica non una rotta pacifica, ma la direziono d'una lotta. Penso a grandi temi come il lavoro, la scuola e la cultura, l'ambiente, la sanità, i diritti civili, la pace. 
Lo «spirito della Resistenza» non lo troviamo in un diafano irenismo, ma nei conflitti sociali. La Costituzione, nel nostro paese, è da sempre il terreno di conflitti. 
Finché il conflitto si svolgerà attorno alla Costituzione, chiamandone in causa i princìpi, lo spirito della Resistenza sarà vivo.

*** Gustavo ZAGREBELSKY, giurista, costituzionalista, presidente emerito della Consulta, Il nostro mito fondativo che vive nella Costituzione, 'la Repubblica', 22 aprile 2015.


° ° °
Ne abbiamo ancora bisogno
(...) [D: Perché oggi abbiamo bisogno del 25 aprile?]
Avere espunto la Resistenza dal nostro spazio pubblico ha comportato una sorta di carestia morale. I valori di riferimento rischiano di essere solo gli interessi, ciò che conviene. Fu invece quello il grande momento della scelta. Dopo l'8 settembre, ciascuno fa i conti con le proprie risorse, tra coraggio e opportunismo. Prima furono settemila, poi settantamila, alla fine centocinquantamila. Pochissimi in confronto ai milioni che avevano affollato le piazze del fascismo. Ma mai nella storia di Italia così tante persone avevano scelto di mettere in gioco la propria vita per la collettività. E in un tempo come il nostro privo di una pedagogia politica, questo mi sembra il lascito più prezioso.

*** Giovanni DE LUNA, storico, intervistato da Simonetta Fiori, estratto, "Dopo tanto revisionismo oggi finalmente è una festa di tutti", 'la Repubblica', 23 aprile 2015.
LINK, qui

#EX LIBRIS / Resistenza, la scelta. Che non finisce mai (Italo Calvino, Norberto Bobbio)

La scelta...
… La stessa cosa, intendi cosa voglio dire, la stessa cosa... - Kim s'è fermato e indica con un dito come se tenesse il segno leggendo; - la stessa cosa ma tutto il contrario. Perché qui si è nel giusto, là nello sbagliato. Qua si risolve qualcosa, là ci si ribadisce la catena. Quel peso di male che grava sugli uomini del Dritto, quel peso che grava su tutti noi, su me, su te, quel furore antico che è in tutti noi, e che si sfoga in spari, in nemici uccisi, è lo stesso che fa sparare i fascisti, che li porta a uccidere con la stessa speranza di purificazione, di riscatto. Ma allora c'è la storia. C'è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto loro dall'altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m'intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un'umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L'altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell'odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe cosi, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l'operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. 

*** Italo CALVINO, 1923-1985, scrittore, partigiano, Il sentiero dei nidi di ragno, Torino, Einaudi,  1947, 1964

Copertina edizione 1947

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... che non finisce mai
Non c’è che un modo per realizzare la Resistenza: ed è quello di continuare a resistere. Di continuare a resistere, ogni giorno, agli allettamenti che ci vengono dagli sbandieratori di facili miti o dagli amanti della confusione mentale; alle passioni incontrollate che ci spingono ora a destra ora a sinistra a seconda degli umori e degli eventi; alla seduzione della pigrizia che ci getta in braccio allo sconforto e ci rende inattivi e indifferenti. Un regime di libertà non si crea coi miti, ma con la chiarezza mentale applicata ai problemi socialmente utili; non si crea neppure con le passioni scatenate, anche se sublimi, ma con la moderazione del giudizio, con il controllo di sé, con la disciplina mentale; e neppure con la indifferenza ma con la partecipazione attiva ai problemi del nostro tempo.
Si dice che per smuovere gli inerti ci vuol entusiasmo, e per suscitare entusiasmi ci vogliono miti.  Ma a me pare che non ci sia nulla di cui valga più la pena di entusiasmarsi che la costruzione di una  convivenza civile, in cui vi sia meno corruzione, meno furberia, meno spirito di sopraffazione, e  maggior rispetto delle opinioni altrui insieme con maggiore riserbo nella espressione delle proprie. La democrazia è una scuola di realtà. Chi vive nelle nuvole ed è prigioniero dei miti non è un buon democratico. L’utopismo può essere una buona arma contro la dittatura. Ma quando la società democratica è costituita o per lo meno è avviata, l’utopismo diventa un ostacolo. Non so quanto il maggior contatto con la realtà che la vita democratica richiede abbia influito sulla nuova arte che si dice realistica. Lascio ai competenti di giudicarlo. Mi limito a constatare che il crollo del fascismo ci ha liberati dalla nuvolaglia di pregiudizi da cui eravamo fasciati e ci ha fatto toccar terra. E questo è per me uno degli effetti salutari della Resistenza. Quanto siffatto spirito realistico possa giovare alla nostra cultura, non ho bisogno di ribadire. Una cultura diretta dall’alto ha paura non soltanto della libera fantasia, ma anche della solida realtà. Del resto fantasia e realtà, che nel linguaggio comune sembrano due termini antitetici, nel dominio dell’arte sono strettamente connessi. Ci vuole ricca fantasia per essere buoni realisti: altrimenti si è dei copiatori. E bisogna aver gusto e senso delle cose reali per avere una fantasia creatrice e non soltanto un’oziosa immaginazione.
In una situazione di oppressione della libertà, la paura della realtà genera due diversi atteggiamenti: quello della cultura ufficiale che la realtà deforma o decora, e nasce la pseudo-cultura dei retori; quello della cultura eretica, che non si vuol lasciar sopraffare e per sopravvivere è costretta ad evadere; e nasce la cultura, inquieta o torbida, dei decadenti. In altra occasione ho parlato di questo impasto di retorica e di decadentismo che fu la cultura in Italia al tempo fascista. Sono stili e modi di sentire connessi tra loro assai più che non si pensi. Sono entrambe forme caratteristiche di antirealismo. Quando si trovano insieme nello stesso personaggio vien fuori il poeta della generazione fascista: Gabriele d’Annunzio. E quando sono separati l’una dall’altro camminano parallelamente ma si tengono per mano. Si passa con fastidiosa monotonia dalla cultura melensa dei retori a quella esoterica dei decadenti o gerarchi o ermetici. Ora, se la società democratica è quella in cui ogni individuo ha il diritto e il dovere di dare il proprio contributo alla vita del paese, ognuno deve prender contatto con la realtà che lo circonda, deve sapere esattamente, senza finzioni e senza illusioni, quale sia la sua posizione e quella degli altri. In una democrazia non si possono tollerare gli assenti. O per lo meno, se un giorno gli assenti dovessero diventare la maggioranza, la democrazia avrebbe cessato di esistere. E se il risultato di questo maggior contatto con la realtà sarà la scoperta di tutti i vizi tradizionali del nostro carattere e di tutte le miserie della nostra storia, l’effetto non potrà essere se non salutare. Purché non ci si soffermi nel compiacimento morboso dei mali, ma ci si adoperi per medicarli. Vi sono due modi di scrutare ciò che vi è di malvagio negli uomini: quello del decadente che se ne compiace e quello dell’illuminista che prende atto e combatte per instaurare un mondo migliore. L’ideale dell’uomo di cultura per una società democratica in cammino non è il decadente ma l’illuminista.
In una bella immagine Albert Camus paragona la storia a un grande circo in cui si svolge da sempre la lotta tra la vittima e il leone. Troppo spesso gli uomini di cultura sono rimasti fuori del circo come se lo spettacolo non li riguardasse. Qualche volta sono entrati, ma si sono seduti sulla gradinata a far da spettatori. E se qualche segno di partecipazione hanno dato, è stato quasi sempre per far l’elogio del leone che ha sempre ragione; e se qualche parola hanno rivolto alla vittima è per spiegarle che il suo destino era quello di farsi mangiare.  Oggi non più. Oggi, dice Camus, gli uomini di cultura devono rendersi conto che il loro posto non è più sulla gradinata ma dentro l’arena. Essi sanno che se la vittima soccombe anch’essi saranno divorati. Sono, come si ripete oggi, impegnati. Impegnati a far sì che nel futuro vi siano meno vittime e meno leoni.

 *** Norberto BOBBIO, 1909-2004, filosofo, giurista, storico, politologo e senatore a vita, Eravamo ridiventati uomini, Einaudi, 2015. (Testo inedito pubblicato in anteprima in 'La Stampa', con il titolo Ecco perché la Resistenza non finisce mai, 23 aprile 2015).

venerdì 24 aprile 2015

#LINK #RITAGLI / Resistenza, una cosa seria. Ma se avessero vinto loro? (Marina Valcarenghi, Angelo D'Orsi)

« Il nostro fu l'unico paese occupato dai nazisti a organizzare in un anno due scioperi generali accelerando il crollo del regime. Il primo dopo 18 anni cominciò il 5 marzo 1943 a Torino e si estese in tutta la Repubblica Sociale coinvolgendo più di 200.000 lavoratori; le agitazioni durarono nel loro insieme 40 giorni. (...)
Le fabbriche erano militarizzate e l'OVRA ci inseriva i suoi agenti; gli scioperi, sempre illegali durante il fascismo, con la guerra divennero crimini contro lo Stato e si finiva davanti al Tribunale Speciale, con il rischio della deportazione e della condanna a morte. (...)
Dal primo all'8 marzo 1944 la Repubblica Sociale fu paralizzata; 500.000 lavoratori coinvolti, fabbriche, servizi pubblici, linee ferroviarie e tranviarie bloccate. Ne parlarono e ne scrissero in tutto il mondo. A niente erano serviti i mezzi corazzati nazisti a presidiare le fabbriche, né licenziamenti e deportazioni, né la fame, né la spaventosa repressione e la morte di tanti esponenti della Resistenza e delle avanguardie operaie che quegli scioperi avevano organizzato. (...) »

*** Marina VALCARENGHI, psicoanalista, Quando resistevamo davvero, 'Il Fatto Quotidiano del Lunedì', 20 apriole 2015
LINK, qui

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(...) Proprio discutendo con Renzo De Felice, Norberto Bobbio, nel 1995, aveva fatto un'osservazione decisiva. Un conto è il giudizio sulla moralità degli individui, altro conto è il giudizio sulla moralità delle cause per le quali gli individui combattono. Significa che non possiamo mettere sullo stesso piano la Repubblica di Salò e la Resistenza, perché la differenza consiste nei valori sulle quali l'una e l'altra si fondavano.
Bobbio concluse la sua argomentazione con una domanda: «Che cosa sarebbe successo se avessero vinto loro?». Questo interrogativo attende ancora una risposta.

*** Angelo D'ORSI, 1947, storico, docente di storia delle dottrine politiche, da E' la fine del 'rovescismo' alla Pansa, 'Il Fatto Quotidiano', 17 aprile 2015

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(...) Se avessero vinto loro, invece che i partigiani… Questo dobbiamo scolpire a lettere indelebili nella nostra mente e nel nostro cuore: come sarebbe andata se avessero vinto i nazifascisti. (...)
Ebbene, noi, non solo dobbiamo insistere sulla gratitudine a quanti allora fecero la scelta più dura, e si sacrificarono per il bene comune; oggi, noi dobbiamo, in senso più generale, vedere nel 25 Aprile un invito a lottare contro quel “peso morto della storia” che, per dirla con il giovane Antonio Gramsci, è l’indifferenza. In un articolo folgorante del febbraio 1917, Indifferenti, egli lanciava un grido di sfida: «Odio gli indifferenti. Credo … che vivere vuol dire essere partigiani». 
E chi più di coloro che – da operai, insegnanti, ferrovieri, postelegrafonici, tipografi, casalinghe, impiegati… – si trasformarono nella diffusa armata della Liberazione d’Italia, sono stati “partigiani” in questo senso? A loro dunque, con o senza il beneplacito del politico al potere, dobbiamo non soltanto rendere onore; dobbiamo soprattutto prenderli ad esempio. Ed essere pronti ad essere partigiani – nel significato che ciascuna epoca e situazione potrà determinare –, per combattere contro quel peso morto della storia che è l’indifferenza.

*** Angelo D'ORSI, 1947, storico, docente di storia delle dottrine politiche, da Un 25 aprile di lotta contro l'indifferenza, 'MicroMega on line', 25 aprile 2009, QUI


#LINK #VIDEO / Resistenza, è la nostra religione civile (Giorgio Bocca)

« (...) Io ho la religione della guerra partigiana. Per come l'ho vissuta, è stata un'esperienza fantastica e formidabile, quasi incredibile per un paese come il nostro pieno di 'tira a campare' e di ladri. Poi è stata un'esperienza dove il paese ha rivelato il meglio di se stesso, quindi io ne ho un ricordo entusiasmante. È stata la prova che gli italiani nel peggio danno il meglio. Quando tutto è perso, quando si rischia di essere denunciati e fucilati in ogni momento, ecco che scatta la solidarietà e trovi della gente che ti aiuta (...) ».

*** Giorgio BOCCA, 1920-2011, giornalista, saggista, intervistato da Teo De Luigi, Giorgio Bocca: "La Resistenza ci ha dato la nostra religione civile", repubblica.it, 23 luglio 2015 

LINK, qui
Il link contiene anche 3 brevi video con interventi di Giorgio Bocca: 
"Io capo partigiano, comandavo stando in prima fila",
"Quei professori che ci spiegarono l'antifascismo", 
"Fu giusto e necessario uccidere subito Mussolini"

giovedì 23 aprile 2015

#EX LIBRIS / Resistenza: Lui, noi (Aldo Cazzullo)

«Babbo adorato, il tuo unico figlio si allontana da te. Possa il mio sangue servire per ricostruire l'unità italiana e per riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo intero. Possa il mio grido di "Viva l'Italia libera" sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l'avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice». 

A rileggere, nell'Italia di oggi, alcuni passi delle ultime lettere di Franco Balbis, c'è da sentirsi un verme. C'è da vergognarsi al pensiero di come abbiamo ridotto la terra che quest'uomo, oggi del tutto dimenticato, voleva «riportare a essere onorata e stimata nel mondo intero». Una frase che dovrebbe essere letta a voce alta dai candidati a una carica pubblica, dagli eletti in Parlamento, dai condannati per corruzione.

*** Ado CAZZULLO, giornalista e saggista, Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della resistenza, Rizzoli, 2015


Franco Balbis, 1911-1944